Le informazioni certe sulla vita di Andrea sono estremamente scarse. Le fonti più tarde lo presentano come figlio di Simone Oxner e di Maria, abitanti del villaggio tirolese di Rinn. Rimasto presto orfano di padre, sarebbe stato affidato dalla madre allo zio Johann Meyer, locandiere del paese. Non esistono tuttavia documenti contemporanei che confermino questi particolari. La prima testimonianza scritta compare solo molti anni dopo la presunta morte del bambino, mentre il racconto si era già ampiamente diffuso attraverso la tradizione orale. Questa assenza di documentazione costituisce uno degli elementi fondamentali che hanno portato gli studiosi moderni a riconsiderare criticamente l’intera vicenda.
La nascita della leggenda Secondo la tradizione sviluppatasi nel tardo Quattrocento, alcuni mercanti ebrei provenienti da Norimberga avrebbero acquistato il bambino dal tutore per ucciderlo durante un presunto rito religioso. Il corpo sarebbe stato ritrovato appeso a una betulla nei pressi di una pietra poi chiamata Judenstein (“Pietra degli ebrei”), mentre gli autori del delitto sarebbero riusciti a fuggire senza essere identificati. Questa narrazione, tuttavia, non compare in alcuna testimonianza contemporanea all’evento. I particolari del racconto aumentano progressivamente nel corso dei secoli, segno tipico dell’elaborazione leggendaria. Gli storici sottolineano inoltre che non risultano processi giudiziari, confessioni, testimonianze dirette o altri documenti che possano confermare il presunto delitto.
Lo sviluppo del culto Il culto di Andrea iniziò soltanto dopo il celebre caso del Simonino di Trento (1475), quando anche gli abitanti di Rinn iniziarono a considerare il piccolo come un martire. Le sue reliquie furono trasferite nella chiesa di Sant’Andrea di Rinn e successivamente nella cappella di Judenstein, costruita nel 1620 grazie all’interessamento del medico Ippolito Guarinoni, uno dei maggiori promotori della devozione. Nel corso dei secoli il santuario divenne meta di numerosi pellegrinaggi provenienti da tutto il Tirolo. Tra i visitatori ricordati dalle fonti figura anche l’imperatore Massimiliano I.
Benedetto XIV e la beatificazione equipollente Nel Settecento il vescovo di Bressanone chiese alla Santa Sede il riconoscimento ufficiale del culto. Papa Benedetto XIV affrontò personalmente il caso con grande prudenza. Inizialmente richiese un regolare processo canonico sul presunto martirio, sulla fama di miracoli e sull’antichità del culto. Poiché tale procedimento non fu mai completato, il Pontefice preferì limitarsi a riconoscere il culto già esistente. Il 25 dicembre 1752 concesse quindi la celebrazione della Messa e dell’Ufficio propri nella diocesi di Bressanone. Successivamente, nella costituzione apostolica Beatus Andreas (22 febbraio 1755), spiegò anche perché non riteneva possibile procedere alla canonizzazione. Lo stesso Benedetto XIV precisò che non si trattava di una canonizzazione né di una beatificazione ordinaria, ma di una conferma di un culto antico, mantenendo quindi una prudente distinzione tra il culto liturgico e la certezza storica degli eventi.
La revisione critica della vicenda Tra XIX e XX secolo gli studi storici iniziarono a riesaminare sistematicamente le cosiddette accuse del sangue rivolte contro le comunità ebraiche. Le ricerche dimostrarono che tali accuse erano prive di basi documentarie e appartenevano a un fenomeno di propaganda antigiudaica sviluppatosi in varie regioni dell’Europa medievale. Anche il caso di Andrea da Rinn fu sottoposto a una rigorosa analisi critica. Gli studiosi misero in evidenza l’assenza di testimonianze contemporanee, la formazione tardiva della leggenda e la continua evoluzione del racconto nei secoli successivi. Oggi il consenso della ricerca storica considera il presunto omicidio rituale una leggenda priva di fondamento documentario.
La soppressione del culto Nel clima di rinnovamento seguito al Concilio Vaticano II e alla dichiarazione Nostra Aetate (1965), che promosse nuove relazioni tra la Chiesa cattolica e il popolo ebraico, la diocesi di Innsbruck riesaminò il culto del piccolo Andrea. Nel 1985 l’arcivescovo Reinhold Stecher dispose il trasferimento delle reliquie dalla cappella di Judenstein al vicino cimitero. Nel 1994 promulgò infine il decreto che aboliva ufficialmente il culto, riconoscendo che esso si fondava su tradizioni storicamente non dimostrate e che rischiava di perpetuare accuse infondate nei confronti degli ebrei. La tomba continua tuttavia a essere visitata da alcuni gruppi di fedeli, sebbene il culto pubblico non sia più autorizzato dalla Chiesa. Autore: Giampietro Cattini
Il culto di questo martire bambino è legato all’antica leggenda dell’omicidio a scopo rituale operato da ebrei.
