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Corea, 1799 circa - Seul, Corea, 3 settembre 1839
Nacque in Corea alla fine del XVIII secolo, in un periodo in cui la fede cattolica si diffondeva nel paese nonostante le crescenti persecuzioni. La sua vita fu segnata dal dolore già in giovane età: perse entrambi i genitori durante le violente repressioni contro i cristiani, rimanendo solo a dover affrontare un mondo ostile. Per sopravvivere, imparò l'umile mestiere di fabbricante di sandali di paglia, un lavoro modesto che gli permise di mantenersi dignitosamente senza rinunciare alla fede che i suoi gli avevano trasmesso. Quando la grande persecuzione Gihae si abbatté sulla Corea nel 1839, Giovanni non fuggì né cercò compromessi. Arrestato insieme a cinque donne - Barbara Yi Chong-hui, Maria Yi Yon-hui, Agnese Kim Hyo-ju, Maria Pak K'un-agi e Barbara Kwon Hui - fu sottoposto a interrogatori brutali e torture crudeli perché rinnegasse Cristo. Come migliaia di altri cattolici coreani, rifiutò fermamente di apostasiare, preferendo la morte al tradimento della propria fede. Il 3 settembre 1839, fuori dalla Piccola Porta Ovest di Seul, il luogo destinato alle esecuzioni capitali, Giovanni Pak Hu-jae e le sue cinque compagne furono decapitati, suggellando con il sangue la loro testimonianza cristiana. La sua memoria è celebrata insieme a quella dei 103 Martiri Coreani canonizzati da Papa Giovanni Paolo II il 6 maggio 1984 a Seul, in una cerimonia storica che ruppe la tradizione delle canonizzazioni romane.
Patronato: Corea (insieme agli altri martiri coreani).
Etimologia: Giovanni deriva dall'ebraico Yochanan, 'Dio è misericordioso'.
Emblema: Palma del martirio, abiti tradizionali coreani, spada (strumento del martirio).
Martirologio Romano: A Seul in Corea, passione dei santi Giovanni Pak Hu-jae e cinque compagne, martiri, che, durante la persecuzione, condotti davanti al tribunale criminale in quanto cristiani, dopo aver subito crudeli supplizi per la fede, morirono decapitati.
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Giovanni Pak Hu-jae vide la luce in Corea intorno al 1799, in un'epoca in cui il cattolicesimo stava attecchendo nel paese del Mattino Calmo nonostante l'opposizione del regime confuciano. La Corea della dinastia Joseon era una società rigidamente gerarchica, fondata sui principi del confucianesimo che regolavano ogni aspetto della vita pubblica e privata. In questo contesto, la nuova fede cristiana rappresentava una minaccia sovversiva: i suoi seguaci, che si chiamavano tra loro "amici della dottrina del Cielo", introducevano un concetto rivoluzionario di fraternità universale che superava le barriere di classe. Giovanni nacque in una famiglia umile ma profondamente devota, che aveva abbracciato il cattolicesimo con convinzione. I suoi genitori, come molti altri cristiani coreani, praticavano la fede in clandestinità, rischiando continuamente la vita. La comunità cattolica coreana era nata in modo straordinario nel 1784, quando Yi Seung-hun era stato battezzato a Pechino, dando inizio a un movimento che si sviluppò per oltre quarant'anni senza la presenza di sacerdoti, guidato esclusivamente da laici colti dell'aristocrazia che studiavano i testi cattolici provenienti dalla Cina.
La perdita dei genitori e la prova della persecuzione La giovane vita di Giovanni fu segnata da una tragedia che avrebbe determinato il suo destino: durante le persecuzioni che periodicamente si abbattevano sulla comunità cristiana, perse entrambi i genitori. Rimasto orfano a causa della sua fede, dovette imparare a sopravvivere da solo in una società che guardava con sospetto ai cattolici. Scelse di dedicarsi alla fabbricazione di sandali di paglia, un lavoro umile ma dignitoso che gli permetteva di mantenersi senza attirare troppo l'attenzione delle autorità. Questo periodo della sua vita rivela la profondità della sua determinazione: pur nella solitudine e nella povertà, Giovanni non rinunciò mai alla pratica della fede. Continuò a vivere da cristiano, partecipando alle riunioni clandestine della comunità quando possibile, ricevendo i sacramenti dai pochi missionari che riuscivano a infiltrarsi nel paese, e mantenendo viva la speranza nonostante le difficoltà. La sua testimonianza silenziosa e costante rappresenta un esempio di fedeltà eroica nelle prove quotidiane.
La persecuzione Gihae del 1839 L'anno 1839 segnò l'inizio di una delle più violente persecuzioni contro la Chiesa coreana, conosciuta come persecuzione Gihae. Le autorità del regno di Joseon, allarmate dalla crescita del cattolicesimo e dall'arrivo di missionari francesi della Società delle Missioni Estere di Parigi, scatenarono una repressione sistematica. Il vescovo Laurent Imbert e altri missionari erano arrivati in Corea nel 1836-1837, portando speranza alla comunità cattolica, ma la loro presenza fu presto scoperta, innescando una caccia spietata ai cristiani. Giovanni Pak Hu-jae fu arrestato insieme a cinque donne che condividevano la sua stessa fede: Barbara Yi Chong-hui, una vedova; Maria Yi Yon-hui, moglie e madre; Agnese Kim Hyo-ju, una giovane vergine consacrata; Maria Pak K'un-agi e Barbara Kwon Hui, entrambe mogli e madri di famiglia. Questo gruppo eterogeneo rappresenta la diversità della Chiesa coreana dell'epoca: uomini e donne, sposati e celibi, persone di diverse condizioni sociali unite dalla stessa fede incrollabile.
