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Don Andrea Gaggero Sacerdote oratoriano

Festa: .

Mele, Genova, 12 aprile 1916 - Roma, 8 luglio 1988

Sacerdote oratoriano, partigiano, deportato e testimone della pace.
Lo torturarono per quaranta giorni di fila. Botte, sevizie, privazioni di ogni genere. Lo massacrarono, dentro e fuori, in quello che fu un inferno. Volevano i nomi dei suoi compagni, dei partigiani, ma lui rimase muto. Don Andrea Gaggero, giovane prete, era un pacifista. Ma collaborava con la Resistenza per cacciare l’invasore e far finire la dittatura. Per questo fu arrestato e torturato. Non parlò, nonostante ormai fosse ridotto ad una poltiglia.  Per questo lo spedirono prima a Bolzano, poi a Mauthausen. Qui, anziché rimanere buono, Don Gaggero iniziò a dare una mano alla resistenza clandestina. Lo torturarono ancora per giorni e giorni. E ancora una volta non parlò, non fece un nome. Finita la guerra, entrò in contrasto con la chiesa e smise di esser prete. Si dedicò alla pace, ne divenne un testimone, un missionario. Ogni premio che vinceva per il suo impegno, lo devolveva in beneficienza. Ogni azione, ogni passo della sua vita, fu incentrato su questo: la pace. Perché aveva visto la guerra, le torture e i morti e dedicò un’intera vita a quella missione. Divenne Presidente del Movimento italiano per la Pace. Organizzò, assieme ad Aldo Capitini, la prima marcia per la Pace Perugia-Assisi.  Fu instancabile, devoto alla causa per decenni. Si spense l’8 luglio 1988 dopo una vita di lotte e di impegno.



Una vocazione maturata nella semplicità
Andrea Gaggero nacque a Mele, nell'entroterra genovese, il 12 aprile 1916, in una famiglia di umili condizioni. Fin da giovane sentì la chiamata al sacerdozio ed entrò nella Congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri. Dopo gli studi filosofici e teologici, culminati presso la Pontificia Università Gregoriana, fu ordinato sacerdote nel 1940. Nei primi anni di ministero si dedicò con entusiasmo alla formazione dei giovani, alla predicazione e all'assistenza dei più bisognosi, vivendo il sacerdozio nello spirito semplice e gioioso proprio della tradizione filippina.

La scelta della libertà
Lo scoppio della Seconda guerra mondiale e il crollo dell'Italia fascista posero don Andrea davanti a scelte difficili. Convinto che il Vangelo esigesse la difesa della dignità della persona e della libertà, aderì alla Resistenza. La casa dei Filippini di Genova divenne un luogo di incontro e di sostegno per quanti lottavano contro il nazifascismo. Don Andrea partecipò direttamente all'organizzazione della resistenza clandestina, mettendo a rischio la propria vita per soccorrere i perseguitati e favorire la rinascita di un Paese fondato sulla giustizia e sulla pace.

La prova del carcere e del lager
Il 6 giugno 1944 fu arrestato. Durante le settimane di prigionia subì interrogatori e torture senza cedere né tradire i propri compagni. Condannato dal tribunale fascista, fu deportato prima nel campo di Bolzano e successivamente nel lager di Mauthausen, dove conobbe la fame, le violenze e la continua vicinanza della morte.
La liberazione del campo, il 5 maggio 1945, rappresentò per lui una rinascita. Dall'esperienza della deportazione uscì profondamente trasformato: aveva visto fino a dove può giungere l'odio dell'uomo, ma aveva anche scoperto che la fraternità, la solidarietà e la fede possono sopravvivere persino nelle condizioni più disumane.

Dal dolore nacque un apostolo della pace

Terminata la guerra, don Andrea riprese il suo servizio tra gli ex deportati, gli orfani e i giovani. Sempre più chiaramente comprese che la sua missione consisteva nel testimoniare la pace come esigenza irrinunciabile del Vangelo. Per lui il cristiano non poteva limitarsi a condannare la guerra: era chiamato a costruire ogni giorno rapporti di riconciliazione, di giustizia e di fraternità.
Con questo spirito partecipò a numerose iniziative nazionali e internazionali dedicate al dialogo fra i popoli, al disarmo e alla difesa della dignità umana. Collaborò anche alla nascita della Marcia della Pace Perugia-Assisi, convinto che la pace dovesse diventare uno stile di vita prima ancora che un obiettivo politico.

Una fedeltà vissuta nella sofferenza
Il suo intenso impegno nel movimento per la pace suscitò incomprensioni e contrasti con le autorità ecclesiastiche del tempo. La vicenda si concluse con la sua riduzione allo stato laicale. Fu una prova che lo segnò profondamente, ma non incrinò la sua fede in Cristo né il suo amore per la Chiesa.
Continuò infatti a vivere con discrezione e coerenza la propria vocazione cristiana, senza alimentare polemiche. Rimase persuaso che l'obbedienza alla propria coscienza, illuminata dal Vangelo, fosse il modo più autentico di seguire il Signore, anche quando questo comportava sofferenza e incomprensioni.

La memoria come servizio
Negli anni successivi dedicò molto tempo all'incontro con i giovani, raccontando l'esperienza della deportazione affinché le tragedie del Novecento non fossero dimenticate. Considerava la memoria non un esercizio di nostalgia, ma un impegno morale per costruire un futuro diverso.
Poco prima di morire iniziò a dettare i propri ricordi autobiografici. L'opera rimase incompiuta e venne pubblicata postuma con il titolo Vestìo da omo, significativa espressione del dialetto genovese che richiama la dignità dell'uomo, al di là di ogni ruolo o riconoscimento esteriore.

Un testimone del Vangelo della pace
Don Andrea Gaggero morì a Roma l'8 luglio 1988, dopo una vita segnata da prove durissime e da una costante ricerca della volontà di Dio.
Il suo ricordo rimane legato soprattutto alla limpida testimonianza di un sacerdote che seppe opporsi alla violenza senza ricorrere alla violenza, affrontò la persecuzione senza cedere all'odio e trasformò la sofferenza della deportazione in un instancabile annuncio di pace. La sua vicenda ricorda come il Vangelo conduca sempre alla difesa della dignità dell'uomo, al perdono e alla riconciliazione, anche quando il cammino passa attraverso la croce.


Autore:
Giampietro Cattini

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Aggiunto/modificato il 2026-07-09

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