Mario Arturo Iannaccone, morto oggi all’ospedale San Gerardo di Monza all’età di 62 anni per un tumore al cervello diagnosticatogli poco più di due anni fa, apparteneva a quella schiera di protagonisti della cultura italiana che si possono definire, nel senso più pieno del termine, degli irregolari. Si era laureato in Storia del cristianesimo all’Università Statale di Milano nella metà degli anni Novanta, con Remo Cacitti, discutendo una tesi sul potere dell’immaginazione e sull’arte della memoria negli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola: un lavoro che aveva già la caratura di una tesi di dottorato. Fin da subito, però, aveva maturato una certa insofferenza verso il mondo accademico. Così, davanti alle opportunità che gli si aprivano nella ricerca universitaria, preferì ritagliarsi una strada autonoma. Visse da intellettuale freelance, dividendosi tra docenze in corsi di scrittura creativa, traduzioni, curatele e consulenze editoriali, ricerche genealogiche su commissione, collaborazioni con riviste e quotidiani – per un certo periodo anche con questo giornale – e soprattutto libri. Moltissimi libri. I suoi interessi così variegati – dall’esoterismo alla mistica cristiana, dalla critica televisiva alle biografie di grandi romanzieri, fino ai carotaggi nella storia contemporanea – erano tenuti insieme da un filo d’Arianna, anzi da un fascio di fili: la profonda fede cattolica, la volontà di comprendere le forze spirituali che si muovevano dietro i fenomeni culturali, la contemplazione della bellezza, soprattutto letteraria. Lascia dietro di sé un’enorme opera di saggistica e, in misura minore, di narrativa, di cui può dare un’idea questo elenco parziale: Rennes-le-Château. Una decifrazione. La genesi occulta del mito (SugarCo, 2004), vincitore nel 2005 del Premio della Sezione Critica del Premio Capri-San Michele; Storia segreta. Adam Weishaupt e gli Illuminati (SugarCo, 2005); Templari. Il martirio della memoria. Mitologia dei cavalieri del tempio (SugarCo, 2005); Maria Maddalena e la dea dell’ombra. Il sacro femminile, la spiritualità della dea e l’immaginario contemporaneo (SugarCo, 2006); La spada e la roccia. San Galgano: la storia, le leggende (SugarCo, 2007, con Andrea Conti); Il caso Giordano Bruno (Edizioni Art, Roma, 2008); Rivoluzione psichedelica. La CIA, gli hippies, gli psichiatri e la rivoluzione culturale degli anni Sessanta (SugarCo, 2008; nuova edizione ampliata Ares, 2022); La cospirazione (SugarCo, 2009), finalista al Premio Calvino 2003; Il giro di vite di Henry James. Analisi, tecniche narrative, struttura (SugarCo, 2011); Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald (SugarCo, 2011); “Ritratto di signora” di Henry James. Analisi, tecniche narrative, struttura (SugarCo, 2012); Persecuzione. La repressione della Chiesa in Spagna fra seconda repubblica e guerra civile (1931-1939) (Lindau, 2015), finalista al Premio Acqui Storia 2015; Cristiada. L’epopea dei Cristeros in Messico (Lindau, 2016); Dizionario elementare del pensiero pericoloso (Il Timone, 2016, con Gianpaolo Barra e Marco Respinti); Meglio regnare all’inferno. Perché i serial killer popolano il cinema, la letteratura e la televisione (Lindau, 2017); Benché sia notte. Vita & opere di san Giovanni della Croce (Ares, 2018); Dizionario elementare della civiltà cattolica. Scoperte, conquiste, traguardi (Il Timone, 2018, con Gianpaolo Barra e Marco Respinti); Nebbia mortale. La prima indagine del vicecommissario Brigante (Ares, 2021); Charles Dickens. Una vita (Ares, 2022); La fuga (Il Timone, 2022); Le orme dello spettro. La seconda indagine del vicecommissario Brigante (Ares, 2022); Aldous Huxley. Profeta del “Mondo nuovo” (Ares, 2023). Dopo la diagnosi della malattia, Iannaccone aveva cercato di utilizzare le sue ultime energie per completare i numerosi progetti che aveva in cantiere. Uno a lui particolarmente caro, la biografia di Herman Melville, uscirà a giugno per le edizioni Ares con il titolo Herman Melville. Il magnifico naufrago. Non ha fatto in tempo a portarne a termine altri a lui cari, come la ricostruzione storica delle possibili apparizioni mariane a Ghiaie di Bonate, nella Bergamasca, nel 1944, o l’analisi critica della vita e dell’opera noir di René Guénon, uno dei maggiori riferimenti dell’esoterismo novecentesco. Lascia dietro di sé anche un’opera informale, di carattere orale: la condivisione dei frutti delle sue sterminate letture con amici, studenti, giornalisti e ricercatori che lo avvicinavano per chiedergli consigli e lumi. Una parte di questo patrimonio è stata salvata in video e interviste oggi reperibili su YouTube. Scriveva Iannaccone nella sua biografia di Giovanni della Croce, commentando uno dei testi poetici più noti del santo carmelitano, commento al passo paolino di Galati 2,20, «non sono più io che vivo...»: «La frase esprime il paradosso del cristiano che, conscio che la propria esistenza è ombra della vera vita, sa bene di vivere nel provvisorio. Se la morte non è conclusione di tutto, il trionfo del nulla, ma un varco verso la vera vita, allora il vivere quotidiano è provvisorio, recita della vera vita. La vita, per quanto pienamente vissuta, non è che privazione del vivere vero». Con questa consapevolezza Iannaccone ha salito il suo Monte Carmelo, con la malinconia di lasciare i suoi affetti terreni, soprattutto sua moglie e suo figlio, ma anche con una soprannaturale serenità e fiducia verso la vita vera che lo attendeva.
