L'arrivo di Francesco Saverio in Giappone nel 1549 aveva inaugurato un'epoca straordinaria di evangelizzazione. In pochi decenni, il cristianesimo si era diffuso rapidamente, specialmente nelle regioni meridionali dell'arcipelago. Nagasaki, affidata ai gesuiti nel 1580, era diventata un centro cristiano fiorente, tanto da essere soprannominata la 'Piccola Roma' dai mercanti stranieri. Tuttavia, con l'unificazione del paese sotto i grandi signori della guerra, la situazione cambiò radicalmente. Toyotomi Hideyoshi emanò nel 1587 il primo editto di espulsione dei missionari, seguito nel 1597 dal martirio dei ventisei cristiani crocifissi a Nagasaki. La persecuzione si intensificò sotto lo shogunato Tokugawa, a partire dal 1603. Tokugawa Ieyasu e i suoi successori videro nel cristianesimo una minaccia politica oltre che religiosa, temendo l'influenza delle potenze europee e la lealtà dei cristiani giapponesi verso il Papa piuttosto che verso l'imperatore. Nel 1614 fu emanato un editto generale di proscrizione del cristianesimo, che inaugurò decenni di violente persecuzioni. I missionari stranieri furono espulsi o giustiziati, i cristiani giapponesi costretti all'apostasia o alla clandestinità. In questo clima di terrore, la comunità cristiana giapponese visse una stagione eroica di fedeltà. Centinaia di credenti scelsero il martirio piuttosto che rinnegare la fede, mentre altri entrarono nella clandestinità, dando vita al fenomeno dei 'kakure kirishitan', i cristiani nascosti che mantennero viva la fede per oltre due secoli, fino alla riapertura del Giappone all'Occidente nel XIX secolo.
Antonio da San Bonaventura: l'apostolo instancabile Nato a Tui, in Galizia, nel 1588, Antonio completò gli studi di filosofia all'Università di Salamanca prima di entrare nell'Ordine dei Frati Minori. La professione religiosa avvenne il 14 luglio 1605. Nel 1608 partì per le Filippine insieme a cinquantanove compagni, proseguendo gli studi teologici e venendo ordinato sacerdote. Il suo zelo nei ministeri pastorali convinse i superiori della sua idoneità per la pericolosa missione del Giappone, dove arrivò nel 1618. Nei dieci anni che lo separarono dal martirio, Antonio svolse un apostolato instancabile. Secondo la testimonianza del Commissario Generale del suo Ordine in Giappone, fu 'un operaio instancabile che guadagnò a Dio una moltitudine di anime'. La sua attività non conobbe tregua: notte e giorno confessava, battezzava, catechizzava, rialzava coloro che erano caduti per timore della persecuzione. In poco tempo ricondusse alla fede più di duemila apostati, molti dei quali rimasero poi costanti fino al martirio. In tempi così difficili, quando il cristianesimo era vituperato e perseguitato, battezzò più di mille pagani. Nulla poté arrestare l'ardore del suo zelo. Denunciato il 21 gennaio 1628 da un falso amico traditore, Antonio fu imprigionato nel terribile carcere di Omura. Qui ebbe modo di prepararsi al martirio insieme a molti compagni. La sua corrispondenza dalla prigione rivela una spiritualità profonda e una gioia soprannaturale nell'affrontare la morte. Il 6 settembre scrisse al padre Pietro Mattia, Commissario delle Filippine: 'Resto così sorpreso, quando mi vedo dove sono e penso che da sedici giorni sono pronti i pali e disposte le legna, per essere bruciato vivo, che ancora dubito che si tratti proprio di me. O misericordia di Dio tutto misericordioso, che paghi così generosamente chi ti ha servito così male!'
