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† Novara, Italia, 31 agosto 1455
Delle molte donne che tra Trecento e Quattrocento racchiusero la propria vita entro le mura dei monasteri femminili, soltanto alcune hanno lasciato un nome leggibile nei calendari. Tra queste è Caterina Francesca Cerona da Novara, detta anche Cerona o Chiarina, monaca clarissa morta nel 1455. Le notizie giunte fino a noi sono poche ma coerenti: fin dalla giovinezza amò il silenzio e il ritiro dal mondo, si legò con voto di assoluta verginità ed entrò tra le figlie di Santa Chiara, in un monastero delle clarisse del Piemonte. Vi trascorse l'esistenza nella preghiera e nel nascondimento, fino al 31 agosto, giorno in cui morì, in fama di santità. La fama che ne circondò il nome in città fu tale che i biografi non esitarono a definirla beata, e l'anniversario della morte divenne il giorno della sua memoria.
Etimologia: Caterina risale al greco Aikatheríne, accostato dalla tradizione cristiana a katharós, 'pura'; Francesca è il femminile di Francesco, dal germanico frank, 'libero'.
Emblema: Abito clarissano (tonaca marrone, cordone a nodi, velo nero), giglio bianco, crocifisso, breviario.
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Della nascita e dell'infanzia di Caterina Francesca non conosciamo quasi nulla che vada oltre il suo stesso nome. Il toponimo che l'accompagna nelle fonti, Novara, indica una città che nella seconda metà del Trecento viveva entro l'orbita viscontea e che avrebbe conosciuto, di lì a pochi decenni, il passaggio all'epoca sforzesca. Il casato Cerona, con cui è pure ricordata, rimanda a una famiglia di area novarese, ma nessun documento notarile o ecclesiastico finora emerso ne illumina la storia in relazione a lei. Incerta è perfino la data di nascita: il fatto che la morte sopravvenga nel 1455 consente soltanto di collocare l'inizio della sua vita, con ogni probabilità, negli ultimi decenni del XIV secolo. Ciò che la tradizione conserva con maggiore fermezza riguarda piuttosto la disposizione interiore: fin dalla giovinezza, si legge, amava il silenzio e il ritiro dal mondo. È una nota tipica dell'agiografia monastica, certo, ma è anche l'unica chiave autentica che possediamo per accedere alla sua vicenda: una ragazza che, in una città di torri, di fazioni e di traffici, si scoprì attratta da una vita misurata sulla preghiera.
Il voto e il saio di Chiara Prima di abbracciare la vita religiosa, Caterina Francesca fece voto di assoluta verginità: un impegno personale e totale, che anticipava e preparava la consacrazione successiva. Venne poi l'ingresso tra le figlie di Santa Chiara, in un monastero delle clarisse del Piemonte. Le fonti non precisano quale casa la accolse, ma proprio Novara e il suo territorio conoscevano da tempo antico una presenza clariana: a metà del Duecento è documentata una comunità di clarisse a San Pietro in Cavaglio, trasferita nel 1263 entro le mura cittadine, e la trama dei monasteri femminili novaresi rimase viva per tutto il Quattrocento, fino alle sistemazioni di fine Settecento nel monastero di Santa Chiara. Che vivesse in una di queste case o in un altro cenobio piemontese, la sua scelta la collocava entro una delle correnti più vitali della religiosità tardomedievale: quella delle donne che, sull'esempio di Chiara d'Assisi, abbracciavano povertà, clausura e vita comune, sotto la regola e l'obbedienza di una badessa.
Una vita nel nascondimento Degli anni di monastero nessuna cronaca registra episodi o detti. Il ritmo quotidiano di quella vita è però ben noto dalle regole e dalle consuetudini dell'Ordine: la liturgia delle ore cantata in coro, il lavoro manuale, il silenzio, i digiuni, l'alternarsi di preghiera e di opera entro la clausura. Per una clarissa del Quattrocento il chiostro non era soltanto un luogo di separazione, ma un orizzonte di senso: vi si viveva sine proprio, in una fraternità che voleva riprodurre il piccolo gregge di San Damiano. È dentro questa cornice che va immaginata l'esistenza di Caterina Francesca: una santità senza eventi straordinari, tessuta di fedeltà quotidiana, la forma di santità più frequente nei monasteri femminili e meno documentata dalla scrittura. L'assenza stessa di episodi eccezionali è, in qualche modo, un dato biografico: racconta una vita nascosta, coerente con l'ideale clariano delle pianticelle di San Francesco.
La morte in fama di santità e la memoria della città Conosciamo con certezza il giorno e l'anno della morte: il 31 agosto 1455. Morì, annotano le fonti, in fama di santità; e la nomea che aveva in città fu tale che i suoi biografi non esitarono a definirla beata. Il titolo, nel suo caso, non nasce da un processo canonico documentato, ma da una venerazione subito fiorita attorno alla sua memoria e dalla tradizione agiografica della famiglia francescana, che ne ha custodito il nome nei propri calendari. La festa fu fissata al giorno della morte, secondo l'antico costume cristiano di celebrare il dies natalis, la nascita al cielo: quel 31 agosto nel quale il suo ricordo viene ancora oggi richiamato.
Le clarisse nel Novarese: un orizzonte documentato Se della biografia interiore di Caterina Francesca poco ci è dato, il contesto che la accolse è invece ricostruibile con discreta precisione. La presenza delle clarisse nel Novarese è attestata dal 1252-1256, con la comunità di San Pietro in Cavaglio, cui il vescovo concesse nel 1256 la chiesa e che nel 1263 si trasferì in città; il complesso di San Nazzaro della Costa conserva ancora oggi memoria di quella stagione monastica, e alla fine del Settecento le religiose furono riunite presso il monastero di Santa Chiara. È dentro questa rete di case, di regole e di osservanze che va letta la vocazione della nostra beata: una rete che gli studi di storia francescana hanno mostrato fitta, vitale e profondamente intrecciata alla società cittadina.
Culto, fonti e questioni critiche La memoria di Caterina Francesca è trasmessa dal filone agiografico francescano, i cui menologi e martirologi hanno fissato nome, qualifica di clarissa e data eortologica del 31 agosto; da tale filone dipendono i repertori moderni, compresa la scheda di Santiebeati.it. Non si conoscono atti di un processo di beatificazione: il titolo di beata appartiene alla categoria delle figure venerate per tradizione immemorabile e per la testimonianza dei biografi, più che per un decreto. Le criticità non mancano: il monastero di professione resta ignoto, il casato Cerona è attestato dalla sola agiografia, e la scarsità dei dati impone prudenza rispetto ad altre Caterine della tradizione francescana piemontese, come Caterina da Racconigi o Caterina Morigi, con le quali tuttavia le fonti non la confondono mai.
Autore: Enrico Quiri
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