Nel cuore della Sicilia, in un piccolo paese in provincia di Caltanissetta, che prende il nome dal santo Patrono, San Cataldo, il 18 agosto 1925 nacque una bimba, secondogenita dei coniugi Salvatore Mammano e Rosaria Anzalone. La piccola portò gioia e nuova vitalità nella piccola famiglia, dove già cresceva un’altra bambina, di due anni più grande. I coniugi Mammano avevano una fede semplice ma radicata e si prodigarono subito per battezzare la bambina. Il 22 agosto, Ottava dell’Assunta, venne battezzata nella Chiesa del Rosario e le fu imposto il nome della nonna materna, Catalda. Sin da piccola Cataldina mostrò un carattere vivace e ingegnoso, tanto nelle marachelle quanto nella sua vita di fede. La mamma, spesso, non sapeva se sorridere o arrabbiarsi quando ne combinava una delle sue e tutti i bambini del circondario la temevano perché era una vera “capitana”, come si dice in Sicilia per riferirsi a qualcuno che sa farsi valere. Dalla stessa mamma e dalla nonna materna Cataldina imparò i primi rudimenti della fede, le preghiere quotidiane, ma soprattutto l’amore per il Signore e per la Vergine Maria. Ogni giorno in famiglia si recitava il Santo Rosario, la Domenica si andava tutti a Messa e la nonna portava spesso le nipotine in chiesa durante le feste, raccontando loro le vite dei santi e insegnandogli le antiche preghiere siciliane. Ogni cosa, per la curiosa Cataldina, era una scoperta: attenta ascoltava i racconti della nonna, della mamma, le prediche del parroco, e con spirito di amorevole fede pregava dinanzi al Tabernacolo, traendo da Gesù Sacramentato quella forza interiore, che fu sempre una sua caratteristica. La mamma le insegnò anche l’importanza della Confessione, portandola con sé, ancora piccina, quando andava a confessarsi dal suo direttore spirituale, il santo sacerdote Pietro Riggi, rettore della Chiesa del Purgatorio. La piccola attendeva tranquilla in chiesa, mentre la mamma si confessava, e poi con gioia andava a salutare l’anziano sacerdote, che le dava le caramelle “per diventare più buona”. In questo modo semplice i genitori introducevano la figliola nella famiglia della Chiesa, e lei volentieri andava, sempre felice di poter incontrare il Signore e pregare dinanzi l’immagine della Madonna. All’età di 3 anni iniziò a frequentare la Scuola Materna presso le Suore Bocconiste, che, ammirando la devozione della piccola e riconoscendone l’intelligenza spiccata, le permisero di iniziare il Catechismo prima dell’età solita. Cataldina fu entusiasta di poter andare agli incontri che si tenevano e con grande attenzione seguiva le lezioni della Zi’ Michelina, che spiegava ai bambini le proposizioni del Catechismo di San Pio X. Aveva ancora 5 anni quando la Zi’ Michelina, dopo averla interrogata sulla “Dottrina” le comunicò che, in via eccezionale, avrebbe potuto fare la Comunione in quell’anno perché ormai pronta e consapevole dell’importanza dell’Eucaristia. Cataldina aveva atteso impazientemente quella decisione e, alla notizia, dopo aver ringraziato, corse gioiosa dalla mamma per portare quella notizia. I giorni precedenti la festa furono di trepidante attesa, mentre la mamma confezionava con le proprie mani un bell’abito per la figlia, Cataldina si preparava all’incontro con il Signore con la preghiera, meditando nel suo cuore il mistero che presto l’avrebbe toccata. Il 4 giugno 1931 poté, finalmente, ricevere per la prima volta l’Eucaristia: fu un momento per lei indimenticabile, che trasformò profondamente la sua vita. Da quel giorno l’Eucaristia fu il Pane del suo cammino, che presto sarebbe divenuto difficile e doloroso. Al Signore quel giorno fece questa preghiera: O buon mio Gesù, oggi tu verrai nel mio cuoricino e