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† Sufes, attuale Sbiba, Tunisia, 399 circa
Nell'estate del 399, in una piccola colonia romana degli altopiani della Bizacena, sessanta cristiani persero la vita in un tumulto popolare: la loro colpa, agli occhi della maggioranza pagana, era di aver applicato le leggi imperiali che ordinavano la distruzione degli idoli, rovesciando la statua della divinità protettrice della città. L'episodio, uno degli ultimi sussulti cruenti della resistenza pagana nell'Africa tardoantica, non cadde nell'oblio: Agostino d'Ippona indirizzò ai notabili della colonia una delle sue lettere più ferme, condannando il massacro e offrendo, con ironia tagliente, di restituire la statua distrutta. Il Martirologio Romano conserva al 30 agosto la memoria di quei sessanta, con il nome di Martiri della Colonia Suffetana. Dietro la scarna notizia liturgica si leggono l'ultima fase della trasformazione religiosa del mondo romano, le tensioni di una comunità mista e un enigma topografico - Sufes o Sufetula, Sbiba o Sbeitla - che impegna ancora gli studiosi.
Emblema: Palma del martirio, corona della gloria, raffigurazione collettiva dei sessanta; sullo sfondo la statua pagana rovesciata.
Martirologio Romano: Commemorazione dei santi sessanta martiri, uccisi a Sbeitla nell’Africa bizacena, oggi Tunisia, dalla furia dei pagani per aver distrutto una statua di Ermes.
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Nel cuore della provincia di Bizacena, sugli altopiani dell'attuale Tunisia centrale, sorgeva Sufes, piccola colonia romana il cui nome tradiva un'origine ben più antica: il titolo punico sufet, 'giudice', richiamava i magistrati delle città africane preromane. Elevata al rango di colonia probabilmente in età di Marco Aurelio, con il nome ufficiale di colonia Aurelia Sufetana, la città è ricordata dall'Itinerario Antonino come nodo stradale e dall'epigrafia come municipio vivace: un'iscrizione celebra lo splendidissimus et felicissimus ordo coloniae Sufetanae, un'altra reca una dedica a Ercole nel suo dies natalis, segno che l'eroe era il genio tutelare della città. Il cristianesimo vi era giunto presto: già nel 255 un vescovo di Sufes, Privato, partecipava ai concili di Cartagine, e nel 411 la comunità contava insieme un vescovo cattolico, Massimino, e uno donatista, Peregrino. Alla fine del IV secolo, tuttavia, i pagani costituivano ancora la maggioranza, o almeno una componente fortissima, della popolazione: una città religiosamente mista, nella quale convivevano il latino, il punico e, sempre più, il Vangelo. Poco più a sud sorgeva intanto Sufetula, l'odierna Sbeitla, il cui nome era per i Romani un diminutivo di Sufes: una vicinanza onomastica destinata a generare secoli di equivoci.
La legge, la statua, la furia L'anno 399 segnò una svolta per il paganesimo africano. L'imperatore Onorio, proseguendo la legislazione teodosiana, ordinò con una serie di editti la chiusura dei templi e la distruzione degli idoli. Nella colonia di Sufes la minoranza cristiana, forte per la prima volta dell'autorità imperiale, procedette all'abbattimento della statua di Ercole. Per la maggioranza pagana fu un sacrilegio intollerabile: la città insorse, e nel tumulto che seguì sessanta cristiani furono uccisi. Non si trattò di una persecuzione giudiziaria né di una sentenza emanata da autorità pagane: fu un'esplosione popolare, un linciaggio collettivo che rovesciava lo schema dei primi tre secoli, con gli antichi perseguitati nel ruolo delle vittime e i devoti degli dèi tradizionali in quello dei carnefici. La data dell'episodio si lascia fissare con rara precisione: tra l'estate del 399, quando fu promulgata la legge imperiale, e i mesi immediatamente successivi, nei quali la notizia raggiunse Agostino d'Ippona.
La lettera di Agostino L'episodio non rimase senza eco. Agostino indirizzò ai capi, ai notabili e agli anziani della Colonia Sufetana una lettera che costituisce oggi la principale fonte storica dell'evento. Il vescovo d'Ippona parlò di un misfatto famigerato per la sua inumanità e ricordò ai cittadini che i cristiani non avevano agito per arroganza privata ma in applicazione di una legge valida in tutto l'impero. Poi, con l'ironia che gli è propria, offrì il risarcimento: se la statua di Ercole era loro, la comunità cristiana l'avrebbe restituita, perché non mancavano né metalli né pietra; ben altro conto, aggiunse, era spezzare gli idoli che ciascuno coltiva nel cuore. Era insieme rimprovero giudiziario, gesto diplomatico e proposta missionaria: nessuna vendetta, nessuna richiesta di rappresaglia, ma l'invito a trasformare il lutto dei sessanta in occasione di conversione. La lettera spiega anche l'anonimato del gruppo: per i martiri di Sufes non fu scritta alcuna passio, e i loro nomi non furono mai registrati nei libri liturgici; soltanto il numero, sessanta, passò nei martirologi.