Domenico Castellet: il missionario domenicano Domenico Castellet nacque in Catalogna nel 1592. Entrato giovanissimo nel convento domenicano di Barcellona, dimostrò fin dall'inizio una profonda vocazione missionaria. Nel 1615 raggiunse le Filippine, dove per sei anni profuse le sue energie nell'evangelizzazione delle popolazioni locali. Nel 1621 si trasferì in Giappone, entrando in un paese dove la persecuzione anticristiana era già in pieno svolgimento. Nonostante i pericoli, Domenico svolse il suo apostolato con entusiasmo, entrando persino nelle prigioni per confortare i destinati al martirio. Nel giugno del 1628 fu scoperto e condotto nelle carceri di Omura. La prigionia, sebbene dura, fu consolata dalla facoltà concessagli di celebrare ogni giorno la santa Messa e di distribuire la comunione. Questo privilegio gli permise di vivere intensamente la sua vocazione sacerdotale anche nella prova, nutrendo spiritualmente sé e i compagni di detenzione.
Thomas de San Jacinto e gli altri compagni Tra i ventidue martiri figurava anche Thomas de San Jacinto, fratello laico domenicano giapponese, nato nel 1590 da genitori cristiani. La sua testimonianza è particolarmente significativa come primo giapponese entrato nell'Ordine Domenicano. Le fonti documentano che scrisse una lettera alla madre mentre veniva condotto a Nagasaki, esprimendo la sua gioia nel raggiungere il martirio insieme ai ventidue compagni. Il gruppo comprendeva altri religiosi francescani e domenicani, laici giapponesi e diversi bambini. Secondo le fonti, undici furono bruciati vivi, mentre gli altri furono decapitati. La presenza di bambini testimonia come la persecuzione colpisse intere famiglie cristiane, senza risparmiare nemmeno i più piccoli.
L'arresto e la prigionia L'arresto di Antonio da San Bonaventura il 21 gennaio 1628 segnò l'inizio della fase finale. La denuncia venne da un falso amico, dimostrando come la persecuzione creasse un clima di sfiducia e tradimento anche tra i cristiani. Antonio fu condotto nel carcere di Omura, noto per la sua durezza. Qui si riunì progressivamente il gruppo dei futuri martiri. Le condizioni di detenzione erano severe, ma i prigionieri ricevettero alcuni conforti spirituali. Domenico Castellet poté celebrare quotidianamente l'Eucaristia, sostenendo spiritualmente tutti i compagni. Le lettere dalla prigione testimoniano una preparazione serena e gioiosa al martirio, vissuta non come tragedia ma come culmine della vita cristiana.
Il martirio dell'8 settembre 1628 L'8 settembre 1628, festa della Natività di Maria, i ventidue martiri furono condotti sulla collina di Nishizaka a Nagasaki, lo stesso luogo dove nel 1597 erano stati crocifissi i ventisei protomartiri del Giappone e dove sei anni prima, nel 1622, si era consumato il Grande Martirio di Genna con cinquantacinque vittime. L'esecuzione avvenne secondo due modalità: undici furono bruciati vivi, legati ai pali del rogo, mentre gli altri furono decapitati con la spada. Le cronache dell'epoca riferiscono che tutti affrontarono la morte con coraggio e serenità, pregando e cantando inni fino all'ultimo respiro. La presenza di bambini tra le vittime sottolinea la crudeltà della persecuzione, che non risparmiava nessuno. Il martirio si consumò sotto lo sguardo della popolazione di Nagasaki, molti dei quali cristiani nascosti che conservarono nel cuore il ricordo di quei testimoni eroici. Le ceneri dei bruciati vivi e i resti dei decapitati furono raccolti segretamente dai fedeli e venerati come preziose reliquie.
La beatificazione e il culto Il processo di beatificazione dei martiri giapponesi fu complesso e articolato. I ventidue martiri dell'8 settembre 1628 furono beatificati il 7 luglio 1867 da Papa Pio IX, insieme ad altri duecentocinque martiri giapponesi che subirono il martirio tra il 1598 e il 1632. Questa beatificazione collettiva rappresentò un riconoscimento solenne dell'eroica fedeltà della Chiesa giapponese delle origini. La memoria liturgica fu fissata all'8 settembre, data del loro martirio. Il Martirologio Romano li commemora con queste parole: 'A Nagasaki in Giappone, beati Antonio da San Bonaventura, dell'Ordine dei Frati Minori, Domenico Castellet, dell'Ordine dei Predicatori, sacerdoti, e venti compagni, martiri, alcuni dei quali laici e molti bambini: tutti subirono il martirio per Cristo con la spada o sul rogo.'
