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San Lodovico Pavoni Sacerdote, Fondatore

1 aprile

Brescia, 11 settembre 1784 - Saiano, Brescia, 1 aprile 1849

Lodovico Pavoni, nato l’11 novembre 1784 a Brescia da una nobile famiglia, divenne presto sensibile al contrasto tra i benefici di pochi e la sofferenza di molti che aveva causato la rivoluzione francese. Decise allora di diventare sacerdote, per spendere interamente la vita a servizio dei poveri. Ordinato il 21 febbraio 1807, venne nominato nel 1812 segretario del nuovo vescovo di Brescia, monsignor Gabrio Maria Nava. Per i giovani sbandati e disorientati aveva fondato uno dei primi oratori della città, poi l’Istituto San Barnaba, cui aggiunse, nel 1824, la prima scuola tipografica d’Italia. Dai suoi primi collaboratori voleva trarre una nuova famiglia religiosa, ma ci riuscì solo dopo molti anni: l’erezione canonica avvenne l’11 agosto 1847, col nome di Figli di Maria, oggi Figli di Maria Immacolata Pavoniani. Due anni dopo, durante i combattimenti delle dieci giornate di Brescia, padre Lodovico portò in salvo sotto la pioggia i suoi giovani nella località di Saiano, ma si ammalò: morì il 1° aprile, a 64 anni. È stato beatificato il 14 aprile 2002 da san Giovanni Paolo II. Il 9 maggio papa Francesco ha approvato un ulteriore miracolo ottenuto per sua intercessione, aprendo la via alla sua canonizzazione, che è stata fissata a domenica 16 ottobre 2016. I suoi resti mortali riposano dal 27 ottobre 2002 nella navata sinistra del Tempio votivo di Santa Maria Immacolata in Brescia, sotto la statua della Vergine. La sua memoria liturgica cade il 28 maggio, data della prima traslazione nel Tempio dell’Immacolata.

Martirologio Romano: A Brescia, beato Ludovico Pavoni, sacerdote, che con grande sollecitudine si dedicò all’istruzione dei giovani più poveri, nell’intento soprattutto di educarli secondo i costumi cristiani e di avviarli a un mestiere, fondando per questo la Congregazione dei Figli di Maria Immacolata.

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Infanzia e primi anni
Lodovico Pavoni nacque a Brescia l’11 novembre 1784, primo dei quattro figli di Lelia Poncarali e Alessandro Pavoni, entrambi originari di famiglie nobili. Al Battesimo, ricevuto due giorni dopo la nascita nella chiesa di San Lorenzo, gli vennero dati i nomi di Lodovico Tommaso Maria Giuseppe.
Verosimilmente ricevette la sua prima istruzione tramite precettori privati e proseguì gli studi in uno dei collegi per nobili ancora esistenti a Brescia. Da quel poco che si sa della sua infanzia e adolescenza, è emerso che regalava i suoi abiti ai poveri che sempre più numerosi affollavano le vie della sua città. A 11 anni, contrariamente all’uso del tempo, fu ammesso alla Prima Comunione.

Sensibilità verso i poveri e vocazione
Spesso si recava nella tenuta in campagna ad Alfianello, di proprietà della famiglia, dove passava il tempo come gli altri giovani del suo rango: andava a cavallo e, armato di fucile, cacciava la selvaggina. Non passò molto tempo, comunque, prima che si accorgesse delle condizioni dei figli dei contadini: cominciò dunque a istruirli negli elementi base della cultura e del catechismo e, non di rado, lasciava qualche aiuto economico.
Quelle frequentazioni, unite alla situazione politica segnata dalla recente rivoluzione francese, condussero Lodovico a pensare di poter servire la Chiesa, che a Brescia e non solo era oggetto di feroci assalti, ma anche i poveri suoi amici: in una parola, capì di dover diventare sacerdote. Rinunciò quindi alla caccia e si diede con passione allo studio della filosofia e della teologia, sotto la guida del domenicano padre Domenico Ferrari: il Seminario di Brescia, infatti, era stato chiuso il 24 ottobre 1797.

