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Beata Elisabetta (Róża) Czacka Fondatrice

15 maggio

Bila Tserkva, Ucraina, 22 ottobre 1876 - Laski, Polonia, 15 maggio 1961

Róża Maria Czacka nacque a Bila Tserkva (oggi Ucraina) il 22 ottobre 1876. Fin da piccola ebbe problemi alla vista. Rimasta completamente cieca a ventidue anni, fu invitata dall’ultimo medico a cui si era rivolta a dedicarsi alla causa dei non vedenti. Nel 1909 aprì dei laboratori di artigianato e un istituto di educazione per i non vedenti a Varsavia. A causa della prima guerra mondiale, non poté rientrare a Varsavia fino al 1918, ma nello stesso periodo entrò nel Terz’Ordine Francescano, assumendo il nome di suor Elisabetta. Tornata a Varsavia, fondò le Suore Francescane Ancelle della Croce, con lo scopo di dedicarsi all’assistenza dei non vedenti e all’apostolato tra i cosiddetti “ciechi dell’anima”. Eletta superiora generale, trasferì il centro per i non vedenti a Laski, presso Varsavia. Inoltre, fondò per loro scuole e laboratori speciali, adattò l’alfabeto Braille alla lingua polacca, perfezionò il metodo delle forme abbreviate nella scrittura dei ciechi, riorganizzò le case religiose della Congregazione e ne elaborò le prime Costituzioni. Nel 1950, a causa della malattia sempre più invadente, rinunciò all’ufficio di superiora generale. Morì il 15 maggio 1961 a Laski. Fu beatificata il 12 settembre 2021 a Varsavia, sotto il pontificato di papa Francesco. Nella stessa celebrazione venne elevato agli onori degli altari il cardinal Stefan Wyszyński, che aveva conosciuto personalmente madre Elisabetta e la sua opera. I resti mortali della fondatrice delle Suore Francescane Ancelle della Croce sono venerati dal 2020 nella cappella di Santa Maria degli Angeli a Laski, annessa alla Scuola e Centro Educativo per Bambini Ciechi da lei fondata, mentre la sua memoria liturgica cade il 19 maggio, giorno anniversario dei suoi funerali.



I primi anni
Róża Maria Czacka nacque a Bila Tserkva, oggi in territorio ucraino, il 22 ottobre 1876. Era la più giovane dei quattro figli rimasti in vita di Feliks Czacki e Zofią Ledóchowska, conti di antica nobiltà e proprietari terrieri.
A sei anni si trasferì con i genitori a Varsavia: soffrì molto per il distacco dai grandi spazi delle pianure ucraine, ma in quel modo poteva beneficiare di un’istruzione degna del suo ceto sociale.
Ebbe quindi insegnanti privati, grazie ai quali apprese conoscenze che andavano al di là di quelle tipiche delle sue coetanee: parlava correntemente quattro lingue straniere, conosceva il latino medievale e classico e, mediante suo padre, ricevette lezioni di economia. Prese anche lezioni di pianoforte, canto, danza ed equitazione.
La madre era molto severa e tendeva a non mostrare affetto verso i figli; in compenso, d’accordo col marito, insegnava loro virtù come la modestia e il rispetto nei confronti di quanti fossero di livello sociale più basso.
La nonna paterna, la contessa Pelagia, si occupò invece della sua educazione religiosa. Sotto il suo sguardo vigile, Róża imparò molte preghiere a memoria. A sei anni, sapeva già leggere in traduzione francese «L’Imitazione di Cristo», libro che le rimase caro anche in seguito.

L’inizio dei problemi alla vista
Alla stessa età, però, cominciò ad avere problemi di vista. Inizialmente, né lei, né i genitori diedero peso alla cosa, dato che la miopia era ereditaria in entrambi i rami della famiglia: cercavano piuttosto di non pensare al fatto che, invece, la sua vista peggiorava col passare del tempo.
Solo la nonna materna, Rozalia Ledóchowska nata Zakrzewska, prestò attenzione a quei disturbi: insegnò alla nipote a mettere gli oggetti in una disposizione che le avrebbe permesso di trovarli anche al buio. Anche lei contribuì al suo progresso spirituale.
Durante l’adolescenza, Róża soggiornò presso la clinica oftalmologica di Poznań, dove, dopo una serie di visite, le fu riferito che la sua vista non correva problemi. I genitori ne furono sollevati: in quel modo, potevano prepararla ancora meglio al debutto in società.
Cominciò allora a partecipare a feste e a balli: era ammirata per le sue abilità, ma anche perché, al momento opportuno, si ritraeva da conversazioni futili. Nei giorni feriali, invece, seguiva la madre, che per qualche tempo fu presidente delle Dame di San Vincenzo de’ Paoli a Varsavia, nelle visite a famiglie povere.

