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Beato Clemente Marchisio Sacerdote e fondatore

Festa: 16 dicembre

Racconigi, Cuneo, 1 marzo 1833 - Rivalba, Torino, 16 dicembre 1903

Nacque il l° marzo 1833 a Racconigi (CN). Fu sacerdote infaticabile, prima come vicep arroco a Cambiano e a Vigone, poi, per 43 anni, come parroco a Rivalba, dove mori il 16 dicembre 1903. Senza nulla sottrarre alla cura pastorale dei suoi parrocchiani, fondò e diresse per 28 anni l'Istituto delle Figlie di san Giuseppe, particolarmente im pegnato nel culto eucaristico. Fu proclamato beato da Giovanni Paolo II il 30 settembre 1984. L'Arcidiocesi di Torino celebra la sua memoria facoltativa il 19 settembre.

Martirologio Romano: A Rivalba in Piemonte, beato Clemente Marchisio, sacerdote, che, parroco del luogo, fondò l’Istituto delle Figlie di San Giuseppe.


Clemente Marchisio nasce nel 1833 a Racconigi (Torino). Suo padre è un modesto calzolaio. Clemente è un bambino povero, ma felice di servire Messa ogni mattina come chierichetto. Impara, così, ad amare Gesù e la Madonna e, quindi, sa bene che cosa vuole fare da grande: il prete. Entra in seminario a Torino, sotto la guida di Don Cafasso. Qui incontra anche Don Bosco e Don Cottolengo. I tre sacerdoti, futuri “Santi Piemontesi”, suoi contemporanei, saranno per Clemente un esempio da imitare. Ordinato sacerdote viene inviato a Rivalba (Torino), un territorio ostile al clero. Nell’Ottocento in Italia soffia, infatti, un vento contrario alla Chiesa e ai suoi rappresentanti. Clemente non si scoraggia.
Prete di campagna visita ogni casa sperduta tra le colline torinesi. Umile, non usa nemmeno il riscaldamento – eppure quanto freddo! – per risparmiare denaro da donare ai poveri. La terra è avara e i contadini, in massa, stanchi di morire dalla fatica per mangiare solo polenta, si trasferiscono a Torino, alla ricerca di un qualsiasi lavoro. Anche le ragazze scappano, spesso, però, ad aspettarle trovano rischi e pericoli. Don Marchisio, per farle restare in paese, crea per loro un laboratorio tessile. Il giovane parroco, armato di buona volontà ed entusiasmo, impartisce il catechismo ai bambini, predica con parole semplici che toccano i cuori e recita tutti i giorni il Rosario, preghiera tanto cara alla Madonna. Attira in chiesa quasi tutti i parrocchiani, anche quelli che, pentiti, prima gli imbrattavano la porta e gli spaccavano le finestre.
Don Clemente sente di dover pensare di più alla Messa, funzione religiosa in cui crede molto. Si accorge che in alcune parrocchie le ostie e il vino non sono fatte solo di grano e uva. Questi due importanti elementi, che costituiscono per i fedeli il corpo e il sangue di Gesù, devono essere confezionati con vero grano e vera uva. Il parroco, allora, nel Castello di Rivalba fonda la Congregazione Le Figlie di San Giuseppe, chiamate anche “le suore del vino o delle ostie”, tuttora attive. Spesso si vede Don Marchisio aiutare le suore e trasportare pesanti sacchi di farina utilizzata per le ostie, o cesti colmi d’uva da torchiare per estrarne il vino. Il sacerdote muore nel 1903 a Rivalba. Oggi le Figlie di San Giuseppe continuano la loro opera a Roma, in Italia e all’estero, realizzando ciò che serve per la celebrazione della Messa: vino, ostie, candele, incenso, tovaglie e tuniche di lino.

Autore: Mariella Lentini
 


 

Da una famiglia di artigiani, a Racconigi (Cuneo) il 1° marzo 1833, nacque Clemente Marchisio. Vicino a casa sua, c’era la chiesa dei Padri Domenicani e lì il piccolo si recava tutte le mattine a servire la Santa Messa. Lì imparò un grande amore alla Madonna e la preghiera del Rosario. Lì cominciò a sentire la chiamata al sacerdozio.

