Nel II secolo il Cristianesimo era ormai radicato nella capitale dell'Impero. Accanto alle comunità popolari aderivano sempre più spesso anche membri delle famiglie patrizie, mentre le persecuzioni non erano continue ma potevano riaccendersi localmente in presenza di accuse o denunce. È in questo contesto che si colloca la memoria dei sette martiri, venerati dalla Chiesa romana fin dai primi secoli.
Le testimonianze storiche La documentazione più antica non racconta la loro vita, ma ne conserva la memoria liturgica. La Depositio Martyrum del IV secolo registra infatti, al 10 luglio, sette martiri sepolti in quattro differenti cimiteri romani. Tale distribuzione delle sepolture costituisce uno dei dati storicamente più solidi della loro esistenza. Anche il Martirologio Geronimiano e la successiva tradizione liturgica romana confermano il loro culto.
La tradizione dei sette figli di Santa Felicita Tra la fine del IV e l'inizio del V secolo fu composta la Passio Sanctae Felicitatis. Secondo questo racconto, Felicita era una ricca vedova cristiana denunciata alle autorità imperiali. Il prefetto Publio, non riuscendo a convincerla ad abiurare, fece arrestare anche i suoi sette figli. Uno dopo l'altro essi professarono la fede cristiana e affrontarono il martirio davanti alla madre, che li incoraggiò a perseverare. Pochi mesi dopo sarebbe stata uccisa anche Felicita. Questo racconto ebbe una vastissima diffusione nella spiritualità medievale.
Il giudizio degli storici Gli studiosi contemporanei distinguono con chiarezza i fatti documentati dagli elementi narrativi. È considerata storicamente certa l'esistenza dei sette martiri e del loro culto nella Roma paleocristiana. È invece incerta la loro identificazione come fratelli e figli di Felicita. Molti specialisti ritengono infatti che l'autore della Passio abbia riunito in un'unica narrazione sette martiri realmente esistiti ma originariamente indipendenti tra loro, ispirandosi anche al racconto biblico dei sette fratelli Maccabei (2 Mac 7). Altri studiosi, pur riconoscendo l'elaborazione letteraria del testo, non escludono che possa conservare un nucleo storico autentico.
I diversi martìri secondo la tradizione La Passio attribuisce a ciascuno un diverso supplizio. Gennaro fu flagellato con fruste armate di piombo. Felice e Filippo morirono sotto i colpi di bastone. Silvano venne precipitato da una rupe. Alessandro, Vitale e Marziale furono decapitati. La varietà delle esecuzioni serviva anche a spiegare la presenza delle loro tombe in differenti cimiteri della città.
Il culto Il culto dei sette martiri è molto antico. Il Martirologio Romano attuale continua a commemorarli il 10 luglio, ma lo fa elencando i loro nomi e i rispettivi luoghi di sepoltura senza affermare esplicitamente il rapporto di parentela con Felicita: «A Roma, santi martiri Felice e Filippo nel cimitero di Priscilla, Vitale, Marziale e Alessandro in quello dei Giordani, Silano in quello di Massimo, e Gennaro in quello di Pretestato...» Questa formulazione riflette l'orientamento della critica storica contemporanea. Autore: Giampietro Cattini
L'epoca Felicita, discende da una delle più antiche famiglie patrizie di Roma, probabilmente della GENS CLAUDIA, visse nella Roma imperiale durante la prima metà del II secolo. Erano trascorsi circa 150 anni dalla nascita di Cristo e, grazie alla predicazione degli Apostoli Pietro e Paolo, il Cristianesimo era andato diffondendosi sempre di più, non solo fra i diseredati e gli umili ma anche tra le famiglie nobili. Certo erano momenti in cui essere cristiani significava andare incontro a rinunce eroiche e persecuzioni tremende da parte dello Stato che credeva essere il Cristianesimo la causa dei mali e delle calamità dell'Impero Romano. Non conosciamo il nome dell'uomo a cui Felicita si era unita in matrimonio ma sappiamo