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Tolosa, Francia, circa 1280 - Chiaromonte, Potenza, 26 agosto 1339
Nato a Tolosa intorno al 1280, Giovanni giunse in Italia probabilmente per il primo Giubileo del 1300, stabilendosi nel territorio di Chiaromonte, in Basilicata. Le fonti - un messale cistercense del Trecento, una biografia anonima coeva e l'opera seicentesca dell'abate Gregorio De Lauro - lo descrivono come uomo di profonda spiritualità, dedito a una vita austera. Dopo un'intensa esperienza eremitica in diversi luoghi del territorio (gli eremi di San Saba, del Romitorio e del monte Caramola), entrò nell'Abbazia cistercense di Santa Maria del Sagittario come monaco converso. Qui visse in rigoroso silenzio e penitenza, al punto che la tradizione lo ricorda come "il muto". Morì il 26 agosto 1339, in odore di santità. Il suo culto si diffuse rapidamente grazie ai numerosi miracoli attribuiti alla sua intercessione. Riconosciuto beato, il suo corpo incorrotto fu conservato in un'urna di cristallo e poi in una cassa lignea dorata nell'Abbazia. Nel 1808, dopo la soppressione napoleonica degli ordini religiosi, le spoglie furono traslate nella chiesa parrocchiale di Chiaromonte. Una ricognizione canonica del 2002 ha confermato che il corpo è ancora integro.
Patronato: Compatrono di Chiaromonte (PZ)
Etimologia: Dall'ebraico Yochanan, significa 'dono del Signore'.
Emblema: Abito cistercense, croce di legno, grotta, mandorli.
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Giovanni nacque a Tolosa, nella Francia meridionale, intorno al 1280. Della sua famiglia e della sua formazione giovanile non si hanno notizie certe. Le fonti disponibili, tra cui una biografia anonima trecentesca e un messale cistercense del 1300, entrambi conservati nella Chiesa Madre di Chiaromonte, iniziano a raccontare la sua vita solo a partire dal suo arrivo in Italia. È probabile che il suo viaggio sia stato motivato dal primo Giubileo universale, indetto da Papa Bonifacio VIII nel 1300. Questo evento attirò a Roma pellegrini da tutta Europa, e molti di essi prolungarono il loro soggiorno visitando i luoghi santi italiani. Giovanni potrebbe essere stato uno di questi pellegrini che, una volta giunto nella penisola, decise di dedicare la sua vita alla preghiera e alla penitenza. Le fonti tarde, come l'opera di Gregorio De Lauro del 1660, raccontano che Giovanni si fermò a Subiaco, il celebre monastero benedettino fondato da San Benedetto. Qui, in una grotta ricavata nella roccia, avrebbe iniziato la sua vita eremitica, piegando "la fragilità del corpo con la preghiera e la penitenza". Tuttavia, questa informazione non trova conferma nelle fonti coeve e potrebbe essere un'aggiunta agiografica successiva.
L'esperienza eremitica Dopo l'esperienza di Subiaco, Giovanni si stabilì nel territorio di Chiaromonte, nell'attuale provincia di Potenza. Qui visse in diversi eremi, spostandosi man mano che la sua fama di santità cresceva e attirava sempre più fedeli. Il primo eremo fu quello di San Saba, situato sulla riva sinistra del fiume Sinni, nella località oggi denominata "Cella dell'eremita" nel comune di Fardella. Questo luogo, di difficile accesso nel Trecento, era caratterizzato da un pianoro con un pozzo d'acqua e una piccola grotta scavata nella roccia. Qui Giovanni viveva in solitudine, intrecciando vimini trovati lungo il fiume, alternando preghiera e lavoro manuale. Quando la folla dei fedeli cominciò a rendergli impossibile la solitudine, Giovanni si spostò nell'eremo di Scala Magnano, un luogo scosceso ai confini del territorio di Chiaromonte, nei pressi del torrente Frida. Secondo le fonti, fu in questo periodo che Margherita Chiaromonte, moglie di Giacomo Sanseverino conte di Tricarico, si recò da lui per impetrare il dono della maternità, temendo la sterilità. Giovanni la rassicurò, dicendole di avere fede, e la donna avrebbe poi avuto numerosa prole. Ma nemmeno questo luogo bastò. Estenuato dalla folla sempre più numerosa, Giovanni si addentrò in zone ancora più recondite, raggiungendo il monte Caramola. Qui costruì con le proprie mani una cella in una semicaverna rivolta a settentrione. La sua austerità in questo luogo fu tale da meritargli l'appellativo di "Giovanni da Caramola", dal nome del monte dove visse così a lungo. Da questo eremo, ogni domenica, scendeva all'Abbazia del Sagittario per ascoltare la messa.