Sulle orme di preti santi
Sacerdote, Clemente lo diventò davvero, compiuti gli studi nel Seminario di Torino, il 20 settembre 1856, a Susa, per mano del Vescovo diocesano Mons. Oddone, perché l’Arcivescovo di Torino, per “bontà” dei politici del tempo, era stato cacciato in esilio a Lione. Nel convitto ecclesiastico di Torino, sotto la guida di don Giuseppe Cafasso, guardando all’esempio dei santi preti torinesi quali lo stesso Cafasso, il Cottolengo e don Bosco, completò la sua formazione.
Anche lui sarebbe diventato un prete santo come loro, sulle loro orme.
Per due anni viceparroco a Cambiano, poi a Vigone, nel 1860, a soli 27 anni, era inviato parroco a Rivabalda, un piccolo centro tra Chieri e Gassino, in campagna, dove subito trovò numerose difficoltà. Ma non era uomo da scoraggiarsi, ché anzi era un vero “milite di Cristo”.
Le sue “armi”, pacifiche e forti, erano la preghiera, la celebrazione della S. Messa in modo fervoroso, la predicazione assidua delle grandi Verità della Fede, con la sua passione per Gesù e la sua affezione grandissima alla Madonna, il Rosario immancabilmente sgranato, intero ogni giorno, di 15 misteri: così iniziò la sua “conquista “ di anime a Dio.
I suoi parrocchiani, presto, dovettero accorgersi, insieme ai preti dei dintorni, che quel loro parroco così giovane e ardente, faceva sul serio, e che era della razza di quelli che a Torino, con santità e opere, facevano parlare il mondo di sé e, ancor più, attiravano il mondo a Nostro Signore.

Una congregazione per Gesù
A Rivabalda, don Marchisio costruì un laboratorio aperto alle ragazze del paese, per evitare che andassero a servizio nelle città, con molti pericoli per la loro vita, per la loro anima. Le suore che dirigevano il piccolo istituto se ne andarono presto: don Marchisio, seguendo il consiglio di Mons. Lorenzo Gastaldi, Arcivescovo di Torino, istituì una Congregazione di Suore, sotto il titolo di “Figlie di S. Giuseppe” per provvedere all’opera intrapresa. Ma il buon Dio, gli cambiò presto “le carte in tavola”.
Egli, da sacerdote lucido e santo qual era, meditava ogni giorno sul mirabile e ineffabile Mistero dell’Eucaristia, e, illuminato da Dio, si rese conto che nel suo tempo – come del resto anche nel nostro tempo – c’era una grande lotta da parte di satana contro il Sacramento più santo, Presenza reale e Sacrificio di Gesù, l’Uomo-Dio stesso, in mezzo a noi.
Le idee che veniva maturando le scriverà nel libro “La SS.ma Eucaristia combattuta dal satanismo”, che pubblicherà nel 1894, distribuendolo di mano propria durante il secondo Congresso Eucaristico Nazionale, promosso e celebrato nel settembre a Torino dall’Arcivescovo diocesano Mons. Davide Riccardi, con la presenza di 50 Vescovi e di un numero sconfinato di sacerdoti e fedeli.
Nei quattro capitoli del libro, don Marchisio comincerà a trattare della lotta di satana contro Dio e contro l’uomo, così come la narra il libro dell’Apocalisse. Questo combattimento continua sulla terra dove rivolge il suo odio contro Gesù Cristo, che per mezzo della sua Incarnazione e del suo Sacrificio sulla croce, ha innalzato l’uomo ben più in alto del diavolo sprofondato nell’inferno.