Sacerdote in una diocesi senza vescovo
La vigilia dell’Immacolata del 1803, Lodovico compì la vestizione clericale. Quattro anni dopo, il 21 febbraio 1807, venne consacrato sacerdote nella chiesa di San Pietro in Oliveto dal vescovo di Bergamo, monsignor Giovanni Paolo Dolfin.
La sede vescovile di Brescia era infatti vacante dal 1797, quando monsignor Nani venne costretto all’esilio da Napoleone. Il nuovo vescovo, monsignor Gabrio Maria Nava, già parroco-abate di Sant’Ambrogio a Milano, fece il suo ingresso solenne solo il 17 gennaio 1808.

«Dolci attrattive» per il servizio ai giovani abbandonati
Don Lodovico, intanto, andava delineando il tipo di sacerdote che avrebbe voluto essere. Provvidenziale fu, in tal senso, la lettura del testo «Influenze morali», dello Schedoni, dov’erano tratteggiate le cause per cui i giovani dei ceti meno abbienti finivano col trascorrere una vita sregolata, tanto da commettere delitti. L’unica soluzione prospettata dall’autore era aprire scuole dove potessero ricevere gratuitamente una buona istruzione e, in parallelo, imparare un mestiere.
Il giovane prete comprese che quella era la sua strada, anche se non sapeva ancora come attuarla: «Queste furono le dolci attrattive con cui piacque al Signore di chiamarmi dal quieto soggiorno di mia casa paterna ed invogliarmi alla volontaria oblazione di tutto me stesso in vantaggio di tanto pubblico bene», scrisse in seguito.
Cominciò quindi ad aiutare padre Pietro Guzzetti, che da otto anni dava ospitalità ai giovani poveri e aveva fondato quattro oratori in altrettante zone di Brescia; precisamente, don Lodovico operava in quello intitolato a san Luigi.
Dopo la morte della madre, avvenuta l’11 novembre 1809 (il padre se n’era andato due anni dopo la sua vestizione), decise di fondare un oratorio in prima persona, scegliendo la chiesetta dedicata a Sant’Orsola e lo spazio libero accanto per radunare i ragazzi. Non si fermava, però, a quelli che venivano da soli: andava personalmente a cercare quelli più abbandonati, mal vestiti, che sopravvivevano, non vivevano davvero.

Segretario di monsignor Nava
Quanto a monsignor Nava, andava riorganizzando una diocesi che andava davvero allo sfascio, tra le soppressioni degli ordini e degli istituti religiosi e le dottrine erronee che si diffondevano nel clero. Impiegò quindi il massimo delle sue cure per la riapertura e riorganizzazione del Seminario. Inoltre, non dimenticando i suoi trascorsi ambrosiani, cominciò a guardare con interesse l’opera degli oratori bresciani, specie quello di don Lodovico.
Nel 1812, quindi, gli chiese di diventare suo segretario, senza però che abbandonasse i suoi ragazzi. Da allora condivise la sua vita sia nelle giornate più ordinarie, sia nelle visite pastorali, sia nella preghiera comune. Appena possibile, anzi, a volte era lo stesso vescovo a ordinarglielo, correva al “suo” oratorio.

Due trasferimenti per l’oratorio
Proprio tornando da una visita pastorale, don Lodovico venne a sapere che il comune di Brescia aveva intenzione di vendere la chiesa e il piccolo cortile annesso, dove teneva l’oratorio. Monsignor Nava procurò una nuova sistemazione nella chiesetta di San Giacomo e annessi, ma nell’arco di poche settimane apparve essere troppo angusta. Il secondo luogo scelto fu Santa Maria di Passione, con una casa, una chiesa e un terreno adatti ai più di 200 ragazzi e giovani (più della metà superava i diciott’anni) che frequentavano l’oratorio.

