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Beati Ludovico Flores e Pietro de Zuñiga, sacerdoti religiosi, e 13 compagni marinai Martiri
Festa:
19 agosto
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† Nagasaki, Giappone, 19 agosto 1622
Il 19 agosto 1622, a Nagasaki, si consumò uno degli episodi più significativi della persecuzione anticristiana nel Giappone dell'età Tokugawa. Due sacerdoti missionari, il domenicano Ludovico Flores e l'agostiniano Pietro de Zúñiga, furono messi a morte insieme a tredici cristiani giapponesi appartenenti all'equipaggio e all'ambiente della nave che li aveva trasportati verso il Giappone. Tre di loro, Flores, Zúñiga e il capitano Gioacchino Hirayama, furono bruciati vivi; gli altri dodici furono decapitati. Il Martirologio Romano ricorda l'intero gruppo come un unico complesso di martiri della fede cristiana. La vicenda nacque dalla decisione dei due religiosi di rientrare clandestinamente in Giappone dopo l'espulsione dei missionari decretata dalle autorità dello shogunato. Non si trattò quindi di una morte casuale, ma dell'esito di una precisa scelta missionaria compiuta in un periodo nel quale l'appartenenza alla Chiesa cattolica era diventata un grave reato. La loro storia è inoltre significativa perché mette in luce la dimensione internazionale della missione cattolica nell'Asia orientale: Flores proveniva dall'area fiamminga ed era passato attraverso Spagna, Messico e Filippine; Zúñiga era nato a Siviglia in una famiglia dell'alta nobiltà spagnola; i loro compagni erano cristiani giapponesi legati alla Confraternita del Rosario. Il gruppo fu beatificato da Pio IX il 7 luglio 1867, nell'ambito della grande beatificazione dei 205 martiri del Giappone.
Etimologia: Ludovico, dall'antico germanico e significa 'celebre nella battaglia' o 'illustre combattente'. Pietro deriva dal greco Petros e significa 'pietra', 'roccia'.
Emblema: Palma del martirio, abito domenicano per Ludovico Flores, abito agostiniano per Pietro de Zúñiga, croce e strumenti del martirio.
Martirologio Romano: A Nagasaki in Giappone, beati martiri Ludovico Florès, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, Pietro de Zúñiga, sacerdote dell’Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino, e tredici compagni marinai giapponesi, che sbarcati nel porto e subito arrestati a causa della loro fede cristiana, dopo vari supplizi, subirono tutti insieme un unico martirio. [I loro nomi sono: Beati Gioacchino Hirayama, Leone Sukeyemon, Giovanni Soyemon, Michele Díaz, Antonio Yamada, Marco Takenoshima Shinyemon, Tommaso Koyanagi, Giacomo Matsuo Denshi, Lorenzo Rokuyemon, Paolo Sankichi, Giovanni Yago, Giovanni Nagata Matakichi, Bartolomeo Mohioye.]
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Quando Flores e Zúñiga decisero di entrare nuovamente in Giappone, la comunità cattolica locale attraversava una delle fasi più drammatiche della propria storia. La predicazione cristiana aveva conosciuto nel XVI secolo una notevole espansione. Gesuiti, francescani, domenicani, agostiniani e altri missionari avevano fondato comunità in diverse regioni, soprattutto nell'area di Nagasaki. La presenza cristiana aveva raggiunto anche ambienti socialmente elevati e alcune autorità locali. La situazione cambiò radicalmente con il consolidarsi del potere dei Tokugawa. Nel 1614 fu emanato un editto che proibiva il cristianesimo e ordinava l'espulsione dei missionari. La repressione si intensificò sotto i successori di Tokugawa Ieyasu e raggiunse una fase particolarmente violenta tra il 1617 e il 1632. La persecuzione non colpì soltanto i sacerdoti stranieri. Furono perseguitati anche catechisti, membri delle confraternite, uomini e donne giapponesi e intere famiglie. Il gruppo di Flores e Zúñiga rappresenta proprio questa dimensione: due missionari stranieri e tredici cristiani giapponesi morirono insieme. La causa dei 205 martiri del Giappone comprende infatti persone di diversa provenienza, condizione sociale e appartenenza religiosa.