Una memoria fra due città La commemorazione dei sessanta giunse al Martirologio Romano sotto la data del 30 agosto, ma con un'esitazione topografica che accompagna ancora oggi la scheda. Le redazioni antiche parlavano di una Colonia Suffetulana, e il testo italiano vigente colloca il massacro a Sbeitla, l'antica Sufetula, menzionando una statua di Ermes. Eppure la lettera di Agostino è indirizzata ai capi della Colonia Sufetana, cioè a Sufes, e le iscrizioni con il nome della colonia e con il culto di Ercole provengono da Sbiba, sede dell'antica Sufes, una quarantina di chilometri a nord di Sbeitla. La sovrapposizione si spiega con l'assonanza dei due toponimi: Sufetula era già per gli antichi la piccola Sufes. La Catholic Encyclopedia avvertiva nel 1913 che i martiri del 30 agosto sembrano appartenere piuttosto a Sufes. Analoga discrepanza riguarda la statua: Ermes nel testo liturgico vigente, Ercole in Agostino e nell'epigrafia. La memoria liturgica ha dunque conservato intatto l'evento, mentre la geografia ha esitato fra due città dal nome quasi gemello.
Le rovine e il culto Delle due città che si contendono la memoria dei martiri restano rovine importanti. Sbiba, l'antica Sufes, conserva i resti di una basilica trasformata in moschea dopo il VII secolo, le fondazioni di un tempio romano, un ninfeo alimentato da un acquedotto di nove chilometri e il recinto di una fortezza bizantina edificata sotto Giustiniano dal generale Salomone con materiali di spoglio della città antica. Sbeitla, l'antica Sufetula, esibisce uno dei fori capitolini meglio conservati della Tunisia, insieme con chiese e battisteri dell'età cristiana. Né l'uno né l'altro sito hanno restituito reliquie o iscrizioni riferibili ai sessanta: il loro culto, destino comune a molti martiri africani, è affidato interamente alla commemorazione martirologica del 30 agosto, senza testi liturgici propri, senza patronati, senza pellegrinaggi documentati. Forse anche per questo la loro vicenda resta esemplare nella sua nudità: nessun nome, nessuna passio, nessuna reliquia, soltanto un numero, una data e una lettera di Agostino a fare da testimonianza.
L'enigma di Ermes e di Ercole Il testo italiano vigente del Martirologio attribuisce il movente del massacro alla distruzione di una statua di Ermes, mentre l'Epistula 50 di Agostino menziona esplicitamente Ercole e l'epigrafia di Sbiba documenta un culto di Ercole come genio della colonia. La divergenza si spiega con la trasmissione tarda della notizia martirologica, che ha potuto confondere o sostituire la divinità; il nucleo storico, la distruzione di una statua tutelare e la reazione pagana, resta identico nelle due versioni.
Le due sedi titolari Sufes e Sufetula sopravvivono oggi entrambe come sedi vescovili titolari della Chiesa cattolica, ulteriore traccia della doppia memoria. Sufes è nota anche per un sinodo tenuto nel 525, legato alle controversie sulla precedenza fra i vescovi della Bizacena dopo la persecuzione vandala; Sufetula è ricordata per la battaglia del 647, nella quale l'esercito dell'esarca Gregorio fu sconfitto dagli Arabi, preludio alla fine dell'Africa bizantina.
Iconografia Non esiste una tradizione iconografica antica dei sessanta martiri. Le raffigurazioni moderne, come quelle proposte in questa scheda, si fondano sugli attributi tipici del martirio collettivo: la palma, la corona, il gruppo numeroso, e sul dettaglio narrativo più forte della vicenda, la statua pagana rovesciata ai piedi dei testimoni.
Curiosità - Nella lettera 50 Agostino propone ai cittadini di Sufes, con ironia tagliente, di risarcire la statua distrutta: se dite che Ercole era vostro, saremo ben lieti di risarcirvi il danno, perché non mancano metalli né pietra; un'offerta che era insieme sfida e invito alla conversione. - Il geografo arabo al-Bakri, nell'XI secolo, descriveva Sbiba come città antichissima, costruita in pietra, circondata di giardini che producevano uno zafferano di qualità eccellente. - L'errore topografico che ha accompagnato la memoria dei martiri nasce da un diminutivo: Sufetula era per i Romani la piccola Sufes, e la sorella minore ha finito per prendere il posto della maggiore nei libri liturgici.
Autore: Enrico Quiri
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