Satana è il grande omicida: suo mestiere è assassinare l’uomo nel corpo e nell’anima. Per riuscire a distaccare l’uomo da Dio, satana cerca di eliminare l’Eucaristia, il Sacrificio-Sacramento in cui l’uomo si unisce più strettamente e al livello più alto al suo Dio. Fin dal momento in cui Gesù promette l’Eucaristia, satana lavora affinché gli ascoltatori a Cafarnao, gli voltino le spalle, come narra l’evangelista Giovanni, al cap. VI del suo Vangelo.
Don Marchisio sa che gli eretici e i protestanti hanno rifiutato il Sacerdozio e l’Eucaristia, così come lo rifiutano tuttora oggi. Ma c’è una lotta più subdola di satana: esso profana – in modo davvero diabolico – l’Eucaristia nelle orge notturne dei suoi adepti, e d’altra parte, tenta di far sparire l’Eucaristia, procurando che se ne corrompa la materia.
Se la materia del Sacrifico Eucaristico – il pane e il vino – è adulterata, la consacrazione non avviene: l’Ostia dev’essere di vera farina di frumento, il vino dev’essere tutto intero soltanto di uva.
Nelle sue peregrinazioni per le parrocchie, come predicatore di missioni al popolo, don Marchisio aveva visto con i suoi occhi che, senza che se ne si rendesse conto, si usavano anche ostie confezionate con farine miscelate, e vino derivato da tutt’altro che dall’uva: così diversi sacerdoti erano rimasti ingannati.
Egli capì che satana riusciva a rendere nulla la S. Messa, ingannando il celebrante sulla materia che usa. Di qui – pensava don Marchisio – la terribile responsabilità che nessun sacerdote, fidandosi di creduti galantuomini, si lasci ingannare e abbia cura somma dell’Eucaristia, come del suo unico più grande Tesoro, prima, durante e dopo la celebrazione della S. Messa, in ogni modo.
Proprio per questo, don Marchisio, fondando il suo Istituto, le Figlie di S. Giuseppe, sentì la santa ispirazione di volgerle ad attendere soltanto a tutto quanto riguarda il Culto eucaristico e la celebrazione della S. Messa, in primo luogo, la preparazione delle ostie e del vino, poi le candele di cera vergine, le tovaglie, i paramenti, l’incenso.
Un compito nascosto, ma di singolare importanza, perché rivolto innanzitutto a garantire la validità, il decoro e la santità della celebrazione del S. Sacrificio della Messa.
Riunita la sua comunità nascente, disse: “Nella Chiesa cattolica, già vi sono fiorenti Istituti che hanno per motivo la carità verso il prossimo, ma che siano unicamente dati al culto di Gesù Sacramento, forse che io sappia non ce n’è alcuno: così il nostro Istituto, invece di servire Gesù nei poveri o nei fanciulli, si adopererà per servire nel miglior modo possibile Lui stesso in tutto ciò che riguarda il suo Sacramento d’amore, non solo con un lavoro incessante e coscienzioso, ma con la massima riverenza e devozione”.
Nacquero così, dal suo cuore ardente di amore per Gesù Eucaristico, le Figlie di S. Giuseppe, dedite sì alla loro personale santificazione, in un rapporto di intimità profondissima con Lui, adorato, offerto, amato e imitato, ma con un lavoro specifico nobilissimo: preparare nei loro laboratori sorti apposta, le ostie piccole e grandi di vero frumento e il vino di vera uva per la celebrazione della S. Messa.
Don Marchisio si trovò in mezzo a un lavoro grandissimo: la cura della sua bella parrocchia a Rivalba Torinese e la formazione e la diffusione delle sue Suore che in breve crebbero in quantità e qualità. A Roma, si aprì una casa nel 1883 e Papa Leone XIII, ricevendo il primo gruppo, esclamò con molta gioia: “Finalmente Nostro Signore, con questa Congregazione, ha pensato a Se stesso”.

