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Servo di Dio Michel Kayoya Sacerdote e martire

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Kayokwe, Burundi, 8 dicembre 1934 Gitega, Burundi, 15 maggio 1972

Michel Kayoya nacque a Kibumbu, in Burundi, l‘8 dicembre 1934. Iniziò la formazione per il sacerdozio nei Seminari della diocesi di Gitega, ma nel 1958 partì per il Belgio, per lo scolasticato dei Padri Bianchi. Rientrò in Burundi nel 1962, perché sentiva che, seguendo quella via di consacrazione, non avrebbe potuto aiutare la sua gente. Fu ordinato sacerdote per la diocesi di Gitega l’8 luglio 1963. Ebbe vari incarichi, nei quali tentò di risollevare la condizione socio-economica del suo Paese. Iniziò anche a seguire alcune ragazze, nel tentativo di fondare una congregazione religiosa. Nelle sue opere letterarie in poesia incoraggiò le giovani generazioni a non perdere le radici della propria cultura, mentre il Paese affrontava una guerra civile tra l’etnia tutsi e quella hutu. Poiché per lui le differenze etniche costituivano una ricchezza, non una minaccia, cominciò a essere visto con sospetto. La notte del 13 maggio 1972 fu arrestato nel vescovado di Gitega, dove si era rifugiato. Venne fucilato quattro giorni dopo, insieme a una cinquantina di sacerdoti e laici. Il suo corpo fu gettato in una fossa comune. A lui è intestata la causa di beatificazione e canonizzazione, la prima nella storia del Burundi, che comprende anche i padri Saveriani Ottorino Maule e Aldo Marchiol, la volontaria laica Catina Gubert e quaranta allievi del Seminario di Buta.