io diventerò la tua Casa, dove tu abiterai; fai venire anche la tua Mamma e il tuo Papà e quando ti affaccerai, benedici e dai la pace a tutti. Nel settembre di quello stesso anno iniziò a frequentare le Scuole Elementari presso le Figlie di Maria Ausiliatrice. Nonostante la sua vivacità la portasse naturalmente a distrarsi, seguiva le lezioni con rispettosa attenzione e partecipava a tutti i momenti di preghiera, organizzati dalle suore, recandosi in chiesa anche nei momenti di pausa. Ciò accrebbe il suo già grande amore per la Vergine Maria, che si univa a quello per il Crocifisso, particolarmente venerato nel paese di San Cataldo. Partecipava alle Novene e alle feste della Madonna, organizzate nella Chiesa Madre e nella Chiesa del Rosario; ai riti della Settimana Santa; ai pellegrinaggi al Santuario del Crocifisso di Castel Bilici. Alimentava così quella fede semplice ma ricca di contenuti, che il popolo siciliano ha sempre coltivato. Nel 1935 la madre cadde ammalata e per Cataldina si aprì una nuova pagina della sua vita, quella in cui il Crocifisso, che aveva amato e pregato, entrava a far parte della sua vita, conformandola a Sé, nella Croce della sofferenza. In quel periodo ricevette anche la Cresima dalle mani del venerabile mons. Giovanni Jacono, vescovo di Caltanissetta, senza che la mamma fosse presente, perché a letto a causa della malattia. Le condizioni della mamma si aggravarono nel corso dell’inverno e l’assenza del padre, partito per la guerra d’Africa, rimise tutta la responsabilità della famiglia in mano alle due figlie maggiori. Maria, la più grande, si occupava delle faccende domestiche e delle due sorelline più piccole, Cataldina, invece, andava a fare faccende domestiche in casa di donne più abbienti per poter racimolare qualche soldino, che serviva per le medicine e per il cibo. Ogni giorno, senza lamentarsi, usciva di buon mattino e andava ora in qualche casa per fare le pulizie, ora alle “pile” per lavare la biancheria. Tappa fissa era il Tabernacolo, e le preghiere, insieme ai canti, scandivano la sua giornata. Quando, poi, terminava passava dal farmacista e dal bottegaio e portava a casa quanto occorreva per curare la mamma, un po’ di pasta, del latte. Nonostante le cure, nelle quali le ragazzine venivano aiutate anche dalla venerabile Marianna Amico Roxas, il 21 febbraio 1937 mamma Rosaria lasciò questa terra e quattro bambine orfane e sole. Furono mesi difficili, il dolore della grande perdita, la mancanza del conforto del padre, lo smarrimento della cara nonna materna, che aveva perduto quasi contemporaneamente due figli, la responsabilità su due bambine ancora piccole, avrebbero mandato nello sconforto chiunque. Cataldina, però, non si lasciò vincere dal dolore e, con ammirabile forza, fece animo alla sorella maggiore, consolandola e incoraggiandola a fare del suo meglio, perché, prima o poi, le cose sarebbero cambiate. In effetti se dovessimo sintetizzare in due parole il carattere di Cataldina, esse sarebbero carità e speranza, animate da un’incrollabile fede. Partecipava alle iniziative della parrocchia, agli incontri, alle conferenze per approfondire la fede. Nel 1938 il padre, tornato dalla guerra, si risposò con una vedova che aveva, a sua volta, altri tre figli. La convivenza non fu facile. Se, infatti, subito fra i figli si instaurò un rapporto fraterno, non così fu con la matrigna che mal sopportava le figliastre e non mancava di far pesare loro ogni cosa, arrivando anche a usare violenza contro di loro, senza che il padre venisse in loro difesa. Per questo motivo, all’età di 16 anni, Cataldina decise di andare a servizio di una nobile famiglia di Caltanissetta che, ammirando l’educazione e le virtù