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Madonna di Montevergine

Festa: 1 settembre

E' il titolo con cui viene venerata Maria nel celebre santuario benedettino posto sul monte Partenio, nel territorio di Mercogliano, in provincia di Avellino. Il culto affonda le proprie radici nella vicenda di san Guglielmo da Vercelli, che nei primi decenni del XII secolo scelse la montagna come luogo di vita eremitica e vi promosse una particolare devozione alla Vergine. Da quel primo insediamento nacque la Congregazione verginiana, destinata a diffondere il culto mariano in larga parte dell'Italia meridionale. Il centro della devozione è costituito dalla grande tavola della Madonna con il Bambino, venerata almeno dalla fine del XIII o dall'inizio del XIV secolo e tradizionalmente attribuita a Montano d'Arezzo. L'immagine, nota al popolo come Mamma Schiavona, presenta Maria assisa sul trono con Gesù Bambino sul ginocchio sinistro, circondata da angeli. La sua fama si consolidò attraverso i secoli, accompagnata da pellegrinaggi, offerte votive, tradizioni popolari e racconti di grazie ricevute. La storia di Montevergine mostra così l'intreccio fra una fondazione monastica medievale, la devozione mariana, la cultura artistica dell'età angioina e una delle più radicate forme di religiosità popolare della Campania.

Emblema: Vergine in trono, Bambino Gesù sul ginocchio sinistro, corona, manto scuro, angeli, fondo con motivi a gigli angioini; nella tradizione è una Madonna Nera.


Le origini del santuario
La storia della Madonna di Montevergine (varianti: Madonna di Montevergine, Madonna Nera di Montevergine, Mamma Schiavona, Maestà di Montevergine) è inseparabile da quella di san Guglielmo da Vercelli. Intorno al 1115 il giovane eremita scelse il monte Partenio, allora luogo isolato e impervio, per dedicarsi alla preghiera e alla vita ascetica. La tradizione sottolinea il particolare legame di Guglielmo con la Vergine Maria; storicamente è soprattutto la sua iniziativa monastica a spiegare la successiva importanza religiosa del luogo.
Il primo insediamento si trasformò progressivamente in una comunità monastica. La Congregazione di Montevergine, detta anche dei Verginiani, sviluppò una rete di monasteri e diffuse il culto mariano in molte regioni dell'Italia meridionale. Il santuario divenne così un punto di riferimento religioso ben oltre l'ambito locale. Il Ministero della Cultura lo definisce il più famoso santuario mariano dell'Italia Meridionale, ricordando come i monaci verginiani abbiano contribuito alla diffusione della devozione alla Vergine attraverso pellegrinaggi e fondazioni monastiche.
Nel XIII secolo l'abbazia entrò inoltre in rapporto con la monarchia angioina. La documentazione conservata dalla Biblioteca Statale di Montevergine mostra la particolare posizione raggiunta dalla Congregazione, posta sotto la protezione immediata della Santa Sede. Nel 1263 papa Urbano IV confermò l'esenzione dell'abbazia dalla giurisdizione degli ordinari locali.

La nuova immagine della Vergine
La prima immagine mariana legata a san Guglielmo è oggi conosciuta come Madonna di San Guglielmo. Si tratta di un'immagine più antica, di tradizione bizantineggiante, che secondo la tradizione fu venerata dall'eremita.
Tra la fine del XIII e l'inizio del XIV secolo comparve invece la grande Maestà oggi universalmente identificata con la Madonna di Montevergine. Una pergamena del 22 settembre 1298 conserva un sigillo con l'immagine della Vergine in trono e costituisce una delle testimonianze importanti per la cronologia della nuova iconografia. La Biblioteca Statale di Montevergine osserva che la nuova immagine dovette sostituire progressivamente quella più antica di San Guglielmo.
La tavola è stata tradizionalmente collegata a Montano d'Arezzo, pittore attivo tra XIII e XIV secolo e documentato al servizio della corte angioina. Il Dizionario Biografico degli Italiani ricorda che nel 1310 Montano lavorò per la casa d'Angiò anche presso l'abbazia di Montevergine. Proprio questo dato documentario costituisce uno dei principali argomenti a favore dell'attribuzione della celebre Maestà al pittore aretino, pur in presenza di questioni critiche ancora discusse dagli studiosi.
La ricerca storico-artistica più recente ha infatti approfondito le stratificazioni materiali della tavola e la complessa storia della sua esecuzione. L'attribuzione a Montano d'Arezzo rimane quella maggiormente accreditata, ma va distinta dal dato documentario certo, che attesta la presenza del pittore nell'ambiente di Montevergine senza conservare una ricevuta o un documento nel quale egli venga esplicitamente indicato come autore della tavola.