Tutto con la Messa e il Rosario
Per la fondazione delle case, per la promozione della sua opera, don Marchisio si trovò a viaggiare per l’Italia, attirandosi l’ammirazione di Vescovi e cardinali illustri, quali il Card. Giuseppe Sarto, patriarca di Venezia, il quale, diventato Papa Pio X nel 1903, approverà definitivamente l’Istituto nel 1907.
Un lavoro, un apostolato immane, sostenuto dal suo amore senza limiti a Gesù Eucaristico e dal suo continuo affidarsi alla Madonna con il Rosario. Celebrava la S. Messa, come un angelo all’altare e ogni giorno partecipava a più Messe, convinto come diceva, che “la Messa è la mia vita”.
Passava lunghe ore in adorazione davanti al SS.mo Sacramento e chiamava, nella sua predicazione, il più grande numero di fedeli possibile alla S. Messa, alla Confessione regolare e assidua, alla Comunione frequente, nel modo più degno, all’adorazione eucaristica. Davvero era “sacerdote propter Eucaristiam”, sacerdote per l’Eucaristia, l’Eucaristia che non è solo “una cosa venerabile”, ma Gesù stesso, l’Uomo-Dio vivo e vero.
Come S. Alfonso de’Liguori (si veda il volumetto “La Messa strapazzata”, nel 1760), don Marchisio lucidamente sapeva che satana lavora a profanare l’Eucaristia e a farla sparire dalla terra. Se fosse vivo oggi, in mezzo a noi certamente si opporrebbe fieramente al modo di ricevere la Comunione sulla mano, modo che permette di profanare tanto facilmente il Sacramento più santo e più divino, che è Gesù, Dio in persona.
Egli pure sapeva che “abolire la S. Messa è opera dell’anti-cristo” (S. Alfonso) e pertanto consumò la sua vita affinché la S. Messa, validamente e santamente celebrata – cioè il Sacrificio di Gesù sulla croce, in adorazione al Padre e in espiazione dei nostri peccati – sia davvero al centro della Chiesa e della vita cristiana, come Sorgente somma della Grazia santificante e di tutte le grazie.
Nel medesimo tempo, ai suoi fedeli, alle sue Suore, era solito dire: “Avanti, fede, umiltà, ubbidienza, e mai tristezza alcuna. Mai scoraggiamento. Ricordati che il Rosario alla Madonna ottiene tutte le grazie”.
Nel tempo in cui Leone XIII diffondeva il Rosario con diverse encicliche così da meritarsi il titolo di “Papa del Rosario”, e da Pompei, la cittadina del B. Bartolo Longo, si irradiavano nel mondo le meraviglie del Rosario a Maria, don Clemente Marchisio, tutto innamorato della Madonna, non si stancava di raccomandarlo a tutti. Non doveva essere soltanto una sfilza di Ave Maria, ma vera contemplazione dei misteri di Gesù: “Meditate – spiegava – i misteri gaudiosi nella felicità di essere stati chiamati da Gesù al suo servizio; meditate i misteri dolorosi invocando la grazia di saper soffrire; meditate i misteri gloriosi guardando il Cielo con Gesù e Maria, il paradiso nostra patria, nostro premio e nostra eterna felicità”.
Chiamava la Madonna “la nostra buona e cara Madre”. Di lei parlava in ogni predica. Presso di lei, pellegrinava con fede di ottenere tutto, luce e grazia per ogni opera. A Lourdes andò nel 1875, prima di fondare il suo Istituto. A Loreto ci andava ogni volta che si recava a Roma. A Oropa, tutte le volte che aveva bisogno di una grazia speciale. Alla “Consolata” di Torino, tutte le volte che andava in città. Alla Madonna, suggeriva di rivolgersi a ogni suono delle ore, per ottenere la grazia della purezza. Ogni sera, anche dopo le giornate più campali e più cariche di fatica, concludeva immancabilmente la giornata con l’ultimo Rosario.
Nel 1903, già molto affaticato – dopo 43 anni di parrocchia e 28 di guida del suo istituto – intraprese ancora un viaggio per l’Italia a rivedere e incoraggiare le sue opere. Tornò a Rivalba stremato. In agosto, aveva avuto la grandissima gioia di vedere il suo Amico, il santo Card. Sarto, diventare papa Pio X: sarà il Papa dell’Eucaristia e della Madonna.
Tenne l’ultima predica l’8 dicembre, festa dell’Immacolata. Il 15 dicembre, celebrò con fervore l’ultima Messa. L’indomani, al pomeriggio, 16 dicembre 1903, mentre si iniziava la novena del Natale cantando “Regem venturum Dominum, venite adoremus!”, don Clemente Marchisio andò incontro al Signore.
È stato beatificato da papa Giovanni Paolo II il 30 settembre 1984. A cento anni dalla sua morte (1903-2003), il suo esempio e il suo insegnamento sono di sconcertante attualità oggi, in cui siamo chiamati a riparare dimenticanze, irriverenze e sacrilegi contro l’Eucaristia, e a tornare ad amare e adorare Gesù Eucaristico come l’unico Amore della nostra vita e a trasfigurarci in Lui.