La perdita della vista
Róża trascorreva le vacanze nelle tenute di famiglia in Volinia, passando ore a cavalcare. Tuttavia, i fratelli si accorsero che lei non guidava molto bene il cavallo, specie quando doveva misurare la distanza dagli ostacoli. Anche loro trascurarono quegli indizi, forse per non distrarla dalla sua passione.
Fu proprio una caduta da cavallo che, nel 1898, peggiorò le sue condizioni, causando un distacco della retina. I genitori, non potendo più nascondere il fatto, impiegarono tutte le risorse possibili per cercare una cura.

Conquistata alla causa dei ciechi
Tra i medici che furono consultati ci fu anche l’oftalmologo di Varsavia Bolesław Ryszard Gepner. La sua diagnosi non offrì alcuna speranza: Róża non avrebbe più riacquistato la vista. Le diede però un consiglio: invece di farsi trasportare da uno specialista all’altro, avrebbe dovuto prendersi cura dei ciechi. In effetti, la situazione per loro in Polonia era realmente trascurata, a cominciare dal fatto che non esisteva la trasposizione dell’alfabeto Braille secondo la lingua polacca.
Per mezzo della sua fede, che non era vacillata neanche a sentire quella notizia, la giovane contessa non si sentì smarrita. Iniziò quindi a imparare lei stessa il Braille e a rendersi gradualmente indipendente.
Dal 1908 in poi, cominciò a visitare le persone cieche nelle loro case o negli ospedali, insegnando loro il Braille e alcuni semplici lavori di artigianato. Contattava personalmente medici in grado di curarli e organizzava, sostenuta dalla madre, il cui approccio verso di lei era diventato più tenero, raccolte di fondi presso la chiesa di Santa Croce a Varsavia.

Dalla beneficenza alle azioni concrete
Col tempo, la giovane contessa si rese conto di non doversi fermare a sporadici atti di beneficenza. Intraprese quindi viaggi all’estero, precisamente in Francia, Belgio, Svizzera e Germania. Tramite riviste e libri specializzati, conobbe i metodi in uso in Inghilterra e negli Stati Uniti per l’insegnamento e la formazione professionale dei non vedenti.
In Francia, venne a conoscenza delle idee di Maurice de la Sizeranne, fondatore dell’Association Valentin-Haüy e a sua volta non vedente, che aveva avviato una serie d’iniziative per fare in modo che i giovani ciechi, una volta usciti dalle scuole che avevano cominciato a esistere, non fossero sprovvisti delle informazioni necessarie per affrontare il mondo del lavoro.
Nel 1909, pertanto, aprì a Varsavia un laboratorio e una casa per donne anziane cieche, preceduta da un rifugio per ragazze, le cui ospiti avrebbero imparato a intrecciare la paglia per farne canestri e sedie, ma anche a lavorare a maglia. Fondò anche un laboratorio per uomini ciechi provenienti dalla città. Di pari passo, cercava d’influenzare l’opinione pubblica, a partire dall’alta società, per far capire che una persona cieca poteva essere ancora utile e attiva.

La Società per la Cura dei Ciechi
Alle lezioni che impartiva alle ragazze, col tempo, si associarono anche ragazzi e uomini ciechi. Il piccolo centro era quindi destinato a espandersi, ma serviva il permesso dalle autorità zariste, all’epoca al potere in Polonia. Arrivò nel 1911, insieme alla nuova denominazione di Società per la Cura dei Ciechi.
Nei tre anni seguenti, la Società arrivò a comprendere un rifugio per bambini ciechi, una scuola elementare e laboratori per la lavorazione di canestri. Nel 1912, Róża impiantò il cosiddetto “patronage”, ossia la cura stabile dei non vedenti che vivevano in città. L’anno seguente, dopo aver ottenuto che s’iniziasse a trascrivere il Braille polacco, aprì la prima biblioteca per non vedenti in Polonia.

