Giovanni Zucca nasce a Pula, in provincia e diocesi di Cagliari, il 21 gennaio 1911, sesto dei nove figli di un allevatore di bestiame che non lo lascia andare oltre la scuola elementare, perché ha bisogno del suo aiuto. Per due anni è impegnato nel servizio militare a La Spezia; appena rientrato al suo paese, si fidanza con Lidia, una compaesana sua coetanea. L’11 aprile 1935 è richiamato alle armi per la Campagna d’Africa. Congedato nel 1937, chiede di non fare ritorno in Italia: rimane quindi in Etiopia e apre una trattoria che ha successo, soprattutto tra i soldati italiani là stanziati. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Giovanni è arruolato tra gli artiglieri. Gli inglesi lo fanno prigioniero nel 1941 e lo portano in Kenya, dove resta per cinque anni. Trascorre quegli anni tra umiliazioni e fierezza: le prime, comuni a tutti i prigionieri; la seconda, invece, vissuta a differenza degli altri, perché dicono che lui non si abbassa alle adulazioni e ai compromessi cui invece tanti si piegano per ingraziarsi i vincitori. Congedato con il grado di sergente d’artiglieria nel 1946 e rimpatriato, ormai con trentacinque anni sulle spalle, deve pensare seriamente a cosa fare “da grande” e, tanto per cominciare, chiarisce il rapporto con Lidia: lei gli è rimasta fedele, ma lui capisce di non volerla sposare più e la lascia senza darle una spiegazione precisa. Vive una crisi esistenziale tanto profonda da essere ricoverato per due volte in ospedale e considerato malato di mente. Una notte sogna un frate cappuccino, che riconosce subito: è fra Ignazio da Laconi (canonizzato nel 1951), che gli annuncia la guarigione. Subito dopo il sogno, Giovanni viene dichiarato guarito e dimesso. Va a chiarirsi le idee da padre Pio da Pietrelcina (canonizzato nel 2002), che dopo un’accoglienza apparentemente dura, secondo il suo stile, lo rafforza nella vocazione: sarà cappuccino ma non, come vorrebbe, nello stesso convento in cui vive lui, bensì nella sua Sardegna. Dunque, a trentanove anni suonati, Giovanni varca la soglia del convento di Cagliari, per essere ammesso come fratello laico. Nel convento di Sanluri, il 23 settembre 1951, riceve l’abito religioso e cambia nome in fra Nazareno. Per cinque anni si occupa di cucina, per la delizia del palato dei frati e proprio per evitare che questi si abituino troppo bene mandano il fraticello a far la questua, prima a Sassari e poi ad Iglesias. Qui, a contatto con la gente, si scoprono in fretta i doni umani che il Signore gli ha dato; anzi, qui e là cominciano a far capolino anche doni soprannaturali, di cui si sussurra al suo passaggio. Si sa che la gente è spesso credulona, facilmente influenzabile, sempre in ricerca del sensazionale e del miracolistico, dimenticando sovente che quasi sempre la “vox populi” è “vox Dei”. Fra Nazareno passa tranquillo e sereno per le strade a questuare, nulla facendo per alimentare queste voci, ma nulla trattenendo di quanto il Signore gli ha fatto dono. Di frequente si reca a san Giovanni Rotondo da padre Pio, che ricambia la sua stima. Ai sardi che vengono a trovarlo domanda spesso: «Ma perché venite qui? In Sardegna avete fra Nazareno…». È la stessa domanda che pone ad altri pellegrini che, nelle loro terre, hanno persone da lui ritenute sante. Nel 1958 fra Nazareno arriva a questuare sulle strade di Cagliari, sulle orme di fra Nicola da Gesturi, appena passato a miglior vita (proclamato Beato nel 1999). Viene visto dalla gente come il continuatore della preziosa opera di quel confratello passato per Cagliari facendo del bene. Anche a lui la gente ricorre per consigli, per intercessioni, per conforto; fra Nazareno si dimostra paziente nell’ascolto, saggio nei consigli, con la capacità di leggere nei cuori e predire il futuro. Sono soprattutto le sue mani a operar meraviglie, anche attraverso le sue famose “caramelle benedette”, di norma al rabarbaro, che distribuisce a piccoli e grandi. Decine e centinaia i casi di guarigione, spesso inspiegabile, dopo una semplice imposizione delle mani o uno guardo rivolto al cielo. Se da un lato queste sono come la “firma” di Dio sul suo operato, dall’altro