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> Home > Sezione I santi che iniziano con la lettera P > Beato Paolo (Pietro) Gojdic Condividi su Facebook

Beato Paolo (Pietro) Gojdic Vescovo e martire

Festa: 17 luglio

Presov, Slovacchia, 17 luglio 1888 - Leopoldov, Slovacchia, 17 luglio 1960

Monaco basiliano, vescovo di Prešov e difensore della libertà religiosa, visse in un periodo segnato dalle due guerre mondiali, dalla nascita della Cecoslovacchia e dalla persecuzione comunista contro le comunità cristiane dell’Europa orientale. La sua esistenza fu caratterizzata da una profonda attenzione ai poveri, agli orfani e agli emarginati, secondo un ideale pastorale da lui stesso espresso: «Con l’aiuto di Dio voglio diventare padre degli orfani, aiuto dei poveri e consolatore degli afflitti». Dopo il 1948, con l’instaurazione del regime comunista in Cecoslovacchia, rifiutò ogni compromesso che potesse separare la Chiesa greco-cattolica dalla comunione con Roma. Arrestato nel 1950, subì interrogatori, umiliazioni e una lunga detenzione, durante la quale mantenne la fedeltà alla fede e al papa. Morì nel carcere di Leopoldov il giorno del suo 72º compleanno. La Chiesa lo ha riconosciuto come martire della fede proclamandolo beato nel 2001.

Emblema: Abito episcopale orientale, croce pettorale, pastorale.

Martirologio Romano: A Leopoldov in Slovacchia, beato Paolo (Pietro) Gojdich, vescovo e martire, che, pastore nel territorio di Prešov, sotto un regime ateo, fu gettato in carcere e patì così tante tribolazioni, che, dopo atroci torture, accogliendo fedelmente le parole di Cristo, con una coraggiosa confessione della fede passò alla vita eterna.


Paolo Pietro Gojdič nacque il 17 luglio 1888 a Ruské Pekľany, nella regione di Prešov, allora appartenente al Regno d’Ungheria all’interno dell’Impero austro-ungarico. Era figlio di Štefan Gojdič, sacerdote della Chiesa greco-cattolica, e di Anna Gerberyová. Nel battesimo ricevette il nome di Pietro.
La regione dei Carpazi era da secoli un territorio d’incontro fra tradizioni culturali diverse: slava, ungherese, rutena e religiosa orientale cattolica. La Chiesa greco-cattolica, pur mantenendo il rito bizantino, era in comunione con Roma e rappresentava una componente fondamentale dell’identità religiosa locale.
In questo ambiente Paolo maturò una formazione profondamente ecclesiale, imparando fin dall’infanzia il valore della liturgia orientale, della preghiera e del servizio pastorale.

Formazione e sacerdozio
Dopo gli studi elementari compiuti a Cigeľka, Bardejov e Prešov, frequentò il ginnasio di Prešov, dove conseguì la maturità nel 1907. Successivamente iniziò gli studi teologici nella stessa città e li completò a Budapest.
Fu ordinato sacerdote il 27 agosto 1911. Inizialmente collaborò con il padre nella pastorale parrocchiale, quindi ricoprì diversi incarichi nella diocesi di Prešov: fu prefetto del seminario eparchiale, insegnante di religione, responsabile dell’archivio e della cancelleria della curia.
Nel 1919 divenne direttore dell’ufficio episcopale. La sua preparazione amministrativa e la sua sensibilità pastorale lo resero una figura di riferimento nella diocesi.

La scelta monastica e il nome Paolo
Nel 1922 maturò una scelta spirituale decisiva: entrò nell’Ordine basiliano di San Giosafat presso il monastero di Černečá Hora.
Emise la professione religiosa il 27 gennaio 1923 assumendo il nome di Paolo. La spiritualità basiliana, fondata sull’unione fra vita contemplativa, disciplina ascetica e servizio ecclesiale, influenzò profondamente il suo stile di vita.
Per Gojdič la dimensione monastica non significò allontanarsi dal mondo, ma rafforzare la disponibilità al servizio della Chiesa e dei fedeli.

