|
>>> Visualizza la Scheda del Gruppo cui appartiene
† Nagasaki, Giappone, 12 luglio 1626
Martirologio Romano: A Nagasaki in Giappone, beati Mattia Araki e sette compagni, martiri, che subirono il martirio per Cristo. [I loro nomi sono: beati Pietro Arakiyori Chobioye e Susanna, coniugi; Giovanni Tanaka e Caterina, coniugi; Giovanni Nagai Naisen e Monica, coniugi, e il piccolo Ludovico, loro figlio.]
|
Nel Giappone del XVII secolo, durante una delle più violente e sistematiche persecuzioni anti-cristiane della storia, la testimonianza d’amore e di fede dei coniugi Pietro Cioboie Araki (indicato anche come Arakyori) e di sua moglie Susanna brilla come un faro di straordinario eroismo cristiano.
L'arresto e l'ospitalità clandestina Pietro e Susanna erano ferventi cristiani che vivevano a Shimabara (Scimabara). La loro casa era un rifugio per la Chiesa sotterranea: i coniugi vi tenevano infatti nascosto il fratello coadiutore gesuita, Gaspare Sadamatzu (compagno di padre Paceco). Il loro destino si compì tragicamente il 18 dicembre 1625. Una scorta imponente di ben trecento soldati fece irruzione nella casa dei loro parenti, i fratelli Mancio e Mattia. Subito dopo, i soldati passarono alla casa quasi contigua di Pietro e Susanna. Lì scoprirono il religioso gesuita e arrestarono l'intera famiglia, conducendola nella prigione di Shimabara, dove stavano confluendo moltissime altre vittime della persecuzione.
Il calvario e l'eroismo di Susanna Il governatore della città, Tanga Mondo, convinto che piegando la resistenza delle donne avrebbe spinto alla sottomissione e all'apostasia anche i rispettivi mariti, scelse proprio Susanna come primo "esperimento" psicologico e fisico. Fatta uscire dalla prigione, Susanna fu sottoposta a pressioni costanti, lusinghe e minacce affinché rinunciasse alla fede. Di fronte alla sua assoluta fermezza, l'ira del governatore si tradusse in torture di inaudita crudeltà: L'umiliazione pubblica: Fu spogliata e condotta per la città a ludibrio della folla con un capestro al collo. Il supplizio del gelo: Venne appesa per i capelli a un albero, esposta per otto ore consecutive al freddo pungente dell'inverno giapponese. La tortura della figlia: Per spezzare il suo cuore di madre, i carnefici le legarono alle gambe la figlioletta di appena tre anni, anch'essa spogliata e intirizzita dal gelo, che non faceva che piangere. Nonostante lo strazio, Susanna mostrò un coraggio ultraterreno, pronunciando parole che restano scolpite nella storia del martirologio: «Se invece di una sola vita ne avessi mille da perdere, tutte le perderei prima di commettere la viltà dell’apostasia». Il giorno successivo, il governatore raddoppiò i supplizi: le fece versare acqua gelata sulla carne e la sottopose alla tortura dell'acqua, costringendola a ingoiare grandi quantità di liquido per poi comprimerle lo stomaco fino a farla rigettare. Ogni tentativo risultò vano. Susanna fu infine rinchiusa in una rimessa, immobilizzata con un collare di ferro al collo assicurato con una fune al muro. In queste disumane condizioni rimase per oltre sei mesi, fino a quando, l'11 luglio dell'anno successivo, fu trasferito l'ordine di trasferimento a Nagasaki. Al momento della partenza, le guardie le strapparono definitivamente dalle braccia la sua bambina.
Il martirio e la gloria degli altari Giunti al luogo del martirio a Nagasaki insieme al resto dei prigionieri, i due sposi affrontarono l'atto finale uniti nella stessa offerta d'amore, seppur con supplizi diversi: Pietro fu legato a un palo e bruciato vivo, consumando il suo sacrificio nel fuoco. Susanna, dopo aver superato mesi di torture indicibili, venne decapitata insieme ad altre donne. Il loro sacrificio non è andato perduto: la Chiesa cattolica ha riconosciuto ufficialmente la grandezza del loro martirio e la loro fedeltà a Cristo. Pietro e Susanna Araki sono stati solennemente proclamati Beati il 7 luglio 1867 da Papa Pio IX. Oggi continuano a essere venerati come modello luminoso di amore coniugale, fortezza e fedeltà incrollabile.
|