Le lettere dal carcere Ci sono pervenute alcune lettere scritte dai martiri durante la prigionia, documenti preziosi che rivelano la loro spiritualità e la preparazione al martirio. La lettera di Antonio da San Bonaventura al padre Pietro Mattia, scritta il 6 settembre 1628, due giorni prima dell'esecuzione, è particolarmente commovente. In essa il frate francescano esprime stupore e gioia per il dono del martirio, riconoscendo la sproporzione tra i suoi meriti e la generosità di Dio nel concedergli tale grazia. Queste lettere circolarono tra le comunità cristiane del Giappone e delle Filippine, diventando strumenti di edificazione e di incoraggiamento per i cristiani perseguitati. Testimoniano una maturità spirituale straordinaria e una comprensione del martirio come supremo atto di amore verso Dio.
Il significato storico e spirituale I ventidue martiri di Nagasaki rappresentano un capitolo eroico della storia della Chiesa in Giappone. La loro testimonianza si inserisce in un contesto di persecuzione sistematica che mirava a sradicare completamente il cristianesimo dall'arcipelago. Nonostante ciò, la fede cristiana sopravvisse nella clandestinità grazie ai 'kakure kirishitan', i cristiani nascosti che per oltre due secoli mantennero viva la tradizione cristiana senza sacerdoti e senza sacramenti, affidandosi alla preghiera e ai sacramentali ereditati dai missionari. Il martirio dell'8 settembre 1628 dimostra come la persecuzione colpisse indiscriminatamente religiosi stranieri, cristiani giapponesi, adulti e bambini, senza risparmiare nessuno. La composizione mista del gruppo - spagnoli e giapponesi, francescani e domenicani, chierici e laici - testimonia l'universalità della Chiesa e l'unità nella testimonianza della fede oltre le differenze.
L'iconografia del martirio L'iconografia dei ventidue martiri di Nagasaki si sviluppò progressivamente dopo la beatificazione del 1867. Gli attributi principali sono la palma del martirio, simbolo tradizionale della vittoria sulla morte, la croce, segno della fede per cui morirono, e le fiamme del rogo per coloro che furono bruciati vivi. I religiosi sono rappresentati con i rispettivi abiti: i francescani con l'abito marrone con cappuccio e cordone, i domenicani con l'abito bianco e il mantello nero. Le rappresentazioni artistiche mostrano spesso la scena del martirio sulla collina di Nishizaka, con i pali del rogo e le fiamme, i martiri in preghiera e i carnefici. Queste immagini servirono a mantenere viva la memoria dei martiri e a diffonderne il culto, specialmente tra i cristiani giapponesi e nelle comunità missionarie.