sono anche quelle che tolgono la pace al povero convento cagliaritano, continuamente assediato dai suoi “povarelli” (li chiamava proprio così, con la “a”), malati nel corpo o nello spirito. Lo mandano così a Sorso, nel nord della Sardegna, ma la gente lo raggiunge anche là, col treno, in macchina e con gli autobus. Nel 1986 torna a Cagliari: col permesso dei superiori, prima per brevi periodi e poi stabilmente, vive a “Sa Guardia de su Predi” a Is Molas, nella campagna di Pula, in una casa che gli è stata offerta da sua sorella Emanuela: anche la nuova abitazione, quasi un eremo, è assediata da malati e bisognosi. Fra Nazareno muore il 29 febbraio 1992, ricoverato all’ospedale Santissima Trinità di Cagliari per un cancro allo stomaco. Si calcola siano circa quarantamila le persone venute a salutarlo per l’ultima volta. È un ulteriore segno di quella fama di santità che ha continuato a circondarlo e che ha condotto all’apertura della sua causa di beatificazione e canonizzazione, per verificare se avesse vissuto in grado eroico le virtù cristiane. Il nulla osta per l’avvio della sua causa rimonta al 27 novembre 2003. L’inchiesta diocesana si è svolta a Cagliari dal 29 dicembre 2019 al 26 giugno 2020. Il 26 ottobre 2021 i suoi resti mortali sono stati riesumati e traslati nel santuario di Nostra Signora della Consolazione a Is Molas, inaugurato nel 1992, sorto sullo stesso terreno della sua ultima abitazione, che dal 2010 ospita una piccola fraternità cappuccina. Il 22 maggio 2026, ricevendo in udienza il cardinal Marcello Semeraro, Prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, papa Leone XIV autorizzò la promulgazione del decreto sulle virtù eroiche di fra Nazareno. Autore: Gianpiero Pettiti
Giovanni Zucca nacque a Pula (Ca) da Giuseppe e Faustina Pibiri, il 21 gennaio 1911; venne battezzato nella parrocchia di Pula il 6 febbraio e cresimato il 23 febbraio 1922. Sesto di nove figli, sei maschi e tre femmine, frequentò solo le scuole elementari, poiché aiutava il padre nei lavori della campagna, specie nell’allevamento del bestiame per la vendita. All’età di circa 25 anni, partì per l’Africa Orientale per la Campagna d’Africa. Dopo il congedo, scelse di restare in Etiopia, dove intraprese in proprio un’attività di ristorazione, che, ben presto, divenne talmente florida da proporlo all’attenzione e all’ammirazione di quella comunità formata, in gran parte, da soldati italiani. L’attività dovette cessare con lo scoppio della guerra, perché fu arruolato nell’artiglieria, corpo in cui conseguì il grado di sergente. Durante la campagna di guerra 1940 – 1941 in Africa Orientale, alla quale prese parte, fu fatto prigioniero degli inglesi e portato in Kenya, ove rimase fino al 1946, anno del rimpatrio in Italia. Durante la prigionia conobbe e sperimentò le durezze della vita a cui non era abituato, la triste condizione del prigioniero di guerra, umiliato in continuazione dalla ferocia e dal cinismo dei vincitori. Proprio in quella condizione da disperati, ebbe modo di distinguersi e farsi apprezzare dai commilitoni e perfino dai suoi “padroni” inglesi, per le sue elette virtù e spiccato senso di amor patrio. Non si abbassò mai al servilismo e alle adulazioni verso gli inglesi che invece, molti compagni dimostravano. Rientrato in Sardegna, riprese i contatti con i paesani e gli amici, ma ruppe il fidanzamento con Lidia, una ragazza del luogo, con la quale, prima di partire, intendeva formare con lei una famiglia. In preda a una grave crisi esistenziale, finì due volte in ospedale: ne uscì guarito dopo un sogno in cui un frate cappuccino, che riconobbe come fra Ignazio da Laconi, gli annunciava la guarigione. Fu decisivo per lui l’incontro e l’intervento di padre Pio da Pietrelcina che andò a trovare a San Giovanni Rotondo. Padre Pio lo trattò duramente e lo mandò via, ma l’indomani stesso lo accolse benevolmente: «Guaglio’, sei arrivato finalmente! È da tempo che ti aspettavo». Da quel giorno il loro rapporto si intensificò sempre più e padre Pio, a più d’un pellegrino proveniente dalla Sardegna, quando andavano a trovarlo, disse: «Ma perché venite qui? In