Le sue intuizioni sul piano spirituale
Per suo espresso volere, la Società non aveva riferimenti religiosi. Riteneva infatti che le azioni dovessero parlare, più delle etichette attribuite ad associazioni che, spesso, di cattolico o cristiano non avevano che il nome.
Questo non comportava, però, che avesse smarrito un orizzonte di fede: «Quando ho perso la vista, non ho avuto rimpianti. La consideravo la volontà di Dio, anche allora c'era molta sofferenza nella vita di tutti i giorni», dichiarò.
Per esperienza personale, era convinta che la fede fosse un aiuto per sopportare la disabilità e che, quindi, una persona cieca «può realizzare in se stessa la pienezza della più alta vita umana: la vita spirituale».
Per essere sostenuta in quelle intuizioni, Róża cercò di avviare una collaborazione con le Suore dei Ciechi di San Paolo di Parigi. Tuttavia, dopo i contatti diretti, notò che la congregazione non corrispondeva alle esigenze polacche. Col tempo, dunque, maturò l’idea di dover dare vita a una nuova comunità religiosa, adatta a quel tipo di servizio.

Al tempo della prima guerra mondiale
Lo scoppio della prima guerra mondiale frenò le attività della Società, a causa della scarsità di cibo e dei materiali necessari per il lavoro.
Per sfuggire alle ostilità, Róża e suo fratello Stanisław partirono per i loro possedimenti in Volinia, immaginando di rimanerci per tre settimane. La permanenza, invece, fu molto più lunga, perché la linea del fronte impediva il ritorno a Varsavia. Si stabilirono quindi a Żytomierz, dove molti abitanti dei territori della Polonia orientale avevano trovato riparo.

Da contessa a Terziaria francescana
Col passare del tempo, la contessa si spogliò gradualmente delle proprie abitudini e dei propri mezzi. Assunse uno stile di vita sobrio e povero, più corrispondente alle condizioni del tempo. Non dimenticò di prendersi cura dei poveri, particolarmente dei ciechi.
Era ospitata in una casa di suore Terziarie di San Francesco, private dell’abito a causa delle disposizioni del governo zarista. Intanto, però, continuava a pensare a sviluppare una congregazione autonoma, il cui indirizzo specifico fosse il servizio ai ciechi.
Aiutata dal suo confessore, don Władysław Krawiecki, professore nel Seminario di Żytomierz, compì il noviziato nel Terz’Ordine Francescano. Il 15 agosto 1917 professò i voti, cambiando nome in suor Elisabetta; aveva quarantuno anni. Quando la proibizione sull’abbigliamento religioso fu revocata, indossò l’abito francescano, col quale tornò a Varsavia nella primavera del 1918, prima della fine della guerra e a tre anni dalla sua fuga.

Le Suore Francescane Ancelle della Croce
Suor Elisabetta cercò subito l’appoggio della sua Chiesa locale, ricorrendo al cardinale arcivescovo Alexander Kakowski per poter ricevere le prime postulanti. Ottenne il suo benestare nel novembre 1918, dopodiché cominciò a fare vita comune con dodici compagne.
Alcuni funzionari della Curia arcivescovile si mostrarono scettici sulla riuscita: non era mai successo che una persona disabile, per di più non vedente, avviasse una congregazione religiosa. Suor Elisabetta, dal canto suo, era solidamente affidata alla Provvidenza.
Insieme a don Krawiecki, cominciò a porre le basi della nuova congregazione. Oltre all’indirizzo specifico, sentiva di doversi ispirare all’esperienza di san Francesco d’Assisi: la sua vita semplice e il suo amore per la sofferenza cristianamente intesa le sembravano un’alternativa allo stile di vita del suo tempo.
Don Krawiecki, però, morì nel luglio 1910, per un tumore al cervello. Suor Elisabetta, anche se con dolore, accettò quella perdita, ma fu subito sostenuta da due persone: il Nunzio Apostolico in Polonia, Achille Ratti, futuro papa Pio XI, e il suo nuovo direttore spirituale, don Władysław Korniłowicz.

Superiora in puro stile francescano
Il 2 ottobre 1922, quattro anni dopo l’accoglienza delle postulanti, il cardinal Kakowski approvò le prime Costituzioni delle Suore Francescane Ancelle della Croce. Nel primo Capitolo generale, che ebbe luogo il 15 febbraio 1923, suor Elisabetta fu eletta superiora generale.
Continuò a vivere in maniera povera, condividendo l’alloggio in una casa popolare di Varsavia con le suore e gli ospiti, scegliendo per sé il posto più scomodo dove dormire. Svolgeva le attività domestiche e non permetteva di essere trattata con riguardo. I membri dell’alta società la guardavano con ammirazione, mentre i bambini si stupivano a sentire che le sue mani erano diventate molto ruvide.
Restava per ore in coda per ottenere razioni di cibo o per raccogliere fondi: questo le causò mal di schiena sempre più forti. A volte tornava a mani vuote, insieme alla postulante o al volontario che l’accompagnava. Diceva: «Dio sa di cosa e di quanto abbiamo bisogno e lo darà quando faremo ciò che ci spetta. Vuole solo il nostro impegno e la nostra fiducia, e poi agirà lui stesso».