Curiosità - Antonio da San Bonaventura scrisse la sua ultima lettera dalla prigione il 6 settembre 1628, due giorni prima del martirio, esprimendo stupore per il fatto che i pali e la legna per il suo rogo fossero pronti da sedici giorni. - Domenico Castellet celebrò la santa Messa ogni giorno durante la prigionia a Omura, un privilegio raro che gli permise di nutrire spiritualmente sé e i compagni di detenzione. - Il martirio avvenne l'8 settembre, festa della Natività di Maria, una coincidenza considerata provvidenziale dai cristiani dell'epoca. - Tra i ventidue martiri vi erano diversi bambini, testimonianza del fatto che la persecuzione colpiva intere famiglie cristiane senza risparmiare nessuno. - La collina di Nishizaka a Nagasaki divenne il luogo simbolo del martirio cristiano in Giappone, ospitando le esecuzioni dei 26 martiri del 1597, dei 55 del 1622 e dei 22 del 1628. Autore: Enrico Quiri
Il gruppo dei ventidue martiri appartiene alla grande schiera dei cristiani giapponesi perseguitati nel XVII secolo. L'evangelizzazione del Giappone, iniziata con san Francesco Saverio nel 1549, aveva prodotto in pochi decenni comunità cristiane numerose e organizzate, soprattutto nell'isola di Kyushu e nell'area di Nagasaki. Accanto ai missionari europei era sorta una Chiesa locale composta da sacerdoti, religiosi, catechisti, confraternite e famiglie cristiane. La situazione cambiò radicalmente alla fine del XVI secolo. Toyotomi Hideyoshi, dopo una prima fase di tolleranza, impose restrizioni alla predicazione cristiana. Nel 1597 furono crocifissi a Nagasaki i ventisei protomartiri, successivamente canonizzati nel 1862. La persecuzione proseguì sotto gli shogun Tokugawa e divenne particolarmente sistematica dopo il decreto di espulsione dei missionari del 1614. La clandestinità divenne così una condizione ordinaria della vita cristiana. I missionari che riuscivano a rientrare nel paese vivevano nascosti, spostandosi da una casa all'altra, mentre i cristiani locali offrivano loro rifugio, trasporto, cibo e assistenza. Per le autorità, questo sostegno costituiva uno dei principali motivi per colpire non soltanto i sacerdoti, ma anche le famiglie che li proteggevano. I 22 martiri dell'8 settembre 1628 appartengono precisamente a questo ambiente di cristianesimo clandestino.
Antonio da San Bonaventura Tra i protagonisti del gruppo vi era Antonio da San Bonaventura, francescano di origine galiziana. Nato a Tuy nel 1588, compì gli studi filosofici all'Università di Salamanca, dove entrò nell'Ordine dei Frati Minori e professò il 14 luglio 1605. Nel 1608 partì per le Filippine insieme a numerosi confratelli. Dopo la formazione teologica e l'ordinazione sacerdotale, fu destinato alla difficile missione giapponese, raggiunta nel 1618. Il suo ministero si svolse in un contesto nel quale la semplice presenza di un sacerdote straniero costituiva un pericolo mortale. Antonio operò quindi nella clandestinità, sostenendo le comunità cristiane e amministrando i sacramenti quando ciò era possibile. La sua vicenda rappresenta l'elemento missionario europeo del gruppo, accanto alla componente locale giapponese. Il Martirologio Romano lo presenta come sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori e indica che egli e gli altri martiri furono uccisi per Cristo con la spada o con il fuoco.
Domenico Castellet e la missione domenicana Domenico Castellet nacque nel 1592 a Esparreguera, in Catalogna. Entrò nel convento domenicano di Santa Caterina a Barcellona nel 1608 e fu ordinato sacerdote. Dopo un periodo di formazione e di apostolato nelle Filippine, nel 1621 raggiunse il Giappone, dove iniziò un'attività missionaria clandestina. Una ricerca storica domenicana lo indica come uno dei religiosi presenti nella missione del Giappone e documenta il suo arrivo nell'estremo Oriente e il successivo arresto del 15 giugno 1628. Castellet non fu soltanto un missionario. Attorno a lui si raccolsero catechisti, terziari e famiglie che collaboravano alla sopravvivenza della Chiesa clandestina. Tra coloro che lo assistettero vi erano Tommaso di San Giacinto e Antonio di San Domenico, due catechisti giapponesi che egli aveva accolto nella famiglia domenicana. Il 15 giugno 1628 Castellet fu scoperto e arrestato. Fu condotto nella prigione di Omura, dove ritrovò proprio Tommaso e Antonio. Secondo la tradizione documentata nelle fonti domenicane, durante la prigionia i tre continuarono a dedicarsi alla preghiera e all'assistenza spirituale degli altri detenuti.
