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Beato Stefano Kurti Sacerdote e martire

20 ottobre

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Ferizaj, Kosovo, 24 dicembre 1898 Gurz, Albania, 20 ottobre 1971

Don Shtjefën Kurti, nato nell’attuale Kosovo, dal 1929 esercitò il ministero in Albania. Fu arrestato una prima volta nel 1946, con l’accusa di collaborazionismo col Vaticano e con i nazifascisti. In una lettera destinata a papa Pio XII descrisse dettagliatamente la persecuzione messa in atto dal regime comunista. Dopo aver scontato la sua pena, riprese il suo apostolato e lo proseguì clandestinamente quando, nel 1967, vennero chiuse per decreto statale tutte le chiese. Fu nuovamente arrestato per essersi opposto al saccheggio di una chiesa e destinato al campo di lavoro di Lushnjë. Per aver battezzato un bambino di nascosto venne, infine, condannato a morte e fucilato il 20 ottobre 1971. Compreso nell’elenco dei 38 martiri albanesi capeggiati da monsignor Vinçenc Prennushi, è stato beatificato a Scutari il 5 novembre 2016.



Shtjefën Kurti nacque a Uroševac in Serbia (oggi Ferizaj, in Kosovo) il 24 dicembre 1898, sesto figlio di Jak e Katrine, albanesi.
Dopo aver frequentato le elementari nel suo paese, entrò nel Pontificio Seminario di Scutari. Proseguì gli studi al Canisianum, collegio di Innsbruck in Austria tenuto, come già il Seminario di Scutari, dai padri Gesuiti.
Il 10 gennaio 1919 passò al Collegio di Propaganda Fide a Roma e venne ordinato nella medesima città il 13 maggio 1921. Rimpatriato, fu parroco a Uresovac, a Novoselle e Eperme, nella diocesi di Skopje. Nel 1929 chiese e ottenne di partire per l’Albania: operò quindi nella diocesi di Durazzo.
Venne arrestato una prima volta a Tirana il 28 ottobre 1946. L’accusa che gli fu rivolta fu quella di essere una spia del Vaticano, nonché collaborazionista dei fascisti e dei nazisti, ma anche dei servizi segreti angloamericani: tutto questo perché il suo ministero l’aveva portato a entrare in contatto con italiani, tedeschi e inglesi. In aggiunta, fu accusato anche di traffico di valuta, precisando che la paga per i suoi presunti servizi di spionaggio era pari a quella dei ministri del governo comunista. Venne quindi condannato a vent’anni di reclusione nel carcere di Burrel, ma ne scontò diciassette.
Poco prima dell’arresto, il 16 settembre 1946, don Shtjefën scrisse una lettera a papa Pio XII, per far emergere in tutto il suo terrore la persecuzione religiosa in atto nel suo Paese.
«Sebbene io non sia che un semplice sacerdote», scrisse, «mi prendo la rispettosa libertà di esporre a Vostra Beatitudine quanto segue, essendomi presentata l’opportunità di farlo: mentre ciò riesce assolutamente impossibile ai nostri Eccellentissimi Ordinari.
Beatissimo Padre, sarà doloroso ciò che esporrò, ma è unico nostro conforto il poter versare nell’angelico cuore del Padre Comune l’amarezza di cui è ripieno l’animo nostro cristiano e sacerdotale. Clero secolare e regolare viviamo in una vera epoca di violenta persecuzione. Tutta l’attività nostra e in tutti i campi è stata soppressa, non soltanto, ma anche distrutta in parte o soggetta a minutissima sorveglianza. Chiusi i seminari sia il Pontificio di Scutari che dei Francescani e dei Gesuiti, seguendosi le istruzioni vessatorie suggerite dai russi bolscevichi, acuite dall’odio satanico dei nostri governanti.
Le file dei martiri si moltiplicano ogni giorno; nelle carceri, torture terribili sono applicate indistintamente a tutti; migliaia di uomini, donne, vecchi e bambini, spogliati di tutto e affamati, vengono deportati nei campi di concentramento, nei luoghi più isolati e malsani, dentro case senza porte né finestre, costretti tutto il giorno a duri lavori per un solo pezzo di pane. Allo scopo di indebolire la costituzione fisica dei detenuti e di farli perire per esaurimento e tubercolosi, con un recente provvedimento è stato proibito alle famiglie di portare loro dei viveri.
