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† Nagasaki, Giappone, 14 agosto 1633
I santi Domenico Ibáñez de Erquicia e Francesco Shoyemon appartengono alla schiera dei martiri che testimoniarono la fede cristiana durante una delle più dure persecuzioni della storia del Giappone. Il primo era un missionario domenicano spagnolo, dotato di grande preparazione culturale e di notevoli capacità pastorali; il secondo era un cristiano giapponese che collaborava come catechista e interprete e che, durante la prigionia, fu ammesso nell'Ordine dei Predicatori come novizio. Per circa dieci anni Domenico esercitò clandestinamente il ministero tra le comunità cristiane nascoste, amministrando i sacramenti, sostenendo i fedeli e ricomponendo le comunità disperse. Arrestati durante la persecuzione voluta dallo shogun Tokugawa Iemitsu, rifiutarono ogni proposta di abiura e subirono insieme il terribile supplizio della forca e della fossa. Morirono il 14 agosto 1633 a Nagasaki. Furono beatificati nel 1981 e canonizzati nel 1987 insieme ad altri compagni martiri.
Etimologia: Domenico: dal latino Dominicus, 'appartenente al Signore'. Francesco: dal germanico Frank, 'uomo libero'.
Emblema: Abito domenicano, palma del martirio, croce, fossa del supplizio, fuoco del rogo.
Martirologio Romano: A Nagasaki in Giappone, santi martiri Domenico Ibáñez de Erquicia, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, e Francesco Shoyemon, novizio nel medesimo Ordine e catechista, uccisi in odio al nome di Cristo sotto il comandante supremo Tokugawa Yemitsu.
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Tra XVI e XVII secolo il Giappone divenne uno dei più promettenti territori di evangelizzazione dell'Asia orientale. Dopo i successi iniziali delle missioni cattoliche, l'atteggiamento delle autorità mutò radicalmente. Lo shogunato Tokugawa considerò il cristianesimo una minaccia all'ordine politico e sociale, vietandone la pratica e costringendo i missionari alla clandestinità. La persecuzione, iniziata nel 1614, si intensificò progressivamente fino a raggiungere il culmine sotto Tokugawa Iemitsu.
Domenico Ibáñez de Erquicia Domenico nacque a Régil, nell'attuale provincia basca di Guipúzcoa, nei primi giorni di febbraio del 1589. Entrò molto giovane nell'Ordine dei Predicatori, professando i voti nel 1605. Dopo gli studi fu destinato alla Provincia del Santo Rosario nelle Filippine, allora uno dei principali centri missionari domenicani dell'Estremo Oriente. Svolse dapprima il ministero nel Pangasinan, a Luzón, quindi tra la popolazione cinese di Binondo, presso Manila. Fu anche docente nel Collegio di San Tommaso, destinato a diventare la futura Università di Santo Tomas, una delle più antiche università cattoliche dell'Asia.
Dieci anni nella clandestinità Nel 1623 raggiunse segretamente il Giappone insieme ad altri missionari. Da quel momento la sua esistenza si svolse quasi interamente nell'ombra. Cambiando continuamente rifugio, visitava i cristiani nascosti, celebrava l'Eucaristia, amministrava i sacramenti, istruiva i catecumeni e incoraggiava quanti erano tentati di rinnegare la fede. Per circa due anni operò anche nell'area di Edo, l'odierna Tokyo, prima di ritornare a Nagasaki nel 1629 quale Vicario Provinciale della missione domenicana. La repressione era ormai durissima e i missionari vivevano nascosti in grotte, boschi e abitazioni segrete.
Francesco Shoyemon Molto meno si conosce della vita di Francesco Shoyemon. Le fonti non tramandano né il luogo né la data della sua nascita. Era però un cristiano giapponese profondamente impegnato nella missione, collaboratore di padre Domenico come catechista e interprete. La tradizione documentaria riferisce che durante la comune prigionia espresse il desiderio di entrare nell'Ordine domenicano. Fu lo stesso padre Domenico ad ammetterlo come novizio o fratello cooperatore poco prima del martirio, suggellando così il loro legame spirituale.
Arresto e martirio Nel 1633 un cristiano apostata denunciò il rifugio dei missionari. Domenico e Francesco furono arrestati e sottoposti a interrogatori, durante i quali rifiutarono ogni richiesta di abiurare il cristianesimo. Il 13 agosto subirono la cosiddetta tortura della forca e della fossa (tsurushi), uno dei supplizi più crudeli utilizzati contro i cristiani. I condannati venivano sospesi a testa in giù sopra una fossa, con il corpo parzialmente chiuso da tavole di legno, così da prolungarne l'agonia per molte ore. Domenico resistette per circa trenta ore, morendo il 14 agosto 1633. Francesco condivise lo stesso supplizio e morì nello stesso giorno. I loro corpi furono quindi bruciati e le ceneri disperse in mare, per impedire che i fedeli potessero conservarne le reliquie.
Beatificazione e canonizzazione La causa di beatificazione conobbe un lungo ritardo perché gli atti processuali raccolti a Manila e a Macao nel XVII secolo andarono smarriti e furono ritrovati soltanto all'inizio del Novecento negli archivi domenicani. Questo importante recupero documentario rese possibile la ripresa dell'iter canonico. Domenico Ibáñez de Erquicia e Francesco Shoyemon furono beatificati da san Giovanni Paolo II a Manila il 18 febbraio 1981 e canonizzati dallo stesso Pontefice il 18 ottobre 1987 insieme ai quattordici compagni, tra i quali san Lorenzo Ruiz, primo santo delle Filippine.
