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Fra Matteo da Bascio Fondatore dei Cappucini

Testimoni

Pennabilli, Rimini, 1495 - Venezia, 6 agosto 1552


Di tutti i fondatori dei maggiori ordini religiosi è l’unico che non sia mai diventato santo. Matteo Serafini, nato attorno al 1495 nel villaggio romagnolo di Bascio e da tutti conosciuto come Matteo da Bascio, pur avendo dato vita all’Ordine dei frati Cappuccini – col quale volle ristabilire lo spirito originario del francescanesimo – fu un personaggio controverso e non sempre amato all’interno della Chiesa. E con Venezia ebbe un rapporto particolare tanto che, oltre a esservi sepolto, perfino le pietre ne serbano memoria.

Cappuccio lungo e appuntito
La sua osservazione della regola di assoluta povertà (unita alla vita eremitica e alla predicazione libera) ne fecero fin da subito un personaggio molto popolare: grazie all’intercessione della duchessa Caterina Cybo di Camerino, nipote di Gregorio VII, riuscì a ottenere l’approvazione dell’Ordine (il 3 luglio 1528, con la bolla “Religionis zelus”) e il privilegio di vestire un lungo saio ruvido come quello di Francesco d’Assisi, ma con un cappuccio più lungo e appuntito al quale i Cappuccini devono il loro nome.

L’Ordine spaccato
Erano anni difficili per l’Ordine francescano, già spaccato fra Conventuali e Spirituali, che in quel secolo si frastagliò in ulteriori diramazioni: Riformati, Scalzi, Recolletti.
Molti frati seguirono Matteo da Bascio, e nuovi religiosi ingrossarono ben presto le fila del nuovo Ordine: nel primo capitolo generale, celebrato nell’aprile del 1529 ad Albacina, presso Fabriano, fu eletto primo superiore generale per acclamazione ma ben presto si dimise per tornare alle sue predicazioni.

Lo scontro con l’Inquisizione
I Francescani tradizionalisti accusarono Matteo da Bascio di voler rievocare il terribile scontro nei secoli XII e XIII tra Conventuali e Spirituali: i primi (dal quale discende l’ordine che il frate riteneva “degenerato”) erano nati in contrapposizione ai secondi che avevano un’idea di povertà estrema.
La Chiesa perseguitò Matteo da Bascio che fuggì a Venezia. Ma anche qui il frate fu irriducibile: compì il miracolo del Ponte dell’Angelo (su cui inquisirà anche il Sant’Uffizio di Venezia), profezie, si diceva che aveva resuscitato operai caduti dalle impalcature. E’ pseudosantità per gli Inquisitori Veneziani: a complicare ulteriormente la situazione è una curiosa uscita del frate.

Il lume
Un giorno entrò a Palazzo Ducale con una lanterna, durante un processo. Il giudice gli chiese: “Padre, che fate con quel lume?”; e quello: “Cerco la giustizia che sempre manca in questi processi!”.
L’intemerata gli costò il bando per due anni a Chioggia; quando tornò, diede ancora in escandescenze per questioni di giustizia e fu solo per l’intercessione di Sebastiano Venier, del quale era amico, che non passò guai peggiori.

Matteo e la scimmietta
Il suo miracolo perfetto avvenne nel villaggio di Ca’ Soranzo, nel 1552, quando invitato da un membro della casata che aveva accumulato molte ricchezze a scapito di tanta povera gente, si trovò davanti a una scimmietta addomesticata che alla sua vista scappò terrorizzata.
Padre Matteo vide – per grazia divina – che sotto la pelliccia dell’animale si celava nientemeno che il demonio, e gli comandò di rivelarsi. «Io sono qui per appropriarmi dell’anima di quest’uomo – rispose la scimmia, che iniziò a parlare – che a causa della sua condotta mi appartiene».

Il foro del demonio
La scimmia precisò di non aver ancora proceduto perché l’uomo ricordava ogni sera di pregare prima di andare a dormire. Il cappuccino ingiunse al diavolo di lasciare immediatamente la casa, ma la scimmia spiegò come dall’alto gli fosse stato dato il permesso di non partire senza aver prima causato comunque qualche danno.
«Allora vuol dire che un danno farai – gli intimò padre Matteo –: farai un foro su questo muro, uscendo da qui, e il buco servirà a eterna testimonianza dell’accaduto». Ancora oggi sulla facciata di Ca’ Soranzo un grande angelo di pietra, che ha dato il nome a tutta la contrada (che è appunto quella “de l’Anzolo”), fa da guardia al foro dal quale uscì il demonio.

I presunti miracoli mai approvati
Matteo da Bascio morì il 6 agosto 1552 mentre riposava in un angolo del campanile della chiesa di San Moisè a Venezia, che gli era stato offerto dal parroco per trascorrervi la notte. Sepolto in una fossa comune fu riesumato il 3 ottobre e da allora il suo corpo riposa a San Francesco della Vigna.

L’opposizione del nunzio pontificio
Il 9 ottobre 1552 i francescani del luogo cominciarono un’inchiesta sui presunti miracoli avvenuti intorno al sepolcro. Ma l’opposizione del nunzio pontificio Ludovico Beccadelli e degli ambienti inquisitoriali romani, segretamente tenuti al corrente dall’informatore laico Girolamo Muzio, pregiudicò il successo dell’operazione della canonizzazione, e la riforma cappuccina rimase senza un santo fondatore.


Autore:
Gelsomino Del Guercio


Fonte:
Aleteia

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Aggiunto/modificato il 2018-09-12

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