Oltre a queste profanazioni e privazioni, il Clero compiange la morte violenta, preceduta da indicibili replicate torture, di ben nove sacerdoti, mentre continuano a soffrire nelle dure prigioni altri diciannove: ogni giorno ci rattristano nuovi arresti. Nel momento in cui scrivo giunge notizia dell’arresto di altri tre sacerdoti e gran numero della popolazione, cattolici e musulmani: uno di quei tre (sacerdoti) ha celebrato le sue Primizie (la Prima Messa Solenne) l’8 corrente. Ciascuno di noi, del resto, attende, con serena rassegnazione la medesima sorte. Noi e il popolo cattolico non possiamo sperare di godere dei diritti dei cittadini, per la ragione che siamo riconosciuti come dipendenti dal Vaticano. Chiunque prenda la nostra difesa, dopo breve tempo, solo per questo fatto, è cacciato nelle prigioni. Chi è con la Santa Sede è senz’altro ritenuto reazionario e nemico dell’attuale governo comunista. Continuamente nei settimanali, nei discorsi pubblici, nelle riviste umoristiche, nelle trasmissioni radiofoniche, e con ogni altro mezzo, si fa giuoco e strazio della religione, della liturgia, del Vaticano e dell’Augusta Vostra Persona, coll’angoscia di tutti i cattolici e degli animi onesti delle altre credenze. Tutto saremmo disposti a sopportare, ma il dileggio del Vicario di Gesù Cristo ricolma l’animo nostro d’immensa desolazione ed acuisce esasperando le piaghe dello smisurato nostro dolore.
Non c’è nessuna libertà né di parola, né di pensiero, né di stampa. Questa è solo nelle mani del governo ateo e nessuno può confutare gli errori che esso propaga. Chi osasse contraddire scomparirebbe dal consorzio umano senza sapere che fine abbia fatto…
Santità, moltissime altre cose resterebbero da rilevare, ma mi devo limitare a quanto sopra, gettando in tutta fretta queste righe, per paura d’essere colto nell’atto dello scrivere. Di nuovo esprimo il mio dolore di amareggiare l’animo dolce di Vostra Santità con questo desolato esposto. Prostrato ai piedi di Vostra Santità, che bacio riverentemente, chiedo umilissimamente la sua Paterna Benedizione Apostolica per me, per il Clero di Tirana, dell’Archidiocesi, per il popolo e per tutti, auspice di miglior avvenire e soprattutto per sostenerci nella lotta presente senza abbattimento per la nostra fede e per l’inconcusso attaccamento alla Vostra Augusta Persona».
Per anni non si ebbero sue notizie finché una sorella, rimasta nel Kosovo, non venne a sapere che era ancora in vita tramite un vescovo, che l’aveva letto su un giornale. In effetti, di lì a poco la donna ricevette una lettera da don Shtjefën, imbucata a Burrel, dove le chiedeva vitamine e medicine.
Fu rilasciato nel 1963, due anni prima della fine della pena. Dopo un periodo di convalescenza a Gurëz, in casa di un altro fratello, ricominciò il ministero a Durazzo e poi a Tirana. La polizia di regime, però, continuava a tenerlo di mira.
Quando, nel 1967, per effetto della “rivoluzione culturale” albanese, le chiese furono chiuse al culto, don Shtjefën dovette trovare lavoro come operaio nella cooperativa di Gurëz. Nel frattempo, però, continuava il suo apostolato: nei giorni di vacanza, o comunque appena poteva, viaggiava per amministrare i sacramenti e confortare il popolo disorientato.
Un giorno, mentre si trovava a Lezhë per visitare dei fedeli, si trovò di fronte a un gruppo di militanti comunisti che erano sul punto di saccheggiare una chiesa. Intimò loro di fermarsi, ma non ottenne altra risposta che l’immediato arresto.
Fu allora accusato di aver ripreso le sue attività spionistiche e sovversive e, in aggiunta, di sabotaggio della produzione e incitamento al furto. La condanna ricevuta fu di sedici anni nel campo di lavoro di Lushnjë, nell’Albania centrale, ma anche lì continuò la sua assistenza religiosa.
Una donna, qualche tempo dopo, lo avvicinò per chiedergli di battezzare il suo bambino. Don Shtjefën acconsentì e le diede appuntamento nella cantina del campo, dove amministrò il sacramento.
Tuttavia, venne denunciato, messo sotto stretta sorveglianza e condotto nel dicembre 1971 a Gurot, città vicina a Gurëz, per un nuovo processo, che si svolse nella chiesa del luogo, riconvertita in tribunale. Alla presenza, tra gli altri, del fratello Mehill, fu chiesto al sacerdote di mettersi nel punto dov’era situato l’altare, come se dovesse celebrare la Messa. Rifiutatosi di prendere parte a quella parodia, rimase in silenzio.
Quando il giudice gli domandò se davvero avesse battezzato quel bambino, parlò: «Sono prete e il mio dovere è di celebrare i sacramenti per tutti coloro che lo domandano». Quelle parole furono sufficienti per condannarlo definitivamente a morte: venne fucilato a Gurëz il 20 ottobre 1971.
La sua memoria venne più volte infangata dalla stampa di regime: ancora nel 1981, a dieci anni dalla sua morte, veniva accusato di furto nella cooperativa dove lavorava. Tutto questo è accaduto probabilmente perché fu l’unico sacerdote albanese del quale, per lungo tempo, fu nota la vicenda e il martirio.
Compreso nell’elenco dei 38 martiri albanesi capeggiati da monsignor Vinçenc Prennushi, don Shtjefën Kurti è stato beatificato a Scutari il 5 novembre 2016.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2016-11-16

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