L’apporto dei laici
Don Korniłowicz non poteva seguire costantemente la congregazione, perché era allo stesso tempo direttore di un collegio e docente all’Università Cattolica di Lublino, a parecchi chilometri di distanza da Varsavia. Era anche assistente spirituale di un circolo di studenti universitari, uniti dalla comune ricerca di Dio e dall’essersi convertiti di recente.
Propose quindi a madre Elisabetta di avvalersi del loro appoggio: in breve tempo, gestirono la scuola, il collegio e il reparto amministrativo e di segreteria. Alcune autorità ecclesiastiche pensarono che quell’intervento avrebbe danneggiato la missione delle suore, ma la realtà si mostrò diversa.

L’apostolato per i “ciechi nell’anima”
Col passare dei mesi, madre Elisabetta cercò sempre più di orientare la formazione dei ciechi affinché essi, come lei, accettassero la cecità come dono di Dio e la offrissero in spirito di riparazione per gli altri: in quel modo, sarebbero diventati apostoli dei “ciechi nell'anima”, indicando loro i valori soprannaturali che sembravano aver perso.
Con profondo realismo, sapeva che la fede non bastava: era necessaria una buona preparazione per un compito così importante. Lasciò infatti scritto: «Tuttavia, non vogliamo trattare il caso dei ciechi solo come una questione soprannaturale, e loro stessi come un oggetto di elemosina. Dall'approccio moderno al cieco prendiamo la comprensione della psicologia del cieco, che mostra tutte le sue possibilità puramente umane, il suo posto nella società, i suoi doveri, e quindi trattiamo il problema del cieco anche come un problema sociale».

L’offerta dei dolori
Poco dopo la morte del suo primo direttore spirituale, anche madre Elisabetta apprese di avere un tumore. Prima dell’operazione, il 6 agosto 1921, si offrì interamente a Dio, rinnovando i voti e promettendo solennemente di sopportare con gioia tutte le sofferenze che avrebbe affrontato, se fosse rimasta in vita.
La prima operazione ebbe successo, ma dalla seconda emerse che il tumore aveva altre metastasi; di conseguenza, non aveva molte speranze di lunga vita. Madre Elisabetta reagì come sempre: l’8 dicembre 1921 si affidò a Maria Immacolata per ottenere la forza di guidare la congregazione verso il riconoscimento ufficiale. Il 2 ottobre 1922 arrivò la conferma delle Costituzioni, con la quale le Suore Francescane della Croce diventavano una congregazione di diritto diocesano.

L’Opera si trasferisce a Laski
Nel tempo tra la prima e la seconda operazione, madre Elisabetta aveva colpito molti per come fosse riuscita a coniugare sofferenza e gioia, secondo il motto della congregazione: “Pax et gaudium in Cruce”. Uno di coloro che l’avevano osservata più attentamente era Antoni Marylski, un giovane proprietario terriero: si convertì e si offrì di aiutarla.
L’occasione arrivò subito: un altro proprietario terriero, Antoni Daszewski, le donò un grosso appezzamento di terra nella località di Laski, nei pressi di Varsavia. Marylski e Witold Świątkowski, un altro volontario, coordinarono i lavori per la costruzione del nuovo fabbricato, che avrebbe ospitato le scuole e la casa madre delle suore, mentre la segreteria operativa sarebbe rimasta a Varsavia.

“Triuno”
Nel 1924, madre Elisabetta e il direttore spirituale diedero un nome complessivo a tutta l’Opera: “Triuno”. Rifletteva anzitutto che l'obiettivo principale di tutti coloro che componevano la comunità era dare gloria a Dio Uno e Trino. In secondo luogo, sottolineava l'unità delle tre categorie di persone che partecipavano all'Opera: i ciechi, le suore e i laici. Infine, racchiudeva i suoi tre obiettivi: educativo, apostolico e caritativo.
L’Opera di Laski divenne un faro spirituale e culturale per la Polonia tra le due guerre mondiali, sia per le persone non vedenti, sia per i “ciechi dell’anima”: venne fondata anche una casa per ritiri spirituali.
Intanto, madre Elisabetta lavorava instancabilmente per il consolidamento della congregazione, senza per questo trascurare la presenza tra i bambini e gli altri ospiti. Era immersa in una costante preghiera, come constatavano i suoi più stretti collaboratori.
Infine, riuscì a produrre un adattamento del linguaggio Braille alla fonetica polacca e perfezionò il metodo delle forme abbreviate nella scrittura dei ciechi, approvato dal Ministero della Pubblica Istruzione.