L'icona di Mamma Schiavona
L'immagine raffigura Maria frontalmente, seduta su un trono. Il Bambino è collocato sul ginocchio sinistro della Madre e tiene con la mano il panneggio del suo manto. Attorno al gruppo principale compaiono gli angeli, mentre il fondo è caratterizzato da elementi decorativi che comprendono i gigli angioini.
Il colore scuro del volto della Vergine ha dato origine alla tradizionale denominazione di Madonna Nera. L'appellativo popolare Mamma Schiavona è invece di etimologia non completamente chiarita. Sono state proposte diverse spiegazioni, legate alla tradizione meridionale e al significato attribuito al termine schiavona, ma nessuna può essere presentata come spiegazione storicamente certa.
Non è quindi corretto trasformare le diverse leggende sull'origine del nome in fatti storici. Il valore dell'appellativo appartiene soprattutto alla storia della devozione popolare, nella quale la Madonna di Montevergine viene percepita come una presenza materna vicina alla gente, capace di accogliere anche chi si trova ai margini della società.

Una devozione senza apparizioni
A differenza di altri celebri santuari mariani, il culto di Montevergine non nasce da un'apparizione documentata della Vergine. La sua origine storica è invece legata alla scelta eremitica di san Guglielmo e alla successiva fondazione della comunità monastica.
Questa caratteristica è importante per comprendere correttamente la storia del santuario. La venerazione dell'immagine non dipende da un'apparizione medievale attestata, ma dalla progressiva affermazione della devozione mariana sviluppatasi attorno all'abbazia.
Nel corso dei secoli la tradizione popolare ha tuttavia elaborato numerosi racconti relativi all'origine dell'icona, ai suoi trasferimenti e alle grazie attribuite all'intercessione della Madonna. Tali racconti appartengono alla storia della devozione e devono essere distinti dalla documentazione storica.

Le vicende dell'icona
L'immagine fu progressivamente arricchita con corone, gioielli e ornamenti offerti dai fedeli. Nel 1661 furono aggiunte nuove corone; nel 1712 il Capitolo della Basilica di San Pietro in Vaticano donò una corona d'oro, mentre nel 1778 furono applicate ulteriori decorazioni dorate attorno al trono.
La notte tra il 17 e il 18 maggio 1799 l'immagine fu vittima di un furto sacrilego. Dopo il furto, la tavola venne nuovamente rivestita di numerosi ornamenti metallici, accumulatisi nel tempo. Questa veste devozionale fu rimossa durante il grande restauro del 1960, quando l'opera venne sottoposta a un intervento conservativo presso i laboratori della Soprintendenza alle Gallerie e alle Opere d'Arte della Campania.
Il restauro del Novecento rappresentò un momento fondamentale anche per la conoscenza dell'opera. Le indagini permisero di comprendere meglio la complessa stratificazione del dipinto e di recuperare una lettura più diretta della tavola medievale.

Il trasferimento nella nuova basilica
Nel secondo dopoguerra il numero crescente dei pellegrini rese insufficiente l'antico spazio liturgico. Fu quindi costruita la nuova basilica, progettata da Florestano di Fausto e realizzata tra il 1948 e il 1961.
Nel 1960 l'icona fu trasferita dalla sede storica alla nuova basilica e, dopo il restauro, nel 1961 venne collocata sopra il monumentale altare della nuova chiesa. Il trasferimento rispondeva alla necessità di accogliere una quantità sempre maggiore di pellegrini, ma la nuova collocazione rendeva difficile il rapporto ravvicinato tra l'immagine e i fedeli.
Nel 2012, in occasione del VII centenario del culto della grande icona, la tavola venne nuovamente ricollocata nella cappella storica, restituendole il rapporto diretto con lo spazio originario della devozione.

Il pellegrinaggio
Il culto di Montevergine si è espresso soprattutto attraverso il pellegrinaggio. Ancora oggi numerosi fedeli raggiungono il santuario a piedi, seguendo antichi percorsi dalla pianura verso il monte Partenio.
La tradizione del pellegrinaggio, chiamata popolarmente juta a Montevergine, costituisce una delle manifestazioni più caratteristiche della religiosità irpina e campana. Canti, preghiere, offerte votive e forme di partecipazione comunitaria accompagnano la salita al santuario. La Regione Campania ha riconosciuto il pellegrinaggio a Montevergine tra le espressioni più significative del patrimonio culturale immateriale regionale.
Il santuario continua così a essere non soltanto un luogo di culto, ma anche uno spazio nel quale la memoria religiosa, la cultura popolare e la storia della Campania si incontrano.

