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> Home > Sezione I santi che iniziano con la lettera F > San Felice di Tubzak Condividi su Facebook

San Felice di Tubzak Vescovo e martire

Festa: 15 luglio

Tubzak, Tunisia, 247 ca. - Cartagine, 15 luglio 303

San Felice di Tubzak rappresenta una delle figure più emblematiche della resistenza cristiana durante la grande persecuzione dioclezianea in Nord Africa. Vescovo di una comunità della Proconsolare, il suo martirio non fu il risultato di una generica accusa, ma di una precisa e coraggiosa scelta: il rifiuto assoluto di consegnare le Sacre Scritture alle autorità imperiali, un atto noto come "traditio". La sua testimonianza, documentata da una "passio" contemporanea considerata dagli agiografi tra le più attendibili del periodo, si consumò a Cartagine nel 303. La ferrea coerenza del suo messaggio, unita alla successiva traslazione di alcune sue reliquie in Italia, fece sì che il suo culto varcasse il Mediterraneo, radicandosi in modo particolare a Venosa, in Basilicata, dove la storia documentata si intreccia con stratificazioni leggendarie medievali.

Patronato: Venosa (PZ)

Etimologia: Dal latino Felix, che significa felice, fortunato.

Emblema: Bastone pastorale, spada, libro sacro.

Martirologio Romano: A Cartagine, nell’odierna Tunisia, sulla via detta degli Scillitani nella basilica di Fausto, deposizione di san Felice, vescovo di Tubzak e martire, che, ricevuto dal procuratore Magniliano l’ordine di dare alle fiamme i libri della Bibbia, rispose che avrebbe bruciato se stesso piuttosto che la Sacra Scrittura e fu per questo trafitto con la spada dal proconsole Anulino.


Felice nacque intorno al 247 nella regione della Proconsolare, nell'odierna Tunisia. Divenne vescovo della città di Tubzak (o Thibiuca, identificata con l'odierna Henchir-Gassa o Zoustina). All'inizio del 303, l'imperatore Diocleziano emanò il primo di una serie di editti volti a colpire duramente la struttura organizzativa della Chiesa, imponendo in particolare la consegna e la distruzione dei testi sacri e degli arredi di culto. Per le comunità cristiane, obbedire a tale ordine significava commettere il peccato di "traditio", ovvero il tradimento della fede attraverso la profanazione della Parola di Dio.

Il processo e il rifiuto della "traditio"
Nel giugno del 303, il magistrato locale Magniliano convocò a giudizio il clero di Tubzak, iniziando dal prete Afro e dai lettori Cirillo e Vitale, intimando loro di consegnare i libri sacri. Questi risposero che i testi erano custoditi dal vescovo Felice, in quel momento assente. Il giorno successivo, Felice fu condotto in tribunale. Di fronte all'intimazione di consegnare le Scritture per darle alle fiamme, il vescovo oppose un netto e motivato rifiuto, dichiarando che avrebbe preferito ardere egli stesso piuttosto che vedere bruciare la Parola di Dio. Concesso un termine di tre giorni per riflettere, Felice confermò la sua decisione, venendo così inviato a Cartagine sotto la custodia del proconsole Anulino.

Il martirio a Cartagine
Giunto nella capitale della provincia, Felice fu detenuto per quindici giorni. Al nuovo interrogatorio, il proconsole Anulino gli rivolse la medesima richiesta. La risposta del vescovo rimase immutata. Secondo la testimonianza resa in punto di morte e riportata negli atti del processo, Felice aveva allora 56 anni. La sentenza fu inevitabile: condanna alla decapitazione. Il martirio fu consumato il 15 luglio del 303. Il suo corpo fu recuperato dai fedeli e sepolto con onore nella celebre basilica di Fausto, a Cartagine, sulla via degli Scillitani, un luogo già santificato dal sangue dei primi martiri africani.