Una nuova guerra
Mentre si profilava l’inizio di una nuova guerra, le autorità civili di Varsavia discussero con la Società riguardo un piano per riconvertire i due collegi più grandi di Laski in ospedali militari. Quando il conflitto si accese, gli studenti ciechi e il personale furono evacuati. Madre Elisabetta e alcune consorelle tornarono alla sede di Varsavia, mentre a Laski rimasero altre suore, capeggiate da suor Katarzyna (al secolo Zofia Steinberg), che parlava tedesco e quindi poteva controllare le scuole e le cure dei feriti in ospedale.
Durante il bombardamento di Varsavia, anche madre Elisabetta fu gravemente ferita: si ruppe un braccio e le rimase schiacciato un occhio. L’operazione con la quale le fu enucleato avvenne dopo svariate peregrinazioni di ospedale in ospedale, nonché senz’anestesia. Lei stessa ammise che si trattò del dolore più forte che avesse mai provato, a paragone del quale le due precedenti operazioni erano un nulla.
Rimase in convalescenza solo per un mese, poi tornò al lavoro, accogliendo una trentina di bambini orfani di guerra. Intanto, gradualmente, le scuole di Laski ripresero a funzionare, mentre l’ospedale rimase attivo fino alla metà di ottobre 1940.

La collaborazione di don Stefan Wyszyński
Nel 1942 divenne ufficialmente cappellano dell’Opera don Stefan Wyszyński, che era venuto per la prima volta a Laski nel luglio 1926, su iniziativa di don Korniłowicz. Due anni dopo, durante l’insurrezione di Varsavia, fu cappellano degli insorti della zona operativa “Żoliborz-Kampinos”. Anche a Laski continuò il proprio ministero: insegnava il catechismo e impartiva lezioni sulla Dottrina sociale della Chiesa al personale amministrativo e docente.
Fu dietro richiesta di una delle Suore Francescane Ancelle della Croce che lui, diventato in seguito vescovo di Lublino, quindi arcivescovo di Gniezno e Varsavia e Primate di Polonia, stese alcune riflessioni sul Padre nostro, poi raccolte in volume. La stima che lo legava a madre Elisabetta era reciproca, come testimonia un nutrito epistolario.

Durante e dopo la guerra
Nelle strutture gestite dalla congregazione venne offerto riparo a ebrei in fuga e a soldati feriti, indipendentemente dallo schieramento a cui appartenessero. Madre Elisabetta incoraggiava le suore e i volontari ad amare anche i nemici, ma allo stesso tempo sosteneva il diritto a una giusta difesa, seppur non permise che si svolgesse alcuna operazione militare nei locali delle scuole.
Nell’immediato dopoguerra, si occupò di ricostruire le opere andate distrutte, ma anche di sostenere gli animi sconvolti. Ad esempio, dopo aver ottenuto i permessi governativi, nel 1946 organizzò una colonia estiva agricola per bambini e adulti ciechi. L’anno successivo, dopo non poche lotte con la nuova amministrazione socialista, ottenne la nuova approvazione della Società per i Ciechi.
Sempre nel 1946, il 26 settembre, madre Elisabetta perse il suo secondo direttore spirituale, don Korniłowicz. Ancora una volta, accettò quanto era accaduto pensando che Dio volesse così.

Gli ultimi anni e la morte
L’intenso lavoro per la sistematizzazione dei suoi scritti e la revisione delle Costituzioni venne bloccato da un’emorragia cerebrale, che le occorse nel 1948. La situazione tornò sotto controllo, ma le rimasero disturbi della memoria e dell’orientamento.
Con la lettera circolare del 12 maggio 1950, comunicò alle suore e ai collaboratori la rinuncia all’incarico di superiora generale e il ritiro dalle attività. Per i primi tempi, continuò a ricevere visite da parte dei bambini, delle consorelle e di altri ospiti.
Madre Elisabetta morì il 15 maggio 1961, dopo un’agonia di due settimane; aveva quasi ottantacinque anni. Il cardinal Wyszyński accorse quasi subito alla camera ardente e presiedette i suoi funerali, tenendo un’omelia dal titolo «Mirabilis Deus in sanctis suis» («Mirabile è Dio nei suoi santi»).