Della vicenda del Beato Andrea non esistono fonti scritte coeve all’evento del suo martirio. La più antica, come si avrà modo di chiarire in seguito, risale ad oltre dieci anni dallo stesso. Il racconto dei fatti, quindi, arricchitosi nel tempo di particolari, a volte pittoreschi, è stato tramandato oralmente dalle popolazioni locali per moltissimo tempo, con tutti i limiti che una detta trasmissione comporta sulla veridicità storica dell’episodio.
Secondo la Bibliotheca Sanctorum, il piccolo Andrea Oxner nacque il 16 novembre 1459. Era figlio di Simone Oxner e di una donna di nome Maria. Aveva due anni circa quando perse il padre. La madre vedova, per rendersi la vita più facile, decise di affidare la sua giovane creatura ad uno zio, certo Meyer, albergatore a Rinn, piccola località nei pressi di Innsbruck, in Tirolo, allora in diocesi di Bressanone, nominandolo tutore del bambino.
Qualche tempo dopo, dei commercianti ebrei di Nurberg di passaggio nella locanda di questi e diretti a Posen per l’annuale fiera che vi si svolgeva (in occasione della festa del SS. Sacramento), notarono subito il piccolo Andrea decidendone di farne una loro preda. Offrirono al Meyer (che era anche padrino del bambino) una discreta somma di denaro chiedendogli di cedere loro il nipote. Il turpe mercato fu presto concluso, accordandosi che avrebbero prelevato il fanciullo al loro ritorno dalla fiera.
Venerdì 9 luglio 1462, gli ebrei, in effetti, erano di ritorno. Sostarono nuovamente a Rinn e, dopo un soggiorno di tre giorni, presero con loro il bambino, versando allo zio la somma pattuita.
Quindi, condotto il piccolo Andrea in un boschetto di betulle, non molto distante dal paese, immolarono la giovane vittima su una pietra, detta da allora “Judenstein” (pietra degli ebrei). Dopo averlo circonciso, quale ultimo sfregio, appesero il cadaverino ad un ramo di betulla, nei pressi di un ponticello. Gli omicidi, quindi, scomparvero nel nulla, non lasciando tracce. Era il 12 luglio 1462.
In quelle condizioni fu rinvenuto dalla madre, la quale provvide, senza troppi interrogativi, a dargli adeguata sepoltura nel cimitero di Ampass, villaggio vicino Rinn.
L’assassinio, tuttavia, rimase inspiegabilmente impunito né si tentò di perseguire lo zio, che accettò l’ignobile commercio. Anzi, non vi è traccia di alcuna inchiesta giudiziaria.
Fu solo tempo dopo, sotto l’episcopato di Mons. Giorgio Golser, vescovo di Bressanone dal 1471 al 1489, che l’arciduchessa Maria Cristina volle un’inchiesta, la quale fu condotta a Rinn e ad Ampass. Essa, tuttavia, non approdò ad alcun risultato concreto né lasciò significative tracce scritte.
È da notare, ad ogni modo, che non si parlò subito di martirio né si pensò di tributare al piccolo Andrea Oxner una qualche forma di culto. Fu in occasione di un analogo caso di presunto omicidio rituale, accaduto a Trento nel 1475, e riguardante il piccolo Simone, che gli abitanti di Rinn pensarono di onorare la giovane vittima tirolese con un culto pubblico, trasferendo i resti del bambino dal cimitero di Ampass alla chiesa di S. Andrea apostolo in Rinn. In quel momento fu composta, in tedesco, un’epigrafe nella suddetta chiesa, che indicava, per la prima volta, le circostanze della morte di Andrea (sino ad allora tramandate soltanto oralmente).
Sempre non contemporanei agli eventi sono anche gli Annnali Premostratensi di Wilten (Wiltinenses) nei quali si racconta della vicenda.
La fama di miracoli avvenuti sulla tomba – di cui, ad ogni modo, mancavano i caratteri dell’autenticità – attirarono numerosi pellegrini, tra i quali l’imperatore Massimiliano d’Asburgo (morto nel 1519).
Sul luogo del delitto fu successivamente (1620) edificata una cappella – su interessamento di un medico di Hall, certo Ippolito Guarinoni, autore anche di un bizzarro libro sul Beato.
In tale nuovo edificio, in seguito, sedente sulla cattedra episcopale di Bressanone Mons. Paolino Mayr (1677-1685), furono traslati i poveri resti del fanciullo.