I tre religiosi giapponesi Domenico da Nagasaki, Tommaso di San Giacinto e Antonio di San Domenico testimoniano l'esistenza di una vita religiosa indigena ormai profondamente radicata nella Chiesa giapponese. Domenico, nato a Nagasaki intorno al 1608, era un catechista giapponese. Durante la prigionia a Omura aveva emesso la professione religiosa nell'Ordine dei Frati Minori, assumendo la forma di vita francescana in un momento nel quale la professione religiosa comportava concretamente il rischio del martirio. Le fonti lo ricordano come religioso dei Frati Minori Scalzi o Alcantarini e indicano la sua morte nel 1628 all'età di circa vent'anni. Tommaso di San Giacinto e Antonio di San Domenico erano invece legati alla missione domenicana. Tommaso, nato nel 1598 secondo una fonte domenicana, aveva iniziato come catechista e collaboratore dei missionari. Castellet lo ammise successivamente nell'Ordine come fratello cooperatore. Antonio fu accolto nello stesso periodo. Entrambi furono arrestati e rinchiusi a Omura. Durante la prigionia, dopo l'arrivo di Castellet, completarono il loro cammino religioso. La loro presenza è particolarmente significativa perché mostra come la persecuzione non avesse colpito soltanto una missione straniera, ma una Chiesa nella quale esistevano già catechisti e religiosi giapponesi capaci di assumere responsabilità apostoliche.
Lucia Luisa, una donna nella Chiesa clandestina Tra i ventidue vi era anche Lucia Luisa, vedova giapponese, ricordata dalle fonti anche come Lucia di Omura. Nata intorno al 1548, era stata sposata e, dopo la vedovanza, era entrata nel Terz'Ordine domenicano; alcune fonti la ricordano anche in relazione al Terz'Ordine francescano. La sua casa divenne un luogo di ospitalità per i missionari clandestini. In particolare, Lucia accolse Domenico Castellet. Quando la rete clandestina fu scoperta, il 15 giugno 1628 venne arrestata insieme ad altri cristiani e trasferita nella prigione di Omura. Aveva ormai circa ottant'anni. La sua vicenda mostra il ruolo fondamentale delle donne e delle famiglie nella conservazione della comunità cristiana giapponese. Non erano soltanto destinatarie dell'evangelizzazione, ma partecipavano attivamente alla protezione dei missionari e alla trasmissione della fede. L'8 settembre fu condotta a Nagasaki e morì sul rogo.
Giovanni Tomachi e i suoi quattro figli La figura più caratteristica del gruppo è probabilmente quella di Giovanni Tomachi, laico e padre di famiglia, che aveva collaborato con i missionari domenicani. Era terziario domenicano e aveva svolto attività di assistenza ai missionari insieme a Giovanni Imamura. Per questo motivo fu arrestato e trasferito nella prigione di Omura insieme ai quattro figli: Domenico, di sedici anni, Michele, di tredici, Tommaso, di dieci, e Paolo, di sette. La presenza di un'intera famiglia tra i prigionieri è uno degli aspetti più significativi della vicenda. La persecuzione aveva infatti raggiunto il cuore della comunità cristiana: non soltanto sacerdoti e religiosi, ma anche padri, madri, catechisti e bambini. L'8 settembre 1628 Giovanni e i suoi quattro figli furono condotti a Nagasaki insieme agli altri prigionieri. Le fonti agiografiche riferiscono che il padre assistette alla morte dei figli e che le loro teste furono poi poste ai suoi piedi prima che egli stesso fosse ucciso. Le ceneri furono successivamente disperse, secondo una tradizione legata alla volontà delle autorità di impedire la venerazione delle reliquie. Il dato storicamente più importante non è tuttavia il dettaglio drammatico del supplizio, trasmesso soprattutto dalla letteratura agiografica, ma la documentata partecipazione di Giovanni e dei suoi figli alla comunità cristiana perseguitata.