Ludovico Flores, un missionario tra Europa, America e Asia La documentazione sulla nascita di Ludovico Flores non è completamente uniforme. Le fonti lo collocano ad Anversa, nell'attuale Belgio, nella seconda metà del XVI secolo, generalmente tra il 1563 e il 1570. Alcune fonti domenicane ricordano il suo precedente cognome fiammingo, Frayrin o Froryn, e riferiscono che da giovane si trasferì dapprima in Spagna e successivamente nel vicereame della Nuova Spagna, l'attuale Messico. Entrò nell'Ordine dei Predicatori nel convento di San Domenico di Città del Messico e vi emise la professione religiosa nel 1592 secondo una tradizione dell'Ordine. Il successivo passaggio nelle Filippine aprì la fase decisiva della sua vita missionaria. Le fonti concordano sul suo lungo servizio nelle Filippine, dove svolse attività apostolica per molti anni. Una documentazione specialistica recente indica in particolare il suo lavoro missionario nella regione di Cagayan e ricorda il suo desiderio di recarsi in Giappone quando la persecuzione aveva ormai reso estremamente pericoloso l'ingresso nel paese. Flores apparteneva dunque a quella generazione di missionari che concepivano le Filippine come una base fondamentale per la penetrazione evangelizzatrice nel Giappone. Manila era infatti diventata un importante centro di collegamento tra il mondo iberico, il Giappone, la Cina e l'arcipelago filippino. Nel 1620 Flores ottenne finalmente il permesso di partire per il Giappone insieme a Pietro de Zúñiga.
Pietro de Zúñiga, dalla nobiltà spagnola alla missione Pietro de Zúñiga, il cui nome completo è generalmente indicato come Pedro Manrique de Zúñiga y Velasco, nacque a Siviglia intorno al 1580. Era figlio di Álvaro Manrique de Zúñiga, marchese di Villamanrique e viceré della Nuova Spagna, e apparteneva a una delle più importanti famiglie aristocratiche della Spagna. La sua origine sociale avrebbe potuto indirizzarlo verso una vita di prestigio e di responsabilità politica. Egli scelse invece la vita religiosa ed entrò nell'Ordine degli Eremiti di Sant'Agostino nel convento di Siviglia, dove emise la professione religiosa nel 1604. Dopo la formazione sacerdotale partì per le Filippine. La sua prima esperienza missionaria in Giappone risale al 1618, quando raggiunse il paese insieme ad altri agostiniani. Il soggiorno fu breve. La crescente repressione rese impossibile un'attività missionaria pubblica e Zúñiga dovette tornare nelle Filippine. Ma la sua esperienza non lo distolse dal progetto di ritornare. Le comunità cristiane giapponesi chiedevano la presenza dei sacerdoti e lo stesso Zúñiga considerava il ritorno in Giappone come un preciso dovere missionario. La Real Academia de la Historia sottolinea proprio questo passaggio, collegando la seconda partenza alle richieste dei cristiani giapponesi e al desiderio del religioso di riprendere il lavoro missionario.
La partenza da Manila e il viaggio verso il Giappone Nel giugno 1620 Flores e Zúñiga partirono da Manila diretti verso il Giappone. Per non essere immediatamente riconosciuti come religiosi, viaggiavano in abiti secolari. La nave apparteneva al capitano giapponese Gioacchino Hirayama Díaz, un cristiano convertito che aveva vissuto nelle Filippine. Hirayama era particolarmente legato alla tradizione domenicana e alla Confraternita del Rosario. A bordo si trovavano anche altri cristiani giapponesi. Il viaggio assunse però una svolta drammatica nelle acque di Formosa, l'odierna Taiwan. La nave fu intercettata da corsari inglesi e olandesi. Le fonti differiscono in alcuni particolari sulla data esatta dell'intercettazione e sulla sequenza dei passaggi successivi, ma concordano sul fatto essenziale: i religiosi e l'equipaggio furono catturati e consegnati alle autorità giapponesi. Uno studio storico recente ricostruisce il passaggio da Formosa alla cattura da parte degli olandesi e quindi alla consegna dei prigionieri alle autorità giapponesi. L'episodio mostra quanto fosse complesso il contesto politico dell'Asia orientale. Le potenze commerciali europee erano impegnate in una dura competizione per il controllo delle rotte e dei commerci, mentre le autorità giapponesi guardavano con crescente sospetto alla presenza di missionari provenienti dagli imperi iberici.
