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Kefar-Gamla, Gerusalemme, I sec.
La sua memoria è legata a quella del padre, il celebre Gamaliele il Vecchio, maestro di Paolo di Tarso e rispettato dottore della Legge. Secondo una consolidata tradizione agiografica, Habib sarebbe stato il secondo figlio di Gamaliele, convertitosi al cristianesimo insieme al padre e battezzato dagli stessi Apostoli. La sua esistenza terrena fu breve, spentasi appena ventenne, ma il suo nome emerse con forza nel V secolo grazie al racconto del sacerdote Luciano di Kefar-Gamla. Nel 415, Luciano riferì di aver ricevuto in sogno la rivelazione del luogo di sepoltura di Santo Stefano, dove riposavano anche i resti di Gamaliele, Nicodemo e del giovane Habib. Questo evento diede impulso a un vasto culto delle reliquie, portando i resti del santo, secoli dopo, fino alla cattedrale di Pisa.
Etimologia: Habib deriva dalla radice semitica che significa 'amato' o 'caro'.
Emblema: Un cestello argenteo con fiori di zafferano, talvolta raffigurato insieme a Gamaliele, Nicodemo e Santo Stefano.
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Habib, noto anche come Abibo o Abibas, nacque a Kefar-Gamla, un villaggio situato a circa venti miglia a nord di Gerusalemme, nel I secolo. Figlio di Gamaliele il Vecchio, una delle massime autorità del Sinedrio e maestro di Saulo di Tarso, il giovane crebbe in un ambiente di profondo studio della Legge ebraica. La tradizione agiografica, diffusa a partire dal V secolo, narra che Gamaliele, colpito dalla predicazione apostolica, abbia abbracciato la fede cristiana insieme al figlio Habib. Secondo questo racconto, i due sarebbero stati battezzati dagli Apostoli, mentre la madre e il fratello maggiore, rimasti fedeli al giudaismo, si sarebbero ritirati in una proprietà separata. Sebbene la storiografia moderna consideri la conversione di Gamaliele un elemento leggendario volto a nobilitare il cristianesimo attraverso un'autorità ebraica riconosciuta, la figura di Habib rimane un simbolo potente di accoglienza della nuova fede.
La morte prematura e la sepoltura La vita di Habib fu segnata da una conclusione prematura. Sempre secondo la tradizione, egli morì in giovane età, appena ventenne, mentre il padre era ancora in vita. Gamaliele, addolorato ma fiero della santità del figlio, ne avrebbe custodito il corpo con devozione. Dopo il martirio di Santo Stefano, il cui corpo era stato gettato tra i rifiuti per ordine del sommo sacerdote, Gamaliele avrebbe recuperato le spoglie del protomartire, portandole nella sua proprietà di Kefar-Gamla e deponendole in un sepolcro nuovo. In quello stesso luogo, con il passare del tempo, trovarono riposo anche lo stesso Gamaliele, Nicodemo, altro membro del Sinedrio convertitosi e rifugiatosi in campagna, e il giovane Habib.
La rivelazione di Luciano e il ritrovamento Il nome di Habib tornò alla luce del pubblico cristiano nel dicembre del 415. Luciano, sacerdote del villaggio di Kefar-Gamla, riferì di aver avuto tre visioni notturne, nelle quali Gamaliele stesso gli indicava il luogo preciso della sepoltura di Santo Stefano e degli altri tre. Contemporaneamente, il monaco Megezio ricevette una rivelazione simile. Il vescovo Giovanni di Gerusalemme, informato dei fatti, si recò sul posto. Sollevata la pietra tombale, che riportava incisi in greco i quattro nomi ebraici, furono effettivamente rinvenuti i corpi. Luciano redasse un resoconto di questi eventi, tradotto in latino da Avito di Braga, che si diffuse rapidamente in tutto l'Occidente, dando un enorme impulso al culto di Santo Stefano e, di riflesso, a quello dei suoi compagni di sepoltura.
La traslazione delle reliquie a Pisa La devozione per questi santi superò i confini della Terra Santa. Al tempo delle Crociate, come attestano antiche iscrizioni e tradizioni locali, le reliquie di Habib, Gamaliele e Nicodemo furono traslate in Italia, trovando definitiva collocazione nella cattedrale di Pisa. Qui, i tre santi furono esposti alla venerazione dei fedeli. Dopo l'incendio del Duomo nel 1595, fu realizzato un nuovo sepolcro, ancora oggi visibile nella navata destra, a fianco del transetto, a perenne memoria di questo antico legame tra la Terra Santa e la Repubblica marinara.
