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Serva di Dio Catina Gubert Martire

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Fiera di Primiero, Trento, 8 dicembre 1921 - Buyengero, Burundi, 30 settembre 1995

Caterina Gubert, detta Catina, Cattina o Katina, nacque a Fiera di Primiero, in provincia e diocesi di Trento, l’8 dicembre 1921. In gioventù fu socia di Azione Cattolica, mettendo a servizio dell’apostolato il suo carattere entusiasta e ardente. Nel 1975 lasciò il lavoro per partire alla volta del Burundi: la missione “ad gentes” l’aveva sempre affascinata e per essa aveva anche raccolto fondi, ma voleva impegnarsi personalmente. Insieme ad altri membri di LVIA (Associazione Internazionale Volontari Laici), un’associazione missionaria di Cuneo, seguì la nascita di una comunità di lavoro, sostenendo i lavoratori contro i soprusi dei loro capi. Nel 1979 dovette rientrare in famiglia a causa delle prime espulsioni dei missionari, ma ripartì nel 1984, alla volta della Tanzania. Nell’aprile 1994, ormai settantatreenne, partì per quello che credeva fosse il suo ultimo viaggio. A causa della guerra civile, la sua permanenza in Burundi, che avrebbe dovuto essere momentanea, divenne definitiva. Catina, di comune accordo con i padri Saveriani della missione di Buyengero, Ottorino Maule e Aldo Marchiol, continuò a difendere il popolo burundese. La sera del 30 settembre 1995 fu assassinata insieme ai due Saveriani, a colpi d’arma da fuoco. I loro corpi furono sepolti davanti alla chiesa di Buyengero. L’inchiesta diocesana della loro causa di beatificazione e canonizzazione (che comprende anche l’abbé Michel Kayoya e quaranta allievi del Seminario di Buta), per l’accertamento del loro effettivo martirio in odio alla fede, è iniziata nella diocesi di Bururi il 21 giugno 2019, mentre il 25 ottobre dello stesso anno fu istituito il processo rogatoriale a Parma.