La festa liturgica
La festa propria di Santa Maria di Montevergine viene oggi celebrata il 1° settembre.
In passato la celebrazione era inserita nella festa della Natività della Vergine, l'8 settembre. Nel 1742 i monaci ottennero dalla Sacra Congregazione dei Riti e da papa Benedetto XIV l'approvazione di una festa propria della Madonna di Montevergine, fissata al 1° settembre. La data è tuttora quella della solennità celebrata dalla comunità benedettina del santuario.
Pertanto, il 31 agosto, indicato in alcune fonti o calendari come vigilia della festa, non va confuso con la memoria liturgica propria, che è il 1° settembre.

La Madonna e la cultura popolare
La popolarità della Madonna di Montevergine ha prodotto nel corso dei secoli una ricchissima tradizione di canti, racconti, pellegrinaggi, ex voto e immagini diffuse in tutta la Campania e oltre.
Il santuario conserva una quantità significativa di testimonianze materiali di questa devozione. Gli ex voto e gli oggetti preziosi donati dai fedeli documentano il rapporto personale instaurato nel tempo tra i pellegrini e l'immagine mariana. Il Museo Abbaziale conserva inoltre gli ornamenti che un tempo ricoprivano la tavola.
Particolare rilievo assume la tradizione della juta, nella quale il viaggio verso la montagna diventa parte integrante dell'esperienza religiosa. La fatica della salita, la dimensione comunitaria e l'incontro con l'immagine della Vergine costituiscono elementi inseparabili di una devozione trasmessa attraverso generazioni.

Le tradizioni e le leggende
Attorno alla Madonna di Montevergine si è sviluppato un vasto patrimonio leggendario. Alcuni racconti cercano di spiegare l'origine dell'immagine, altri il suo trasferimento sul monte, altri ancora il particolare colore del volto della Vergine.
Una delle tradizioni più note racconta che l'icona sarebbe stata portata dall'Oriente e giunta a Montevergine attraverso vicende legate alla corte bizantina e agli Angiò. La ricerca storica non consente però di accettare queste narrazioni come fatti documentati. La presenza della tavola a Montevergine è invece solidamente attestata almeno dalla fine del XIII secolo, mentre la sua relazione con l'ambiente angioino trova un importante riscontro nel contesto storico e artistico dell'epoca.
Anche il racconto secondo cui la Madonna avrebbe scelto personalmente il monte deve essere considerato una tradizione devozionale, non una testimonianza storica.

Il rapporto con i pellegrini
Il significato storico della Madonna di Montevergine non risiede soltanto nell'antichità dell'immagine. Esso deriva anche dalla continuità del rapporto tra il santuario e le popolazioni che vi sono salite per secoli.
Nel 2024 papa Francesco, incontrando la comunità monastica di Montevergine, ha ricordato il santuario come luogo verso il quale i fedeli accorrono anche a piedi per cercare consolazione e speranza. Il Papa ha richiamato in particolare la grande icona della Madre di Dio, descrivendola come immagine capace di raccogliere simbolicamente le lacrime e le preghiere dei pellegrini.
Questa continuità permette di leggere il culto di Montevergine non come un fenomeno limitato al Medioevo, ma come una tradizione viva, trasformata nel corso dei secoli e tuttora inserita nella vita religiosa della Campania.

Iconografia
L'iconografia della Madonna di Montevergine appartiene alla tradizione delle grandi Madonne in trono di origine bizantina e tardomedievale. Maria appare frontalmente, con una monumentalità che sottolinea la sua dignità di Madre di Dio e Regina.
Il Bambino, posto sul ginocchio sinistro, introduce nell'immagine una dimensione più familiare. La posizione dei due volti e il gesto del Bambino verso il manto della Madre stabiliscono un rapporto visivo e affettivo che attenua la rigida frontalità della composizione.
La tavola è di dimensioni eccezionali, circa 4,60 metri di altezza per 2,23 di larghezza. La presenza di elementi angioini sul fondo testimonia inoltre il legame dell'opera con l'ambiente politico e culturale del Regno di Napoli tra XIII e XIV secolo.

