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Beato Niceforo di Gesù e Maria (Vincenzo Díez Tejerina) Sacerdote passionista, martire

Festa: 23 luglio

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Herreruela de Castillería, Spagna, 17 febbraio 1893 - Manzanares, Ciudad Real, Spagna, 23 luglio 1936

Niceforo di Gesù e Maria fu un sacerdote passionista che concluse la propria vita con il martirio durante la persecuzione religiosa scoppiata in Spagna negli anni della guerra civile. Nato nel 1893 nella provincia di Palencia, entrò giovanissimo nella Congregazione della Passione, assumendo il nome religioso di Niceforo. Sacerdote dal 1916, dedicò gran parte della sua vita alla formazione religiosa, alla predicazione e al servizio delle comunità passioniste, svolgendo anche attività missionaria in Messico e negli Stati Uniti. Nel 1936 era superiore provinciale dei Passionisti e responsabile della comunità di Daimiel, in provincia di Ciudad Real, composta soprattutto da giovani religiosi in formazione. Nella notte tra il 21 e il 22 luglio, quando il clima di violenza contro gli istituti religiosi divenne sempre più grave, la comunità fu costretta ad abbandonare il convento. Padre Niceforo accompagnò i confratelli fino alla fine, sostenendoli con parole di fede e di coraggio. Arrestato insieme ad altri religiosi, fu fucilato a Manzanares il 23 luglio 1936.

Etimologia: Niceforo deriva dal greco Nikephoros e significa 'portatore di vittoria' o 'colui che porta la vittoria'.

Emblema: Abito passionista, croce, palma del martirio.


Vincenzo Díez Tejerina nacque il 17 febbraio 1893 a Herreruela de Castillería, località della provincia di Palencia, nella Spagna settentrionale. Era figlio di Vicente Díez Díez e Balbina Tejerina Andérez. Cresciuto in un ambiente rurale profondamente segnato dalla tradizione cattolica, ricevette una formazione religiosa che orientò presto le sue scelte personali.
Fin dalla giovinezza mostrò interesse per la vita consacrata. La spiritualità passionista, centrata sulla meditazione della Passione di Cristo e sull'annuncio del Vangelo ai più lontani, attirò la sua attenzione e lo condusse verso l'ingresso nella Congregazione fondata da san Paolo della Croce.

L'ingresso nei Passionisti
Nel 1908 Vincenzo iniziò il cammino di formazione passionista presso il noviziato del santuario di Nostra Signora di Angosto, a Villanañe. Il 6 marzo 1909 emise la professione religiosa assumendo il nome di Niceforo di Gesù e Maria.
La scelta del nome religioso richiamava un ideale spirituale preciso: essere un annunciatore della vittoria di Cristo attraverso la fedeltà alla croce. Nella tradizione passionista la contemplazione della Passione non era considerata soltanto un esercizio spirituale personale, ma una sorgente di carità apostolica.
Dopo gli studi filosofici e teologici fu ordinato sacerdote il 17 giugno 1916. Da quel momento iniziò il suo ministero pastorale e formativo all'interno della Congregazione.

L'esperienza missionaria in Messico
Poco dopo l'ordinazione sacerdotale Padre Niceforo fu inviato in Messico, dove i Passionisti erano impegnati nell'attività missionaria.
Il periodo messicano coincise con anni difficili per la Chiesa locale. Durante la persecuzione religiosa promossa dal governo di Plutarco Elías Calles, molti sacerdoti e religiosi furono perseguitati. Anche i Passionisti subirono restrizioni, arresti e provvedimenti di espulsione. Padre Niceforo fu costretto a lasciare il Paese insieme ai confratelli nel 1914.
Questa esperienza contribuì a formare in lui una spiritualità caratterizzata dalla disponibilità al sacrificio e dalla fiducia nella Provvidenza.

Ministero sacerdotale e servizio alla Congregazione
Rientrato in Europa, Niceforo ricoprì diversi incarichi nella Congregazione della Passione. Fu apprezzato come predicatore, formatore e guida spirituale.
La sua attività si concentrò soprattutto nella formazione dei giovani religiosi. I confratelli lo ricordavano come un superiore vicino alle persone, capace di unire fermezza e comprensione.
Nel 1933 aprì una nuova presenza passionista in una zona popolare di Barcellona, segno dell'attenzione missionaria verso gli ambienti urbani e verso le persone più lontane dalla pratica religiosa.