Autore: Andrea Galli
Fonte: Avvenire
Puntuale, arrivava poi l’ora dell’“orzino”. Accadeva a metà pomeriggio (qualsiasi cosa ciò voglia dire) ed era l’italianissima “pausa caffè”, che però noi si sostituiva, complici gastriti e troppe tazzine, con un surrogato di orzo. Detto da lui, che chiamavamo con affetto “Marione”, quell’“orzino” diventava un altro di quegli understatement buffi con cui infarcivamo le chiacchierate. Erano i tempi in cui si lavorava nei locali de Il Timone. Sedevamo l’uno di fronte all’altro, alla distanza di un paio di metri, sui tavoli di lettura della biblioteca. Un pezzo di paradiso terrestre lavorare dentro la biblioteca a compilare e coordinare opere di alta divulgazione. Era il tempo in cui l’intrapresa de Il Timone evolveva nell’Istituto di Apologetica, che vedemmo nascere, di cui accogliemmo i primi vagiti e di cui ci onorammo sfoggiare, fra i primissimi, l’etichetta. L’I.d.A., il suo acronimo, era un nome di donna affascinate, un po’ mamma, sorella, compagna. Fu infatti l’editore con cui nel 2015 pubblicammo il Dizionario elementare di apologetica. Seguirono il Dizionario elementare del pensiero pericoloso (2017) e il Dizionario elementare della civiltà cattolica. Scoperte, conquiste, traguardi (2018). L’idea, geniale, era stata del fondatore e a lungo direttore de Il Timone, Giampaolo Barra. Ci lavorammo quotidianamente per giorni, settimane, mesi. L’intuizione era umile, lo scopo gigante. Umile, perché noi, con i nostri limiti, noi che sapevamo tutto di niente, mettevamo a disposizione noi stessi per scrivere, commissionare, collazionare, organizzare voci di “enciclopedia” che miravano (ecco lo scopo gigante) a informare e formare virtualmente chiunque con “bigini” utili per la buona battaglia dell’intelligenza in un mondo che fa prima a parlare che a ragionare. Per amore della Chiesa e del suo divino istitutore, e di quella cultura, che, con tutte le sue piaghe, gli uomini hanno cercato nei secoli di articolare, osando persino sperare di costruirvi una civiltà. Le idee nascevano davanti all’“orzino”. Scendevano le scale e al bar di sotto oramai ci conoscevano. Ci credemmo a tal punto che cominciammo a chiamarci «The Blues Brothers»: ovviamente perché «in missione per conto di Dio». Cioè noi al buon Dio la cosa gliela proponevamo, poi facesse Lui. Tante cose a quel bar. Molti particolari sono stati discussi ai suoi tavolini. Certi nodi sono stati affrontati con il biscottino che, semel in anno, ci si concedeva assieme a quell’infuso di cereale tostato. Lì sono nati anche mille altri progetti. Ne avessimo realizzato uno. Erano libri, simposi, persino collane editoriali: tutto più grande della vita, cose per cui ci sarebbero volute più vite, invece non ne è bastata nemmeno una. Il nostro gergo annoverava un altro vocabolo, goodfellas. Chiamavamo così, sorridendo, qui tastieristi compulsivi che scrivono un tanto al chilo. Mario aveva infatti un’idea diversa di cultura. Fondata, rigorosa, inattaccabile. Al contempo aveva da essere inossidabile alla lettura. Insomma, bella. Insegnava scrittura creativa, Mario, e sapeva domare i demoni della penna e gli spiriti del calamaio. Amava le grandi narrative, quelle di respiro ampio, che abbracciano scenari immensi e sanno portarti dentro come fa una tela di Pieter Bruegel per restituirti, una volta fatti due, tre passi indietro, l’intero. Era la lettura, storica, scientifica o narrativa, che chiamavamo “braudeliana”, in omaggio alla capacità di Fernand Braudel di dipingere quadri dentro libri generosi. Quel che alla fine mettevamo su carta era figlio di chiacchierate su tutto e il contrario di tutto. Ci appassionavano pure il cinema e la fantascienza, persino l’horror. Le cose ben dette