Autore: Paolo Risso
 


 

La vicenda terrena del B. Clemente Marchisio è un segno evidente che grandi opere spesso nascono nelle circostanze più umili. Dal cuore di un semplice sacerdote piemontese dell’Ottocento, parroco di un piccolo paese collinare, sorse un’opera ancora oggi fiorente.
Clemente Marchisio nacque a Racconigi il 1° marzo 1833. Era il primo di cinque figli di un calzolaio. Di natura vivace, ricevette una prima istruzione nella propria città natale. Abitava nei pressi della chiesa dei Domenicani e lì quotidianamente si recava per servire la Messa. Fin da fanciullo acquisì una grande devozione verso la Madonna e il Rosario. Mentre era avviato ad intraprendere la professione del padre, un giorno manifestò quanto da tempo sentiva nel cuore: consacrarsi a Dio come sacerdote. I genitori, sebbene sorpresi, non si opposero anche se il primo problema da affrontare era la mancanza del denaro necessario allo studio. La Divina Provvidenza venne incontro al futuro beato: don Giovanni Battista Sacco lo aiutò, sostenendolo anche economicamente. Nel seminario di Bra si impose un regime di vita alquanto esigente, incentrato nella preghiera, nello studio e nel lavoro. Con dispensa pontificia, poiché non aveva raggiunto i ventiquattro anni, venne ordinato sacerdote il 20 settembre 1856 a Susa dalle mani di Monsignor Oddone. Il vescovo di Torino era in esilio a Lione.
Dopo l’ordinazione frequentò a Torino il Biennio di perfezionamento presso il Convitto di San Francesco. Era la santa scuola per sacerdoti retta da S. Giuseppe Cafasso, trasferita in seguito presso il Santuario della Consolata. Clemente si distinse tanto che fu prescelto dal “Santo della forca” come compagno nelle frequenti visite ai carcerati e ai condannati a morte. I due anni trascorsi a fianco del Cafasso trasformarono profondamente il suo animo. Disse: “ne uscii completamente diverso, pienamente conscio della dignità del sacerdote”. Nella capitale subalpina erano gli anni di Don Bosco, di S. Leonardo Murialdo, del B. Federico Albert, del B. Michele Rua, del B. Francesco Faa di Bruno, del B. Giovanni Maria Boccardo; vivo era il ricordo del Cottolengo.
Nel 1858 venne nominato viceparroco di Cambiano, ma la schiettezza nel denunciare determinate situazioni gli procurò l’allontanamento. Dopo un breve periodo a Vigone, la destinazione definitiva fu Rivalba Torinese, un piccolo centro collinare di neppure mille abitanti dove fece il suo ingresso il 18 novembre 1860 a soli ventisette anni: reggerà la parrocchia, spendendosi senza riserve, per quarantatre anni.
La chiesa di Rivalba non era in buone condizioni, tra le prime iniziative pensò di porre mano alla costruzione di un nuovo edificio. Raccolse il materiale necessario ma, non arrivando l’autorizzazione civile necessaria, si limitò alla sua ristrutturazione. Era la prima di una lunga serie di complicazioni che alcuni suoi parrocchiani gli procurarono. A quei tempi la povertà dei contadini di collina era peggiore di quelli della pianura. Una parte della popolazione gli era ostile e lui rispondeva alle volte in maniera impulsiva. Si arrivò alle denunce e alle minacce fisiche e con atti di disturbo eclatanti venivano persino interrotte le omelie. Don Clemente, scoraggiato in un primo momento, invece di cedere, accentuò il suo fervore di parroco. La predicazione più efficace la fece con l’esempio. Si alzava alle 5 e dopo due ore di preghiera celebrava la Santa Messa. La recita del Rosario apriva e chiudeva la sua giornata. La devozione principale era verso l’Eucaristia. Un giorno fece questa confidenza: “ Anch’io mi trovo a volte accasciato sotto il peso delle tribolazioni; ma ti assicuro che, dopo cinque minuti passati con fede viva dinanzi a Gesù Sacramentato, mi sento pienamente rinvigorito, a tal punto che tutto quello che prima mi pareva troppo duro e insopportabile mi diventa facile e leggero”.
Come dice S. Paolo la fede senza le opere è morta. Erano gli anni della crisi delle campagne, si emigrava in città alla ricerca di fortuna. Per venire incontro ai suoi parrocchiani Don Clemente diede vita a diverse iniziative. Il materiale edilizio inutilizzato per la mancata costruzione della nuova chiesa fu impiegato per edificare un asilo infantile e un laboratorio tessile per le giovani che così non erano costrette a recarsi a Torino alla ricerca di lavoro come domestiche (1871). Ristrutturò anche il millenario castello (oggi culla della sua fondazione).