Canonico e rettore della basilica di San Barnaba
Nel 1817 morì padre Pietro Guzzetti: i suoi oratori, specie quello centrale di San Barnaba, rischiavano di chiudere. Monsignor Nava, quindi, pensò d’incaricare don Lodovico a succedergli e, per garantirgli una rendita, lo nominò canonico della cattedrale di Brescia. Ottenuto il permesso dalle autorità civili austriache, il 14 febbraio 1818 passò da segretario del vescovo a canonico e rettore della basilica di San Barnaba.
A parte gli obblighi di preghiera in cattedrale cui era tenuto, il canonico Pavoni iniziò a stendere un regolamento per il suo oratorio e comprese che i suoi giovani, molto spesso, quando iniziavano a lavorare, finivano con l’abbandonare gli insegnamenti che aveva loro impartito.

Il Pio Istituto San Barnaba e la prima scuola tipografica italiana
Per questo motivo, pensò di creare «un benefico privato Istituto, o Collegio d'Arti, ove almeno gli orfani, o trascurati da propri genitori venissero raccolti, gratuitamente mantenuti, cristianamente educati, e fatti abili al disimpegno di qualche arte, affine di formarli insieme cari alla religione, ed utili alla società, ed allo Stato».
La sede scelta furono le stanze dell’ex convento agostiniano annesso alla basilica, la quale era bisognosa di restauri. Don Lodovico arrivò a vendere la sua parte di eredità e a impiegare il suo stipendio di canonico per finanziarli e lui stesso, con l’aiuto di qualche giovane, s’improvvisò muratore e falegname.
Il “Pio Istituto S. Barnaba” iniziò quindi le sue attività nel 1821 e tre anni dopo, nel 1824, entrò in funzione la prima scuola tipografica italiana. Dieci profili professionali erano presentati ai giovani allievi: tipografo, legatore di libri, cartolaio, fabbro ferraio, falegname, argentiere, intagliatore, tornitore, calzolaio e sarto.
Negli anni successivi, don Lodovico si diede alla propaganda, anzi, alla pubblicità dei libri stampati dalla tipografia tramite migliaia di lettere, che toccarono il picco nel 1825, quando chiese ed ottenne, il 30 novembre, l’approvazione governativa dell’Istituto.

Il «Piano di educazione» di don Lodovico
Il 2 novembre 1831 monsignor Gabrio Maria Nava morì. Qualche mese prima, tuttavia, aveva potuto leggere il regolamento definitivo dell’Istituto che don Lodovico gli aveva sottoposto. Il titolo che gli aveva dato era «Piano di educazione» e delineava già nelle prime righe l’«idea caratteristica» per cui lui aveva iniziato quell’opera.
Secondo le sue stesse parole, i ragazzi poveri e abbandonati dovevano trovarvi «non solamente [...] un pane, un vestito ed una educazione nelle lettere e nelle arti, ma il padre e la madre, la famiglia, di cui la sventura li ha privati, e col padre, la madre, la famiglia tutto ciò che un povero poteva ricevere e godere».
A succedere a colui che fu un vero padre per il canonico Pavoni fu il suo antico precettore, padre Domenico Ferrari, entrato ufficialmente in carica l’11 maggio 1834.

Il colera e i sordomuti
La carità di don Lodovico fu messa alla prova da un’epidemia di colera, esplosa nell’estate del 1836: aprì la casa anche ai bambini rimasti orfani. Nello stesso periodo, una giovane di 22 anni, Paola di Rosa, figlia di un imprenditore amico del padre di don Lodovico, si diede all’assistenza e alla cura dei colerosi: in seguito fondò le Ancelle della Carità di Brescia e assunse il nome di suor Maria Crocifissa (è stata canonizzata nel 1954).
L’anno successivo, il sacerdote accettò di ospitare anche alcuni ragazzi sordomuti, perché imparassero un mestiere accanto agli altri; lui stesso cercò d’imparare il linguaggio dei segni, per mettersi al loro livello.