Superiore provinciale e la comunità di Daimiel

Negli anni precedenti la guerra civile spagnola Padre Niceforo divenne superiore provinciale della Provincia passionista della Sacra Famiglia.
La comunità di Daimiel, nella provincia di Ciudad Real, era soprattutto una casa di formazione. Vi vivevano sacerdoti, studenti e fratelli religiosi impegnati nella preparazione al ministero sacerdotale e missionario.
La situazione politica spagnola del 1936 era estremamente tesa. Dopo la proclamazione della Seconda Repubblica nel 1931 erano cresciute le contrapposizioni tra gruppi politici e sociali diversi. L'inizio della guerra civile provocò un'ondata di violenze contro numerosi esponenti religiosi e contro istituzioni ecclesiastiche.

La persecuzione e l'arresto
Nella notte tra il 21 e il 22 luglio 1936 alcuni gruppi armati raggiunsero il convento passionista di Daimiel. La comunità fu costretta ad abbandonare la casa religiosa.
Secondo la testimonianza conservata nella tradizione passionista, Padre Niceforo incoraggiò i confratelli a vivere quel momento come una partecipazione alla Passione di Cristo. Pur consapevole del pericolo, rimase accanto ai religiosi più giovani.
I passionisti furono divisi in gruppi e condotti in diversi luoghi. Alcuni morirono subito, altri nelle settimane successive. Complessivamente i 26 membri della comunità furono uccisi tra luglio e ottobre 1936.

Il martirio di Manzanares
Padre Niceforo fu condotto a Manzanares insieme ad altri cinque confratelli:
- Giuseppe dei Sacri Cuori Estalayo García;
- Epifanio di San Michele Sierra Conde;
- Abilio della Croce Ramos y Ramos;
- Zaccaria del Santissimo Sacramento Fernández Crespo;
- Fulgenzio del Cuore di Maria Calvo Sánchez.
Furono fucilati il 23 luglio 1936. La Chiesa ha riconosciuto nel loro sacrificio un martirio subito per la fedeltà alla fede cristiana e alla consacrazione religiosa.
La data del 23 luglio fu scelta per la memoria liturgica dell'intero gruppo perché coincide con il martirio del primo gruppo guidato dal superiore provinciale Niceforo.

Culto e beatificazione
Terminata la guerra civile, le salme dei martiri passionisti furono recuperate e identificate. Dal 23 aprile 1941 sono venerate nella cripta della chiesa passionista di Daimiel.
Il processo ecclesiastico riconobbe il carattere martiriale della loro morte. Papa Giovanni Paolo II proclamò il martirio il 28 novembre 1988 e li beatificò il 1° ottobre 1989.
La memoria liturgica del Beato Niceforo e dei suoi compagni è celebrata il 23 luglio.

Autore: Giampietro Cattini
 


 