Gli altri laici Accanto alla famiglia Tomachi, il gruppo comprendeva Giovanni Imamura, Paolo Sadayu Aybara, Romano Aybara e suo figlio Leone, Giacomo Hayashida, Matteo Alvarez, Michele Yamada e suo figlio Lorenzo, Ludovico Higashi e i suoi figli Francesco e Domenico. La documentazione relativa ai singoli presenta livelli diversi di dettaglio. Il quadro complessivo, tuttavia, è molto chiaro: si trattava di laici che avevano prestato aiuto alla missione, spesso attraverso l'ospitalità, il trasporto, il catechismo, la collaborazione con i religiosi o la partecipazione alle confraternite e ai Terz'Ordini. L'elenco ufficiale del Martirologio Romano comprende precisamente questi nomi e sottolinea la presenza di numerosi bambini. Michele Yamada, ad esempio, era legato alle attività della comunità cristiana e il figlio Lorenzo era ancora bambino. Ludovico Higashi, ricordato anche con il nome Nihachi, fu ucciso insieme ai due figli, Francesco e Domenico. Le fonti relative ai martiri domenicani sottolineano che la famiglia aveva messo la propria casa a disposizione dei missionari. La presenza di bambini nel gruppo costituisce uno degli elementi più singolari della causa di beatificazione dei martiri giapponesi del 1867. La documentazione della causa raccolse infatti testimonianze relative a numerose vittime appartenenti a famiglie cristiane, comprese persone di età molto giovane.
La prigionia di Omura La prigione di Omura ebbe un ruolo centrale nella vicenda. Numerosi cristiani arrestati nella regione di Nagasaki vi furono concentrati insieme ai missionari. Le condizioni della detenzione erano severe, ma proprio all'interno del carcere si sviluppò una intensa vita religiosa. Le fonti domenicane descrivono Castellet, Tommaso e Antonio come figure di riferimento per gli altri prigionieri. La preghiera, la penitenza e il sostegno reciproco divennero parte della vita quotidiana dei detenuti. In questo ambiente la distinzione tra missionari europei e cristiani giapponesi si attenuava: tutti partecipavano alla medesima condizione di prigionieri e tutti erano consapevoli della possibilità concreta della morte. La prigionia mostra quindi un aspetto essenziale della persecuzione giapponese: l'obiettivo non era soltanto eliminare fisicamente i sacerdoti, ma spezzare le reti sociali che permettevano al cristianesimo di sopravvivere clandestinamente.
L'8 settembre 1628 Il gruppo fu destinato al supplizio a Nagasaki. Il Martirologio Romano identifica i ventidue come Antonio da San Bonaventura, Domenico Castellet e venti compagni e specifica che tra loro vi erano laici e molti bambini. Le forme del martirio furono la decapitazione e il rogo. La morte dei martiri si inserisce nella lunga serie di esecuzioni che caratterizzarono la persecuzione del cristianesimo giapponese tra il 1617 e il 1632. Il loro caso non rappresentò quindi un episodio isolato, ma una delle numerose operazioni con cui le autorità cercarono di eliminare definitivamente la presenza cristiana. Le fonti devozionali hanno conservato numerosi particolari relativi alle ultime ore dei martiri, alle loro parole e al comportamento durante il supplizio. Tali elementi devono essere distinti dalle informazioni che risultano più solidamente documentate nei processi e nelle fonti storiche. Il nucleo storico certo è costituito dalla loro appartenenza alla comunità cristiana clandestina, dagli arresti, dalla detenzione e dall'uccisione durante la persecuzione.
Una questione cronologica: Giacomo Hayashida Un elemento merita particolare attenzione critica. Il Martirologio Romano include Giacomo Hayashida tra i venti compagni di Antonio da San Bonaventura e Domenico Castellet, e quindi lo inserisce nella commemorazione dell'8 settembre. Alcune ricostruzioni storiche e l'elenco dei 205 martiri riportato in Santi e Beati collocano tuttavia la morte di Giacomo Hayashida il 10 settembre 1628, a Nagasaki. Anche una ricerca storica giapponese relativa alle esecuzioni del periodo registra Hayashida tra i decapitati del 10 settembre. La discrepanza non deve essere nascosta. La denominazione liturgica dei 22 martiri segue infatti il raggruppamento stabilito dal Martirologio Romano, mentre la ricostruzione cronologica dei singoli martiri può seguire le fonti processuali e storiche. Per una corretta lettura agiografica è pertanto opportuno distinguere la memoria liturgica del gruppo, fissata all'8 settembre, dalla data storica individuale del martirio, che per Hayashida alcune fonti collocano il 10 settembre.