La Madonna oggi
La Madonna di Montevergine rimane uno dei principali centri della devozione mariana dell'Italia meridionale. Il santuario, posto a circa 1.270 metri sul monte Partenio, continua a essere raggiunto durante tutto l'anno da pellegrini provenienti dalla Campania e da altre regioni italiane.
Nel 2023 la grande importanza dell'immagine è stata ulteriormente confermata dalla scelta di portare a Roma, per le celebrazioni di fine anno presiedute da papa Francesco, anche l'antica icona della Madonna Lactans conservata nel Museo Abbaziale di Montevergine e tradizionalmente collegata alla devozione di san Guglielmo.
La storia del santuario mostra quindi due immagini mariane strettamente legate alla memoria verginiana: l'antica Madonna Lactans, associata alla figura del fondatore, e la grande Maestà medievale che divenne il cuore del culto di Montevergine.

Curiosità
- Una particolarità della Madonna di Montevergine è la lunga storia degli ornamenti applicati alla tavola. Corone, collane, lamine e gioielli finirono per coprire ampie parti dell'immagine. Dopo il restauro del 1960 questi elementi furono rimossi e oggi sono conservati nel patrimonio museale dell'abbazia.
- Un'altra curiosità riguarda la storia dell'icona antica associata a san Guglielmo. Nel 2023 questa immagine, una Madonna Lactans di tradizione tardo-bizantina, fu trasferita temporaneamente in Vaticano per le celebrazioni del 31 dicembre e del 1° gennaio.
- La grande Maestà di Montevergine, invece, è una delle opere più importanti legate alla pittura dell'Italia meridionale tra XIII e XIV secolo e rappresenta uno dei punti di riferimento per lo studio della pittura nell'ambiente angioino napoletano. L'attribuzione a Montano d'Arezzo, pur largamente accolta, deve essere intesa alla luce della documentazione indiretta e della discussione storico-artistica.

Autore: Giampietro Cattini
 


 

