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Santi Giacomo Kyuhei Gorobioye Tomonaga e Michele Kurobioye Martiri

Festa: 17 agosto

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† Nagasaki, Giappone, 17 agosto 1633

Appartengono alla schiera dei martiri che testimoniarono il cristianesimo nel Giappone della prima metà del Seicento, quando lo shogunato Tokugawa trasformò progressivamente la professione della fede cristiana in un reato. Giacomo, nato nel 1582 da una famiglia cristiana di rango elevato, ricevette la prima formazione presso i gesuiti e divenne catechista. Espulso dal Giappone nel 1614, si trasferì nelle Filippine, entrò nell'Ordine dei Frati Predicatori e fu ordinato sacerdote nel 1626. Dopo un periodo di missione a Formosa, tornò in Giappone nel 1632, deciso a sostenere le comunità cristiane clandestine. Michele Kurobioye, laico giapponese e catechista, collaborò con lui nell'apostolato. Nel 1633 entrambi furono arrestati. Sottoposti alla tortura della fossa e della forca, una delle forme più crudeli di supplizio utilizzate contro i cristiani giapponesi, morirono a Nagasaki il 17 agosto. La vicenda di Michele presenta un particolare drammatico: durante la prigionia, sottoposto a tortura, rivelò il nascondiglio di Giacomo, ma poco dopo si pentì e tornò a professare apertamente la fede. I due morirono così insieme, come testimoni della stessa comunità cristiana. Beatificati da Giovanni Paolo II a Manila nel 1981, furono canonizzati dallo stesso pontefice a Roma nel 1987, insieme agli altri martiri del gruppo di Lorenzo Ruiz.

Martirologio Romano: A Nagasaki in Giappone, santi martiri Giacomo Kyuhei Gorobioye Tomonaga, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, e Michele Kurobioye, condannati a morte per Cristo sotto il comandante supremo Tokugawa Yemitsu.


La vicenda dei due martiri si comprende soltanto nel contesto della rapida trasformazione politica del Giappone tra XVI e XVII secolo. Francesco Saverio era giunto nell'arcipelago nel 1549 e, nei decenni successivi, gesuiti, francescani, domenicani e agostiniani avevano sviluppato una significativa attività missionaria. All'inizio del Seicento la comunità cristiana giapponese era numerosa e comprendeva anche persone appartenenti ai ceti dirigenti.
La situazione cambiò radicalmente con il consolidamento dello shogunato Tokugawa. Dopo la vittoria di Tokugawa Ieyasu a Sekigahara nel 1600, il potere politico si concentrò progressivamente nelle mani della nuova dinastia. Nel 1614 Ieyasu emanò un editto di persecuzione generale contro il cristianesimo. I suoi successori, Hidetada e soprattutto Tokugawa Iemitsu, accentuarono la repressione.
Le autorità guardavano al cristianesimo non soltanto come a una religione straniera, ma anche come a un possibile fattore di interferenza politica e di ingerenza europea. In questo clima missionari e catechisti continuarono tuttavia a operare clandestinamente, spostandosi tra villaggi e comunità di fedeli perseguitati. Fu proprio in questa Chiesa clandestina che Giacomo e Michele svolsero il loro ministero.

La formazione di Giacomo Tomonaga
Giacomo Kyuhei Gorobioye Tomonaga nacque nel 1582 a Kyudetsu, località presso Omura, nell'area di Nagasaki, in una famiglia cristiana di condizione nobile. Ricevette la propria formazione nel collegio dei gesuiti di Nagasaki e si dedicò all'attività catechistica.
La persecuzione del 1614 rese impossibile la prosecuzione della sua attività in patria. Giacomo lasciò quindi il Giappone e raggiunse Manila, nelle Filippine. Qui continuò il proprio impegno apostolico e, dopo un periodo come terziario francescano, chiese di essere ammesso nell'Ordine dei Predicatori. La sua domanda fu accolta e intraprese il cammino di formazione domenicana.
Nel 1626 ricevette l'ordinazione sacerdotale. Fu quindi inviato a Formosa, l'attuale Taiwan, dove svolse attività missionaria per alcuni anni. Nel 1630 tornò a Manila. La sua permanenza nelle Filippine non rappresentò però un distacco definitivo dal Giappone: di fronte alle condizioni sempre più drammatiche dei cristiani giapponesi, decise di rientrare clandestinamente nel proprio Paese.