Caterina Gubert, detta Catina, Cattina o Katina, nacque a Fiera di Primiero, in provincia e diocesi di Trento, l’8 dicembre 1921. Lavorò a lungo nel negozio di alimentari della sua famiglia.
Fu socia di Azione Cattolica, continuando l’apostolato durante gli anni del fascismo e della seconda guerra mondiale, ma anche nell’immediato dopoguerra. Il suo carattere era entusiasta e ardente: non teneva per sé quanto sentiva in cuore, ma lo esprimeva spontaneamente.
Oltre all’attività in quell’associazione e in parrocchia, aderì al GLAM (Gruppo Laici per l’America Latina); in particolare, s’interessava della raccolta fondi per i missionari del Brasile e della Bolivia.
Nel 1975, però, non si limitò più a quello: lasciò il lavoro e decise di partire per il Burundi, precisamente per Rumeza, legandosi all’Associazione LVIA (Associazione Internazionale Volontari Laici) di Cuneo. Insieme ad altri tre volontari, fondò una comunità di lavoro.
Eugenio, uno di loro, ricordò successivamente che Catina tendeva spesso ad arrossire, ma per due ragioni: la più importante, quando cercava di trattenere la rabbia di fronte ai soprusi di coloro che intendevano approfittare dei lavoratori. La seconda, quando i colleghi uomini parlavano di donne dopo cena e la prendevano scherzosamente in giro.
Catina passava ore, anche fino a tarda notte, per seguire la gestione amministrativa della comunità. Priva di computer, calcolava tutto a mano, a costo di ripetere se i conti non tornavano. Se anche non arrivava nulla dai finanziatori, pur di non fermare l’attività attingeva al proprio denaro. Infine, se era il caso di risollevare gli animi dei compagni, insieme a Erminia, un’altra volontaria, cucinava i canederli in brodo, per ricordare i sapori di casa dopo giorni passati a nutrirsi di riso e fagioli.
Rimase in Burundi fino al 1979, quando si verificarono le prime espulsioni dei missionari; a quel punto, rientrò in famiglia. L’Africa e i suoi popoli, però, le erano rimasti nel cuore. Nel 1984, perciò, accettò di ripartire, in quel caso per la Tanzania, per curare la contabilità delle costruzioni dei volontari trentini della LVIA.
Sin dal suo primo viaggio, Catina aveva stabilito uno stretto legame con i Missionari Saveriani in Burundi. Per questa ragione, nell’aprile 1994, scrisse a padre Modesto Todeschi, all’epoca nella missione di Buyengero, per riferirgli che sarebbe passata di lì prima di consegnare del materiale ospedaliero in Tanzania. Ormai aveva settantatré anni ed era convinta che quello sarebbe stato il suo ultimo viaggio.
Incontrò parecchie difficoltà per entrare in Burundi, perché, dopo l’uccisione del nuovo presidente, era scoppiata una nuova guerra civile. Comprendendo la gravità della situazione, scelse di far scadere il suo biglietto di ritorno.
L’impegno di Catina fu mirato soprattutto alla promozione umana e al sostegno alle donne. Per i poveri e i malati cercava di essere sempre disponibile, come dimostra il caso di Nkeshimana (che significa «Lo debbo a Dio»), un bambino malato di epilessia, che aveva riportato una forte ustione dopo essere caduto su un fuoco acceso. La volontaria lo portò via dalla sua casa per curarlo in quella dei Saveriani, con tutti i medicinali possibili, incluse delle foglie di cavolo. Grazie alle sue cure, il piccolo guarì dall’ustione.
La situazione, però, si era fatta sempre più grave. Nella missione di Buyengero, padre Modesto e il confratello padre Ottorino Maule discutevano su come ripensare la loro presenza. Catina, dal canto suo, affermava che le sembrava un peccato assistere alle terribili conseguenze della guerra, oppure domandava: «Ma perché il Signore non interviene? perché non impedisce?». I Saveriani cercavano di darle qualche risposta, ma a lei non sembravano sufficienti.
Nel gennaio 1995 padre Modesto si trasferì a Bujumbura. Per sostituirlo fu inviato a Buyengero padre Aldo Marchiol, sessantacinquenne. Catina affiancava lui e padre Ottorino, ma non mancava, dato il suo carattere energico, di fare le sue rimostranze.
Ne è prova quanto padre Ottorino scrive nella sua lettera del 3 settembre 1995: «Catina dice che non finisco mai niente, che dovrei fare una cosa alla volta: ma come si fa? Bisogna pure seguire i ritmi della nostra gente e fare quando è possibile».
In ogni caso, lui ammirava l’energia con cui la volontaria difendeva gli interessi del popolo burundese: in un’altra lettera la definì «una leonessa». L’attaccamento che lei aveva verso quella gente era tale che più volte, ai suoi parenti e agli amici, ripeté: «Se muoio, lasciatemi laggiù».
Anche ai Saveriani aveva spesso dichiarato lo stesso: «Se mi toccasse di restare vittima di questa guerra civile, a me piacerebbe restare qui. Basta una stuoia, come la povera gente. Costa molto, molto meno che il funerale in Italia!».
Il 21 agosto 1995, intanto, i Saveriani si erano riuniti in assemblea generale, il cui oggetto era «Perché restare?». Padre Ottorino, nel suo intervento, aveva commentato: «È sbagliato mettere il punto interrogativo. Non dobbiamo mettere in discussione se restare, ma solo il modo di restare». A un amico, successivamente, aveva confidato: «È vero. Una sana igiene mentale consiglierebbe ogni tanto di staccare la spina, di uscire dal Paese e, per un po' di tempo, di pensare ad altro. Ma come si fa? Loro non possono permetterselo, perché dovremmo permettercelo noi?».
Poco più di un mese dopo, il 30 settembre 1995, alle 18.45, le suore che abitavano vicino alla parrocchia di Buyengero sentirono degli spari, ma non diedero troppa attenzione a quel fatto. L’indomani attesero che i padri venissero da loro per la Messa domenicale, ma non li videro.
Andarono quindi alla loro casa, ma, entrate nel salone, trovarono i loro cadaveri. Padre Aldo e padre Ottorino erano stati uccisi con un colpo d’arma da fuoco alla nuca. Catina, oltre che alla testa, aveva un colpo al petto. Dalla posizione dei corpi si capì che erano stati fatti inginocchiare. Nella casa non era stato rubato nulla.
Padre Modesto pensò subito che si trattasse di un attentato diretto solo contro padre Ottorino e che gli altri due fossero stati uccisi per non lasciare testimoni. Lo stesso sacerdote ricostruì l’accaduto: Catina era in cucina per riscaldare la cena, dato che il cuoco della missione era andato a casa propria. Avrebbe potuto nascondersi, invece volle seguire i missionari fino all’ultimo. I loro corpi furono sepolti vicino alla missione di Buyengero.
La fama di santità e di martirio di Catina e dei due Saveriani perdurò anche dopo la loro uccisione, sia in Burundi, sia nelle loro terre d’origine. A lei furono dedicati un centro sanitario a Mudende in Ruanda e il salone dell’oratorio di Pieve Fiera di Primiero.
I tre missionari di Buyengero sono stati inseriti nella causa di beatificazione e canonizzazione che comprende anche l’abbé Michel Kayoya, sacerdote diocesano, poeta e intellettuale, e quaranta allievi del Seminario di Buta. Il nulla osta per l’avvio della causa è stato emesso il 28 marzo 2019. L’inchiesta diocesana, per l’accertamento del loro martirio in odio alla fede, è stata invece aperta il 21 giugno 2019, nella diocesi di Bururi.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2020-12-29

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