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Beati Giovanni Nagai Naisen e Monica, con il figlio Ludovico Sposi e figlio, martiri

Festa: 12 luglio

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† Nagasaki, Giappone, 12 luglio 1626

Martirologio Romano: A Nagasaki in Giappone, beati Mattia Araki e sette compagni, martiri, che subirono il martirio per Cristo. [I loro nomi sono: beati Pietro Arakiyori Chobioye e Susanna, coniugi; Giovanni Tanaka e Caterina, coniugi; Giovanni Nagai Naisen e Monica, coniugi, e il piccolo Ludovico, loro figlio.]


La famiglia Naissen – composta da Giovanni, dalla moglie Monica e dai figli Luigi, Maria e Chiara – rappresenta una delle testimonianze più toccanti di devozione, accoglienza e martirio nel contesto delle feroci persecuzioni anticristiane che colpirono il Giappone nei primi decenni del XVII secolo. Sono venerati come Beati dalla Chiesa Cattolica.

​Origini e primi anni di Giovanni Naissen
​Giovanni Naissen nacque a Shimabara (indicata nel testo come Scimabara) all'interno di una nobile famiglia giapponese. Fin dalla giovinezza mostrò una fortissima devozione alla fede cristiana. Un episodio emblematico risale alla sua infanzia: all'età di soli undici anni, quando la persecuzione contro i cristiani era già in corso, Giovanni scrisse il proprio nome utilizzando il proprio sangue, suggellando con questo rito la promessa di preferire la morte piuttosto che rinnegare la propria fede.
​Inoltre, il giovane Giovanni formulò due solenni propositi per la propria vita:
​Soccorrere sempre e comunque i bisogni dei poveri.
​Non sottrarsi mai, in qualsiasi occasione, all'offerta della propria vita per testimoniare la fedeltà a Dio.

​Il matrimonio e l'atto di ospitalità proibita
​All'età di ventiquattro anni, Giovanni sposò Monica, anch'essa nobile e fervente cristiana. Dalla loro unione nacquero tre figli: Luigi, Maria e Chiara. Entrambi i coniugi operarono con grande zelo a sostegno della causa cristiana a Shimabara, nonostante l'inasprirsi delle ostilità da parte delle autorità locali.
​Il punto di svolta drammatico per la famiglia avvenne quando decisero di accogliere e ospitare nella propria casa il missionario gesuita Giovanni Battista Zola. Si trattava di un atto esplicitamente proibito dalla legge giapponese dell'epoca, che vietava severamente a chiunque di dare ospitalità ai missionari stranieri. Consapevole del gravissimo rischio e prevedendo la prigione, Giovanni Naissen decise di distribuire tutti i suoi averi ai poveri, tenendo fede al suo antico proposito.

​L'arresto, il processo e la prova
​Poco tempo dopo aver accolto il missionario, la famiglia venne denunciata e arrestata nel dicembre del 1625. Furono imprigionati Giovanni, Monica e il primogenito Luigi.
​Durante il processo in tribunale, un amico intimo della famiglia, Paolo Ucitori (che a sua volta aveva ospitato a lungo il missionario), cercò disperatamente di salvare i Naissen. Tra Giovanni e Paolo nacque una "nobile gara" davanti ai giudici, in cui ognuno cercava di addossare a se stesso l'intera colpa per scagionare l'altro e subire il martirio. Tuttavia, l'autorità ritenne Giovanni formalmente responsabile del reato poiché sorpreso in flagrante.
​In carcere, i Naissen condivisero la prigionia con altri cristiani perseguitati per lo stesso motivo, tra cui i fratelli Araki (Cisaiemon Mattia e Firozaiemon Mencio) e i coniugi Araki (Cisboie Pietro e Susanna).

​La tortura e il momento di debolezza
​Il governatore della città, Tanga Mondo, utilizzò una strategia spietata: infierire inizialmente sulle donne per piegare la resistenza dei mariti e spingerli all'apostasia. Dopo i supplizi inflitti a Susanna Araki, toccò a Monica Naissen. Il governatore ordinò di denudarla e minacciò di violarla pubblicamente davanti agli occhi del marito.
​Profondamente sconvolto e traumatizzato da tale imminente abominio, Giovanni – in un momento di totale confusione – cedette e gridò di essere pronto a obbedire agli ordini del governatore. Sebbene si fosse pentito immediatamente dopo, il magistrato approfittò subito della situazione per rimandarli a casa, presentandoli pubblicamente come "rinnegati", nonostante i due fossero rimasti intimamente del tutto fedeli a Cristo. Per questo momentaneo atto di debolezza estorto con il terrore, Giovanni visse un periodo di durissime penitenze, digiuni, discipline e preghiere, implorando da Dio la forza per affrontare le prove future.

​La nuova prigionia a Omura
​Desiderosi di riaffermare pubblicamente la propria fede mai realmente svanita, i coniugi si ripresentarono spontaneamente davanti a Tanga Mondo dichiarando la loro totale fedeltà a Cristo. Dopo vani tentativi di farli apostatare, il governatore li fece imprigionare nuovamente, estendendo la cattura a tutta la famiglia: con Giovanni e Monica finirono in cella il piccolo Luigi (7 anni), Maria (6 anni) e la piccolissima Chiara (soli 2 anni).
​La prigionia nel carcere di Omura durò diversi mesi e fu estremamente dura: la famiglia fu rinchiusa in un locale fatiscente ed esposto alle intemperie, ricevendo cibo pessimo e giacigli scomodi. Nonostante le privazioni, la famiglia e gli altri prigionieri trasformarono il carcere in una sorta di "comunità religiosa", trascorrendo i giorni in costante preghiera e raccoglimento.

​Il trasferimento a Nagasaki ed il martirio
​Nel luglio del 1626, il governatore di Nagasaki ordinò il trasferimento dei cristiani condannati. Prima della partenza da Omura, la famiglia Naissen subì uno strazio atroce: Giovanni e Monica furono costretti ad assistere alla tortura delle figlie più piccole, Maria e Chiara, dalle quali vennero poi separati definitivamente (le bambine vennero sottratte, mentre il primogenito Luigi rimase con i genitori).
​Durante i tre giorni di navigazione verso Nagasaki, Giovanni, Monica e il piccolo Luigi pregarono e cantarono litanie. Giunti a destinazione la sera dell'11 luglio, trascorsero la notte preparandosi spiritualmente alla morte.
​Il mattino seguente, il 12 luglio 1626, salirono sulla "santa montagna" di Nagasaki, luogo delle esecuzioni. La condanna prevedeva modalità differenti in base al genere e all'età: gli uomini dovevano essere arsi vivi legati a dei pali, mentre per le donne e i bambini era riservata la decapitazione.
​La scena finale descritta dalle cronache è straziante ma carica di dignità spirituale: il piccolo Luigi, di soli sette anni, non si rendeva pienamente conto di ciò che stava accadendo a causa della tenera età. Dopo aver assistito alla decapitazione di sua madre Monica, il bambino fu incoraggiato a resistere dal padre Giovanni, il quale dal palo gli gridò le sue ultime parole di fede:
​«Consolati, Luigi, che fra poco ci ritroveremo tutti in Paradiso».
​Subito dopo, il piccolo Luigi subì la decapitazione, mentre Giovanni morì arso vivo a fuoco lento insieme agli altri compagni di fede.

Beatificazione
​La memoria del loro supremo sacrificio e della loro incrollabile fedeltà è stata preservata nel corso dei secoli. La famiglia Naissen è stata solennemente beatificata da papa Pio IX il 6 luglio 1867.

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Aggiunto/modificato il 2026-06-30

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