La prigionia e il tentativo di salvare l'equipaggio I due sacerdoti furono sottoposti a interrogatori e pressioni per costringerli a dichiarare la propria identità. In un primo momento cercarono di non rivelare di essere missionari, soprattutto per non compromettere la sorte dei marinai giapponesi. La prigionia si protrasse a lungo. Una documentazione storica domenicana ricorda che Zúñiga confessò infine di essere sacerdote durante il processo del 1621, mentre Flores mantenne più a lungo il silenzio. Nel marzo 1622 Flores dichiarò apertamente di essere un missionario e un sacerdote. Questa scelta aveva un significato preciso. I due religiosi non volevano che la loro identità ricadesse sui giapponesi che li avevano trasportati. La loro situazione era resa ancora più delicata dal fatto che il semplice ingresso clandestino di un sacerdote straniero nel Giappone costituiva una violazione delle disposizioni dello shogunato. Nel frattempo alcuni cristiani giapponesi tentarono di organizzare la liberazione di Flores. Il piano fallì e la rete clandestina che lo aveva sostenuto fu successivamente colpita dalla repressione. Gli studi sulla persecuzione del 1622 mostrano come le autorità non perseguissero soltanto i missionari, ma cercassero progressivamente di smantellare anche le reti locali che li sostenevano.
Il trasferimento a Nagasaki Dopo la lunga prigionia, i prigionieri furono trasferiti verso Nagasaki. La città era allora il principale centro della presenza cristiana in Giappone e, proprio per questo, era divenuta uno dei luoghi più importanti della repressione. Nagasaki era anche il luogo nel quale le autorità intendevano rendere pubbliche le esecuzioni dei cristiani, trasformandole in un monito per la popolazione. Il gruppo era costituito da quindici persone: - Ludovico Flores, sacerdote domenicano; - Pietro de Zúñiga, sacerdote agostiniano; - Gioacchino Hirayama; - Leone Sukeyemon; - Giovanni Soyemon; - Michele Díaz; - Antonio Yamada; - Marco Takenoshima Shinyemon; - Tommaso Koyanagi; - Giacomo Matsuo Denshi; - Lorenzo Rokuyemon; - Paolo Sankichi; - Giovanni Yago; - Giovanni Nagata Matakichi; - Bartolomeo Mohioye. I tredici compagni giapponesi sono nominati espressamente nel Martirologio Romano.
I tredici cristiani giapponesi La memoria del gruppo non può essere ridotta ai due sacerdoti europei. I tredici compagni giapponesi costituiscono infatti una parte essenziale della vicenda. Gioacchino Hirayama, capitano della nave, era il personaggio più noto tra loro. Convertitosi al cristianesimo, aveva vissuto nelle Filippine e aveva assunto il nome Díaz nelle relazioni con gli ambienti ispanici. Secondo la tradizione agiografica era legato alla Confraternita del Santo Rosario. Gli altri compagni appartenevano a diverse categorie dell'ambiente marittimo e commerciale. Le fonti antiche li presentano come membri dell'equipaggio, passeggeri o persone legate alla nave. Questa varietà spiega perché il Martirologio Romano li definisca complessivamente marinai giapponesi, senza attribuire a tutti la medesima funzione a bordo. Il loro legame con la fede cristiana era però comune. La Confraternita del Rosario rappresentava uno dei principali strumenti attraverso cui la fede cattolica si era radicata nella società giapponese. Essa permetteva ai cristiani di mantenere una vita comunitaria anche quando la presenza dei sacerdoti era diventata clandestina.
