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Beato Mariano Suárez Fernández Seminarista e martire

7 ottobre

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San Andrés de Linares, Spagna, 8 ottobre 1910 – Oviedo, Spagna, 7 ottobre 1934

Mariano Suárez Fernández nacque a San Andrés de Linares, nella comunità autonoma delle Asturie, l’8 ottobre 1910. Col fratello Juan Ramón divenne, ancora piccolo, allievo del collegio dei Fratelli Maristi a Oviedo, ma quando ebbe quattordici anni entrò nel Seminario Minore della diocesi di Oviedo, a Valdedios. Suo fratello dovette rientrare in famiglia per ragioni di salute. Mariano, quindi, s’impegnò nelle materie di studio, cercando di perseverare a dispetto di ogni difficoltà. Il 6 ottobre 1934, durante la rivoluzione delle Asturie, la sede del Seminario Maggiore fu attaccata e i seminaristi dovettero fuggire. Mariano e otto compagni si rifugiarono prima in una stalla, poi nella cantina di un palazzo. Quando uno di loro uscì allo scoperto, venne sorpreso da un gruppo di uomini armati, che ordinarono agli altri di uscire. Vennero fuori in sette: poco dopo, vennero fucilati, ma uno solo scampò perché non aveva la tonsura, quindi non era stato riconosciuto come parte del clero. Mariano fu ucciso il giorno prima di compiere ventiquattro anni; frequentava il quarto anno di Teologia ed era da poco stato ordinato Lettore. Insieme ai suoi sei compagni e ad altri tre allievi dello stesso Seminario, uccisi negli anni della guerra civile spagnola, è stato beatificato il 9 marzo 2019 presso la cattedrale del Santo Salvatore a Oviedo, sotto il pontificato di papa Francesco. I resti mortali di quasi tutti e nove sono venerati nella Cappella Maggiore del Seminario di Oviedo, mentre la loro memoria liturgica cade il 6 novembre, giorno in cui tutte le diocesi spagnole ricordano i loro Martiri del XX secolo.