Una svolta arrivò quando le suore Albertine, che avevano gestito il primo laboratorio, lasciarono il paese. Dietro consiglio dell’Arcivescovo di Torino Mons. Gastaldi, don Clemente lo affidò ad alcune tra le migliori ragazze che vi erano impegnate. Era il nucleo di una nuova famiglia religiosa: l’Istituto delle Figlie di S. Giuseppe (1877). Rosalia Sismonda, conosciuta due anni prima a Sciolze, sarà il suo braccio destro.
Il XIX secolo vide un fiorire straordinario di Istituti religiosi dediti a varie opere di carità cristiana: dall’assistenza ai poveri e ai malati, al ricovero e all’istruzione dei bambini e degli adolescenti. In particolare il Piemonte divenne terra di santi, nonostante, come nel resto d’Italia, non mancassero le persecuzioni contro la Chiesa, anche da parte dello Stato. Ai diversi istituti si aggiunse quello di Rivalba. Pochi anni dopo però don Clemente ebbe un’ispirazione originale. Le sue suore avrebbero lavorato per rendere maggiormente degno il culto del Sacrificio Eucaristico, dedicandosi alla preparazione delle ostie e del vino. Loro compito era inoltre confezionare i paramenti e quanto serviva ai sacerdoti per officiare. L’istituto venne dedicato a S. Giuseppe. Il piccolo paesello, di neppure mille abitanti, divenne il centro di un’opera che avrebbe varcato presto i confini regionali e quelli nazionali. Nel 1883 aprì una Casa a Roma e Papa Leone XIII esclamò gioioso: “Finalmente Nostro Signore, con questa Congregazione, ha pensato a se stesso”. Erano le “suore delle ostie”.
I suoi parrocchiani si resero conto che il loro pastore aveva qualità davvero non comuni. Le sue attenzioni per i poveri e i malati erano continue, le porte della canonica erano sempre aperte a tutti.
Ebbe una fede vivissima per la Vergine. Durante la giornata, ad ogni suono delle ore, raccomandava di affidarsi alla Madonna per la grazia della purezza. Andò a Lourdes nel 1875, prima della fondazione del suo istituto. Tutte le volte che era a Torino andava alla Consolata, per le grazie speciali visitava Oropa, quando si recava a Roma tappa obbligata era Loreto.
Nel 1894 raccolse i suoi pensieri e le sue meditazioni sull’Eucaristia, e sulla lotta contro di essa, nel libro “La SS. Eucaristia combattuta dal satanismo”. Di mano propria lo distribuì durante il secondo Congresso Eucaristico Nazionale di Torino che si tenne alla presenza di cinquanta vescovi e numerosissimi sacerdoti. Commentando l’Apocalisse, don Clemente illustrò il tentativo continuo del demonio di allontanare l’uomo dal momento sublime della sua unione in terra con Dio: la Comunione. Avvicinare l’uomo a Dio era il centro dei suoi pensieri. Per ottenere tale scopo era importante che l’Eucaristia fosse celebrata in modo ineccepibile. Il pane e il vino dovevano essere preparati con una selezione attenta della farina e dell’uva. Per questo motivo le Figlie di S. Giuseppe aprirono diversi laboratori in tutta Italia: il lavoro da fare era immenso.
L’attività del B. Clemente fu intensissima, pellegrinò anche in molte parrocchie per le missioni al popolo. Per diffondere la sua opera viaggiò per tutta l’Italia, raccogliendo ovunque attestati di stima da vescovi e cardinali. Fra questi anche il Patriarca di Venezia, il futuro Papa S. Pio X.
Raggiunta l’età di settanta anni era maturo per il Cielo. Celebrò la sua ultima messa il mattino del 14 dicembre 1903. Per tutta la sua esistenza aveva ripetuto “la Messa è la mia vita”. Si spense nella sua Rivalba il 16 dicembre, mormorando i nomi di Gesù, di Giuseppe e della Madonna. Aveva messo in pratica, fino all’ultimo, quanto spesso aveva ripetuto alle sue suore “Avanti, fede, umiltà, obbedienza e mai tristezza alcuna. Mai scoraggiamento”. Le sue “figlie”, sparse in tutta la penisola, erano oltre seicento. Il suo amico S. Pio X riconobbe ufficialmente l’Istituto nel 1907 e lo volle per la sacrestia di S. Pietro.
Oggi, oltre che alla preparazione delle ostie e del vino, le Figlie di S. Giuseppe si occupano di catechesi e di animazione liturgica, anche in terra di missione.
Beatificato da Papa Giovanni Paolo II con Federico Albert, un altro sacerdote torinese, il 30 settembre 1984, le sue spoglie sono venerate nella parrocchia di Rivalba.

