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Servo di Dio Vinicio Bonifacio Dalla Vecchia Giovane laico

Festa: .

Perarolo di Vigonza, Padova, 23 febbraio 1924 - Val di Fassa, Trento, 17 agosto 1954

Vinicio Bonifacio Dalla Vecchia nasce il 23 febbraio 1924 a Perarolo, frazione di Vigonza, in provincia e diocesi di Padova. Figlio di piccoli agricoltori, studia per ottenere il diploma di perito agrario. Frequenta la parrocchia di Perarolo, dove diventa Delegato Aspiranti di Azione Cattolica. Nel 1943, dopo un corso di Esercizi spirituali dai Gesuiti a Bassano del Grappa, decide di vivere in pienezza la propria esistenza: si da un regolamento di vita e s’impegna a non sprecare nemmeno un attimo delle sue giornate. Decide di diventare medico: per questo studia da privatista per conseguire la maturità scientifica, equilibrando i suoi impegni di studio con quelli in Azione Cattolica. Partecipa anche alla Resistenza, nel gruppo autonomo partigiano Capriccio. Dopo la laurea, nel 1951, si specializza in malattie dell’apparato respiratorio e lavora come ispettore del lavoro. Entra poco dopo in politica, nelle file della Democrazia Cristiana. Si fidanza con Maria Gloria Peyla, che condivide i suoi stessi valori, poco prima di morire: il 17 agosto 1954, infatti, precipita da un’altezza di quaranta metri, mentre con don Bartolomeo Dal Bianco, sacerdote salesiano e suo cugino, intraprende la scalata della parete est del Catinaccio, in Val di Fassa. L’inchiesta diocesana su vita, virtù e fama di santità di Vinicio si è conclusa il 20 giugno 2007 nella diocesi di Padova. I suoi resti mortali riposano nella cappella di famiglia, nel cimitero di Perarolo.


Vinicio Bonifacio Dalla Vecchia è un giovane dalla schiena diritta, profondamente innamorato della vita, della fidanzata, della scuola, della montagna. Ed è solo quest’ultima a tradirlo, perché nelle altre gli è riuscito di fare autentici capolavori. 
Nasce il 23 febbraio 1924 in una frazione di Vigonza, in provincia e diocesi di Padova, figlio di agricoltori che da fittavoli si stanno trasformando in piccoli proprietari della terra su cui sudano e lavorano.
Per questo il suo destino è scontato: se gli piace studiare, visto che è intelligente e “patito” per i libri, deve essere un giorno perito agrario, per saper sfruttare al massimo la terra, frutto di tanti sacrifici. Vinicio si adegua, fino al giorno in cui gli riesce di prendere in mano la vita da solo. 
Fino ai diciannove anni, infatti, è un ragazzo come tanti, buon giocatore di calcio, gran divoratore di libri, studente modello, con il diploma di perito agrario in tasca e tanti sogni nel cassetto. Con una marcia in più, perché il suo nuovo parroco ha saputo attirarlo in parrocchia, “strappandolo” alla parrocchia vicina che lui abitualmente frequenta, e fare di lui un Delegato Aspiranti di Azione Cattolica dotato di un carisma eccezionale, grazie anche al suo fare semplice e al suo talento calcistico. Tutte cose buone che, comunque, non bastano a dare una virata decisiva alla sua vita. 
Nel 1943, invece, partecipa ad un corso di Esercizi spirituali dai Gesuiti a Bassano del Grappa, dai quali esce rinnovato, determinato ed entusiasta. In quei giorni intensi gli è riuscito di capire che la vita, per essere degna di essere vissuta, non può essere stancamente trascinata, ma deve essere vissuta in pienezza. 
Per questo dice al suo “don” di essere arrivato alla soluzione drastica del “o tutto o niente”: «O faccio la Comunione tutti i giorni o non la faccio mai, o prego con la mia vita sempre o mai». Non è però radicalismo e neppure intransigenza: è semplicemente saggia determinazione di chi sa che della vita non bisogna sprecar neppure un attimo, perché “tutto è dono”, ma di ogni cosa si dovrà render minuziosamente conto. 
Promette a se stesso: «Non insegnerò mai agli altri ciò che non abbia io stesso vissuto e praticato» e lo concretizza in un regolamento di vita semplicemente impegnativo: Comunione, meditazione e Rosario quotidiani, Confessione settimanale, ora di Adorazione eucaristica mensile. Lo strabiliante sta nel fatto che su questa strada riesce a trascinare anche altri giovani della parrocchia, grazie all’ascendente che ha su di loro. 
Anche il futuro da perito agrario non gli basta più, pensa a diventare medico, perché gli sembra essere il «miglior modo di essere vicini agli uomini». Ormai la sua vita è completamente bruciata dal desiderio di far qualcosa per gli altri, per avvicinarli a Dio. 
Studia così come privatista, per conquistare prima il diploma di geometra e poi la maturità scientifica, che gli consenta di accedere alla Facoltà di Medicina. Intanto aumentano i suoi impegni in parrocchia e in diocesi, con incarichi sempre più gravosi, che Vinicio affronta con il suo slancio di laico che l’Azione Cattolica ha formato e reso maturo. Partecipa anche alla Resistenza, nel gruppo autonomo partigiano Capriccio.
È costretto ad autentici equilibrismi per onorare i vari appuntamenti della sua sempre fittissima agenda, non trascurare la sua vita spirituale e, contemporaneamente, non essere in ritardo con la sua laurea, che puntualmente arriva nel 1951 a coronare un brillante percorso scolastico. 
Subito gli si spalancano le porte della professione, nell’ambito della medicina del lavoro e come Ispettore dell’Istituto Nazionale Assistenza Dipendenti Enti Locali (Inadel); si specializza in malattie dell’apparto respiratorio, ma soprattutto si distingue nell’assistenza e nella cura dei malati, che di mattino presto e a sera tardi fanno la fila davanti a casa sua. Lì si capisce perché abbia voluto fare il medico: ha una carica umana da vendere, una sensibilità speciale, un’attenzione agli altri davvero invidiabile. 
Poiché la sua carità e la sua dedizione sono a trecentosessanta gradi, eccolo tuffarsi anche in politica, a tener comizi ed organizzar sfilate, per dire che bisogna schierarsi e prendere le parti dei più deboli. La sua fidanzata, Maria Gloria Peyla, è innamorata come lui dei valori autentici che riescono a far grande una vita. Abituato a “guardare in alto”, ad andare “sempre avanti” e a superare se stesso, cerca nella montagna il mezzo per avvicinarsi sempre di più a Dio. 
Il 17 agosto 1954, mentre con don Bartolomeo Dal Bianco, sacerdote salesiano e suo cugino, intraprende la scalata della parete est del Catinaccio, in Val di Fassa, precipita da un’altezza di quaranta metri trascinando con sé il cugino. Muoiono entrambi sul colpo, ma per Vinicio non è la fine: sopravvivono la sua testimonianza e il suo esempio, che hanno portato all’apertura della causa di beatificazione e canonizzazione.
Il nulla osta per l’avvio della causa è stato concesso il 22 febbraio 2000, mentre l’inchiesta diocesana per la verifica dell’esercizio in grado eroico delle virtù cristiane si è svolta nella diocesi di Padova dal 18 aprile 2001 al 20 giugno 2007; gli atti hanno ottenuto il decreto di convalida il 21 novembre 2008.


Autore:
Gianpiero Pettiti

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Aggiunto/modificato il 2026-03-04

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