Il ritorno in Giappone
Nel 1632 Giacomo tornò in Giappone insieme con altri missionari. L'ingresso nel Paese avvenne in condizioni estremamente pericolose. Giunti nella regione di Satsuma, i missionari furono denunciati alle autorità, ma riuscirono a sottrarsi all'arresto e a disperdersi.
Giacomo iniziò così il proprio ministero clandestino tra i cristiani rimasti senza sacerdoti. Non si trattava più dell'evangelizzazione pubblica dei decenni precedenti, ma di un apostolato condotto nell'ombra: celebrazione dei sacramenti, catechesi, assistenza spirituale e incoraggiamento dei fedeli che rischiavano la vita semplicemente per conservare la fede.
La sua missione durò poco più di un anno. La documentazione relativa alla causa dei martiri lo presenta come un sacerdote che affrontò pericoli, privazioni e sofferenze senza abbandonare il servizio pastorale. La motivazione ufficiale della condanna faceva esplicito riferimento al fatto che era religioso e aveva propagato la fede cristiana.

Michele Kurobioye, catechista
Michele Kurobioye era un cristiano giapponese e laico catechista. Per alcuni mesi collaborò con padre Giacomo, condividendone l'attività apostolica in un ambiente nel quale la professione pubblica della fede poteva condurre all'arresto e alla morte.
La sua figura è particolarmente significativa perché mostra il ruolo dei catechisti laici nella sopravvivenza della Chiesa giapponese perseguitata. In assenza di strutture ecclesiastiche stabili, essi costituivano un collegamento essenziale tra i missionari e le comunità cristiane.
Verso la fine di giugno del 1633 Michele fu arrestato. Sottoposto a interrogatorio e tortura, rivelò alle autorità il luogo nel quale Giacomo si nascondeva. La tradizione documentaria relativa alla causa sottolinea però che Michele si pentì rapidamente di quanto aveva fatto sotto costrizione. Non rinnegò la fede e, invece di cercare la propria salvezza, affrontò volontariamente la stessa sorte del sacerdote al quale aveva prestato servizio.

L'arresto e il martirio
Giacomo fu arrestato nel luglio 1633. I due furono sottoposti alla tortura della fossa e della forca, il supplizio conosciuto nella storia delle persecuzioni giapponesi come ana-tsurushi. Il condannato veniva sospeso a testa in giù sopra una fossa, spesso con un'apertura laterale attraverso la quale il sangue poteva defluire lentamente, prolungando l'agonia.
Secondo la documentazione utilizzata nella causa, Giacomo e Michele furono sottoposti al supplizio il 15 agosto 1633. La morte non fu immediata. Entrambi rimasero in agonia per circa due giorni e morirono il 17 agosto a Nagasaki.
La data del 17 agosto è quella conservata dal Martirologio Romano per la memoria individuale dei due martiri. Il testo liturgico li presenta come condannati a morte per Cristo sotto il supremo comandante Tokugawa Iemitsu.
Il corpo di Giacomo fu successivamente cremato e le ceneri disperse in mare, secondo una prassi con la quale le autorità cercavano anche di impedire la conservazione delle reliquie dei martiri e la nascita di luoghi di culto attorno alle loro tombe. Per Michele non risultano reliquie conservate.