della ragazza, volentieri le affidò la cura del figlioletto. Cataldina con amore crebbe il bambino, preoccupandosi di donargli ciò che, a sua volta, aveva ricevuto: il tesoro della fede. Non essendo, adesso, libera di muoversi come voleva, non poteva partecipare attivamente alla vita religiosa del paese, come faceva prima, ma non mancava di nutrire la sua anima con la preghiera e la meditazione, con la lettura di libri edificanti, con la condivisione della propria fede con gli altri. Furono quelli anche gli anni della guerra, anni di supplica al Cielo affinché ponesse fine a quell’orrenda barbarie. La paura, che poi prese forma nell’ingiustificabile bombardamento alleato del 9, 10 e 11 luglio 1943, trovava conforto solo nella sicura speranza che il Signore, Principe della Pace, avrebbe presto concesso la pace, e così fu. Qualche tempo dopo il termine del conflitto, la famiglia presso cui lavorava, decise di lasciare Caltanissetta per trasferirsi definitivamente a Palermo. Invitarono anche Cataldina ad andare con loro, ma lei non volle allontanarsi dalla sua famiglia e fece ritorno a casa. Si rimise a servizio della famiglia: adesso i fratellini erano più grandi, alcuni erano già fuori casa, sposati o andati a lavorare, e aveva più tempo per dedicarsi a se stessa e alle cose che amava. Riprese a frequentare la vita della parrocchia, partecipando alle liturgie, alle preghiere, alle conferenzine che si davano per istruire le giovani sulla dottrina e aggiornarle sull’attività missionaria a cui specialmente le donne, cuore della società, sono chiamate. Uscendo dalla chiesa conversava con le amiche delle cose che avevano meditato e pregato quel giorno, poi faceva ritorno a casa, dove, insieme a tutta la famiglia pregava il Santo Rosario e, prima di andare a dormire si dedicava alla lettura di qualche testo spirituale, soprattutto le Massime Eterne di sant’Alfonso Maria de’ Liguori. La sua spiritualità fu particolarmente incentrata sul Crocifisso, nelle piaghe del Dominus patiens, imparò a patire con pazienza, accogliendo la Croce e portandola, con fede e con speranza, lungo la dolorosa via del Calvario con lo sguardo sempre fisso alla luce gloriosa della Risurrezione. Maturò una profonda e sincera devozione nei confronti della Madonna del Carmine: la spiritualità del monte ben si addiceva alla sua esperienza di vita, che era stata, e continuerà ad essere, come una lunga salita verso il Monte, che è Cristo. La figura materna di Maria veniva a riempire il vuoto lasciato da quello sguardo, che si era spento una mattina di febbraio, ma che sempre vivo brillava nel cuore e nella memoria di Dina. In Maria, Madre di Cristo, dal Crocifisso eletta Madre dell’intera umanità, Dina imparò un nuovo volto della maternità, che dona l’amore a sua volta ricevuto. Si scoprì madre anzitutto nel senso spirituale del termine, madre nella maternità orante della Chiesa per tutti i figli, soprattutto quelli che si perdono per le strade del mondo. Fu particolarmente impressionata dal sanguinoso peccato della guerra, che lasciò così tante ferite nel fisico e nel cuore di tanti uomini e donne, che mai più riuscirono a vedere la luce della Grazia fra le tenebre del mondo. Vide nell’esempio di san Michele Arcangelo, Principe delle Angeliche Milizie, l’immagine viva di quella lotta contro le sporcizie e insidie diaboliche, che dilagano nel mondo, che tutti siamo chiamati a intraprendere. Una lotta che non teme, ferma nella speranza che il Nome di Dio trionfa sempre. Amava partecipare ai grandi eventi che segnarono la rinascita religiosa, e anche civile, del paese della Diocesi. Particolare fu la grande Peregrinatio della Madonna di Fatima che, a San Cataldo, come negli altri