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† Gardumo (odierna Valle di Gresta, Trentino), inizi del IV sec.
Venerato come vescovo e martire, secondo la tradizione avrebbe portato il Vangelo nella Val di Gresta e nelle vicine vallate trentine durante le persecuzioni dell'imperatore Diocleziano, agli inizi del IV secolo. Rifugiatosi in queste terre dopo essere fuggito da una città dell'Italia settentrionale, avrebbe evangelizzato le popolazioni locali fino al martirio, subito in una fossa di calce viva. Sul luogo della sua sepoltura sorse la pieve di Gardumo, una delle più antiche del territorio lagarino. Nei secoli il suo culto si consolidò profondamente e, pur sovrapponendosi in seguito a quello dei santi Felice e Fortunato, non venne mai dimenticato. La traslazione delle reliquie nel 1719 contribuì a rinnovarne la devozione, rendendo la sua tomba una delle mete di pellegrinaggio del basso Trentino.
Etimologia: Dal latino Felix, cioè 'fortunato', 'fecondo', 'favorito dalla sorte'.
Emblema: Pastorale, mitria, palma del martirio, calce viva.
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Le notizie relative a san Felice sono quasi esclusivamente tramandate dalla tradizione locale. Nessun martirologio antico conosciuto descrive infatti la sua vicenda e non esistono fonti contemporanee che consentano di ricostruirne con certezza la biografia. Proprio per questo motivo gli studiosi distinguono chiaramente tra il culto storicamente attestato e il racconto tradizionale della sua vita.
L'evangelizzazione della Val di Gresta Secondo un'antica tradizione, nel periodo delle persecuzioni di Diocleziano, un vescovo di nome Felice trovò rifugio nella Val di Gresta dopo essere fuggito da una città italiana rimasta sconosciuta. Qui avrebbe predicato il Vangelo agli abitanti della valle, della Vallagarina e delle zone dell'Alto Garda. Questa tradizione suggerisce che alcune comunità cristiane del territorio potessero essere sorte prima dell'opera missionaria di san Vigilio di Trento, il grande evangelizzatore storicamente documentato del Trentino. Si tratta tuttavia di un'ipotesi legata alla memoria popolare e non confermata dalle fonti storiche.
Il martirio La tradizione racconta che l'attività missionaria di Felice suscitò l'ostilità di alcuni abitanti della zona. Catturato, sarebbe stato gettato vivo in una fossa di calce ardente, trovandovi il martirio. La modalità della morte richiama altri racconti agiografici dell'antichità cristiana e non può essere verificata documentalmente, ma costituisce un elemento costante della tradizione tramandata nei secoli dalla comunità di Gardumo.
La nascita della pieve Secondo la tradizione, il corpo del martire venne sepolto nel luogo in cui successivamente sorse la pieve dedicata a san Felice. La chiesa è ricordata come una delle antiche pievi "ab immemorabili" del territorio lagarino. Le prime testimonianze documentarie dell'edificio risalgono tuttavia al XIII secolo, mentre la struttura attuale deriva in larga parte dai rifacimenti rinascimentali del XVI secolo.
L'evoluzione del culto Nel corso del Medioevo il culto originario di san Felice venne progressivamente affiancato e in parte sostituito da quello dei santi Felice e Fortunato, martiri di Aquileia, ai quali fu infine dedicata anche la pieve. Ciò non comportò però la scomparsa della venerazione dell'antico vescovo martire locale, la cui memoria continuò a essere custodita dagli abitanti della valle.
Il rilancio settecentesco Un momento decisivo per la diffusione del culto si ebbe nel 1719, quando vennero traslate le reliquie del santo nella nuova cappella monumentale. Realizzata con preziosi marmi policromi, la cappella custodisce una grande urna reliquiario sormontata dalla statua del santo in gloria. Numerosi graffiti lasciati dai pellegrini e gli ex voto conservati nella chiesa testimoniano quanto fosse estesa la devozione popolare, che attirava fedeli provenienti non solo dalla Val di Gresta, ma anche dalla Vallagarina, dalla Val di Sole e da altre località trentine. Autore: Giampietro Cattini
Anche se non ci sono martirologi che citano le vicende relative a questo santo, nella chiesa arcipretale di San Felice, oggi dei santi Felice e Fortunato di Gardumo nella diocesi di Trento, era venerato un vescovo martire di nome Felice.
Secondo un’antica tradizione, la popolazione di Gardumo o Val di Gresta e dei paesi limitrofi conobbe la fede cristiana in un’epoca prima di S. Vigilio.
Infatti, è tradizione ritenere che intorno al 300 in quel territorio ci fu la predicazione del santo vescovo che era fuggito da qualche città italiana al tempo delle persecuzioni di Diocleziano.
Il vescovo Felice avrebbe annunciato il vangelo agli abitanti della Val di Gresta, e in altri paesi della Vallagarina e dell’Alto Garda.
Sempre la tradizione riporta che il vescovo subì il martirio gettato in una fossa di calce viva ad opera di alcuni abitanti di Valle di Gardumo.
Sul luogo della sua sepoltura sorse la chiesa della pieve di Gardumo che gli venne intitolata e fu una delle chiese “lagarine” erette "ab immemorabili".
Solo in un secondo tempo al culto di S. Felice di Gardumo si sarebbe sovrapposto quello dei santi Felice e Fortunato.
Nel corso del Settecento, il culto del santo martire ebbe un nuovo impulso in tutto il basso Trentino, dopo la costruzione della splendida cappella tombale e la traslazione delle reliquie fatta nel 1719.
La cappella è una grandiosa macchina scenografica, l’altare, realizzata in splendidi marmi variopinti, con una mensa che sostiene la grande urna con le reliquie, sormontata dalla statua del santo in gloria con in fianco due grandi angeli ceroferari in marmo bianco.
L’urna contenente le reliquie reca una lunga scritta che ricorda la traslazione: “Divo Felici / Patrono, Thaumaturgo, Fausti Omnis Corypeo / vetusta haec teca / demonium fuga aegris asylum / ad felicitatis incrementa / sacrum redditura pignus / inter sandalia antiststitis / superesites martyry testes / ossa tegit”.
Il culto nei confronti di questo santo è testimoniato anche dai numerosi pellegrini che arrivavano non solo dalla valle ma anche da Termenago in val di Sole, da Ala, da Sacco, da Nomi, come documentano i graffiti settecenteschi incisi nel marmo e gli ex voto che ancora ornano la cappella.
Autore: Mauro Bonato
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