Nascita dei Figli di Maria
Già nel 1825 don Lodovico aveva iniziato a pensare a come dare continuità alla sua opera. Cominciò quindi a istruire i suoi più stretti collaboratori, chierici e laici, durante le conferenze che teneva dopo una lunga giornata di lavoro.
Dopo sette anni di attesa, tra lettere, petizioni, visite alle autorità, il 9 dicembre 1846 l’imperatore d’Austria firmò l’approvazione governativa. Papa Gregorio XVI, il 31 marzo 1843, aveva invece dato il proprio assenso con la formula della “lode dello scopo”. L’11 agosto 1847, infine, il Vicario generale della diocesi bresciana eresse canonicamente la Congregazione dei Figli di Maria.
Dopo aver rinunciato alla carica di canonico il 10 ottobre, don Lodovico professò l’8 dicembre i consigli evangelici e, in seguito alla celebrazione della Messa, accolse a sua volta la professione religiosa dei suoi primi religiosi: due sacerdoti, due chierici e tre laici.

Le dieci giornate di Brescia
I moti per l’indipendenza italiana, partiti nel 1848, toccarono anche Brescia a partire dal 23 marzo 1849. Padre Lodovico cercò di frenare le intemperanze dei suoi giovani, ma cominciò a considerare la possibilità di metterli in salvo.
Alla mezzanotte del 24 divise i ragazzi in piccoli gruppi, dando loro appuntamento sulla collina del Calvario presso Saiano, dove già aveva istituito la loro colonia estiva. La sua salute uscì gravemente compromessa da quello strapazzo, anche a causa della pioggia e del vento che accompagnarono la fuga.

La morte
Il 26 marzo padre Lodovico era ormai gravissimo. Padre Agostino Amus, uno dei suoi religiosi, gl’impartì l’Unzione degli infermi e gli portò il Viatico, mentre da fuori giungeva l’eco delle battaglie. Fino all’ultimo incoraggiò i presenti: “Alzate gli occhi al cielo. Abbiate spirito di fede e di carità”. All’alba del 1° aprile, Domenica delle Palme, diede i suoi ultimi consigli e, in un estremo addio, rese l’anima al Creatore: aveva 64 anni. Sepolto provvisoriamente nel cimitero di Saiano, venne portato in quello di Brescia il 29 aprile 1849.

Il processo informativo e la traslazione dei resti
Il percorso verso gli altari di padre Lodovico Pavoni si è dispiegato per oltre un secolo. Il processo informativo è iniziato l’11 febbraio 1908 in diocesi di Brescia e si è concluso il 7 ottobre 1912. Il decreto sull’eroicità delle virtù è giunto il 5 giugno 1947; secondo la normativa dell’epoca, segnava l’introduzione della fase romana.
Nel frattempo, i suoi resti mortali, che dal 1861 riposavano nella chiesa di San Barnaba, con vari spostamenti, vennero sottoposti alla ricognizione canonica dal 22 al 24 febbraio 1922. Il mattino del 28 maggio 1931 vennero infine tumulati nel Tempio votivo dell’Immacolata a Brescia.