Mariano Suárez Fernández nacque a San Andrés de Linares, nel territorio parrocchiale di El Entrego, l’8 ottobre 1910, da Ángel Suárez, minatore, e Germana Fernández Cocañín García Ciaño. Fu battezzato nella chiesa di San Martino di Tours a Sotrondio, coi nomi di Mariano Sergio. Dopo di lui nacquero altri quattro figli. I genitori vivevano a El Entrego, ma avevano alcune piccole proprietà a Priandi, dove spesso portavano i bambini.
Mariano e Juan Ramón, il secondogenito, erano inseparabili: entrambi nutrivano un grande affetto verso la sorella minore Ángeles, che era zoppa. Il primo trascorreva molto tempo con lei, raccontandole storie, giocando, insegnandole il catechismo o anche accompagnandola a passeggio.
All’esterno Mariano poteva sembrare introverso e poco incline allo scherzo, ma in profondità era di spirito gioioso. Era anche pronto a compiere bene il proprio dovere, in ogni circostanza. Insieme al fratello, prestava servizio come chierichetto nella parrocchia di San Tommaso a Priandi, dove fu notato dal parroco, don Sabino.
Ancora piccoli, i due fratelli divennero allievi interni del collegio dei Fratelli Maristi a Oviedo, all’epoca denominato Accademia Poliglotta del Sacro Cuore. Don Avelino López, viceparroco di Nava, influì sulla vocazione di Mariano, insieme al già citato don Sabino. Quest’ultimo, quando i ragazzi tornavano a casa per le vacanze, non mancava di prospettare la possibilità di diventare sacerdoti diocesani. Sulle prime, Mariano non era molto convinto, ma alla fine accettò, insieme a suo fratello.
La prima impressione che ebbero, appena arrivati alla sede del Seminario Minore presso l’abbazia di Valdedios, fu pessima. Già il primo giorno pensarono di darsi alla fuga, a costo di percorrere venticinque chilometri a piedi. Il progetto sfumò non appena ascoltarono il discorso inaugurale, tenuto da don Amador Juesas Latorre, predicatore molto apprezzato nella diocesi di Oviedo: era centrato sul capitolo 9 del Vangelo di Luca e sulla necessità di non voltarsi indietro una volta messa mano all’aratro.
Entrambi, quindi, decisero di restare. Manifestarono lo stesso proposito nel 1931, quando il loro padre li avvisò che si stavano avvicinando tempi duri e che la Chiesa sarebbe stata molto perseguitata.
Juan Ramón, però, dopo qualche tempo ebbe problemi ai polmoni e dovette rientrare in famiglia. Mariano, invece, si dedicò pienamente ai suoi impegni di studio. Era particolarmente ferrato in Filosofia, ma cercava di superare i problemi che aveva in Latino, Greco e Matematica studiando accanitamente.
Quando tornava a casa per le vacanze, si teneva aggiornato sui problemi dei minatori e sulla situazione politica spagnola, di cui qualcosa filtrava, attraverso i discorsi dei superiori, tra le mura del Seminario. La sua passione politica trapelava specialmente nei discorsi con una zia, che si fecero sempre più frequenti con l’aggravarsi dei disordini nel Paese.
Nel giugno 1934 fu ordinato Lettore, poi partì per le vacanze in famiglia. Appena terminato quel periodo, dovette tornare alla sede del Seminario Maggiore, il convento di San Domenico a Oviedo. Per tranquillizzare la zia, l’assicurò che sarebbe andato a trovare la sua madrina e che avrebbe viaggiato in abiti secolari, tenendo la veste talare in valigia. Di fatto, fece quella visita, ma rientrò in Seminario per cominciare il quarto anno degli studi teologici.
Qualche tempo dopo, il 5 ottobre 1934, esplosero scontri a fuoco tra i minatori e la forza pubblica: era l’inizio della rivoluzione delle Asturie. All’interno del Seminario le lezioni proseguirono come al solito, ma gli echi dei tumulti erano percepiti anche lì.
All’alba del 6, dopo una notte di scontri, le armi sembrarono tacere. Dopo qualche ora, furono assaltati sia il convento di San Domenico, sia il Palazzo Vescovile di Oviedo. A quel punto, i seminaristi scapparono, disperdendosi in varie direzioni.
Mariano e altri sette compagni trovarono rifugio prima in una stalla, poi nella cantina di uno stabile sfitto. Con loro c’era un sacerdote domenicano, padre Esteban Sánchez. Trascorsero insonni la notte seguente, pregando e domandandosi quale sarebbe stata la loro sorte. Padre Sánchez li confortò, li benedisse e diede loro l’assoluzione.
Fecero anche un voto: sarebbero andati tutti al santuario della Madonna di Covadonga, se fossero usciti sani e salvi. Per ragioni di sicurezza, molti di essi, ma non tutti, avevano indossato abiti secolari. Quelli che però avevano già ricevuto gli Ordini Minori portavano un segno ancora più chiaro del loro stato: la tonsura.
L’indomani, il 7 ottobre, uno dei giovani, Gonzalo Zurro Fanjul, uscì per accertarsi che la situazione fosse tornata normale e, probabilmente, per cercare da mangiare per sé e per i compagni. Scavalcò un muro, attraversò una stradina e una terrazza, ma mentre stava controllando se proseguire fu sorpreso da alcuni uomini armati.
Poco dopo, ordinarono ai fuggiaschi di uscire: vennero fuori in sette, tranne il seminarista Juan Alonso Pérez, di I Teologia, e il religioso domenicano. Gli armati fecero loro attraversare alcune strade, tra gli insulti dei passanti.
Arrivati in quella che oggi è calle Padre Suárez, tra il civico 23 e il 25, vennero schierati contro un portone e fucilati. Uno solo dei sette, José González García, fu ferito gravemente, ma al momento di ricevere il colpo di grazia fu risparmiato: una donna accorse e disse di non sparargli in quanto non aveva la tonsura.
Mariano fu il terzo a morire: come gli aveva consigliato suo nonno durante una delle ultime conversazioni che aveva avuto in famiglia, era rimasto al suo posto, come un buon artigliere accanto al suo cannone. Il giorno dopo avrebbe compiuto ventiquattro anni.
I suoi resti mortali furono inizialmente sepolti in una fossa comune, poi ebbero più degna sepoltura Dal 19 marzo 2013 riposano nella Cappella Maggiore dell’attuale sede del Seminario di Oviedo, insieme a quelli dei suoi compagni.
La loro fama di santità, a parte un periodo di oblio, è perdurata negli anni. Fu quindi possibile cercare di avviare la loro causa di beatificazione e canonizzazione, per l’accertamento del martirio in odio alla fede.
Ai sei giovani assassinati nel 1934 furono aggiunti altri tre allievi del Seminario di Oviedo, uccisi in varie circostanze negli anni della guerra civile: Luis Prado Garcia, alunno del secondo anno di Filosofia, il 4 settembre 1936; Sixto Alonso Hevia, di III Filosofia, il 27 maggio 1937; Manuel Olay Colunga, suddiacono, il 22 settembre 1937. Anche i loro resti sono stati traslati nella Cappella Maggiore del Seminario nel 2013, tranne quelli di Manuel, che non sono mai stati trovati.
Il nulla osta per l’avvio della causa, che venne quindi denominata “Ángel Cuartas Cristóbal e otto compagni”, rimonta al 12 maggio 1993. Il processo diocesano, svolto a Oviedo e concluso il 29 novembre 1997, è stato convalidato il 24 febbraio 2012.
Nel 2014 fratel Rodolfo Cosimo Meoli, Postulatore Generale dei Fratelli delle Scuole Cristiane, fu incaricato di seguire la fase romana della causa. È stato quindi possibile completare la “Positio super martyrio”, consegnata nel 2016. Il 21 giugno 2018 si è invece svolto il Congresso dei Teologi della Congregazione delle Cause dei Santi, i cui membri si sono espressi all’unanimità a favore dell’effettivo martirio dei nove seminaristi.
Il 7 novembre 2018, ricevendo in udienza il cardinal Giovanni Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui Mariano Suárez Fernández e compagni venivano dichiarati martiri.
La loro beatificazione si è svolta il 9 marzo 2019 nella cattedrale del Santo Salvatore a Oviedo, col rito presieduto dal cardinal Becciu come inviato del Santo Padre. La loro memoria liturgica è stata fissata al 6 novembre, giorno in cui tutte le diocesi spagnole ricordano i loro Martiri del XX secolo.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2019-03-08

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