con certezza che da lui ebbe la gioia di diventare madre per ben sette volte, prima di rimanere giovane vedova. La sua attività casalinga di madre premurosa e i pesanti impegni domestici non le vietarono di seguire con attenzione gli insegnamenti della nuova religione chiamata Cristianesimo, alla quale si convertì con tutta la famiglia. In questo momento storico, a Roma, è in atto già da anni una penetrazione cristiana capillare nelle varie classi sociali: proletari, schiavi, negozianti, piccoli borghesi, artisti e artigiani costituivano nel II secolo il tessuto della Chiesa nascente, come ricorda la "Tradizione Apostolica" del sacerdote Ippolito nel menzionare i mestieri e le professioni di coloro che chiedevano di istruirsi come catecumeni per poi ricevere il sacramento del battesimo. Ma la "buona novella" andava diffondendosi anche nel gruppo sociale aristocratico e perfino tra i componenti della casa imperiale per cui il terzo successore di Pietro, e cioè papa Clemente, nella sua lettera ai Corinti indica i nomi di alcuni membri delle famiglie patrizie romane definendoli "veterani della comunità", segno evidente che già da tempo famiglie senatorie si professavano cristiane. Anche Plinio, allora governatore in Bitinia (attuale Turchia) nell'anno 112, scrivendo all'imperatore Traiano a proposito delle persone accusate e perseguitate come cristiane, “vengono portati in giudizio... tanto sono stati contagiati da questa superstizione". Come nel nostro caso, fra la classe senatoriale e imperiale, grandissima influenza ebbero le donne che, con la loro conversione al Cristianesimo, daranno nuovo impulso allo sviluppo della tenera pianticella cristiana in Roma; sono le "clarisse feminae" il cui influsso sarà determinante all'epoca di Costantino. In questo delicato momento storico, la crisi esistenziale dell'uomo annaspante tra l'oscurità pagana e i riflessi di luce della Verità, toccò profondamente la nostra matrona Felicita che, con la sua
conversione al Cristianesimo, scelse l'autentica fede piuttosto che il vuoto paganesimo e la falsità degli idoli romani. Nella sua casa venivano organizzate riunioni per celebrare i misteri di Cristo: si leggevano passi dell'Antico Testamento riguardanti le profezie sul Redentore, si narravano fatti e miracoli della vita di Gesù e le parole degli Apostoli per poi concludere con la celebrazione eucaristica, allora ai primi passi. Quasi certamente per questi riti veniva utilizzata la villa di campagna di Felicita, posta sulla via Salaria, dalle parti di Fidene, in quanto recentissimi studi hanno appurato lo stanziamento della tribù Claudia in questa zona, allorché si era trasferita dalla nativa Inrigillum a Roma; non a caso vedremo che tutte le uccisioni dei membri della famiglia di Felicità avverranno in questa località. Oltre alla carità di Cristo, Felicita esercitava la carità verso il prossimo; tutti i bisognosi venivano a lei: schiavi, abbandonati, vedove, orfani e indigenti di ogni specie in cerca di pane e di buone parole. Le ricchezze di famiglia erano state messe a disposizione del gruppo; la santa vendeva generosamente case e terreni, derrate e gioielli per offrirne il ricavato ai sacerdoti, a favore dei poveri della Comunità, secondo gli insegnamenti dettati negli Atti degli Apostoli "la moltitudine di coloro che erano alla Fede aveva un cuore
solo ed un'anima sola, né vi erano tra loro differenze e nessuno diceva di sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa tra loro era in comune...". Ma le lunghe file di mendicanti davanti al portone di casa, i giochi fraterni dei figli di Felicita con quelli degli schiavi, le strane figure orientali che discretamente sgusciavano all'interno della villa al cadere delle ultime luci del giorno per uscirne a notte