La Spagna, durante la prima guerra mondiale (1914-1918), grazie alla sua neutralità, godette di un periodo di espansione economica. Politicamente, però, cadde in una grave crisi a causa della debolezza della monarchia costituzionale, i frequenti cambiamenti di governi - 13 dal 1917 al 1923 -, le ispirazioni autonomistiche della Catalogna, ma soprattutto la irrisolta tensione tra i grandi proprietari terrieri appoggiati dall'esercito e dalla Chiesa, e la classe operaia imbevuta di idee radicali e socialiste. Il 13 setttembre 1923 Miguel Primo de Rivera (1870-1930), governatore militare della Catalogna, con il consenso del re Alfonso XIII († 1941), sciolse il parlamento e instaurò la dittatura, ma non fu gradita dal popolo spagnuolo. Difatti, essa cadde con le elezioni municipali del 13 aprile 1931, vinte dai sostenitori di un governo repubblicano.
Il nuovo regime fu accettato dai vescovi e da molti cattolici, ma ben presto sfumarono le speranze di pacifica convivenza e collaborazione tra la Chiesa e lo Stato. La politica antireligiosa venne istituzionalizzata dall'art. 26 della nuova costituzione promulgata il 9 dicembre 1931. Sotto la guida di Manuel Azana y Diaz († 1940), il governo decretò, tra infuocati discorsi anticlericali, la separazione della Chiesa dallo Stato, sciolse la Compagnia di Gesù, promulgò la legge del divorzio, proibì ai religiosi di dedicarsi all'insegnamento, e lasciò praticamente all'arbitrio delle autorità municipali il servizio del culto. La S. Sede, tramite il Nunzio Apostolico Federico Tedeschini, cercò di stabilire un proficuo dialogo con il governo repubblicano; l'episcopato spagnuolo il 25 maggio 1933 intervenne collettivamente a motivo della "legge di confessioni e associazioni religiose" definita antigiuridica e attentatrice ai diritti dell'uomo; Pio XI il 3 giugno successivo pubblicò l'enciclica Dilectissima nobis sulla grave situazione della Chiesa in Spagna, ma tutti questi tentativi risultarono del tutto inefficaci. L'organo del partito socialista, il più forte del parlamento, il 18 agosto 1931 aveva avuto la sfrontatezza di scrivere: "Bisogna distruggere la Chiesa e cancellare da tutte le coscienze il suo infamante influsso". A El Socialista fece eco una pleiade di giornali nazionali e provinciali tutti diabolicamente impegnati nel presentare la Chiesa Cattolica come nemica del popolo e del regime repubblicano, immensamente ricca e alleata degli oppressori.
La rivoluzione delle Asturie nell'ottobre del 1934, contro un governo repubblicano di destra sorto da regolari elezioni politiche, produsse le prime vittime tra i sacerdoti e i religiosi. Le successive elezioni del 16 febbraio 1936 portarono di nuovo al potere i partiti di sinistra, coalizzati nel cosiddetto "Fronte Popolare", ma la violenza rivoluzionaria anziché diminuire andò crescendo talmente da mettere a repentaglio la stessa stabilità del governo, incapace di controllare l'ordine pubblico. Per aizzare le masse contro la Chiesa e le sue istituzioni, la massoneria, il partito degli anarchici, dei socialisti più radicali, capeggiati da Largo Caballero († 1946), dei comunisti leninisti, giunsero persino a fare circolare delle accuse di crimini mostruosi, infamanti e assolutamente falsi contro suore, preti e religiosi. Non stupisce, perciò, se durante la guerra civile, i popolani armati, detti miliziani, molte volte pronunciarono frasi come queste: "È un prete, è una suora, ammazziamoli!".
L'opposizione al governo del Fronte Popolare si manifestò subito con una coalizione dei movimenti politici di centro-destra, appoggiati dall'esercito, sotto la guida del generale J. Sanjurjo Sacanell († 1936) e, sul piano politico, dal deputato monarchico Calvo Sotelo al quale non era mancato il coraggio di affermare che il governo non riusciva a controllare le attività dell'estrema sinistra.