La beatificazione di Pio IX La memoria dei martiri giapponesi del XVII secolo rimase viva attraverso le comunità religiose e le testimonianze conservate dagli Ordini missionari. Dopo la canonizzazione dei ventisei protomartiri nel 1862, si riaprì con particolare attenzione la questione degli altri cristiani uccisi durante le persecuzioni. Nel 1867 la causa condusse alla beatificazione di 205 martiri giapponesi, vittime delle persecuzioni comprese tra il 1617 e il 1632. Il procedimento aveva affrontato direttamente il problema della causa del martirio, esaminando sia l'azione persecutoria delle autorità sia la motivazione religiosa delle vittime. Il breve pontificio Martyrum rigata sanguine fu emanato da Pio IX il 7 maggio 1867 e la solenne beatificazione ebbe luogo a Roma il 7 luglio dello stesso anno. I ventidue martiri dell'8 settembre fanno dunque parte di un gruppo molto più vasto. Non devono essere confusi né con i ventisei protomartiri canonizzati nel 1862 né con i 188 martiri giapponesi beatificati da Benedetto XVI nel 2008. La Santa Sede ricorda infatti distintamente i 205 martiri beatificati da Pio IX nel 1867 e i successivi gruppi di martiri giapponesi.
Il significato storico del gruppo La caratteristica più importante dei 22 martiri non consiste soltanto nella varietà delle loro origini, ma nella composizione della comunità cristiana che essi rappresentano. Accanto a due sacerdoti missionari vi erano religiosi giapponesi, catechisti, terziari, padri di famiglia, vedove e bambini. Il martirio assume quindi un carattere comunitario: non fu soltanto la fine di alcuni missionari stranieri, ma la testimonianza di una Chiesa locale che aveva sviluppato proprie strutture, proprie famiglie cristiane e proprie forme di partecipazione alla vita religiosa. La vicenda di Giovanni Tomachi e dei suoi figli rende particolarmente evidente questo aspetto. La fede non era più soltanto una realtà trasmessa dai missionari alle popolazioni locali, ma era diventata una tradizione familiare capace di essere custodita anche in assenza dei sacerdoti. È questo uno degli aspetti più originali della storia dei martiri giapponesi: la persecuzione, pur riuscendo a eliminare quasi completamente la presenza pubblica dei missionari, non riuscì a cancellare immediatamente la memoria e la pratica cristiana dalle famiglie giapponesi.
Culto e memoria I 22 martiri sono ricordati dalla Chiesa cattolica l'8 settembre. Il Martirologio Romano li presenta con i loro nomi e li qualifica complessivamente come martiri uccisi a Nagasaki nel 1628. La loro memoria appartiene alla più ampia tradizione dei martiri giapponesi, che continua a occupare un posto importante nella storia della Chiesa in Giappone. Nel XX e XXI secolo i papi hanno più volte richiamato il significato della testimonianza dei martiri di Nagasaki. Nel 2019 papa Francesco, visitando il monumento ai martiri di Nishizaka, ha sottolineato il rapporto tra la memoria del martirio e la vita cristiana, indicando quel luogo come testimonianza della vittoria della vita sulla morte. Il culto dei 22 martiri non va quindi isolato dalla memoria complessiva della Chiesa giapponese perseguitata. Essi appartengono a una lunga storia di testimonianza che comprende uomini e donne di diverse condizioni sociali, sacerdoti e laici, adulti e bambini.