inoltrata e il comportamento mutato della matrona, misero in avviso alcuni invidiosi che, contrari alla diffusione della fede cristiana e avidi delle ricompense promesse ai delatori, andarono dai sacerdoti pagani per denunciare Felicita come appartenente a quella religione che gli Editti degli imperatori avevano duramente condannato. E fu così che la Santa si ritrovò dinnanzi ai tribunali per rispondere di un'accusa tanto grave. Il giudizio Felicita, fino all'anno
precedente, era vissuta sotto l'imperatore Antonino Pio (138-161) in
un'era di pace e di tolleranza dello Stato verso i Cristiani: tutto il
mondo conosciuto godeva della pax romana, anche se ai confini le
frontiere venivano minacciate dai barbari, sempre pronti ad insinuarsi
nel suo organismo e ad accelerarne la incipiente crisi. Crisi ed
esaurimento erano anche nelle idealità classiche, percorse da nuovi
fermenti religiosi in cerca di nuove concezioni di vita e di nuovi
destini per l'uomo; agli antichi riti pagani si andavano sostituendo le
correnti mistiche orientali come lo Stoicismo e i Culti Misterici,
abbracciati perfino dagli imperatori, proprio perché al fedele, nella
ricerca dell'intimo rapporto con il divino e nel desiderio di
purificazione personale, era promessa una speranza di salvezza. Tale
disponibilità religiosa in tutte le classi sociali del mondo romano del
II secolo, fece sì che il messaggio di Cristo trovasse una larga
diffusione perché donava la gioia della verità, dell’amore,
dell'autenticità spirituale. Ma queste strane promesse del
Cristianesimo che rovesciavano la politica, la società e la religione
antica, su cui Roma si era costituita e ingrandita a dismisura,
concorsero a rendere sospetto e illegittimo il culto cristiano, così da
poterlo stroncare sul nascere! Ed è quello che fecero molti imperatori
storicamente definiti violenti ma anche altri più umani e insigni per
grandi opere, come il nuovo imperatore Marco Aurelio (161-189 dC),
figlio adottivo di Antonino Pio, esaltato dagli storici come filosofo
della mentalità aperta e dal grande cuore e, come egli stesso si definì
nei suoi Pensieri "fautore della libertà di tutti i cittadini e lontano
da ogni superstizione per quel che riguarda gli dei". I sacerdoti
pagani, sentita la notizia dei delatori, si recarono prontamente
dall'imperatore, accusando Felicita di essere cristiana e che, con
parole ed opere, invitava molti cittadini a seguire il suo esempio. "Gli
dei di Roma sono altamente sdegnati ed offesi per quanto riguarda la
religione dei cristiani ma anche le leggi dello Stato sono state
violate. Gli dei e la giustizia di Roma, dissero i sacerdoti, esigono
una solenne riparazione che sia di esempio a tutti, altrimenti grandi
mali, calamità e sciagure ricadranno sulla tua persona e sull'impero!" Alla
veemenza delle accuse dei sacerdoti, Marco Aurelio, restò molto turbato
a causa della nobiltà della matrona. All'inizio contrappose il suo
ideale di stoico convinto per quanto riguarda la decadenza degli dei
romani ai quali neanche lui credeva più, ma poi si fece convincere dalla
necessità di combattere i cristiani, fautori dell'abolizione delle
differenze di classe, dell'eguaglianza fra padroni e schiavi, della
gioia del perdono anche verso coloro che ci odiano e ci fanno del male.
Non sarebbe stato possibile per un Romano convinto poter adorare e
credere ad un dio che la legge aveva condannato a morte come un
malfattore, era inumano pensare ad un dio che si era fatto morire con il
supplizio più infamante, la morte di croce! Con dispiacere, perciò,
ma pensando di fare il bene dello Stato, ordinò che si procedesse nel
giudizio contro Felicita e affidò il processo ad un suo prefetto Publio,
grande esperto di legge, la cui statua ancor oggi si erge nel Palazzo
di Giustizia di Roma. Ma il processo, anche se affidato ad un grande
magistrato del foro, si dimostrò una farsa, come dirà Tertulliano nel