paesi nisseni, raccolse una folla innumerevole di persone, riaccendendo quella scintilla sotto la cenere e riportando la speranza che, nonostante tutto, alla fine il Cuore Immacolato trionferà. Offrì, quindi, la sua giovane vita, il suo tempo, le sue forze, la sua fede, per costruire il Regno di Dio, fedele e umile ancella, piccola luce per chi le stava vicino; armata della sola Croce e del Rosario, forti-ficata dal Pane Celeste, combatteva la sua buona battaglia, correva la sua corsa e conservava la sua fede. E non era solo preghiera e meditazione la sua vita, ella esercitava la carità in modo eroico, donando ciò che aveva, e se non aveva nulla il suo sorriso, a quanti avevano bisogno. Un giorno espresse il desiderio di consacrarsi al Signore come religiosa, in particolare si sentiva attratta dal carisma di carità delle Suore Bocconiste, fondate dal beato Giacomo Cusmano, e la superiora della Casa di San Cataldo, volentieri l’avrebbe accolta. Ma il padre oppose un netto rifiuto all’idea, impedendo, così, alla figlia di poter seguire la vocazione alla quale si sentiva chiamata. Fu, forse, il Signore a porre quell’ostacolo? Non lo sappiamo. Trascorso del tempo Cataldina conobbe un giovane, Benito Grasta, che era cognato di sua sorella, si sposarono il 30 giugno 1951 nella Chiesa Madre di San Cataldo, e andarono a vivere a Caltanissetta, dove la giovane dovette affrontare grandi prove, quando, assente il marito per alcuni anni, rimasta con un piccolo bimbo, visse la povertà più cruda, e diede ogni cosa per il figlio, arrivando persino al deperimento organico, senza che nessuno la aiutasse, neanche i parenti più stretti. Solo la fede incrollabile nel Signore la sostenne in quegli anni dolorosi. Mai, infatti, neanche per un momento Cataldina perse quella fiducia nel Signore, che esalta gli umili e ricolma di beni gli affamati, e il Signore la ricompensò inviando sette angeli a proteggerla, essi apparivano la notte non permettendo che qualcuno con cattive intenzioni potesse avvicinarsi a Cataldina o a suo figlio, mentre di giorno non erano visibili. La sua vita migliorò negli anni ’60, quando, tornato il marito, la famiglia si trovò a stare meglio economicamente e nacquero altre tre bambine. Cataldina, ora chiamata da tutti Dina, visse sino all’età di 74 anni, lasciando ai suoi figli, ai nipoti, a quanti ebbero la ventura di conoscerla, un tesoro di santità. Pur non essendo ricca, anzi povera lei stessa, non si sentì mai povera perché ricca dell’Amore del Signore, e di quello che aveva nulla teneva per sé ma tutto divideva con gli altri. La sua carità eroica arrivò, persino, al perdono di cose imperdonabili, quando riuscì, affidando al Signore quel dolore, a perdonare i suoi parenti più stretti, che avevano abbandonato lei e il suo bambino proprio nel momento più difficile, non preoccupandosi se sarebbero sopravvissuti all’indigenza che vissero. La sua era una carità gentile, sempre fatta con gioia senza vantarsi e senza chiedere nulla in cambio. L’amore che aveva per il Signore, e che si manifestava con la partecipazione all’Eucaristia, ogni mattina prima di recarsi al mercato, con la preghiera quotidiana, soprattutto il Santo Rosario, che recitava ogni sera, con la lettura e la meditazione; sfociava in maniera naturale nell’amore per il prossimo, che mai vide come nemico o con indifferenza. Ogni persona per lei era immagine di quel Cristo che amava, e proprio per questo amò tutti, donando a ciascuno un po’ di quel prezioso tesoro, che era il suo cuore.
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Fonte:
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www.giovanisanti.wordpress.com
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