Quando costui fu assassinato per mano di elementi di sinistra, il 17 luglio 1936 il presidio di Melilla, nel Marocco spagnuolo, si sollevò. Il pronunciamiento il giorno dopo si estese subito a tutto il territorio nazionale, ma ebbe il sopravvento soltanto nella Galizia, nel Leon, nella Vecchia Castiglia e nella Navarra. Toccherà al generale Francesco Franco Bahamonde (1892-1975), con il consistente aiuto in uomini e mezzi dell'Italia e della Germania, ricomporre Punita nazionale. Fino al 1° aprile 1939, però, la guerra civile sarà condotta con estremo accanimento e con grande brutalità da entrambe le parti, e lascerà sul campo di battaglia non meno di mezzo milione di morti.
Fin dall'inizio della guerra civile i nazionalisti diedero a vedere di possedere unità di comando e di azione, mentre i repubblicani apparivano privi di forza militare e in balia dei comitati operai e anarchici i quali, praticamente, esercitavano tutte le funzioni tanto civili quanto militari.
Tra loro venne a verificarsi, soprattutto nei primi mesi di guerra, una situazione di duplice potere, alla quale pose termine Largo Caballero, soprannominato il "Lenin spagnuolo", con la costituzione nel 1936 di un gabinetto di coalizione. Frattanto, prima del 18 luglio 1936, erano già stati uccisi 17 sacerdoti e religiosi; dal 18 al 31 luglio 861; nel mese di agosto 2077, tra cui 10 vescovi. Dal 18 luglio 1936 al 1° aprile 1939 la Chiesa spagnuola tra i suoi consacrati conterà 6832 vittime di cui 4184 sacerdoti e seminaristi diocesani, 2365 religiosi e 283 suore. Di molti dei martirizzati è stata introdotta la causa di beatificazione.
Tra i primi conventi che i miliziani presero di mira ci fu quello di Daimiel, non molto lontano da Ciudad Real, nella nuova Castiglia, santificato da 31 Passionisti, tra sacerdoti, studenti e fratelli coadiutori, intenti solo alla propria formazione. In quel tempo tra loro, da pochi giorni, si trovava pure il P. Provinciale Niceforo di Gesù e Maria in visita canonica. Costui era nato il 17 febbraio 1893 a Herreruela (Palencia) da Vincenzo Diez e Balbina Tejerina, ferventi cristiani. A 13 anni aveva chiesto di essere ammesso nel collegio che i Passionisti avevano aperto a Penafiel (Valladolid); a 15 anni fu ammesso al noviziato in cui si distinse per il comportamento pio e ubbidiente, e il 17 marzo 1909 alla professione.
Il beato si preparò al sacerdozio studiando successivamente a Penafiel, Corella (Navarra), Toluca (Messico) e a Chicago (USA) dove fu ordinato sacerdote il 17 giugno 1916 con dispensa dall'età. In seguito fu destinato dai superiori al convento di Santa Chiara (Cuba) perché facesse scuola, predicasse, confessasse, e dirigesse il canto. Dal 1921 al 1926, P. Niceforo fu mandato nel Messico perché, a tempo pieno, attendesse alla predicazione di missioni popolari e di esercizi spirituali alle comunità religiose un po' dovunque, giacché possedeva una grazia speciale nell'esporre al pubblico la dottrina cristiana. Quando nel Messico scoppiò la persecuzione contro la Chiesa, egli ritornò a Cuba dove, per sei anni, fu nominato superiore del convento di L'Avana, nella cui chiesa confessò e predicò senza posa essendo molto frequentata dai fedeli.
Nel 1932 il P. Niceforo dovette ritornare in patria perché nel capitolo provinciale era stato eletto primo consultore. Fu incaricato della fondazione di due piccole case della congregazione, ed egli portò a termine il compito ricevuto a Barcellona e a Valenza. Eletto Provinciale, nel 1935 si stabilì a Saragozza. Poco dopo iniziò la visita canonica ai conventi che dipendevano dalla sua giurisdizione in Venezuela, a Cuba, nel Messico e nella Spagna. Giunse in quello di Daimiel poco prima dell'inizio dell'insurrezione dei nazionalisti. Scrisse difatti il 15 luglio 1936 al primo consigliere: "Qui i confratelli stanno tutti bene. Sono però talmente spaventati che di notte non riescono a dormire soprattutto adesso, dopo l'assassinio di Calvo Sotelo, perpetrato dai rossi, satelliti del governo". Ne avevano ben donde. Difatti, nel cuore della notte, tra il 21 e il 22 luglio, alcuni miliziani si presentarono alla loro portineria e dissero: "Per ordine dell'autorità entro mezz'ora dovete abbandonare il convento".