Vescovo di Prešov
Nel 1926 papa Pio XI lo nominò amministratore apostolico di Prešov. Durante la presa di possesso pronunciò il programma spirituale che avrebbe caratterizzato tutto il suo episcopato:
«Con l’aiuto di Dio voglio diventare padre degli orfani, aiuto dei poveri e consolatore degli afflitti».
Fu consacrato vescovo il 25 marzo 1927.
Il suo episcopato fu segnato da un intenso lavoro pastorale:
- promosse la formazione del clero;
- sostenne la vita spirituale dei fedeli;
- favorì la nascita di nuove parrocchie;
- incoraggiò scuole e istituzioni educative;
- sostenne opere caritative per bambini e persone in difficoltà.
Nel 1936 favorì la fondazione della scuola greco-cattolica di Prešov e appoggiò pubblicazioni religiose destinate alla formazione dei fedeli.
La sua spiritualità era fortemente centrata sull’Eucaristia, sul Sacro Cuore di Gesù e sulla fedeltà alla Chiesa universale.

Gli anni difficili della guerra e del dopoguerra
Durante la Seconda guerra mondiale la situazione politica della regione divenne estremamente complessa. La Cecoslovacchia fu smembrata e successivamente ricostituita, mentre i rapporti fra comunità nazionali e confessionali rimasero difficili.
Nel 1939 Gojdič fu nominato amministratore apostolico di Mukačevo. Tuttavia, a causa delle tensioni politiche, manifestò il desiderio di rinunciare all’incarico. La Santa Sede non accolse la richiesta e nel 1940 lo confermò come vescovo residenziale di Prešov.
Nel dopoguerra continuò a guidare la comunità greco-cattolica slovacca, diventando una figura sempre più scomoda per il nuovo potere comunista.

La persecuzione comunista e la difesa della Chiesa
Dopo la presa del potere comunista in Cecoslovacchia nel 1948, il regime iniziò una sistematica persecuzione contro le Chiese considerate ostili all’ideologia marxista.
La Chiesa greco-cattolica slovacca fu particolarmente colpita. Nel 1950 il governo organizzò il cosiddetto «Sinodo di Prešov», con il quale tentò di sciogliere la comunione con Roma e incorporare i fedeli nella Chiesa ortodossa controllata dallo Stato.
Gojdič rifiutò di collaborare.
Per la sua fedeltà alla Chiesa cattolica e al papa fu arrestato il 15 aprile 1950. Nel processo politico del 1951 venne accusato di tradimento e condannato all’ergastolo.
La condanna rappresentò soprattutto uno strumento di pressione politica: il regime tentò più volte di convincerlo ad abbandonare Roma in cambio della libertà e di una posizione di prestigio.
Il vescovo rimase fermo. Secondo la testimonianza tramandata dalla sua causa di beatificazione, preferì la sofferenza personale piuttosto che rinnegare la propria coscienza e la comunione ecclesiale.

Gli anni del carcere e il martirio
Durante gli anni di detenzione fu trasferito in diverse prigioni. Subì condizioni dure, isolamento e maltrattamenti.
Nonostante la sofferenza continuò una vita spirituale intensa: pregava, celebrava clandestinamente la liturgia quando possibile e cercava di sostenere moralmente gli altri detenuti.
La sua salute progressivamente peggiorò. Fu trasferito nel carcere di Leopoldov, dove morì il 17 luglio 1960, giorno del suo settantaduesimo compleanno.
La Chiesa ha riconosciuto nella sua morte un autentico martirio, cioè una testimonianza estrema della fede vissuta fino alla perdita della vita.

Il riconoscimento ecclesiale
Dopo la caduta del regime comunista, la figura di Gojdič venne progressivamente rivalutata.
Il 27 settembre 1990 fu riabilitato dalle autorità civili cecoslovacche.
Il processo canonico riconobbe la sua testimonianza di fede e Giovanni Paolo II lo proclamò beato il 4 novembre 2001 durante una celebrazione in piazza San Pietro insieme ad altri sette servi di Dio.
La Chiesa lo presenta come esempio di fedeltà episcopale, difesa della libertà religiosa e vicinanza ai perseguitati.

Curiosità
- Paolo Gojdič e il beato Metod Dominik Trčka furono accomunati dalla persecuzione contro la Chiesa greco-cattolica slovacca e furono beatificati nella stessa celebrazione del 4 novembre 2001.
- La sua memoria liturgica coincide con il giorno della nascita e della morte: 17 luglio.
- Prima di diventare vescovo aveva scelto la vita monastica basiliana, caratteristica non comune tra gli ordinari diocesani del suo tempo.


Autore:
Giampietro Cattini

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Aggiunto/modificato il 2026-07-14

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