DALL'OMELIA DEL BEATO CLEMENTE MARCHISIO AL SUO INGRESSO PARROCCHIALE A RIVALBA
(Archivio della Congregazione delle Figlie di san Giuseppe, Manoscritti del Beato)

O Signore, qual carico mi sento sulle mie deboli spalle!

Gesù Cristo è il Buon Pastore. lo non oserei dire che sono il buon pastore, ma vi dico che con la grazia di Dio mi sforzerò di imitare Gesù Cristo, questo buon pastore. Sì, o miei carissimi parrocchiani, io desidero con tutto il cuore imitare Gesù Cristo, il pastore delle nostre anime, desidero di lavorare, di sacrificarmi alla vostra salute. lo sono fin d'ora il vostro pastore, voi siete le mie pecore, i miei figli. Eccoci qua, strettamente uniti io a voi, voi a me; faccia il Cielo che lo siamo ancor tutti nella beata Eternità. O mio Dio, questa è la grande grazia che io vi domando: di potermi salvare in questa parrocchia e di salvare con me tutti i miei parrocchiani. O mio Gesù, mio Salvatore, che io vegga poi tutti i miei parrocchiani alla vostra diritta nel di del giudizio. lo sono venuto qua per salvarmi; ma, Gesù, io non sarò contento se vi perisce una sola delle mie anime. [ ... ]
No, non è a me, ma al mio ministero che voi dovete onore e rispetto. E che son io? Un uomo come voi, anzi meno di voi perché giovane d'anni e forse ancor più di virtù; non mi merito che il disprezzo. Ma nonostante la mia indegnità, ho l'onore di essere sacerdote e vostro pastore, ed è a queste qualità che un buon cristiano dà rispetto ed onore. Ho in mano dei poteri che né gli angeli del cielo, né i re della terra ebbero giammai. lo posso riconciliarvi con Dio, aprirvi le porte del cielo e condurvi in Paradiso, consacrare l'Eucaristia e far venire in mezzo a noi Gesù Cristo Salvatore. E chi negherà amore, onore e rispetto a queste divine potestà? [ ... ]
Ah! miei fratelli, ah! miei figli e figlie, quanto è terribile il mio carico! Abbiate compassione di me, aiutatemi con le vostre preghiere, obbedite ai miei avvisi, e non stupite se io sarò attento alla vostra condotta, se vi avvertirò, se vi riprenderò, se griderò contro i disordini, se ne vedrò. Disgraziato me, se tacessi in simili circostanze! Un pastore può egli tacere quando vede il lupo tra le sue pecore? Io monterò in pulpito e griderò, griderò ora contro i bestemmiatori, ora contro l'accidia, altre volte contro l'impudicizia, contro gli scandalosi, contro la profanazione delle chiese e delle feste, e non mi tacerò finché il lupo, cioè quel vizio, sia fuggito di mezzo alle mie pecore; e quando il disordine sarà finito, allora raddoppierò la mia vigilanza, le mie cure, le mie istruzioni, le mie preghiere per tenervi all'erta e impedire che quel disordine più non ritorni. O Signore, qual carico mi sento in sulle mie deboli spalle! Voi rischiaratemi la mente, voi fortificatemi, voi sostenetemi, giacché io porto questo peso del pastorale ministero per amore di voi, o mio Dio, per la vostra volontà, per la vostra gloria, per la salute delle anime che mi ascoltano; voi date alla mia voce forza da penetrare i cuori e una virtù potentissima per abbattere e sradicare il vizio.

PREGHIERA

O Dio, che nel grande mistero dell'Eucaristia
ci hai lasciato il memoriale
della morte e risurrezione del tuo Figlio,
per intercessione del beato Clemente Marchisio, sacerdote,
infondi in noi il fervore eucaristico
e lo zelo infaticabile di carità
che animarono il suo insegnamento e le sue opere.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te,
nell'unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli. Amen.

oppure:

Santissima Trinità, Padre, Figlio, Spirito Santo, unico Dio,
ti lodiamo e ti ringraziamo per i doni
e le grazie concesse al B. Clemente Marchisio
e per avergli ispirato di fondare una Famiglia Religiosa,
dedicata all’onore e al decoro del SS. Sacramento dell’Eucaristia.
Ti supplichiamo di rivelarci la potenza del tuo amore
e della tua misericordia, concedendoci per sua intercessione
la grazia che tanto imploriamo.
Amen.


Autore:
Daniele Bolognini

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Aggiunto/modificato il 2023-12-11

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