Il P. Niceforo ai 9 sacerdoti, ai 18 studenti e ai 4 fratelli coadiutori che componevano la comunità ordinò di alzarsi, di indossare abiti civili e scendere in chiesa. Prevedeva evidentemente momenti dolorosi per i suoi religiosi. Difatti, dopo avere indossato cotta e stola e fatto recitare loro l'atto di contrizione, impartì a tutti l'assoluzione dai loro peccati, a sua volta chiese al P. Rettore che lo assolvesse dai propri e, quindi, prima di consumare le ostie conservate nel ciborio, disse loro con voce rotta dall'emozione: "Figli miei, questo è il nostro Getsemani... La nostra debole natura si sgomenta e viene meno...; però Gesù Cristo sta qui con noi... Egli fu confortato da un angelo, noi siamo confortati e sostenuti dallo stesso Gesù Cristo... Tra pochi istanti staremo con Cristo... Abitanti del Calvario, animo, a morire per Cristo... Spetta a me incoraggiarvi, e io stesso mi sento stimolato dal vostro esempio a farlo". Consumate le sacre specie, il P. Provinciale disse ai religiosi che li lasciava liberi di agire come sembrava loro più opportuno, poi ordinò che fossero aperte le porte della chiesa, e invitò chi fungeva da "capo" dei miliziani ribelli - circa duecento - a dare ad essi subito la morte se era stato decretato che dovevano morire. "Non vi uccideremo - gli rispose costui - vi condurremo alla stazione dalla quale potrete andare dove vi pare. Del vostro convento ha bisogno il popolo". Furono invece condotti, per vie buie e deserte, in doppia fila, fino al cimitero. Strada facendo ciascuno pregò Dio e la Vergine SS. perché gli concedesse la forza di resistere ai dolori del martirio. I miliziani non li fucilarono, ma dissero loro: "Andate avanti e state attenti a non metter più piede a Daimiel perché allora non risponderemo della vostra vita". La feccia del popolo, aizzata dalla stampa anticlericale, li avrebbe evidentemente aggrediti e massacrati senza pietà.
Ottenuta la insperata libertà, al crocicchio della strada che porta a Bolanos, i Passionisti si fermarono e, dopo avere pregato e ricevuto ognuno 25 pesetas dal Provinciale, decisero di separarsi in quattro gruppi e di raggiungere per vie diverse Madrid. Due di essi si diressero alla stazione ferroviaria del "Campillo", tra Daimiel e Almagro. Il gruppo diretto dal P. Niceforo si era proposto di raggiungere Manzanares; quello diretto dal P. Germano di Gesù e Maria, rettore dello studentato, Ciudad Real. Degli altri due gruppi, uno si sarebbe incamminato verso Malagón, e l'altro verso Torralba.
I due gruppi di Passionisti che giunsero a piedi al "Campillo" nelle prime ore del mattino del 22 luglio il capo stazione diede quattro pani e un po' di baccalà perché si rifocillassero. I profughi gli dimostrarono la propria riconoscenza facendogli dono di quattro crocifissi. Con il treno delle ore 10 partì per Ciudad Real il gruppo di Passionisti guidati dal P. Germano. Vi giunsero verso mezzogiorno, ma alla stazione furono arrestati. Qualcuno telefonò alla prefettura dicendo: "Si trovano qui alcuni sacerdoti che sparano contro il popolo". Diversi miliziani misero una corda al collo ai nove Passionisti che componevano il gruppo, e poi li condussero alla prefettura in fila indiana tra le scomposte grida della plebaglia. Nel passare accanto a una casa in costruzione un forsennato scagliò un mattone contro lo studente Giuseppe Oséz Sàinz di Gesù e Maria, e lo ferì a un orecchio. Essendo privi di documenti, il prefetto diede ordine all'avvocato Antonio Sànchez Santillana, suo segretario, di procurare ad essi un salvacondotto in cui risultasse che erano religiosi passionisti del convento da Daimiel, e che erano diretti a Madrid. Per impedire che fossero linciati nella stazione di Ciudad Real, li fece trasportare con una camionetta a Malagón perché prendessero il treno Badajos-Madrid delle 16.30.