suo Apologeticum pochi anni dopo, conducendo una serrata argomentazione
di natura giuridica contro le persecuzioni: esse infatti nascono da
calunnie prive di fondamento e sono manifestazioni illegittime perchè i
cristiani vengono condannati senza che si contesti loro alcun delitto
specifico. Ed ecco il resoconto del processo contro l'eroica Felicita
e i suoi sette figli, seguendo le orme dello storico Ambrogio Arrighini
nella sua opera "In splendoribus sanctorum". (1931). Sembra a questo
punto rivivere una scena dell'antico Testamento: la morte dei sette
fratelli con la loro madre, fatti straziare del re Antioco e morire tra i
tormenti più spaventosi (2 Macc. 7, 1 - 42). Con grande enfasi
l’inquisitore Publio cominciò a leggere l'accusa dei sacerdoti contro
Felicita, facendo notare l'ignominia di coloro che venivano dichiarati
nemici dello stato e specialmente il dovere che una rappresentante di
una famiglia senatoria avrebbe dovuto avere nei confronti delle patrie
leggi. Rivolgendosi poi alla matrona, la dichiarava responsabile
delle eventuali torture e della morte che sarebbero toccate ai figli se
avesse insistito nel dichiararsi cristiana. "La statua dell'imperatore,
diceva con voce blanda il prefetto, è posta qui dinnanzi a noi mentre ai
suoi piedi brucia il sacro fuoco; basta che voi mettiate un granello
d'incenso nel tripode per dimostrarmi che voi rinnegate il
cristianesimo, non dovete nemmeno parlare... Potrete poi, tornarvene
felicemente a casa". Felicita, stretti fortemente i figli a sé,
guardò con occhi di commiserazione il prefetto e sorridendo li rivolse
al cielo, senza degnare di una risposta il suo inquisitore. Allora
Publio, visto che con le buone maniere non riusciva a piegare la volontà
degli accusati, ricorse a minacce ben gravi mostrando, nel contempo, i
sadici strumenti preparati per la tortura. Fu allora che la santa
madre, forse vedendo il brivido di paura che corse sul volto dei figli,
li strinse di nuovo a sé, gridando, con l'indice rivolto al cielo:
“Figli miei, io vi dico di guardare il cielo! Rivolgete sempre e tenete
fissi gli occhi al cielo dove Gesù Cristo vi attende con i suoi angeli e
i suoi santi!" Publio, allora, comprese che, finché la madre fosse
stata presente, a nulla sarebbero valse le minacce per i figli, anzi
sarebbe stata sempre più la valida sostenitrice della loro fede, per cui
passò dalle parole ai fatti... L'interrogatorio Dopo
averle fatto legare le mani all'anello della colonna, Publio fece
flagellare la matrona e, dopo questo supplizio, ordinò che fosse gettata
in prigione. Era il mese di maggio:...Ore intere trascorrevano nella
sua accorata preghiera... Tutti i fratelli, ora, privi della madre,
guardavano con angoscia e paura il fratello maggiore Gennaro.
Particolarmente a lui si rivolse il Prefetto, ripetendo le solite
lusinghe e le solite minacce. Ma questi, incoraggiati dall'esempio della
madre, si mostrò degno figlo di Felicita... Si tentò di far balenare di
fronte ai suoi occhi tutti gli onori e i piaceri della corte, qualora
avesse rinnegato la fede e avesse sacrificato agli dei e all'imperatore.
Quale prova terribile per questo generoso atleta di Cristo e per i suoi
fratelli! Scegliere la vita, gli onori e i piaceri del mondo oppure i
patimenti, l'ignominia e la morte! E tutti generosamente scelsero la
morte, piuttosto che tradire la loro fede! Infatti così il giovane
Gennaro rispose all'inquisitore: "Io ho preso a mia guida la salvezza di
Dio ed essa certo mi darà la vittoria sulla vostra empietà" Il Prefetto
allora lo fece flagellare davanti agli occhi esterefatti dei fratelli
minori e lo fece rinchiudere in prigione insieme ai malfattori comuni. Chiamò,
poi il secondogenito Felice e lo esortò in tutti i modi ad essere più
saggio del fratello se non voleva incorrere negli stessi tormenti e
