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† Vic, Barcellona, Spagna, 17 agosto 1936
Padre Giulio Aramendía Urquía, nato a Obanos, Navarra, giunse a Vic nell'estate del 1936 per collaborare con il beato Giuseppe Puigdessens allo studio degli archivi della Casa clarettiana, in vista di una biografia di sant'Antonio Maria Claret. Puigdessens, eminente filosofo e studioso, il 20 luglio lasciò il convento della Mercede e si rifugiò presso la sorella, portando con sé Aramendía. Il giorno seguente tentò invano di rientrare nel convento, ormai in fiamme, per salvare alcuni preziosi scritti. Il 25 luglio i due sacerdoti celebrarono la Messa a porte chiuse nella chiesa della Misericordia, ma furono denunciati. Una perquisizione seguì e venne loro intimato di non celebrare più e di non cambiare abitazione. Gli amici di Puigdessens tentarono invano di procurargli la fuga dalla Spagna. Il 17 agosto furono arrestati, condotti presso Manofre e uccisi nei pressi di Can Isern. I loro corpi furono trasportati al cimitero. Furono beatificati il 21 ottobre 2017 nella Basilica della Sagrada Familia di Barcellona.
Etimologia: Giulio, dal latino Iulius, nome della gens Iulia; Giuseppe, dall'ebraico Yosef, 'Dio aggiunga'.
Emblema: abito sacerdotale o veste clarettiana, talvolta con palma del martirio.
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Giulio Aramendia Urquía nacque a Obanos, in Navarra, il 5 dicembre 1900, in una famiglia numerosa. Fu battezzato lo stesso giorno nella parrocchia di San Giovanni Battista e ricevette la Cresima nel 1902. Le testimonianze raccolte sulla sua formazione ricordano una precoce inclinazione religiosa, accompagnata da notevoli capacità intellettuali. Nel 1912, ancora adolescente, entrò nel postulantato clarettiano di Santo Domingo de la Calzada. La sua formazione fu caratterizzata da una particolare attenzione agli studi. Emise i voti religiosi il 15 agosto 1917 e fu ordinato sacerdote il 19 settembre 1925. La Postulazione clarettiana lo presenta come un religioso di buone qualità intellettuali e morali, particolarmente interessato alla vita spirituale e alla conoscenza della tradizione della Congregazione. Nel corso degli anni si affermò soprattutto come studioso di spiritualità. Una testimonianza dell'epoca lo definiva uno degli uomini più competenti e informati nel campo della spiritualità spagnola. Il suo interesse non era però puramente teorico: gli studi erano inseriti nel progetto missionario clarettiano, nel quale la formazione intellettuale doveva sostenere la predicazione e l'annuncio cristiano.
Giuseppe Puigdessens Pujol era nato a Vic il 14 luglio 1877, secondo la documentazione della Postulazione generale clarettiana. Entrò nella Congregazione e vi emise la professione religiosa il 27 luglio 1902. Era già sacerdote dal 29 settembre 1901. La sua personalità si distinse soprattutto per l'ampiezza della preparazione filosofica e teologica. Fu docente e ricercatore e partecipò al dibattito culturale cattolico catalano. Studiò filosofia, teologia e psicologia, approfondendo anche gli orientamenti della psicologia sperimentale. Nel 1920 si recò all'Università di Lovanio, dove seguì corsi di psicologia sperimentale, filosofia e teologia; successivamente soggiornò a Bonn, prima di rientrare in Spagna. La sua fama intellettuale era notevole. Nel 1915 Eugenio d'Ors gli aveva proposto una cattedra di filosofia presso l'Institut d'Estudis Catalans e la collaborazione al progetto di un dizionario filosofico catalano. La proposta mostra il riconoscimento di cui godeva Puigdessens negli ambienti culturali del tempo, al di là dell'ambito strettamente ecclesiastico. La sua produzione comprendeva diversi contributi filosofici. Studi successivi sulla filosofia catalana tra il 1900 e il 1936 ricordano, tra gli altri, suoi lavori sulla decadenza della filosofia, sulle difficoltà della conoscenza umana e sull'attualità di Aristotele. Particolare rilievo ebbe il suo studio su sant'Antonio Maria Claret, Espíritu del Venerable P. Antonio María Claret, Arzobispo y Fundador. Ensayo psicológico, pubblicato a Barcellona nel 1928. L'opera è ancora oggi registrata nella bibliografia ufficiale clarettiana.
