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† Otranto, 14 agosto 1480
Il 14 agosto 1480, sul Colle della Minerva alle porte di Otranto, ottocento abitanti della città vennero decapitati dalle truppe ottomane per aver rifiutato di rinnegare la fede cristiana. Tra i carnefici che eseguirono la strage, le cronache dell'epoca ricordano un ufficiale turco di nome Bersabei. Secondo la tradizione, questo soldato rimase profondamente colpito dal coraggio dei condannati e da un evento straordinario avvenuto durante le esecuzioni: si convertì pubblicamente al cristianesimo e fu immediatamente messo a morte dai suoi stessi compagni, condannato all'impalamento. La sua figura, conosciuta oggi come San Berlabei, rappresenta uno dei casi più singolari nella storia del martirio cristiano, quello di un esecutore che scelse di morire con le sue vittime.
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Nell'estate del 1480, il sultano Maometto II, il Conquistatore di Costantinopoli, ordinò una spedizione navale verso l'Italia meridionale con l'obiettivo di espandere il dominio ottomano nella penisola. L'ammiraglio Gedik Ahmet Pasha guidò una flotta di circa 150 navi con 18.000 soldati verso la costa pugliese. Il 28 luglio 1480, l'armata ottomana apparve all'orizzonte di Otranto, una piccola ma strategicamente importante città sul tacco dello stivale italiano. L'assedio durò quindici giorni. I difensori, guidati dal comandante Giuseppe Lazzaro, opposero una strenua resistenza, ma la superiorità numerica e l'artiglieria ottomana ebbero la meglio. L'11 agosto 1480, Otranto cadde nelle mani degli invasori.
Il massacro del Colle della Minerva Nei giorni successivi alla conquista, gli ottomani separarono gli uomini dalle donne e dai bambini. Alle donne e ai bambini fu offerta la conversione all'Islam o la schiavitù. Agli uomini, circa ottocento, fu chiesto di rinnegare pubblicamente la fede cristiana e di abbracciare l'Islam. Al loro rifiuto unanime, furono condotti fuori dalle mura cittadine, sul Colle della Minerva, dove vennero sistematicamente decapitati. Il primo a essere giustiziato fu Antonio Pezzulla, un anziano sarto conosciuto come 'il Primaldo'. Le cronache tramandano che, dopo la decapitazione, il suo corpo rimase miracolosamente in piedi fino al termine dell'esecuzione di tutti gli altri condannati, un evento che avrebbe profondamente impressionato i testimoni.
La conversione di Bersabei Tra gli ufficiali ottomani incaricati di eseguire le decapitazioni, le cronache del tempo menzionano un uomo di nome Bersabei (o Berlebei, secondo la trascrizione di Giovanni Albino). Non sappiamo con certezza quale fosse il suo ruolo esatto: alcune fonti lo definiscono 'carnefice', altre 'ufficiale'. Le sue origini, la sua età e la sua storia personale sono completamente ignote. Secondo la tradizione agiografica, Bersabei rimase sconvolto dall'atteggiamento dei condannati, che affrontavano la morte con serenità e fermezza, e soprattutto dall'episodio del corpo di Antonio Primaldo che sarebbe rimasto in piedi dopo la decapitazione. Questo evento, unito alla fede incrollabile degli otrantini, lo avrebbe portato a una conversione improvvisa. Bersabei gettò la scimitarra e si dichiarò pubblicamente cristiano, affermando che la fede dei martiri doveva essere quella 'preferita da Dio', poiché concedeva tali segni. La sua dichiarazione fu un atto di apostasia secondo la legge ottomana, e la condanna fu immediata: venne impalato dai suoi stessi compagni, subendo una delle pene più atroci previste dal diritto militare ottomano.
Le fonti storiche e la questione del nome La figura di Bersabei è documentata in alcune cronache quasi contemporanee ai fatti. Giovanni Albino, autore del De bello Hydruntino, scritto pochi anni dopo il 1480, lo menziona come 'Berlebei'. Giovanni Michele Laghetto completò la sua Historia della guerra di Otranto del 1480 nel 1516, trentasei anni dopo gli eventi, e pubblicò l'opera nel 1518. Anche in queste fonti, l'episodio è riportato come un fatto avvenuto durante il massacro. Il nome 'Berlabei', con cui è conosciuto oggi, è una italianizzazione tarda del nome originale. Alcuni studiosi moderni hanno ipotizzato che possa derivare dal titolo ottomano 'Beylerbeyi', che designava il governatore di una provincia dell'impero, un alto dignitario con poteri quasi assoluti. Tuttavia, questa interpretazione non trova riscontro nelle cronache del XVI secolo, che lo descrivono semplicemente come un esecutore o un ufficiale di rango inferiore.
Gli ultimi anni e la memoria Dopo la morte, il corpo di Bersabei, come quelli degli altri martiri, rimase insepolto sul Colle della Minerva. Tredici mesi dopo, nel settembre 1481, le truppe inviate da Alfonso d'Aragona liberarono Otranto e ritrovarono i corpi dei martiri miracolosamente incorrotti. Le spoglie furono raccolte e deposte nella Cattedrale di Otranto, dove ancora oggi sono venerate. Bersabei non fu mai canonizzato separatamente dalla Chiesa cattolica. La sua memoria è stata sempre associata a quella dei Martiri di Otranto, che furono beatificati da Papa Clemente XIV il 14 dicembre 1771 e canonizzati da Papa Francesco il 12 maggio 2013. A Otranto, tuttavia, la tradizione locale ha conservato il ricordo del 'carnefice convertito'. Esiste una Via Berlabei nella città e, sul Colle della Minerva, un luogo tradizionale è conosciuto come il 'Palo del Martire Berlabei', dove si ritiene sia avvenuto il suo supplizio.
Il culto e la tradizione locale Nonostante l'assenza di un culto liturgico ufficiale separato, la figura di Bersabei ha mantenuto una certa popolarità nella tradizione otrantina. La sua vicenda incarna un tema ricorrente nell'agiografia cristiana: la conversione del persecutore, che da strumento di morte diventa testimone della fede. Tuttavia, la mancanza di documentazione ecclesiastica specifica e di un processo di canonizzazione autonomo rende la sua figura più un elemento della tradizione popolare che un santo riconosciuto dalla Chiesa universale.
La questione storiografica La figura di Bersabei solleva interessanti questioni storiografiche. Le cronache del XVI secolo lo menzionano senza particolari enfasi, come uno dei tanti episodi avvenuti durante il massacro. Solo in epoche successive, soprattutto con l'emergere della devozione per i Martiri di Otranto, la sua vicenda è stata amplificata e arricchita di dettagli agiografici. L'interpretazione moderna che lo identifica con un 'Beylerbeyi' (governatore provinciale) è suggestiva ma priva di fondamento documentario.
Autore: Enrico Quiri
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