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Beato Giuseppe Papamihali Sacerdote e martire

26 ottobre

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Elbasan, Albania, 23 settembre 1912 Maliq, Albania, 26 ottobre 1948

Josif Papamihali, di famiglia ortodossa ma vicino alla Chiesa Cattolica, si sentì chiamato a vivere in prima persona l’appello all’unità tra i cristiani: fu quindi inviato a Grottaferrata e a Roma, per ristabilire il rito greco-cattolico in Albania. Arrestato, venne condannato a dieci anni di lavori forzati nelle paludi di Maliq. Il 26 ottobre 1948, sfiancato dalle fatiche, cadde a terra mentre lavorava e venne seppellito vivo nel fango dai suoi compagni, costretti ad agire così dalle guardie carcerarie. Compreso nell’elenco dei 38 martiri albanesi capeggiati da monsignor Vinçenc Prennushi, è stato beatificato a Scutari il 5 novembre 2016.



Josif Papamihali nacque a Elbasan, nella parte centrale dell’Albania, il 23 settembre 1912. Sebbene di famiglia ortodossa, nell’infanzia si avvicinò alla Chiesa cattolica, ma non voleva rinnegare le proprie origini.
Grazie all’archimandrita Pietro Scarpelli, missionario dell’Eparchia di Lungro, ottenne la possibilità di trasferirsi in Italia per ricevere la formazione sacerdotale nel rito greco-cattolico: studiò quindi all’abbazia di Grottaferrata e al Pontificio Collegio Sant’Atanasio di Roma, dove frequentò i corsi filosofici e teologici. Celebrò la prima Messa, o meglio, per la prima volta la Divina Liturgia il 1° dicembre 1935, nella chiesa romana di Sant’Atanasio.
L’anno dopo rientrò a Elbasan, diventando parroco della chiesa di San Pietro e ristabilendo, di fatto, il rito greco-cattolico in Albania. “Papas Sifi”, come lo soprannominarono i suoi parrocchiani, rimase nella loro memoria per la sua capacità di condurli a Dio e, allo stesso tempo, di risolvere i loro problemi.
Nel 1945, come molti altri sacerdoti, venne arrestato dalla polizia di regime e condannato a dieci anni di lavori forzati nella palude di Maliq, situata nella regione di Coriza e infestata da serpenti, rane, sanguisughe e zanzare.
Una religiosa che riuscì a entrare in contatto con lui riferì che i suoi abiti erano impregnati dell’odore del sangue e dei suoi bisogni, dato che non poteva espellerli se non nelle gavette. Nonostante quelle condizioni miserande, i suoi compagni di detenzione hanno testimoniato che era coraggioso e che non perse la fede.
Il 26 ottobre 1948, mentre lavorava nella palude, cadde schiacciato dal peso che gli era stato ordinato di trasportare. I suoi compagni accorsero per sollevarlo, ma le guardie carcerarie glielo impedirono e diedero un’altra consegna: dovevano seppellirlo lì dove si trovava, vivo.
Dopo quattro anni, anche suo fratello Kostaq venne ucciso, a Tirana, solo per il suo legame di sangue con lui.
Per anni l’Annuario Pontificio ha continuato a registrare il rito greco-cattolico albanese tra quelli in uso nella Chiesa cattolica, sebbene non ci fossero quasi più fedeli né sacerdoti a praticarlo. Con il crollo del regime, però, anche questa forma rituale è tornata a vivere.
Compreso nell’elenco dei 38 martiri albanesi capeggiati da monsignor Vinçenc Prennushi, papas Josif Papamihali è stato beatificato a Scutari il 5 novembre 2016.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2016-11-10

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