Il primo miracolo e la beatificazione
Sempre a causa della legislazione delle cause dei Santi vigente all’epoca, vennero presi in esame due presunti miracoli: la guarigione di Maria Stevani di Soncino da tifo addominale, avvenuta nella prima metà del dicembre 1909, e quella di Ines Riva da tubercolosi. I rispettivi processi apostolici si svolsero a Cremona (dal 25 giugno 1925 al 3 agosto 1926) e a Monza (terminato il 6 febbraio 1928). Il secondo fatto, tuttavia, venne accantonato perché aveva l’unica caratteristica dell’inspiegabilità scientifica.
Dopo il 1947, quindi, la causa si fermò. Riprese solo nell’ottobre del 2000, quando l’allora Superiore generale padre Lorenzo Agosti, cercando una semplice relazione sul miracolo di Soncino nell'Archivio della Congregazione per le Cause dei Santi, trovò invece gli incartamenti del processo apostolico a riguardo. La convalida del processo sull’asserito miracolo venne quindi firmata il 26 gennaio 2001.
Dato che ormai per ottenere la beatificazione bastava un solo miracolo, quello di Maria Stevani venne ritenuto sufficiente a livello di prove e di documentazione. Così, il 7 giugno 2001, la Consulta medica ha riconosciuto che la guarigione fu improvvisa, completa, duratura e scientificamente inspiegabile.
Il 26 ottobre dello stesso anno e il 4 dicembre sia i Consultori teologi, sia i Cardinali e vescovi membri della Congregazione delle Cause dei Santi si espressero affermativamente. Infine, il 20 dicembre 2001, il Papa san Giovanni Paolo II autorizzò la promulgazione del decreto con cui la guarigione era ritenuta miracolosa e avvenuta per intercessione del Venerabile Lodovico Pavoni.
La beatificazione si è svolta quindi il 14 aprile 2002 a Roma, in piazza San Pietro. La memoria liturgica è stata fissata al 28 maggio, data della prima traslazione nel Tempio dell’Immacolata. Nello stesso luogo, il 27 ottobre 2002, hanno trovato sistemazione definitiva nella navata sinistra, dove sorgeva l’altare della statua dell’Immacolata.

Il secondo miracolo e la canonizzazione
Per l’accertamento di un secondo miracolo la pratica è stata molto più semplice: il fatto preso in esame è avvenuto nel 2009, a cent’anni dalla prima guarigione prodigiosa accertata.
Honorio Lopes Martins, brasiliano, aveva subito un’operazione alla prostata, ma in seguito all’intervento ebbe gravi complicazioni: se fosse sopravvissuto, avrebbe avuto vari problemi cognitivi e fisici. Suo figlio, il pavoniano fratel Diomar Batista Santos Martins, chiese l’intercessione del Beato fondatore e lanciò una catena di preghiere in tutte le comunità pavoniane del Brasile. Nel giro di poco tempo, Honorio fu dichiarato fuori pericolo.
L’inchiesta sull’asserito miracolo si è svolta nella diocesi di San Paolo del Brasile e si è conclusa il 18 giugno 2013; come vicepostulatore fu scelto lo stesso fratel Diomar. La convalida del processo è giunta il 12 dicembre 2014. Nel 2016, in rapida successione, si sono susseguite le altre tappe: la riunione della commissione medica, il 10 marzo, il parere positivo dei teologi e, il 3 maggio, quello dei cardinali e vescovi.
Il 9 maggio 2016, ricevendo in udienza il Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui la guarigione era dichiarata miracolosa, aprendo quindi la strada alla canonizzazione del Beato Lodovico Pavoni. Nel Concistoro ordinario del 20 giugno 2016, la data è stata fissata al 16 ottobre dello stesso anno, insieme a quella di altri sei Beati.

I Pavoniani ieri e oggi
Alla morte del fondatore, erano rimasti solo i suoi sei più fedeli collaboratori. Non tardarono a venire momenti difficili: la morte prematura del successore (il già citato padre Agostino Amus), la soppressione degli ordini religiosi, la confisca dei loro beni e la dispersione dei membri superstiti. Un piccolo gruppo si radunò ad Ala, nel Trentino, e mantenne vivo il ricordo e il carisma di padre Pavoni. La congregazione si diffuse, dal 1880 in poi, nel Veneto e in Lombardia. L’espansione all’estero ha toccato, come già detto, il Brasile, ma anche in Messico, Filippine, Eritrea e Burkina Faso.
Quanto al nome, originariamente era “Figli di Maria”, ampliato nel 1892, con l’approvazione pontificia, in “Figli di Maria Immacolata”, considerando l’importanza che questo titolo ha sempre avuto per il fondatore. Popolarmente sono conosciuti come “Pavoniani” o “Artigianelli”.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto il 2016-07-06

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