Strada facendo, non fu difficile ai miliziani che infestavano treni e stazioni, riconoscerli per quello che erano dai loro salvacondotti. Giunti a Madrid verso le nove della notte, alla fermata di Carabanchel Bajo li fecero scendere dal treno e li fucilarono rapidamente e senza pietà contro il muro di cinta di una villa. Un certo Patrocinio, che sarà condannato a morte dopo la guerra civile, a massacro compiuto esclamò: "Questa canaglia non farà più del male!". Il signor Sànchez Santillana, nel processo canonico, dichiarò che era rimasto molto ammirato dell'inalterabile serenità di cui quei religiosi avevano dato prova. "Da quello che vidi e toccai con mano, sono pienamente e intimamente convinto che erano stati condannati a morte fin da quando i miliziani li avevano costretti a lasciare il loro convento, e che si trasmettevano per telefono quest'ordine da una stazione all'altra". Secondo il suo parere erano da considerarsi tutti martiri sia perché non avevano opposto resistenza, e sia perché erano stati fucilati in quanto religiosi.
Alla sera di quello stesso giorno, i dodici Passionisti che erano rimasti al "Campino" con il P. Provinciale, presero il treno per Manzanares con la speranza di non essere riconosciuti al loro passaggio di notte per Daimiel. Strada facendo i Passionisti non erano liberi quanto loro sembrava. Coloro che li avevano cacciati dal loro convento ne seguivano i movimenti. Difatti, appena oltrepassarono Daimiel, per telefono un miliziano avvertì un suo collega a Manzanares dicendogli: "Ti mando carne fresca, non lasciarla passare. Stanno per giungere lì i Passionisti di Daimiel".
Appena arrivarono in stazione furono arrestati, condotti in municipio e chiusi per tutta la notte nelle carceri. La mattina dopo furono ricondotti alla stazione perché prendessero il treno delle 6 per la capitale. Mentre il funzionario dava loro il biglietto, uno dei "capi" rossi gli si avvicinò e lo rimproverò con la pistola in pugno per avere facilitato ai religiosi il passaggio per Madrid. Allora il P. Niceforo gli si buttò ai piedi, e lo supplicò di essere clemente per l'impiegato che aveva compiuto il suo dovere. Il gesto di umiltà del santo religioso mandò su tutte le furie il miliziano e la gente che si trovava nella stazione. Inferociti, afferrarono i dodici Passionisti, li condussero in un campo vicino alla stazione e mentre cercavano di scappare, fecero fuoco su di loro come fossero dei cani randagi. Il P. Niceforo cadde a terra ferito, ma con il sorriso sul labbro. Uno degli assassini gli rinfacciò: "Nonostante quello che ti è capitato, ancora ridi? ". E lo freddò con due colpi sparati a bruciapelo. In terra rimasero immersi nel proprio sangue oltre il P. Niceforo, Giuseppe dei SS. Cuori, Epifanio di S. Michele. Abilio della Croce e Zaccaria del SS. Sacramento.
Soltanto verso le ore 10 i morti e i feriti furono raccolti e portati dalla Croce Rossa all'Ospedale. I sopravvissuti al vedersi circondati dalla bontà delle Suore della Carità esclamarono con un sospiro di sollievo: "Siano rese grazie a Dio". Più tardi uno di loro dirà: "Molto dovemmo soffrire, ma quando, mentre ci trasportavano in barella, alcuni dei facinorosi ci percossero con le pantofole di corda, la nostra anima ne rimase piagata". Fulgenzio del Cuore di Maria giunse in ospedale privo di sensi. Appena morì il P.Ildefonso esclamò: "Fortunato lui che ha conseguito la palma del martirio, mentre a noi è sfuggita di mano". Nella notte, pur essendo ferito, il Padre si trascinò come poté accanto al letto del suo vicino che stava per morire e gli diede l'assoluzione. Le suore dell'ospedale avevano nascosto il SS. Sacramento. Per impedirne la profanazione da parte dei miliziani il medesimo Padre ne fece parte tanto alle suore quanto ai confratelli. Fu quella la loro ultima comunione. Il giorno dopo, 24 luglio 1936, i miliziani di Guadalajara (Nuova Castiglia), daranno la morte nello stesso modo e per lo stesso motivo a tre Carmelitane del convento di S. Giuseppe, beatificate da Giovanni Paolo II il 29 marzo 1987: Suor Maria Filar di S. Francesco Borgia, Suor Maria degli Angeli di S. Giuseppe e Suor Teresa di Gesù Bambino.
Dopo la guerra le salme dei 26 martiri Passionisti furono riesumate e identificate. Dal 23 aprile del 1941 sono venerate nella cripta della chiesa del convento di Daimiel. Giovanni Paolo II ne riconobbe il martirio il 28 novembre 1988 e li beatificò il 1° ottobre 1989.


Autore:
Guido Pettinati

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Aggiunto/modificato il 2026-07-16

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