L'ingresso al Sagittario e gli ultimi anni Negli ultimi anni della sua vita, Giovanni abbandonò la vita eremitica per entrare nell'Abbazia cistercense di Santa Maria del Sagittario come monaco converso. Il converso è un monaco che non ha ricevuto gli ordini sacri e si dedica principalmente al lavoro manuale e alla preghiera. Nel monastero, Giovanni continuò a condurre una vita di grande austerità, osservando un silenzio assoluto al punto che si diceva di lui che fosse muto. Il suo corpo era diventato gracile, ridotto a pelle e ossa per le astinenze e le severe penitenze corporali. Prendeva cibo una sola volta alla settimana e consumava pasti frugalissimi. Nonostante la sua riservatezza, la fama di Giovanni continuò a crescere. Si racconta che operò numerosi miracoli, sia in vita che dopo la morte. Tra i più noti, la guarigione della contessa Margherita, la moltiplicazione dei pani presso l'Abbazia del Sagittario, e il miracolo dei due mandorli. Secondo la tradizione, alcuni cacciatori che avevano affidato dei caprioli a Giovanni per custodirli, al loro ritorno non trovarono più gli animali. In preda all'ira, gettarono l'eremita dalla cima di una rupe. Giovanni, miracolosamente illeso, attraversò il fiume Sinni in piena. Nel punto dove era caduto nacquero due mandorli, visibili ancora oggi.
La morte e il culto Giovanni morì il 26 agosto 1339 nell'Abbazia di Santa Maria del Sagittario, in odore di santità. Nove giorni dopo la sua morte, alcuni parenti giunsero per richiedere le reliquie. Alla riesumazione, si sprigionò un intenso profumo di fiori che si diffuse tra tutti i presenti. L'abate Ruggero negò il corpo intero ai parenti, concedendo loro solo alcune reliquie. Il corpo del beato fu conservato in un'urna di cristallo, finemente ornata, posta sull'altare della cappella a lui dedicata nell'Abbazia. Nel 1500, fu riesumato e il corpo risultò ancora intatto. Numerose guarigioni miracolose si verificarono sulla sua tomba. Nel 1808, a seguito della soppressione degli ordini religiosi durante il periodo napoleonico, l'urna fu trasferita nella Chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista a Chiaromonte. Nel 2002, una ricognizione canonica confermò che il corpo del beato era ancora incorrotto. Il culto del beato Giovanni da Caramola non è stato formalmente proclamato attraverso un atto ufficiale di beatificazione, ma è stato riconosciuto dalla Chiesa ab immemorabili, cioè per tradizione immemorabile. Ogni anno, il 26 agosto, si celebrava nell'Abbazia la sua festa con una messa propria, e quotidianamente se ne faceva memoria alle Lodi e ai Vespri. Dal 2002, questa tradizione è stata ripresa.
Reliquie Il corpo del beato Giovanni da Caramola è conservato nella Chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista a Chiaromonte, in un'urna di legno finemente lavorata e dorata. Una ricognizione canonica effettuata nel 2002 ha confermato che il corpo è ancora incorrotto dopo quasi sette secoli. Alcune reliquie furono concesse ai parenti del beato nel 1339, e altre sono state distribuite nel corso dei secoli.
Iconografia L'iconografia del beato Giovanni da Caramola è piuttosto limitata. La rappresentazione più antica conosciuta è un'incisione sul coro ligneo dell'Abbazia di Santa Maria del Sagittario, oggi conservata nella chiesa di San Giacomo a Lauria. Non sono noti dipinti o sculture di rilievo, probabilmente a causa della natura prevalentemente locale del suo culto.
Autore: Enrico Quiri
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