nelle stesse punizioni. Ma anche Felice, con voce franca e ferma,
accennando il cielo con il dito, disse: "Lassù non v'è che un solo Dio
ed è quello che noi adoriamo; a Lui noi offriamo il sacrificio di tutti
noi stessi; non sperare, quindi, di separarcene."Il Giudice, dopo averlo
fatto battere con le verghe, ordinò che fosse messo in prigione insieme
al fratello. Si rivolse, ancora, al terzo fratello Filippo con
paterne parole: "Almeno tu, non costringermi ad essere cattivo con te,
sii ubbidiente almeno tu agli ordini del nostro imperatore e offri
l’incenso ai nostri dei onnipotenti." "Non sono già degli dei, lo
interruppe il ragazzo, ma dei vani simulacri di marmo e di metallo che
non hanno alcun potere e intelletto, e ancor meno ne dimostrano coloro
che li adorano!" Così anche a Filippo toccò la stessa sorte dei
fratelli. Il Prefetto chiamò a sé il ragazzo Silvano, quartogenito
della famiglia e presolo per i capelli, gli mostrava gli strumenti della
più terribile tortura insieme alle orrende facce dei carnefici. "Se
noi temessimo, disse il ragazzo, questi vostri tormenti di un istante,
ci esporremmo ad altri più tremendi per tutta l'eternità: Tormentateci,
dunque, percuoteteci, bruciateci, uccideteci, non farete altro che
affrettare la gloria che ci aspetta lassù nel cielo!" Publio ordinò che il medesimo supplizio fosse applicato anche a Silvano. Non
meno coraggioso si dimostrò il giovanissimo Alessandro che, senza
ascoltare nemmeno una parola del suo giudice, dichiarò "Io non riconosco
altro Dio e padrone che il Signore Gesù; la mia bocca ne dichiara la
divinità, il mio cuore lo ama, la mia anima lo adora e nel dire e far
ciò, per quanto uno sia giovane dimostra certo più saggezza di un
vecchio che crede e si prostra davanti agli idoli di pietra, i quali
periranno insieme ai loro adoratori." Anche Alessandro seguì la sorte
dei fratelli. Fu la sorte del bambino Vitale; il giudice prendendo
spunto dal suo nome gli disse amabilmente: "Tu che ti chiami Vitale,
almeno tu, come dice il tuo stesso nome, amerai la vita e non vorrai
andare incontro alla morte! Abiura, quindi, la tua fede." "Che cosa è
da preferire rispose il fanciullo - morire con la grazia di Dio o
vivere schiavi dei demoni?" ."E chi sarebbero i demoni?" disse il
Prefetto. "Sono gli idoli dei pagani e quelli che li adorano." rispose
prontamente il bambino. Il Prefetto era costernato nel vedere la
forza dei ragazzi nella professione della loro fede e si accinse ad
interrogare il minore che non aveva raggiunto l'età di sette anni.
Marziale, data la sua giovanissima età, poteva più facilmente essere
spaventato della minaccia dei tormenti; il giudice con grande stupore,
però, vide il bambino alzare gli occhi al cielo come gli era stato
raccomandato dalla madre ed esclamare quasi ispirato: "Oh, se sapeste
l’eterna beatitudine che è lassù riservata da Dio a quelli che per Lui
soffrono e muoiono! Affrettate, dunque anche a me, ai fratelli, a nostra
madre tale gioia, perché noi non desideriamo di meglio!" Il martirio Il
Prefetto dell'Urbe comprese che nulla poteva fare per indurli ad
abiurare e pensava che la morte, come loro dicevano, li avrebbe liberati
dalle sofferenze terrene e li avrebbe consacrati per sempre alla
felicità del cielo; cercò, di differire i tempi, anche al pensiero di
aver svolto malamente le mansioni affidategli dall'imperatore che lo
avrebbe ritenuto un incapace. Infine, però, dovette trasmettere tutti
gli atti del processo all’imperatore, il quale, dopo aver letto il
contenuto, ordinò che tutti gli accusati fossero messi a morte, forse
mirando ad incamerare le grandi ricchezze della matrona. Ciò gli avrebbe
inimicato le potenti famiglie della nobiltà romana, e allora decise di
demandare a vari tribunali dell'Urbe la responsabilità della condanna a
morte di tutta quella famiglia tanto stimata nell'ambiente patrizio.