A quasi 1300 metri di altezza, nella catena del Partenio, nell’Appennino irpino, tra vette gigantesche che formano autentici baluardi dell’altopiano, sorge il più famoso santuario dell’Italia Meridionale, sul posto che ai tempi del grande poeta latino Virgilio, sorgeva un tempietto dedicato a Cibele, dea della natura e della fecondità.
Virgilio che era un intenditore, salì varie volte su questo altopiano che porta il suo nome, lasciando i suoi impegni a Napoli, per trovare le pianticelle aromatiche per distillare gli elisir di lunga vita, che poi nei secoli successivi e ancora oggi, i frati produssero distillando i liquori benedettini tipici del luogo.
Non era facile arrampicarsi lassù su quei monti dell’Irpinia, ma alle dovute soste per riposarsi, ci si poteva ritemprare lo spirito con le vedute mozzafiato che da lì si ammiravano, dal Vesuvio, alla vicina Avellino, l’intero golfo di Napoli con le meravigliose isole di Capri, Ischia, Procida e poi la vasta pianura della fertile Campania.
Nei primi anni del 1000, arrivò su questa montagna un giovane pellegrino diretto in Palestina, ma per volere di Dio dirottato qui, Guglielmo da Vercelli.
Con addosso un saio visitò i Santuari dell’Italia settentrionale, poi andò in Spagna a S. Giacomo di Compostella e al suo ritorno decise di percorrere tutta la penisola per andare in Terrasanta; ma proprio quassù Gesù gli apparve dicendogli di fermarsi e di erigere un tempio alla Vergine al posto di quello dedicato alla Gran Madre pagana.
Guglielmo non era di carattere facile e dopo aver distrutto il preesistente tempio con l’idolo, si impose a vescovi e papi, per mettere in atto il suo intento e costruì una piccola chiesa alla Vergine Maria. Fondò una Organizzazione monastica germogliata dal tronco benedettino che chiamò Congregazione Verginiana; la fama di questi eremiti - monaci si sparse in tutta l’Italia Meridionale e Sicilia.
San Guglielmo espose nella chiesetta alla venerazione dei fedeli, una piccola immagine della Madonna, che negli ultimi decenni del XII secolo fu sostituita da una bellissima tavola, dove la Vergine appare incoronata e in atto di allattare il Bambino, questa tavola è conservata nel museo del Santuario ed è detta ‘Madonna di s. Guglielmo’. Il santo monaco fondatore si spense probabilmente il 25 giugno del 1142 nel monastero di S. Salvatore in Goleto (AV), mentre i primi pellegrini salivano il monte Partenio, sempre più numerosi.
Ben presto Montevergine diventò la casa madre di 50 piccoli monasteri che erano stati via via fondati, poté così imporre la realtà della propria esistenza ai papi ed ai re di Napoli, chiedendo la propria indipendenza.
I re normanni ed angioini fecero a gara a dare all’abbazia, sorta vicino alla chiesetta, una autosufficienza economica, esentandola da tributi e donandole feudi e un castello per l’abate.
Sotto gli angioini (1266-1435) la chiesa di stile romanico fu trasformata notevolmente nelle strutture ed ampliata in stile gotico, con altare maggiore cosmatesco e a tre ordini di colonne.
La tavola della Madonna fu sostituita intorno al 1300 da una immagine imponente, su una tavola di notevoli proporzioni, rappresentante la Madonna, che prenderà il titolo di Montevergine, seduta su una grande seggiola, con il Bambino sulle ginocchia.
L’icona giunse a Montevergine circondata da leggenda e devozione; si diceva dipinta addirittura da s. Luca, che aveva conosciuta la Madonna e aveva osato ritrarla, egli sarebbe soltanto l’autore del capo, ma sgomento non aveva finito il viso; addormentatosi, l’aveva trovato completato il mattino dopo da misterioso intervento celeste. Il quadro sarebbe stato prima esposto a Gerusalemme, poi trasferito ad Antiochia, poi a Costantinopoli, infine a Napoli, qui finì nelle mani di Caterina II sposa di Filippo di Taranto, la quale lo fece completare, si dice, da Montano d’Arezzo e lo donò al Santuario di Montevergine.
Studi espletati nei secoli successivi, hanno escluso la pittura sia di s. Luca che di Montano d’Arezzo, attribuendo l’esecuzione dell’opera a Pietro Cavallino dei Cerroni, pittore di corte di Carlo II d’Angiò, che l’avrebbe dipinta fra il 1270 e il 1325, egli era portato per le opere di grandi dimensioni, infatti il quadro del santuario misura metri 4,60 x 2,10 e pesa otto quintali, con linee bizantineggianti e con intonazione personale proprio dello stile del Cavallino.
Al popolo non è mai interessato chi l’avesse dipinta, essa piacque subito e nella semplicità della fede che gli venne tributata, la chiamarono la “Madonna Bruna” o anche “Mamma Schiavona”, etimologia incerta ma di sicura presa.. C’è tutta una letteratura descrittiva dei pellegrinaggi a Montevergine, con quadri e disegni di illustri viaggiatori che ne descrivevano il folklore, specie per quelli provenienti da Napoli; su carretti addobbati con cavalli e i suoni e feste che accompagnavano il ritorno; fino agli anni ’60 del nostro secolo i carretti erano stati sostituiti da auto decappottabili, tutte addobbate, come i pellegrini compreso l’autista noleggiatore, vestivano abiti uguali e tutti dello stesso colore sgargiante degli addobbi dell’auto.
Oggi si sale con una comoda funicolare e con un agevole strada per auto e i bus; i pellegrini sono calcolati sul milione e mezzo ogni anno. Ma i pellegrinaggi veri e propri che si fanno da secoli, sono a piedi, salendo il monte anche di notte, molti a piedi nudi, per penitenza o per chiedere una grazia per sé o per i suoi cari.
Per secoli sotto l’altare maggiore del Santuario furono custodite le reliquie di s. Gennaro, finché vinte la resistenze dei monaci e dei fedeli locali, esse poterono essere trasferite nel duomo di Napoli.
Il Santuario ebbe ancora due rifacimenti, uno nel 1622 per ragioni statiche e di moda, con trasformazioni barocche e l’altro a partire dal 1948 fino al 1961, quando ci fu l’intera costruzione di un santuario più grande, inglobando però la precedente struttura.
L’enorme quadro della Madonna è posto sulla parete di fondo su un nuovo trono che prende tutta l’altezza della parete. Interessante la sala degli ex-voto, dove già dal 1599 erano raccolte le tabelle votive, scolpite o dipinte raffiguranti le grazie che si era ricevuto, quasi tutte in argento; testimonianza storica di una fede ormai millenaria nella Madre celeste.
Nella cripta vi sono in un’urna d’argento, i resti di s. Guglielmo di Vercelli fondatore, nelle due basiliche la vecchia e la nuova vi sono le tombe di vari principi, nobili, ecclesiastici, che nei secoli hanno voluto riposare accanto alla Madonna di Montevergine.
Ai piedi del monte vi è il palazzo abbaziale di Loreto del 1700, residenza d’inverno dell’abate e di quasi tutti i monaci, spostamento dovuto al clima molto rigido ed alla neve del periodo invernale. Nel palazzo è ospitata la farmacia con una importante raccolta di vasi e l’archivio con incunaboli e novecento pergamene, molte scritte da re e pontefici, alcune risalenti all’epoca di s. Guglielmo.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto/modificato il 2026-08-17

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