Il processo, le torture e il martirio Condotti davanti ai tribunali criminali, Giovanni e le sue compagne furono sottoposti a interrogatori serrati e a crudeli torture perché rinunciassero alla fede cristiana. I metodi di interrogatorio della giustizia coreana dell'epoca erano brutali: i prigionieri venivano sottoposti a bastonature, frustate, e altri supplizi fisici e psicologici. Le autorità cercavano non solo di ottenere l'apostasia, ma anche i nomi di altri cristiani e la localizzazione dei missionari nascosti. Giovanni Pak Hu-jae dimostrò un coraggio straordinario. Nonostante le sofferenze inflitte al suo corpo, non cedette mai, rifiutandosi di pronunciare le parole di rinnegamento che lo avrebbero salvato. La sua formazione nella fede, maturata in anni di pratica clandestina e di testimonianza silenziosa, lo sostenne nelle ore più difficili. Come riportano le fonti storiche, i martiri coreani si distinguevano per la loro fermezza e sincerità, qualità che colpivano persino i persecutori. Il 3 settembre 1839, Giovanni e le cinque compagne furono condotti fuori dalla Piccola Porta Ovest (Seosomun) di Seul, il luogo tradizionale delle esecuzioni capitali. Qui, secondo la sentenza, furono decapitati. La morte per decapitazione era considerata meno infamante di altre forme di esecuzione, ma non per questo meno terribile. Giovanni Pak Hu-jae affrontò la morte con la stessa fermezza dimostrata durante gli interrogatori, suggellando con il sangue la sua testimonianza di fede. Le sue cinque compagne - Barbara Yi Chong-hui, Maria Yi Yon-hui, Agnese Kim Hyo-ju, Maria Pak K'un-agi e Barbara Kwon Hui - condivisero con lui la stessa sorte, offrendo un esempio straordinario di come la fede cristiana avesse unito persone diverse in un'unica testimonianza di martirio.
Il contesto della Chiesa coreana delle origini La Chiesa cattolica in Corea ha una storia unica nel panorama mondiale. A differenza di tutte le altre Chiese locali, nacque spontaneamente per iniziativa di laici, senza l'opera di missionari. Nel 1784, Yi Seung-hun, un giovane coreano che aveva studiato in Cina, fu battezzato a Pechino e tornò in patria per diffondere il cristianesimo. In pochi anni, si formò una comunità di diverse migliaia di fedeli che visse per oltre quarant'anni senza sacerdoti, guidata esclusivamente da laici. Questa situazione straordinaria spiega la maturità spirituale e la fermezza nella fede che caratterizzarono i martiri coreani. Giovanni Pak Hu-jae e i suoi compagni non erano cristiani superficiali: avevano ereditato una fede consapevole, per la quale valeva la pena vivere e morire. La comunità coreana aveva inviato più volte delegazioni a Pechino, percorrendo a piedi oltre mille chilometri, per chiedere vescovi e sacerdoti al Papa e ai vescovi cinesi.
La persecuzione Gihae (1839) La persecuzione del 1839 fu particolarmente violenta perché segnata dalla scoperta della presenza di missionari francesi. Il vescovo Laurent Imbert, arrivato in Corea nel 1837, e i sacerdoti Pierre Maubant e Jacques Chastan furono arrestati e giustiziati nel settembre 1839, insieme a molti altri cristiani. Tra le vittime di questa persecuzione vi fu anche Paolo Chong Hasang, uno dei principali leader laici della Chiesa coreana, che aveva lavorato instancabilmente per portare missionari in Corea. La persecuzione Gihae causò centinaia di martiri, molti dei quali furono poi canonizzati nel 1984. Le esecuzioni avvenivano principalmente fuori dalla Porta Ovest di Seul (Seosomun) o in altri luoghi designati come Saenamteo. I corpi dei martiri spesso non venivano restituiti alle famiglie, ma altri cristiani rischiavano la vita per recuperare le spoglie e dar loro sepoltura.
La canonizzazione del 1984 Il 6 maggio 1984, Papa Giovanni Paolo II canonizzò 103 martiri coreani durante una celebrazione storica a Seul, rompendo la tradizione che voleva le canonizzazioni celebrarsi esclusivamente a Roma. Fu un momento di enorme importanza per la Chiesa coreana e per tutta l'Asia. Tra i 103 santi vi erano 8 vescovi e sacerdoti (principalmente missionari francesi) e 95 laici coreani, tra uomini e donne, di ogni condizione sociale. Giovanni Pak Hu-jae fu incluso in questo gruppo straordinario, che rappresenta l'intera gamma della società coreana dell'epoca: nobili e gente umile, giovani e anziani, sposati e vergini, catechisti e semplici fedeli. La loro canonizzazione riconobbe ufficialmente l'eroicità della loro testimonianza e il valore fondante del loro martirio per la Chiesa coreana.
Il santuario di Seosomun Il luogo del martirio di Giovanni Pak Hu-jae e delle sue compagne è oggi meta di pellegrinaggi. Il Santuario di Seosomun (Piccola Porta Ovest) è uno dei principali luoghi di memoria della Chiesa coreana. Qui sorge un museo storico che documenta le persecuzioni e conserva la memoria dei martiri. Il sito, che era il luogo ufficiale delle esecuzioni durante la dinastia Joseon, è stato trasformato in un luogo di preghiera e di testimonianza della fede.
Autore: Enrico Quiri
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