Michel Kayoya nacque a Kibumbu, in Burundi, l‘8 dicembre 1934. Frequentò la scuola elementare a Kibumbu dal 1943 al 1948. Studiò poi presso il Seminario Minore di Mugera dal 1948 al 1955, passando, per gli studi di Filosofia, al Seminario Maggiore di Burasira. Lo frequentò fino al 1958, quando, sentendosi orientato al sacerdozio tra i Missionari d’Africa, ovvero i Padri Bianchi, venne ammesso nel loro scolasticato (casa di formazione) in Belgio. Nel 1962, però, decise di tornare in Burundi: si era reso conto che rischiava di perdere il contatto con la sua gente.
Completò il ciclo di Teologia, poi fu ordinato sacerdote per la diocesi di Gitega l’8 luglio 1963 a Kibumbu, nella sua parrocchia d’origine. I suoi primi incarichi furono quello di vicario parrocchiale e quello di cappellano della École Moyenne Pédagogique a Rusengo, nell’est del Burundi. Nel 1963, per promuovere l’elevazione culturale dei burundesi, fondò il Centro Culturale di Buyogoma, che però non sopravvisse quando lui lasciò quella parrocchia.
L’anno successivo, infatti, partì per Lilla, in Francia, per seguire l’Istituto Missionario per l’Azione Sociale e Cattolica (EMACAS). Nel 1965 tornò in patria, come incaricato dei Movimenti di Azione Cattolica e responsabile delle cooperative.
Nello stesso anno cominciò a dirigere spiritualmente un gruppo di ragazze burundesi che, presso la parrocchia di Kanyinya, badavano ad alcune orfane; in più, coltivavano la terra e davano una parte del loro raccolto alle famiglie povere.
L’abbé Michel diede loro la Regola benedettina e seguì direttamente la loro formazione. Pur apprezzando l’operato delle religiose arrivate dall’Europa, riteneva che non avrebbero mai potuto farsi burundesi con le ragazze burundesi. Le sue figlie spirituali, invece, condividevano totalmente la vita del loro popolo nell’abitazione, nell’abbigliamento – ancora oggi camminano senza scarpe – e nella fraternità quotidiana.
Nel 1967 fu nominato rettore del Seminario Minore di Mugera, dove prestò servizio fino al luglio 1970. Allo stesso tempo ebbe l’incarico di tesoriere diocesano, per seguire la situazione finanziaria della diocesi di Muyinga, di recente fondazione, nella quale fu incardinato.
Il suo scopo era rendere le parrocchie e la stessa diocesi autonome sul piano finanziario. Per riuscirci, ideò un sistema che si focalizzava sullo sfruttamento dei beni parrocchiali per sostentare la diocesi stessa. Quel sistema fu molto apprezzato e adottato come standard per l’organizzazione di altre diocesi.
Si adattò bene a quel compito, ma allo stesso tempo divenne oggetto di gelosie. I suoi problemi erano peggiorati dal disaccordo che ebbe col vescovo di Muyinga, monsignor Nestor Bihonda. Per favorire l’unità tra lui e i suoi preti, ideò anche un’organizzazione di supporto e pianificazione, oggi nota come l’Unione del Clero Incardinato. Alla fine, però, tornò nella sua diocesi d’origine.
Era dotato di una personalità affascinante e vivace, grazie alla quale cercava le soluzioni per i seri problemi che affliggevano la sua terra, basandole sulla dottrina della Chiesa. Quanti lo conobbero hanno ricordato che possedeva una profonda bontà, che si accompagnava a un senso critico incisivo che dirigeva anzitutto su sé stesso, poi verso gli altri. Predicava l’amore, ma non lo separava mai dalla giustizia.
Espresse il suo pensiero sulla situazione politica e socio-economica del suo Paese in due opere in poesia, scritte in francese e tradotte anche in italiano: «Tra due mondi», edito nel 1970, e «Sulle tracce di mio padre», del 1971. In entrambi fece appello alla generazione più giovane, nella quale si annoverava, perché tornasse alle radici della propria cultura, pur accogliendo le innovazioni della civiltà occidentale.
In quegli anni, infatti, il Burundi stava affrontando una guerra civile. Diventato Stato indipendente il 1° luglio 1962, vide cinque governi succedersi rapidamente. Nell’ottobre 1965, un tentativo di colpo di Stato fu seguito da un’epurazione dei membri dell’etnia hutu in servizio nell’Esercito e nell’amministrazione statale.
Nel luglio 1966 il capitano Michel Micombero creò un governo di salute pubblica, ma di fatto, per i dieci anni successivi, estinse con crudeltà tutti i complotti, veri o presunti, contro di lui, solitamente attribuiti agli hutu.
Il 29 aprile 1972 scoppiò la rivolta, contrastata con misure repressive. L’8 maggio, il governo annunciò alla radio che la ribellione era sotto controllo. In realtà, per vari mesi, continuò la caccia agli hutu e ai tutsi accusati di simpatizzare con loro.
L’abbé Michel, invece, riteneva che la diversità etnica non fosse un problema, ma una ricchezza. Per questa ragione, pensò di scrivere un terzo volume, questa volta in lingua kirundi, proprio per parlare a tutti, non solo alle classi più elevate. Nell’aprile 1972, però, fu obbligato a lasciare Kanyinya a causa dell’opposizione delle autorità diocesane; dovette quindi anche interrompere la formazione delle sue figlie spirituali.
La notte del 13 maggio 1972 fu arrestato all’interno del vescovado di Gitega, dove si era rifugiato. Appena arrivato in carcere, invitò gli altri detenuti, sacerdoti e laici, a cantare con lui. Nel giro di poco, tutti, cattolici e protestanti, si ritrovarono a cantare. Li esortava ripetendo continuamente: «Stiamo andando alla casa del nostro Padre».
Il 17 maggio 1972 fu condotto presso il ponte sul fiume Ruvubu, ai piedi della collina di Mugera. In quel punto, alcuni bulldozer avevano scavato otto fosse, destinate a contenere settemila persone. Prima di essere fucilato, l’abbé Michel diede la propria stola a un soldato, dicendogli: «Consegna questa al Vescovo perché è sacra».
Quindi intonò il Magnificat e pronunciò parole di perdono rivolte a quanti stavano per ucciderlo, poi diede l’assoluzione agli altri condannati. I soldati gli spararono piangendo. Il suo corpo e quelli degli altri – alcuni di essi erano ancora vivi – furono gettati nelle fosse comuni.
La sua eredità e la sua fama di santità e di martirio vennero immediatamente colte dal popolo burundese e mai dimenticate. Le sue figlie spirituali vennero poi radunate in una congregazione religiosa: come alle origini, uniscono alla preghiera il lavoro nei campi e condividono con i poveri il frutto del loro lavoro.
Il 28 marzo 2019 la Santa Sede concesse il nulla osta per l’avvio della causa di beatificazione e canonizzazione intestata a Michel Kayoya e quarantatré compagni, morti in Burundi tra il 1972 e il 1997. È la prima causa mai aperta nella storia del Burundi.
Gli altri candidati agli altari sono i padri Saveriani Ottorino Maule e Aldo Marchiol e la volontaria laica Catina Gubert, assassinati il 30 dicembre 1995 a Buyengero, e quaranta allievi del Seminario di Buta, uccisi il 30 aprile 1997. Sono tutti considerati “martiri della fraternità”, perché non hanno voluto lasciare il Burundi, sentendosi fratelli gli uni degli altri.
L’inchiesta diocesana per l’accertamento del loro martirio in odio alla fede è stata invece aperta il 21 giugno 2019, nella diocesi di Bururi.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2020-12-29

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