Sardegna avete fra Nazareno…». L’incontro con padre Pio fu decisivo nella vita di Giovanni: lo confortò e lo rassicurò che il suo posto era tra i figli di San Francesco, ma non a San Giovanni Rotondo come lui avrebbe voluto, bensì in Sardegna, fra la sua gente: «Sarai cappuccino in Sardegna – gli disse – e farai del bene alla gente della tua isola». E soggiunse per confortarlo: «Vai tranquillo. Io non ti lascerò mai solo». Il 23 dicembre 1950 Giovanni Zucca fece al Padre Provinciale dei Cappuccini della Sardegna la richiesta per essere accettato nell’Ordine, come fratello laico «avendo grande desiderio di abbracciare la vita di San Francesco, ad imitazione del Beato Ignazio ed essendo pieno di vita e di buona volontà» nonostante i suoi trentanove anni. Il 23 settembre 1951, a Sanluri, riceveva il santo abito dei Cappuccini, dalle mani del Padre Maestro, Padre Innocenzo Demontis da Neoneli, mutando il nome in quello di fra Nazareno. Il 24 settembre del 1952, emetteva la professione dei voti temporanei, sempre nelle mani del Padre Innocenzo; il 29 novembre del 1955, nelle mani del Padre Commissario provinciale, Padre Filippo Pili da Cagliari, emetteva la professione dei voti perpetui, sempre a Sanluri. A Sanluri rimase fino al 1955, svolgendo l’ufficio di cuoco, con grande compiacimento e soddisfazione dei confratelli (era un ottimo cuoco!), poi fu mandato a Sassari prima, e ad Iglesias due anni dopo con l’ufficio della questua. L’ufficio della questua lo fece incontrare con la gente che non tardò ad accorgersi delle sue elette virtù. Presto infatti s’impose fra la popolazione del Sulcis-Iglesiente per la sua vita santa e fu riconosciuto in possesso di doni speciali, ricevuti da Dio. Dal 1958 lo troviamo a Cagliari, svolgendo l’ufficio di questuante, che fino al giugno di quell’anno era stato di fra Nicola da Gesturi; fra Nazareno si impegnò a svolgerlo nel migliore dei modi, proprio sull’esempio e nel ricordo di fra Nicola. Ciò gli valse la stima e la venerazione della gente, che intravide in lui il continuatore della missione di fra Nicola, e che sempre più numerosa, accorreva a lui, in modo tale da costringerlo, in breve tempo, a ridurre notevolmente il tempo della questua, per poter essere più disponibile ad accogliere, ascoltare e aiutare la gente che a lui ricorreva e poter visitare gli ammalati, dai quali veniva continuamente chiamato, sia negli ospedali che a domicilio. Alla fine del 1972, ritornò per pochi mesi a Sanluri e poi fu nuovamente a Cagliari, ove rimase fino al 1977, anno del suo trasferimento a Sorso, ove rimase fino al 1986. Anche il trasferimento a Sorso, operato dai superiori per lasciar respirare un pochino il convento di Cagliari sempre invaso da una moltitudine di fedeli alla ricerca di fra Nazareno, si rivelerà provvidenziale. La fama di fra Nazareno si sparse, così, anche nel nord della Sardegna ove né fra Ignazio da Laconi né fra Nicola da Gesturi erano conosciuti a sufficienza. La sua permanenza a sorso fu una benedizione per la popolazione e non scoraggiò nemmeno i devoti di Cagliari e del sud-Sardegna che numerosi, in macchina, in autobus e in treno si recavano a Sorso per incontrarlo. Dal 1986 fino alla morte, avvenuta a Cagliari il 29 febbraio del 1992, fece parte della fraternità del convento di Cagliari, anche se, prima saltuariamente, e poi in modo permanente, viveva in una casa di campagna, in agro di Pula, onde essere sempre più disponibile all’accoglienza e all’ascolto delle persone (i suoi “povarelli”!), che, sempre più numerose, a lui ricorrevano, e che provenivano da tutte le parti della Sardegna e anche dal continente. La sua scomparsa, nel 1992, gettò nello sconforto tantissima gente che si sentiva privata di un amico, di un benefattore, di un intercessore, di un punto sicuro di appoggio e di speranza. Ai suoi funerali, presieduti dall’arcivescovo di Cagliari, monsignor Ottorino Pietro Alberti, parteciparono decine di migliaia di persone (i giornali locali parlavano di almeno trenta-quarantamila persone) e la città intera si fermò per alcune ore.
Autore: Fra Luca da Serbariu
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