Da fonti storiche si sa che, nel 1722, il giorno della sua festa, cioè il 12 luglio, si celebrava in onore del martire la messa votiva dei Santi Innocenti.
Nel 1750 (o, secondo altre fonti, l’anno successivo) il vescovo di Bressanone e l’abate dei Premostratensi di Wilten indirizzarono a papa Benedetto XIV Lambertini una supplica allo scopo di ottenere una messa ed un ufficio propri del beato Andrea, per il clero secolare e regolare della diocesi tirolese.
Con lettera del 27 settembre 1751, il pontefice domandò ai richiedenti di svolgere un regolare processo “de martyrio, de miraculorum fama, deque cultu immemoriali”. Tuttavia, gli istanti obiettarono che si trattava di un procedimento assai costoso, le cui spese non erano in grado di sostenere. Papa Prospero Lambertini, quindi, rinunciò alla sua richiesta, accontentandosi di quanto pubblicato dai Bollandisti nel corso del XVIII sec. e dell’opera, apparsa qualche anno prima (1745), di un certo Andrea Kempter, “Acta pro veritate martyrii corporis et cultus publici B. Andreae Rinnensis”.
In virtù di queste prove stragiudiziali, il papa accorderà il 25 dicembre 1752 una messa ed un ufficio propri, con rubriche proprie, di rito doppio, da recitarsi dal clero secolare e regolare dei due sessi nella cittadina di Rinn ed in tutta la diocesi bressanonese.
Il vescovo, quindi, chiese al papa di procedere alla canonizzazione del piccolo Andrea. Ma il pontefice non ritenne opportuno assecondare questa nuova istanza. Nell’estesa Costituzione apostolica, “Beatus Andreas”, indirizzata all’allora promotore della fede, Benedetto Veterani, risalente al 22 febbraio 1755, il saggio pontefice, pur confermando il culto del piccolo tirolese, spiegava le ragioni per le quali una siffatta canonizzazione, che era senza precedenti nella storia della Chiesa, dovesse ritenersi moralmente impossibile.
Il culto del Beato, infatti, conservava nel tempo i suoi caratteri d’origine, nato com’era su base spontanea, senza un’adeguata e sicura documentazione scritta contemporanea ai fatti. Basti solo pensare, a questi fini, che l’epigrafe della fine del XV secolo, ricordata sopra come la prima fonte scritta dell’episodio (e comunque ad esso posteriore di oltre un decennio!), nel 1620, era già pressoché illeggibile.
Non si trattò, pertanto, di una vera e propria beatificazione, ma di una “beatificazione equipollente”, come scrisse Benedetto XIV. Conseguentemente, rimarcava quel Papa, la Suprema Autorità della Chiesa non si riteneva formalmente vincolata dal culto del Beato Andrea.
Con il caso di Andrea da Rinn, perciò, fu dato dalla Chiesa un esempio dei bambini cristiani messi a morte in odio a Cristo, sebbene nelle fonti suindicate ed in special modo nei Bollandisti non si parlasse mai di “omicidio rituale”.
La tradizione, ciononostante, volle che il piccolo Andrea Oxner fosse rimasto vittima di uno dei tanti omicidi rituali di cui assai spesso furono accusati gli ebrei, in special modo nel Medio Evo.
Tali accuse devono, tuttavia, ritenersi infondate storicamente, come dimostrò lo stesso francescano Lorenzo Ganganelli (futuro papa Clemente XIV), relatore del S. Uffizio, nella sua memoria presentata il 2 marzo 1758 alla Congregazione delle Grazie, benché egli ammettesse come certi e veritieri soltanto i due casi di Andrea da Rinn e di Simonino di Trento.
Le odierne rigorose metodologie di ricerca storica, d’altronde, hanno messo in evidenza come il caso degli omicidi c.d. rituali, presuntamente perpetuati da ebrei, fossero soltanto leggende, senza alcuna prova storicamente attendibile. Ciò ha fatto sì che la Chiesa potesse ricredersi nel suo giudizio, ritenendo gli omicidi a danno di bambini come tanti segni di violenza dei quali, ieri come oggi, sono vittime degli innocenti, ad opera di persone crudeli e senza scrupoli.
Per questa ragione ed onde evitare il perpetuarsi di un’accusa non provata storicamente, nel 1985, l’arcivescovo di Innsbruck, Mons. Reinhold Stecher, disponeva il trasferimento del corpo del Beato dalla Cappella in cui si trovava dal XVII sec. al cimitero. Nel 1994, lo stesso prelato, inoltre, aboliva ufficialmente il culto del Beato Andrea, sebbene la sua tomba continui ad essere meta di pellegrinaggi di gruppi di cattolici conservatori.
Autore: Francesco Patruno
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