che diventano benedette e le pagine ben scritte che non sono solo scrittura, l’arte della citazione al momento giusto e il periodare elegante (almeno provarci) che lascia un buon sapore in bocca. Su un mucchio di cose non eravamo d’accordo, ma questo è polvere e cenere (non adesso: lo era già allora), se il cuore parla al cuore delle cose che davvero contano. C’erano due limiti nel nostro parlare e straripare, due confini osservati sempre, in silenzio, senza che nessuno li avesse dovuti prima tracciare esplicitamente. Il primo era che di tutto si discuteva, magari pure ci si accapigliava, ma ogni cosa si fermava, cessava, ammutoliva una volta giunti alla soglia di nostro Signore, della Vergine Maria, della sua santa Chiesa e dei suoi santi. Lì noi riprendevamo a lavorare, zitti. Oltre lì non si andava. Giunti lì, basta. Perché lì non si tocca: il tabù nel significato più nobile della parola. L’altro limite era che, spintici molto in là nella gara a chi citava di più, a chi sfoggiava di più, nomi, titoli, episodi, similmente si staccava a un certo punto il piede dall’acceleratore lasciando vincere la carità. La sfida non doveva mai umiliare l’altro. Mario ha scritto molto, e molto aveva ancora da scrivere. Scrisse di grandi romanzieri e di serial killer, della persecuzione anticattolica e di occultismo. Il contributo di verità che ha dato sulla Cruzada di Spagna e sull’epopea dei Cristeros messicani è impagabile. A proposito del lato oscuro della storia ha inseguito piste, sempre animato dalla ricerca del vero. Quante volte mi ha detto che avrebbe finalmente un giorno portato a termine quel suo libro sulle confraternite del Cinquecento, in particolare quelle devote al Sacro Cuore, che sono state anche l’humus spirituale da cui, molto dopo, sarebbero nati alcuni degli ambienti contro-rivoluzionari più incisivi. O quel suo studio enorme sull’esoterista francese René Guénon e la sovversione culturale. Era saggista e narratore, autore persino di romanzi polizieschi, e non a caso, poiché il thriller, il giallo, il noir e il mystery sono luoghi letterari dell’oltre, del metafisico, talora persino del divino che si manifesta. La fede cattolica di Mario era a prova di bomba. Scherzavamo sul nostro passato diverso, perché tutti hanno un passato. Quando rievocava la giovinezza, il tempo in cui si agghindava secondo la moda ska, ci sbellicavamo dalle risa. Perché la risata sana, vera, profonda non l’ha mai rifuggita, la praticava come un esorcismo. Ridere è da intelligenti, e lui coglieva le sfumature, le cripto-citazioni, i calembour, sottolineandoli con un ridere fragrante come il pane. Il suo Benché sia notte. Vita & opere di san Giovanni della Croce (Ares, 2018) è un monumento di quasi 500 pagine. Scriveva sempre di più, Mario, di quanto i suoi editori potessero reggere: si rammaricava un po’ e poi tagliava, accumulando mausolei di inediti puntellati da note e schizzi. Amava i libri, scriverli, leggerli e comperarli: una di quelle cose che presto finiranno nel diorama del “vecchio in libreria” in un qualche museo della civiltà perduta. Mi disse del suo male e del tempo che gli restava. Era contento perché aveva la possibilità di prepararsi, di chiudere, di “sistemare”. Lo diceva con una calma olimpica, con una serenità evangelica. Senza retorica, senza eroismo. In modo normale, se mai la vita possa essere normale. Non so quanti saprebbero fare lo stesso. Io direi di no. Di tutto, di lui mi resta questa immagine. Segnato visibilmente dalla malattia, ragionevole, pronto. Un uomo trasfigurato da un Amore più grande. Sospetto l’avesse intuito. Ha percorso così l’ultimo miglio: con gratitudine.
Autore: Marco Respinti
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