Questa è anche la spiegazione dei vari luoghi del martirio dei
componenti la famiglia di Felicita. Durante la stagione della mietitura,
anche le giovani vite dei sette fratelli furono troncate una ad una
dagli ignobili mietitori, sotto gli occhi della loro madre! Non si
può narrare fatto più straziante! Una madre che assiste alla morte di
sette figli uccisi uno dopo l'altro in maniera così vile e barbara,
grondanti vivo sangue. I discepoli di Platone discutevano su quale fosse
il supplizio più duro per una madre: cavarle gli occhi, strapparle il
seno? No, far morire alla sua presenza i suoi stessi figli e così verrà
martirizzata nello stesso tempo dal dolore e dall'amore; nessuna più
raffinata crudeltà potrebbe immaginare supplizio più atroce! Ma se
immenso fu il dolore di Felicita, meraviglioso fu il suo contegno di
fronte al supplizio dei figli: più si sfogava la rabbia del carnefice,
più quella martire invitta era ferma nel professare la fede e nel
l'incoraggiare i figli a sopportare i tormenti per amore di Gesù. Gennaro,
il maggiore dei fratelli, venne fatto battere con fruste a palle di
piombo finché il suo corpo ridotto ad un ammasso di carne e sangue non
rese l'anima a Dio. Filippo e Felice morirono sotto i colpi di bastone. Silvano venne gettato da un'alta rupe, formata dal taglio delle cave di tufo nella zona di Fidene (periferia di Roma) . Alessandro,
Vitale e Marziale, essendo i minori, vennero decapitati. A tutti i
supplizi dei santi ragazzi venne fatta assistere la matrona con la
remota speranza di un'abiura, invece essa accresceva la sua fede in
Cristo e incoraggiava i figli ripetendo loro eroicamente di non guardare
le cose terrene ma il cielo. Pochi mesi dopo la morte dei figli, il
giorno 23 di novembre dell'anno 162, venne decapitata, ricevendo come
ricompensa la gloriosa palma dei santi martiri... Il culto Le
salme dei martiri vennero lasciate sul posto del martirio alla mercé
degli uccelli rapaci e come esempio per coloro che passavano. Vennero
poi raccolte dai pietosi necrofori cristiani e degnamente sepolte nelle
vicinanze dei luoghi del loro martirio. L’esatta ubicazione delle
sepolture rimase a lungo ignota ma quasi certamente esse furono
dislocate lungo la via Salaria nelle vicinanze di Fidene, come attesta
il grande archeologo G. B. De Rossi (1822-1894) che tentò di stabilire
dove furono sepolti i sette martiri con la loro madre. Secondo
l'Itinerario di Guglielmo da Malmesbury (1080-1143) e su molte altre
indicazioni storiche, risulta che a Fidene (periferia della Roma
imperiale) esisteva una Basilica dedicata alla Santa e al figlio
Silvano; anche recenti studi archeologici, sistematicamente condotti
presso il cimitero di Massimo, indicano che il corpo della Santa e di
suo figlio Silvano furono accolti in un sepolcro di questo Cimitero. La
stessa attestazione la troviamo nel Calendario Filocristiano del IV
secolo per cui possiamo ben dire che i corpi di Silvano e di sua madre
riposarono per molti anni nel cimitero di Massimo (dal nome del suo
fondatore) detto poi anche di Santa Felicita. Il corpo di Santa
Felicita, dal luogo ove riposava, venne rubato dai Novaziani intorno
all'anno 250; questi erano seguaci del diacono romano Novaziano che si
fece eleggere papa (fu il primo antipapa della storia) contro papa
Cornelio; egli si mise a capo di un partito rigorista eretico -
scismatico, anche se nel 1932 in una tomba donatista a Roma viene
ricordato come martire sotto Valeriano. Tornato nelle mani dei
cattolici, il corpo della Santa venne riposto nel primitivo sepolcro e
venne innalzata sopra di esso una sontuosa basilica. Ritroviamo ancora
notizie del sepolcro della santa intorno all'anno 420, allorché papa
Bonifacio I fu costretto a nascondersi nel cimitero di Massimo per
eludere le ricerche degli scimatici di Eulalio. La fine dello scisma
dell’antipapa Eulalio fu certamente attribuita dal pontefice
all'intercessione della santa, per cui Bonifacio fece restaurare la
Basilica e adornò di marmi il sepolcro. Alla sua morte volle essere
sepolto presso i resti della santa nello stesso cimitero come risulta
dal Liber Pontificalis I, pg 227-229). Con il diffondersi del
cristianesimo, divenuto religione di stato al tempo di Costantino il
grande, (313 dC) si sviluppò anche una grande devozione per i santi
martiri che avevano sigillato la Fede col sangue. E' quanto successe
