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San Michele Nguyen Huy My Medico, martire

Festa: 12 agosto

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Đại Đăng, Vietnam, 1804 circa - Nam Định, Vietnam, 12 agosto 1838

Medico di professione e capo villaggio per incarico, visse in un'epoca di feroce repressione religiosa scatenata dall'imperatore Minh Mang. Invece di usare il potere civile per conformarsi agli editti imperiali e perseguitare i fedeli, lo impiegò come scudo per i propri concittadini cristiani, amministrando la giustizia con equità e curando i malati senza mai chiedere compensi. Arrestato nel 1838, rifiutò ogni compromesso e affrontò la decapitazione con la stessa fermezza con cui aveva servito la sua comunità.

Etimologia: Dall'ebraico Mikha'el, 'Chi e come Dio?'.

Emblema: Palma del martirio, abito tradizionale vietnamita, croce, strumenti medici.

Martirologio Romano: Nella città di Nam Dinh nel Tonchino, ora Viet Nam, santi martiri Giacomo Do Mai Nam, sacerdote, Antonio Nguyen Dich, contadino, e Michele Nguyen Huy Mi, medico, decapitati per Cristo dopo atroci supplizi sotto l’imperatore Minh Mang.


Michele Nguyen Huy My nacque nel 1804 nel villaggio di Dai Dang, situato nella provincia di Ninh Binh, nell'antica regione del Tonchino. La sua infanzia fu segnata da precoci e gravi lutti: rimase orfano del padre all'età di dieci anni e perse la madre appena due anni dopo. Insieme ai fratelli, fu accolto e cresciuto da una zia, la quale si preoccupò di offrirgli un'istruzione solida. Il giovane Michele ebbe l'opportunità di studiare sia i classici della tradizione confuciana sia l'arte medica, una combinazione di saperi che gli avrebbe garantito grande stima nella società vietnamita del tempo. Fin dalla giovane età, si distinse per un carattere serio, riservato e profondamente incline alla pietà religiosa.

L'impegno civile e la famiglia
Intorno ai vent'anni, decise di lasciare il villaggio natale per trasferirsi a Ke Vinh (oggi Vinh Tri), un importante centro cattolico nella provincia di Nam Dinh. Qui si inserì stabilmente nella comunità, sposando Thi Men, figlia di Antonio Nguyen Tien Dich, un rispettato notabile locale. Dalla loro unione nacquero ben otto figli. La vita familiare di Michele fu caratterizzata da una rara armonia: non beveva alcolici, rifuggiva il gioco d'azzardo e si dedicava interamente al lavoro e alla cura dei suoi cari, evitando qualsiasi asprezza nei confronti della moglie.
La sua competenza e la sua rettitudine non passarono inosservate. Quando il villaggio si trovò senza un capo, gli abitanti gli offrirono la carica di cai tong (sovrintendente), ma egli rifiutò. In un secondo momento, fu il vescovo del Vicariato Apostolico del Tonchino Occidentale, monsignor Jean-Marie Havard, a chiedergli di assumere il ruolo di ly truong (capo villaggio o sindaco). Il prelato comprendeva che, in tempi di severe persecuzioni anticristiane, avere un fedele laico e onesto alla guida dell'amministrazione locale avrebbe protetto la comunità dalle angherie dei mandarini imperiali. Michele obbedì e si rivelò un amministratore impeccabile: giudicava le controversie con imparzialità, puniva i colpevoli senza favoritismi e rifiutava sistematicamente qualsiasi tangente o regalo da chi aveva aiutato. Sotto la sua guida, il villaggio godette di una pace e di una sicurezza invidiabili.

L'ora della prova
Il periodo in cui Michele esercitò il suo mandato coincise con l'inasprirsi delle persecuzioni volute dall'imperatore Minh Mang. Il medico e capo villaggio non si limitò a proteggere i fedeli nell'ombra, ma li incoraggiava apertamente a rimanere saldi nella fede. Quando il governatore di Nam Dinh, Trinh Quang Khanh, impose ai soldati cristiani di calpestare la croce per apostatare, Michele, che si trovava lontano, inviò loro una lettera per esortarli a resistere, promettendo che sarebbe presto tornato per condividere la loro sorte.
L'11 maggio 1838, le truppe del governatore cinsero d'assedio Ke Vinh. Sapendo che la fine era vicina, Michele si recò dal suocero, Antonio, e gli disse: 'Padre e figlio condivideranno la stessa sorte. Ciò che Dio ha stabilito è giunto'. Convocato al cospetto del governatore, che pretendeva la consegna dei sacerdoti nascosti nel villaggio, Michele rispose con coraggio che, se le autorità avessero trovato oggetti proibiti o ribelli, lui avrebbe offerto la propria testa, ma che non avrebbe mai tradito i suoi pastori. Immediatamente dopo, i soldati trascinarono fuori il sacerdote Giacomo Do Mai Nam e il suocero Antonio. Michele fu dunque arrestato, bastonato, messo alla gogna e caricato su una barca diretto alle prigioni provinciali di Nam Dinh.

Il martirio
In carcere, le autorità sottoposero Michele a pesanti pressioni psicologiche e fisiche, nel tentativo di fargli rinnegare la fede e calpestare il crocifisso. Ogni tortura, tuttavia, non fece che consolidare la sua risolutezza. Il 12 agosto 1838, giunse da Hue la conferma ufficiale della condanna a morte firmata dall'imperatore. Quella mattina, Michele, il sacerdote Giacomo e il suocero Antonio poterono confessarsi e ricevere l'Eucaristia. Condotti al patibolo di Bay Mau, affrontarono la decapitazione con la serenità di chi ha compiuto il proprio dovere fino in fondo, unendo il loro sacrificio a quello di Cristo.

Culto e memoria
Il sacrificio di Michele Nguyen Huy My e dei suoi compagni lasciò un segno indelebile nella Chiesa del Vietnam. Il processo di beatificazione prese il via già nel XIX secolo, culminando con il decreto di Leone XIII del 27 maggio 1900. Quasi un secolo dopo, il 19 giugno 1988, papa Giovanni Paolo II lo canonizzò a Roma insieme ad altri 116 compagni, nel gruppo noto come i Santi Martiri del Vietnam. La sua memoria liturgica ricorre il 12 agosto, giorno del suo dies natalis, mentre il 24 novembre la Chiesa universale celebra l'intero gruppo di questi eroici testimoni della fede asiatica.

Curiosità
Prima di recarsi incontro all'arresto che lo avrebbe portato al patibolo, Michele volle testare la forza spirituale della sua famiglia. Chiese a sua moglie: 'Se io ottenessi la grazia del martirio, saresti d'accordo e ne saresti felice?'. La donna, con altrettanta fede, rispose senza esitazione: 'Se mio marito riceve una grazia così grande, ne sarò molto felice'. Questo dialogo, tramandato dagli atti del processo canonico, rivela il clima di profonda spiritualità che permeava la sua vita domestica.


Autore:
Enrico Quiri

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Aggiunto/modificato il 2026-08-04

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