Il martirio del 19 agosto 1622 Il 19 agosto 1622 i quindici prigionieri furono condotti al luogo dell'esecuzione a Nagasaki. La sentenza stabiliva una diversa modalità di morte. I dodici compagni destinati alla decapitazione furono uccisi per primi. Flores, Zúñiga e Hirayama furono invece legati ai pali e sottoposti al supplizio del fuoco. Le fonti storiche e agiografiche concordano sul carattere particolarmente lento dell'esecuzione. I tre uomini rimasero legati ai pali mentre il fuoco veniva alimentato progressivamente. Le relazioni del martirio descrivono la presenza di cristiani che assistevano alla scena e accompagnavano i condannati con la preghiera. L'ordine della morte tramandato dalle relazioni indica Flores come il primo dei tre a morire, seguito da Hirayama e infine da Zúñiga. Il particolare non è essenziale per la memoria liturgica, ma è significativo per comprendere la tradizione narrativa sviluppatasi intorno all'evento. I cristiani presenti avrebbero intonato inni e preghiere, tra cui il Magnificat e il Te Deum. Questo elemento appartiene alla tradizione delle relazioni martiriali contemporanee o prossime agli eventi e va letto nel contesto della letteratura cristiana clandestina dell'epoca. La ricerca storica recente considera il martirio del 19 agosto una delle principali esecuzioni della grande persecuzione del 1622.
Un martirio che coinvolse sacerdoti e laici La peculiarità del gruppo consiste nel fatto che il martirio non fu quello di due missionari isolati. Flores e Zúñiga furono uccisi insieme a cristiani giapponesi che avevano reso possibile il loro viaggio e la loro attività. La persecuzione colpì quindi contemporaneamente la predicazione missionaria e la rete locale che la sosteneva. Questo aspetto è particolarmente importante per comprendere la storia del cristianesimo giapponese. Dopo l'espulsione dei missionari, le comunità non scomparvero immediatamente. In molte regioni continuarono a vivere in clandestinità, mantenendo preghiere, battesimi, devozioni e tradizioni ricevute dai missionari. I martiri del 1622 appartengono a questa fase di passaggio: non rappresentano soltanto la fine di una missione, ma anche la testimonianza della persistenza di comunità cristiane giapponesi nonostante l'assenza o la scarsità dei sacerdoti.
La sorte delle reliquie Il destino delle reliquie fu particolarmente travagliato. Le autorità giapponesi cercavano spesso di impedire che i resti dei martiri diventassero oggetto di venerazione pubblica. La dispersione delle ceneri e dei corpi aveva quindi anche una funzione politica: impedire la nascita di luoghi di pellegrinaggio. Nel caso di Pietro de Zúñiga, tuttavia, alcune reliquie furono recuperate. Secondo la tradizione documentaria agostiniana, il corpo fu raccolto da cristiani e successivamente trasferito a Macao. Da lì le reliquie giunsero a Manila, dove furono solennemente deposte nella chiesa agostiniana il 9 luglio 1651. La storia successiva delle reliquie è meno sicura. Documenti dell'ambiente agostiniano conservano riferimenti a resti attribuiti al martire, mentre altre tradizioni ricordano la conservazione di una reliquia ossea e del legno collegato al supplizio. La documentazione archivistica invita però a una certa prudenza nell'identificazione materiale dei resti oggi conservati.
Il gruppo dei 205 martiri del Giappone Ludovico Flores, Pietro de Zúñiga e i loro tredici compagni fanno parte del più ampio gruppo dei 205 martiri del Giappone, vittime della persecuzione sviluppatasi tra il 1617 e il 1632. La causa raccolse testimonianze relative a persone appartenenti a diversi Ordini religiosi e a numerosi laici giapponesi. Il gruppo comprende gesuiti, domenicani, agostiniani, francescani, terziari e semplici fedeli. Il decreto sul martirio fu promulgato il 26 febbraio 1866. La beatificazione avvenne a Roma il 7 luglio 1867 sotto Pio IX. È opportuno correggere una certa oscillazione presente in alcune fonti secondarie, che riportano il 7 maggio 1867. La data generalmente documentata per la beatificazione dei 205 martiri del Giappone è 7 luglio 1867. È questa la data da adottare nella scheda editoriale. Non essendo intervenuta una successiva canonizzazione, Flores, Zúñiga e i tredici compagni sono tuttora venerati come Beati.
Autore: Giampietro Cattini
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