per la devozione verso Santa Felicita e Figli Martiri specialmente fra
le donne romane le quali vedevano nella santa una concittadina e donna
di casa come loro e la invocavano, lei che aveva avuto sette figli, in
modo speciale coloro a cui era negata la maternità per le ragioni più
varie. Non lontano dal Colosseo stato rinvenuto un antico Oratorio,
nella nicchia nel quale era raffigurata la Santa con i sette Figli
mentre venivano incoronati con la palma del martirio dal Cristo
Redentore e dal ritrovamento di una lapide marmorea con sopra la
scritta: "Felicitas cultrix romanarum" (Felicita protettrice delle donne
romane). Si pensa che questo oratorio possa essere sorto sulla casa romana di Felicita o sul luogo della prigionia prima del martirio. Questa
devozione per la Santa di protrasse negli anni a seguire anche fuori di
Roma, per cui S. Pietro Crisologo, (+ 450) grande oratore e vescovo di
Ravenna, non disdegnò comporre uno stupendo elogio della Santa Martire,
quando correva l'anno 439. Tale devozione non si limitò ai soli popolani
di Roma ma fu intensamente sentita anche dai rappresentanti del clero e
dagli stessi papi; abbiamo visto papa Bonifacio I e ritroviamo anche il
papa San Gregorio Magno, colui che con la sua fede in Cristo riuscì a
fermare a Mantova, nel 452, il flagello di Dio Attila, capo degli Unni e
a convincere, nel 455, Genserico con i suoi Vandali a non procedere al
saccheggio e all'incendio di Roma. Papa Gregorio, ultimo difensore
della grandezza dei destini di Roma, il giorno 23 novembre, proprio
nella Basilica nel Cimitero di Massimo, elogiò Santa Felicita con queste
ferventi parole: "Felicita temette più di lasciare sulla terra i
suoi figli di quanto le altre madri di sopravvivere ad essi. Ella fu
ancor più che martire, poiché soffrì, in qualche modo, quello che soffrì
ciascuno dei suoi sette figli. Secondo l'ordine del tempo fu l'ultima a
combattere, ma fu angustiata durante tutta questa sanguinosa scena:
cominciò il suo martirio con il primo dei suoi sette figli e non terminò
che con la morte dell'ultimo. Ricevette così, una corona per sé e per
tutti quelli che aveva messo al mondo; e vedendoli tormentare si
mantenne ferma nella sua costante fede. Come madre ebbe a provare tutto
quello che la natura fa soffrire in simili occasioni: ma si rallegrava
quale cristiana per il sentimento che le ispirava la speranza..." E il venerando pontefice concludeva con una solenne esortazione morale: "Vergogniamoci
almeno di vederci così lontani dalla virtù di questa grande martire,
non avendo noi la forza di preservare la fede neppure dalle nostre
peccaminose inclinazioni. Spesso ci lasciamo turbare da una parola o da
uno scherno, la minima contrarietà ci scoraggia mentre i più crudeli
supplizi e pure la morte non riuscirono a smuovere di una linea la
nostra eroica Santa. Noi siamo soliti piangere e disperarci quando Dio
ci ritoglie i figli che ci aveva dato e Felicita, invece, si rattristava
al pensiero che i suoi figli non morissero per Gesù Cristo e si
rallegrava nel vedere suggellare la vera fede con il loro stesso
sangue." (Homilia in Evangelio. IV, 3). Erano trascorsi trecento anni
dalla morte di Felicita e dobbiamo ritrovare una profonda verità in
questi scritti antichi, anche se basati sull'agiografia, in quanto, per
il breve tempo trascorso, molte supposizioni o errori potevano essere
confutati e non accettati così facilmente dal popolo e dalla cultura
della Chiesa. Nel secolo VIII, il papa Leone III, rendendosi conto
dello stato di abbandono in cui versava il Cimitero di Massimo e vedendo
che la Basilichetta di Felicita cadeva in rovina, fece trasportare le
spoglie della Santa e di suo figlio Silvano presso la chiesa di Santa
Susanna. Con il passare del tempo, perfino del sito del Cimitero di
Massimo si perse la memoria finché nel 1834, fatti alcuni scavi dalla
Commissione di Archeologia Sacra, venne alla luce la Basilichetta del IV
secolo, riconosciuta con tomba della Martire. Nelle sottostanti
catacombe venne anche scoperto un dipinto molto rovinato ma nel quale
erano visibili le figure di Felicita e di altri sette martiri, quelli
che la tradizione identifica con certezza come i sette figli di Santa
Felicita. La Basilichetta di Santa Felicita è stata restaurata e riaperta al culto nel novembre 2013.
Autore: Parrocchiaranica.it
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