La causa di canonizzazione
Giacomo e Michele fanno parte del gruppo dei sedici martiri del Giappone canonizzati da Giovanni Paolo II. Il gruppo comprende sacerdoti domenicani, religiosi, terziarie e laici, appartenenti a diverse nazionalità e condizioni sociali. I loro martirii si collocano tra il 1633 e il 1637.
Le prime indagini sui martiri furono condotte già nel XVII secolo. Due processi ordinari, celebrati a Manila e Macao tra il 1636 e il 1637, raccolsero testimonianze sul martirio di alcuni sacerdoti domenicani. La documentazione originale andò successivamente perduta, ma copie autentiche furono ritrovate negli archivi domenicani di Manila all'inizio del XX secolo. Il recupero di questo materiale rese possibile una nuova valutazione storica della causa.
Il gruppo fu beatificato da Giovanni Paolo II il 18 febbraio 1981 a Manila. La stessa causa giunse alla canonizzazione nel 1987. Un miracolo attribuito all'intercessione del gruppo, avvenuto a Manila nel 1983 e riguardante la guarigione di Cecilia Alegria Policarpio, fu riconosciuto dalla Santa Sede il 1° giugno 1987. Il 18 ottobre dello stesso anno Giovanni Paolo II proclamò santi Lorenzo Ruiz, Domenico Ibáñez de Erquicia, Giacomo Kyushei Tomonaga e i loro tredici compagni.

Una testimonianza condivisa
La storia di Giacomo e Michele possiede un elemento umano che la distingue. Non furono semplicemente due persone accomunate dalla stessa condanna: furono sacerdote e catechista, missionario e collaboratore laico, legati da un rapporto di servizio apostolico.
La vicenda di Michele, in particolare, introduce nella narrazione del martirio una dimensione di fragilità umana. Sotto tortura egli rivelò il nascondiglio di Giacomo, ma non rimase prigioniero della propria debolezza. Il pentimento e la successiva professione della fede divennero parte della sua testimonianza finale. La Chiesa, nel riconoscerlo santo, non celebra quindi una figura priva di ogni drammaticità, ma un uomo che, dopo una caduta sotto la violenza della persecuzione, ritrovò la forza di affrontarne le conseguenze.
Giacomo, dal canto suo, rappresenta la continuità del ministero sacerdotale nella clandestinità. Formato dai gesuiti, divenuto terziario francescano e poi domenicano, missionario nelle Filippine e a Formosa, tornò infine nel proprio Paese per condividere la sorte dei cristiani perseguitati.

I due martiri nella Famiglia Domenicana
Giacomo è uno dei principali rappresentanti della presenza domenicana nel Giappone del XVII secolo. La sua vicenda si inserisce nella storia più ampia della Provincia del Santo Rosario, che dalle Filippine organizzava l'attività missionaria verso il Giappone, la Cina e altri territori dell'Asia orientale.
La canonizzazione del gruppo del 1987 ha messo in evidenza la varietà della comunità cristiana perseguitata: accanto ai sacerdoti europei e asiatici compaiono catechisti, religiosi, terziarie e semplici laici. La presenza di Michele accanto a Giacomo mostra precisamente questa dimensione comunitaria. Il martirio non fu soltanto la vicenda di missionari stranieri, ma anche quella di cristiani giapponesi che avevano assunto responsabilità concrete nella trasmissione della fede.

Culto e memoria liturgica
Il Martirologio Romano ricorda Giacomo Kyuhei Gorobioye Tomonaga e Michele Kurobioye il 17 agosto, a Nagasaki. La memoria li presenta insieme, sottolineando la comune condanna per Cristo sotto Tokugawa Iemitsu.
Essi sono inoltre inseriti nella memoria complessiva dei sedici martiri del Giappone canonizzati nel 1987. La loro celebrazione costituisce una delle testimonianze più significative della persecuzione subita dalla Chiesa giapponese nel periodo Tokugawa.


Autore:
Giampietro Cattini

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Aggiunto/modificato il 2026-08-07

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