La fortuna del culto in Italia
Il culto di san Felice varcò il Mediterraneo probabilmente grazie alla traslazione di alcune reliquie nella città di Venosa, in Basilicata, divenendone in seguito compatrono. La presenza delle spoglie in Italia generò, nel corso dei secoli, rielaborazioni agiografiche tarde. Alcune "passiones" medievali, redatte nell'Italia meridionale, modificarono radicalmente la narrazione: secondo queste versioni leggendarie, Anulino non lo avrebbe fatto giustiziare a Cartagine, ma lo avrebbe inviato in esilio in Italia. Qui, dopo un ipotetico transito per la Sicilia, il vescovo sarebbe stato martirizzato a Venosa o, in altre varianti, a Nola. L'agiografia moderna ha saputo distinguere il nucleo storico accertato dalle aggiunte devozionali successive, restituendo a san Felice la sua autentica dimensione di martire africano.
In alcuni martirologi minori, la memoria di san Felice di Tubzak è stata talvolta spostata al 30 agosto o al 24 ottobre, molto probabilmente a causa di una sovrapposizione con altri martiri di nome Felice, come i santi romani Felice e Adautto, o per errori di copiatura nei codici medievali. La moderna edizione del Martirologio Romano ha ripristinato con certezza la data del 15 luglio.

Le reliquie e la basilica di Fausto
La basilica di Fausto a Cartagine era uno dei principali centri di sepoltura dei martiri. La menzione specifica nel Martirologio Romano conferma l'antichità e la veridicità del luogo di sepoltura originale.

Iconografia
San Felice è tradizionalmente raffigurato con gli abiti episcopali, il bastone pastorale e, talvolta, una spada, strumento del suo martirio, o un libro sacro, simbolo del motivo della sua condanna.

Autore: Enrico Quiri
 


 

E’ un santo martire venerato a Venosa (PZ); la ‘passio’ originale scritta da un contemporaneo, è stata probabilmente elaborata in altre ‘passiones’ scritte da autori dell’Italia Meridionale, per cui il luogo del martirio del vescovo africano Felice è trasferito da Cartagine a Venosa in Basilicata o a Nola in Campania; a loro volta queste ‘passiones’ sono state poi riassunte in vari Martirologi con altre deformazioni ed aggiunte.
Lo studioso agiografo Delahaye ha cercato di togliere gli elementi leggendari, presentando la seguente redazione originale.
Nel giugno del 303, il magistrato di una località vicino Cartagine, Tubzak o Thibinca oggi Zoustina, eseguendo gli ordini imperiali, fece convocare in tribunale il prete Afro ed i lettori Cirillo e Vitale, chiedendo loro di consegnare i libri sacri, essi risposero che erano in possesso del vescovo Felice, in quel giorno assente dalla città.
Il giorno seguente fu la volta del vescovo, il quale oppose un netto rifiuto alla richiesta del magistrato; gli fu dato tre giorni di tempo per riflettere, trascorsi i quali Felice venne inviato a Cartagine dal proconsole Anulino.
Dopo 15 giorni di carcere, alla nuova richiesta di consegnare i libri sacri, il vescovo si rifiutò ancora e pertanto venne condannato alla decapitazione, aveva 56 anni; la sentenza fu eseguita il 15 luglio del 303; il suo corpo venne sepolto nella basilica di Fausto, celebre per i molti corpi dei martiri lì sepolti.
In alcuni Martirologi è ricordato il 30 agosto, forse confuso con i santi romani Felice ed Adautto e in altri al 24 ottobre.
La moderna edizione del ‘Martyrologium Romanum’ lo riporta al 15 luglio, giorno del suo martirio. A questo punto aggiungiamo qualche nota per comprendere il perché del culto di s. Felice in Italia Meridionale; può essere dipeso dalla presenza di reliquie del martire africano a Venosa, per cui le aggiunte leggendarie dicono che dopo l’interrogatorio, il proconsole Anulino non l’avrebbe fatto decapitare, ma lo avrebbe invece inviato in Italia, dove Felice transitò per Agrigento, Taormina, Catania, Messina ed infine a Venosa, dove il prefetto lo fece decapitare.
Un’altra versione dice che fu inviato a Roma e condannato come schiavo a seguire gl’imperatori, per cui giunto a Nola venne ucciso il 29 luglio; le reliquie furono poi trasferite a Cartagine.
A seconda delle versioni gli vengono affiancati nel martirio altri compagni: il prete Gennaro ed i lettori Fortunanzio e Settimio; Adautto; Gennaro, Fortunanziano e Settimino. Con ogni probabilità si tratta di santi africani, protagonisti delle vicende leggendarie di varie città meridionali, che hanno sostituito e venerato a Venosa, Afro e compagni, citati nell’originaria ‘passio’.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto/modificato il 2026-07-13

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