La fama di santità e l’avvio della causa di beatificazione e canonizzazione
La fama di santità di madre Elisabetta non venne meno col passare degli anni, favorita anche da occasioni di commemorazione come quella del 1976, nel centenario dalla fondazione dell’Opera di Laski.
Nel novembre 1986, la Conferenza Episcopale Polacca espresse il suo sostegno all'iniziativa di avviare la sua causa di beatificazione e canonizzazione. L’8 febbraio 1988 la Congregazione delle Cause dei Santi rilasciò il nulla osta per l’avvio della causa.
L’inchiesta diocesana si svolse quindi a Varsavia dal 22 dicembre 1987 al 26 giugno 1995, data in cui si concluse anche l’inchiesta diocesana per la causa di don Władysław Korniłowicz (Venerabile dal 5 luglio 2019). La convalida giuridica degli atti avvenne il 3 aprile 1998. I lavori per la “Positio super vita et virtutibus” vennero completati nel dicembre 2010.
Il 9 ottobre 2017, ricevendo in udienza il cardinal Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, papa Francesco autorizzò quindi la promulgazione del decreto con cui madre Elisabetta Czacka veniva dichiarata Venerabile.
Il 23 dicembre 2020 le sue spoglie mortali, inizialmente sepolte nel cimitero della foresta di Laski, vennero traslate in un sarcofago posto in quella che era stata la sua stanza, trasformata nella cappella di Santa Maria degli Angeli della Scuola e Centro Educativo per Bambini Ciechi a lei intitolata.

Il miracolo per la beatificazione
Anche la fama di segni di madre Elisabetta è perdurata nel tempo: molte sono state le grazie riferite a lei, specie relative alla vista o a disturbi oculari. Per la beatificazione è stato quindi preso in esame un fatto avvenuto il 29 agosto 2010.
Una bambina di sette anni, Karolina Gawrych, stava giocando su un’altalena, quando la trave che reggeva la giostra si era spezzata e le aveva schiacciato la testa, causando un trauma cranico, gravi danni alla zona craniofacciale e perdita di conoscenza. La bambina era stata immediatamente portata in ospedale, in condizioni critiche, e aveva subito, senza esito, due operazioni neurochirurgiche. Secondo i medici, se non fosse morta, sarebbe rimasta in uno stato vegetativo, o avrebbe subito gravi danni anche alla vista e all'udito.
Su iniziativa della zia della bambina, che appartiene alla congregazione delle Suore Francescane Serve della Croce, le suore della sua comunità e la famiglia sono state coinvolte nella preghiera, intraprendendo la novena e invocando l'intercessione della Fondatrice. Tutta la congregazione si è unita alla comunità, così come gli amici della piccola malata, accompagnando nella preghiera nelle varie fasi della malattia e della riabilitazione.
Dal 13 settembre, la paziente riprese gradualmente le proprie funzioni; due mesi dopo, lasciò l’ospedale, dichiarata guarita. Nei controlli successivi non risultarono tracce dell’incidente.
Il 27 ottobre 2020, ricevendo in udienza il cardinal Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, papa Francesco autorizzò quindi la promulgazione del decreto con cui la guarigione veniva riconosciuta come miracolo attribuito all’intercessione di madre Elisabetta, aprendo la via alla sua beatificazione.

La beatificazione
La sua beatificazione venne fissata al 12 settembre 2021. Venne contestualmente stabilito che, nella medesima celebrazione, sarebbe stato beatificato anche il cardinal Wyszyński, la cui beatificazione era stata rinviata a causa della pandemia da coronavirus.
La Messa con il Rito della Beatificazione, presso il Tempio della Divina Provvidenza a Varsavia-Wilanów, fu presieduta dal cardinal Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, come delegato del Santo Padre. La memoria liturgica della Beata Elisabetta fu fissata al 19 maggio, giorno anniversario dei suoi funerali.

La sua eredità oggi
Come alle origini, le Suore Francescane Ancelle della Croce continuano a glorificare la Santissima Trinità vivendo il Vangelo tramite l’apostolato tra i non vedenti e i “ciechi nell’anima”. Lavorano in centri per la protezione dei ciechi e dirigono asili, scuole e case di riposo per ciechi.
La casa madre è a Laski, mentre la sede generalizia è a Varsavia. Le presenze al di fuori della Polonia sono invece in India, Ruanda e Ucraina.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2021-09-11

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