Il gruppo dei 16 Martiri del Giappone I due santi appartengono al gruppo dei sedici martiri domenicani uccisi tra il 1633 e il 1637. Il gruppo comprende sacerdoti, religiosi, terziarie e laici provenienti da Spagna, Francia, Filippine e Giappone. La loro canonizzazione mise in luce il carattere universale della Chiesa e la collaborazione tra missionari stranieri e cristiani giapponesi. Autore: Giampietro Cattini
Domenico Ibáñez de Erquicia nacque intorno al 1589 a Régil, un piccolo villaggio nella provincia di Gipuzkoa, nei Paesi Baschi spagnoli. Attratto dalla vita religiosa, entrò nell'Ordine dei Predicatori nel convento di San Telmo a San Sebastián, dove emise la professione solenne nel 1605. Dimostrando spiccate doti intellettuali e una forte inclinazione missionaria, completò gli studi teologici e si preparò a lasciare la Spagna. Nel 1610 si imbarcò alla volta delle missioni asiatiche, viaggiando attraverso il Messico per raggiungere le Filippine.
Il ministero nelle Filippine Giunto a Manila nel 1611, fu ordinato sacerdote l'anno successivo. Il suo primo incarico pastorale lo vide impegnato tra le popolazioni di Pangasinan, nel nord dell'isola di Luzon. Successivamente, fu trasferito a Binondo, un quartiere popolato da immigrati cinesi convertiti al cattolicesimo, dove affinò la sua capacità di dialogo interculturale. La sua preparazione teologica lo portò a ricoprire il ruolo di professore al Colegio de Santo Tomás, l'istituzione accademica domenicana che sarebbe poi diventata la più antica università dell'Asia. Tuttavia, le notizie provenienti dal Giappone, dove la persecuzione anticristiana stava decimando il clero locale, accesero in lui il desiderio di portare il proprio ministero in quella terra considerata proibita e pericolosissima.
La missione clandestina in Giappone Nel 1623, eludendo i severi controlli delle autorità giapponesi, Domenico sbarcò nell'arcipelago travestito da mercante. Lo shogunato Tokugawa aveva ormai emanato editti che bandivano i missionari stranieri e punivano con la morte chiunque li ospitasse. Per circa dieci anni, il sacerdote visse in una condizione di assoluta clandestinità. Si spostava continuamente, operando quasi esclusivamente di notte, per amministrare i sacramenti, confortare i fedeli e riconciliare coloro che, sotto tortura, avevano rinnegato la fede. Ad assisterlo in questa rischiosa impresa vi era Francesco Shoyemon, un laico giapponese che fungeva da catechista, interprete e guida. La loro collaborazione divenne il perno della resistenza cattolica nella regione.
Il tradimento, la prigionia e il martirio La rete di protezione che circondava i missionari cedette nel luglio del 1633, quando un cristiano apostata denunciò Domenico alle autorità. Il sacerdote fu arrestato e rinchiuso nella prigione di Nagoya, per poi essere trasferito a Nagasaki, il centro nevralgico della repressione religiosa. Francesco Shoyemon, che non lo aveva abbandonato, fu catturato e imprigionato insieme a lui. Proprio in quel frangente drammatico, all'interno della cella, Domenico accolse ufficialmente Francesco nell'Ordine dei Predicatori come fratello cooperatore, unendo indissolubilmente i loro destini anche sotto il profilo spirituale. Sottoposti a pesanti interrogatori e pressioni affinché calpestassero le immagini sacre, entrambi rifiutarono con fermezza. Furono condannati al supplizio del tsurushi, una tortura che prevedeva la sospensione a testa in giù sopra una fossa, per accelerare la morte attraverso il soffocamento e l'afflusso di sangue al cervello. Sottoposti a questo tormento il 13 agosto, spirarono il giorno seguente, il 14 agosto 1633. I loro corpi furono bruciati e le ceneri disperse in mare per impedirne la venerazione da parte dei fedeli.
Il gruppo di Lorenzo Ruiz e compagni Domenico e Francesco fanno parte del celebre gruppo dei sedici martiri del Giappone, noti come Lorenzo Ruiz e compagni. Questo gruppo eterogeneo, composto da sacerdoti domenicani spagnoli, italiani e francesi, oltre che da laici e catechisti giapponesi e filippini, fu canonizzato insieme. Lorenzo Ruiz, un laico cinese-filippino, fu involontariamente coinvolto nella missione e scelse di restare con i frati pur potendo salvarsi, divenendo il protomartire delle Filippine.
Il supplizio del tsurushi Il tsurushi fu uno dei metodi di esecuzione più crudeli ideati dalle autorità giapponesi del periodo Edo per piegare la resistenza psicologica dei cristiani. A differenza della crocifissione, che offriva una morte relativamente rapida, questa tecnica era studiata per prolungare l'agonia e indurre i prigionieri ad abiurare pur di porre fine al dolore. La fermezza di Domenico e Francesco di fronte a tale tortura fu considerata dai contemporanei e dai posteri una prova straordinaria della loro convinzione.
Autore: Enrico Quiri
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