Iconografia e simbolismo Nelle rappresentazioni artistiche, Sant'Habib è talvolta raffigurato insieme a Gamaliele, Nicodemo e Santo Stefano. L'attributo iconografico più distintivo legato alla sua figura è un cestello argenteo colmo di fiori di zafferano. Secondo il racconto di Luciano, Gamaliele indicò il sepolcro del figlio proprio attraverso la visione di questo cestello, i cui fiori emanavano un soave profumo, simbolo del candore, della verginità e della purezza della vita del giovane santo. Autore: Enrico Quiri
Il suo nome e il successivo culto, è legato al racconto fatto da Luciano, sacerdote del villaggio di Kefar-Gamla, distante una ventina di miglia a nord di Gerusalemme, il quale ebbe in sogno, per ben tre volte, specificando anche le date, cioè il 3, il 10 e il 17 dicembre 415, l’apparizione di Gamaliele il Vecchio. L’antico maestro di s. Paolo, che allora si chiamava Saulo, lo invitava ad adoperarsi, perché fossero dati i dovuti onori ai resti del protomartire s. Stefano, che si trovavano sepolti nel territorio dello stesso villaggio. Infatti dopo il martirio, per ordine del sommo sacerdote, il corpo del martire fu gettato tra i rifiuti, ma Gamaliele lo fece raccogliere e portare nella sua proprietà di Kefar-Gamla in un sepolcro nuovo. Sempre nei sogni il vecchio Gamaliele rivelava a Luciano, che nel sepolcro stesso vi erano anche i resti del suo corpo, di suo figlio Habib e quelli di Nicodemo, membro del Sinedrio, che convertitosi al cristianesimo, dovette lasciare la carica e rifugiarsi nella sua casa di campagna, dove poi morì e venne sepolto vicino al santo protomartire. Contemporaneamente, sempre in sogno, Gamaliele rivelava al monaco Megezio il luogo preciso del sepolcro, mentre il sacerdote Luciano avvertiva del sogno il vescovo Giovanni. Effettivamente, individuato il sepolcro e sollevata la pietra tombale con incisi in greco quattro nomi ebraici, si trovarono i corpi, presente anche il vescovo Giovanni. Su invito di s. Avito di Braga, il sacerdote Luciano scrisse il racconto delle rivelazioni, che lo stesso Avito tradusse dal greco al latino e che ebbe poi una larga diffusione e senza nessuna contraddizione; la devozione per s. Stefano si diffuse in tutta la Chiesa e le sue reliquie vennero chieste dovunque, con numerosissimi miracoli dovuti alla sua intercessione. Questo racconto portò dovunque, oltre i nomi già conosciuti di Gamaliele e Nicodemo, anche quello di Habib (Abibo, Abibas, Abibabel). Secondo il già citato racconto, Habib sarebbe stato il secondo figlio prediletto dell’esponente del Sinedrio Gamaliele e compagno di Saulo, quando questi era alla scuola di Gamaliele; convertitosi insieme al padre al cristianesimo, sarebbe stato battezzato dagli apostoli, mentre il fratello maggiore e la madre, rimasti fedeli al giudaismo, sarebbero andati a vivere da soli in una proprietà di quest’ultima. Rimasto solo con il padre, Habib gli premorì appena ventenne; nel sogno Gamaliele indicava il sepolcro del figlio con la visione di un cestello argenteo, contenente fiori di zafferano esalanti un soave profumo, simbolo del candore e della verginità di Habib. Al tempo delle crociate, come attestano alcune iscrizioni, le reliquie di Habib, Gamaliele e Nicodemo, furono portate a Pisa ed esposte alla venerazione dei fedeli nella cattedrale della città. I tre santi, dopo il racconto di Luciano, vennero ricordati ovunque nei Martirologi, nella ricorrenza dell’invenzione delle reliquie di s. Stefano, che aveva comunque date diverse, secondo i vari Martirologi, maggiormente al 2 agosto. Dal 1961 tale ricorrenza fu abolita ed i tre santi hanno una menzione propria a volte da soli, a volte accomunati fra loro.
Autore: Antonio Borrelli
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