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Don Pietro Merla Fondatore

Festa: Testimoni

Rivara Canavese, Torino, 1815 - Torino, 9 novembre 1855


In un momento fondamentale della vita di don Bosco e dei Salesiani era presente un fedele amico del santo: don Pietro Merla. Era la domenica delle Palme del 1846 e don Bosco era afflitto dal gravoso problema di trovare una sistemazione stabile all’oratorio per i suoi ormai quattrocento ragazzi. Si doveva lasciare il prato che da qualche tempo li ospitava e non c’erano alternative. Quando, provvidenziale, giunse l’offerta di Casa Pinardi, tra i verdi prati di Valdocco, il santo, precipitandosi a trattare il delicato affare, affidò i ragazzi proprio a don Merla. Al suo ritorno si fece una gran festa e all’esultanza si accompagnò la preghiera di ringraziamento alla Madonna con la recita del Rosario, in ginocchio, sull’erba. I due sacerdoti erano amici dai tempi in cui erano stati compagni di seminario.
Pietro nacque nel 1815 da un’antica e agiata famiglia di Rivara Canavese, suo padre era notaio. Maturò presto la vocazione religiosa entrando nel seminario di Chieri, dove, tra gli altri, conobbe il futuro fondatore dei Salesiani. Ebbero un’eccellente formazione nei vari corsi di studio e la fortuna di poter seguire gli Esercizi Spirituali tenuti da ottimi sacerdoti. Tra questi il teologo Borel, futuro collaboratore dell’opera salesiana. Dopo l’ordinazione don Pietro si stabilì a Torino e, sebbene giovane, divenne un apprezzato insegnante di latino. Il suo cuore generoso, però, lo portava spesso ad aiutare quanti si occupavano delle “emergenze sociali” della città. Don Bosco poteva sempre contare sul suo aiuto, ad esempio, per l’insegnamento del catechismo ai ragazzi. In particolare gli affidò quattro giovani chiamati al sacerdozio, perché li istruisse nelle materie classiche. Don Merla teneva le lezioni in casa propria. Un allievo eccellente, a cui durante un estate diede i primi elementi di latino, fu il giovane Michele Rua, futuro rettore dei Salesiani, oggi beato.
Nell’estate del fatidico 1846 don Bosco dovette assentarsi per una grave malattia e don Merla fu con Borel tra le persone fidate che ebbero cura dell’oratorio. Il santo tornò a novembre, portando con sé, dai Becchi di Castelnuovo, Mamma Margherita. Pochi mesi prima don Merla aveva coraggiosamente deciso di lasciare la tranquilla cattedra di latino per dedicarsi all’apostolato sul campo. Da tempo il posto di cappellano delle carceri femminili delle Torri Palatine era vacante, al compito assai gravoso corrispondeva un compenso modesto. Alla soluzione del problema lavoravano S. Giuseppe Cafasso e la serva di Dio Giulia di Barolo, il “santo dei carcerati” e l’antesignana “riformatrice” del disastroso sistema carcerario. Don Merla, conosciuto per le doti umane e morali straordinarie, era la persona giusta. Fu proprio la Marchesa a proporlo per la nomina regia. L’“ottimo sacerdote”, come è chiamato nei documenti ufficiali dell’epoca, compì un bene immenso tra quelle infelici. Spese tutte le sue energie, maturando l’idea di fare qualcosa in più. Non poche donne, senza aiuto, una volta scarcerate tornavano a delinquere o a prostituirsi. Il giovane sacerdote decise quindi di aiutarle a iniziare una nuova vita. Ci voleva il parere del vescovo, ma erano tempi difficili per la Chiesa. Nel 1850 era stata emanata la Legge Siccardi, la situazione era assai tesa e mons. Fransoni era esiliato a Lione. Don Merla scrisse e, sebbene lontano, il presule combinò l’incontro con l’abate Celestino Fissore per la stesura del Regolamento, indicando che l’opera avesse inizialmente la forma di oratorio privato. Avrebbe domandato in seguito, a voce, l’approvazione al Papa. Tra i primi ad incoraggiare l’iniziativa ci fu il canonico Galletti, futuro vescovo di Alba. La Provvidenza venne in aiuto con consistenti offerte, tra le principali quella della Marchesa di Barolo. Don Pietro affittò una soffitta in Casa Primey, in Contrada degli Ambasciatori, oggi via Bogino, e chiamò le suore di S. Giuseppe perché dirigessero le ragazze. Il 26 aprile 1854, memoria della Madonna del Buon Consiglio, nasceva il “Ritiro di S. Pietro in Vincoli” che però, pochi mesi dopo, aveva spazi già insufficienti. Don Bosco indicò quindi all’amico alcuni locali che erano disponibili a buon prezzo, presso l’ex-lazzaretto di Borgo San Donato, usati come ricovero durante la appena passata epidemia di colera. Vi avevano prestato il loro soccorso da volontari il giovane Michele Rua e il futuro Cardinal Cagliero. La piccola comunità vi si trasferì, adattando subito una stanza a cappella. Quando non poteva celebrare don Merla, don Bosco inviava i salesiani. A dirigere le ragazze subentrarono le Suore cottolenghine mandate dal canonico Anglesio. Un importante traguardo era stato raggiunto, ma i malavitosi che traevano vantaggio della prostituzione non tardarono a vendicarsi. Mentre una sera don Pietro, uscito dall’istituto, faceva ritorno a casa, venne malmenato e aggredito a sassate. Morì da “martire”, a soli quarant’anni, il 9 novembre 1855. I necrologi sui giornali cattolici dell’epoca, come “L’Armonia” e “Il Campanone”, furono unanimi nel tesserne l’elogio: ”Le fatiche superiori alle sue forze e il cruccio interno di non poter fare tutto ciò che il suo ardente zelo gli dettava in cuore, consumarono in breve tempo quella vita che pure pareggia per le buone opere moltissimi anni. In fatto moriva, nelle verde età di 40 anni, dopo due anni dalla fondazione dell’istituto; modestissimo egli procurava di tenere sempre nascoste le sue opere di beneficenza, che furono molte”, “Caro in vita ad ogni ceto di persone per le sue virtù, fu largamente pianto in morte, ed il suo nome venerato resterà in eterna benedizione“. Un busto di marmo fu collocato nell’atrio d’ingresso dell’Istituto alla cui guida fu nominato prima il teologo Vola, poi don Roberto Murialdo, cugino di S. Leonardo. Oggi l’Istituto S. Pietro si occupa di ragazzi in difficoltà ed è ancora diretto dalle suore del Cottolengo.


Autore:
Daniele Bolognini - Milo Julini

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Aggiunto/modificato il 2008-10-03

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