Elenco dei 22 martiri: - Antonio da San Bonaventura, sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori, di origine galiziana. - Domenico Castellet, sacerdote dell'Ordine dei Predicatori, catalano. - Domenico da Nagasaki, religioso dell'Ordine dei Frati Minori. - Tommaso di San Giacinto, religioso dell'Ordine dei Predicatori. - Antonio di San Domenico, religioso dell'Ordine dei Predicatori. - Lucia Luisa, vedova, cristiana giapponese. - Giovanni Tomachi, laico, padre di famiglia. - Domenico Tomachi, figlio di Giovanni. - Michele Tomachi, figlio di Giovanni. - Tommaso Tomachi, figlio di Giovanni. - Paolo Tomachi, figlio di Giovanni. - Giovanni Imamura, laico. - Paolo Sadayu Aybara, laico. - Romano Aybara, figlio di Paolo Sadayu. - Leone Aybara, figlio di Paolo Sadayu. - Giacomo Hayashida, laico e terziario domenicano. - Matteo Alvarez, laico e collaboratore della missione. - Michele Yamada, laico. - Lorenzo Yamada, figlio di Michele. - Ludovico Higashi, laico e catechista. - Francesco Higashi, figlio di Ludovico. - Domenico Higashi, figlio di Ludovico. L'elenco dei nomi è quello trasmesso dal Martirologio Romano e confermato dalle ricostruzioni relative ai 205 martiri giapponesi beatificati nel 1867.
I 22 e i 205 martiri giapponesi I 22 martiri costituiscono soltanto una piccola parte dei 205 cristiani giapponesi beatificati da Pio IX nel 1867. Questi ultimi furono uccisi in un arco temporale compreso tra il 1617 e il 1632 e appartenevano a diverse nazionalità, Ordini religiosi e condizioni sociali. Tra loro figuravano sacerdoti, religiosi, catechisti, terziari, famiglie e bambini.
La presenza dei bambini Nel gruppo dell'8 settembre compaiono diversi bambini: Domenico, Michele, Tommaso e Paolo Tomachi, Lorenzo Yamada, Francesco e Domenico Higashi. La loro presenza rende il gruppo particolarmente rappresentativo della dimensione familiare assunta dal cristianesimo giapponese. Non si trattava quindi esclusivamente di uomini impegnati nell'attività missionaria. La persecuzione colpì anche le famiglie che avevano scelto di rimanere fedeli alla propria fede e di sostenere i missionari clandestini.
Nagasaki e la memoria dei martiri Nagasaki divenne il principale centro della memoria cristiana giapponese. La collina di Nishizaka, legata al martirio di numerosi cristiani, è oggi uno dei luoghi più significativi della memoria della persecuzione. La Santa Sede ha più volte sottolineato il valore storico e spirituale di questi luoghi.
Curiosità - Il gruppo dei 22 martiri comprende due sacerdoti, tre religiosi giapponesi e numerosi laici, tra cui diverse famiglie e bambini. - Antonio da San Bonaventura era nato in Galizia e aveva studiato a Salamanca prima di partire per le missioni asiatiche. - Domenico Castellet era catalano e raggiunse il Giappone nel 1621, dedicandosi all'apostolato clandestino. - Domenico da Nagasaki aveva circa vent'anni quando fu ucciso e aveva assunto la vita religiosa francescana durante la prigionia. - Giovanni Tomachi era padre di quattro figli che morirono con lui: Domenico, Michele, Tommaso e Paolo. Le età tradizionalmente tramandate erano rispettivamente sedici, tredici, dieci e sette anni. - Lucia Luisa aveva circa ottant'anni al momento del martirio ed era vedova e terziaria. - La memoria liturgica dell'intero gruppo è fissata l'8 settembre, anche se la documentazione storica relativa a Giacomo Hayashida colloca la sua esecuzione il 10 settembre 1628. - I 22 non sono i celebri 26 protomartiri di Nagasaki del 1597, canonizzati da Pio IX nel 1862, ma appartengono al successivo gruppo dei 205 martiri beatificati nel 1867.
Autore: Giampietro Cattini
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