L'incontro di due studiosi a Vic Fu proprio l'interesse per la figura di Claret a riunire i due sacerdoti nel 1936. Aramendia, appartenente alla provincia clarettiana di Castiglia, giunse a Vic nell'estate di quell'anno per consultare con Puigdessens gli archivi della casa e collaborare a uno studio sulla santità. Le fonti clarettiane presentano il progetto come un lavoro di carattere storico e spirituale sulla santità e sulla figura del fondatore della Congregazione. Il loro incontro assume così un significato particolare: due sacerdoti di generazioni differenti, entrambi dotati di una solida preparazione intellettuale, si trovarono improvvisamente coinvolti nella persecuzione religiosa che accompagnò l'esplosione della guerra civile.
La persecuzione e la dispersione della comunità Nel luglio 1936 la situazione politica e sociale precipitò rapidamente. La comunità clarettiana di Vic fu costretta a disperdersi. Nel pomeriggio del 20 luglio Puigdessens e Aramendia lasciarono la comunità e si rifugiarono nella casa di Ramona, sorella di Puigdessens, in città. Il giorno seguente tornarono per un breve periodo alla comunità per celebrare la Messa, ma poche ore dopo dovettero nuovamente abbandonarla. La situazione divenne ancora più drammatica quando arrivò la notizia che il convento della Mercede era stato incendiato. Puigdessens, preoccupato per gli scritti che vi aveva lasciato, tentò di recuperarli. I due sacerdoti si recarono sul posto insieme al marito di Ramona, ma il fumo e le fiamme impedirono loro di salvare i documenti. Il particolare è significativo perché mostra quanto la ricerca intellettuale fosse ancora presente nelle loro preoccupazioni anche durante i giorni della persecuzione. Non si trattava soltanto di libri: gli scritti rappresentavano il lavoro di anni e, nel caso di Puigdessens, una parte importante della sua ricerca sulla figura di Claret.
La Messa celebrata clandestinamente Ramona riuscì a procurare ai due sacerdoti un breviario e ottenne dal cappellano della vicina chiesa della Misericordia la possibilità di celebrare la Messa. Aramendia celebrò il 23 luglio e nuovamente il 25, festa dell'apostolo san Giacomo. Le celebrazioni avvennero a porte chiuse e con le necessarie precauzioni. Nonostante questo, i due sacerdoti furono individuati. Il 25 luglio una pattuglia armata si presentò alla casa. Seguì una lunga perquisizione e ai due sacerdoti fu intimato di non celebrare più la Messa e di non cambiare abitazione senza informare il comitato locale. La loro identità sacerdotale era ormai conosciuta e la possibilità di fuga diventava sempre più remota.
Il tentativo di salvare Puigdessens Per Puigdessens furono tentate anche vie diplomatiche. Alcuni suoi amici si rivolsero a Ventura Gassol, esponente della Generalitat catalana e già suo discepolo, perché cercasse di ottenere per lui la possibilità di lasciare la Spagna. L'intervento non ebbe successo. La documentazione disponibile racconta che Puigdessens, mentre attendeva una possibile soluzione, si affidò sempre più alla preghiera e alla meditazione. Questo episodio è importante anche dal punto di vista storico: Puigdessens non era una figura sconosciuta negli ambienti culturali catalani. La sua reputazione di docente e filosofo era tale da avergli procurato rapporti anche con esponenti della cultura e della politica catalana. Tuttavia, nella situazione rivoluzionaria dell'estate 1936, queste relazioni non furono sufficienti a garantirgli la salvezza.
La coscienza del martirio La situazione di Aramendia viene descritta con particolare efficacia dalle testimonianze raccolte dopo la persecuzione. Il giovane sacerdote cercava ancora di continuare il proprio lavoro di studio, ma comprendeva progressivamente che la sua vita era in pericolo. In una conversazione con un confratello espresse il desiderio che, qualora fosse giunto il momento della morte, essa non fosse priva di significato, ma costituisse una testimonianza della sua fede. La frase, divenuta una delle testimonianze più note associate alla sua vicenda, è riportata nelle fonti biografiche clarettiane e nella memorialistica sui martiri. È opportuno, tuttavia, leggere questa testimonianza nel suo contesto. Non dimostra che Aramendia cercasse la morte o rifiutasse ogni possibilità di salvezza. Al contrario, le fonti ricordano che egli tentava di conservare la propria vita. Il suo atteggiamento fu quello di chi, constatato il progressivo venir meno delle possibilità di fuga, intendeva rimanere fedele alla propria fede fino alla fine.
L'arresto e il martirio Nella notte tra il 16 e il 17 agosto una pattuglia tornò alla casa di Ramona. La perquisizione, motivata anche dalla ricerca di una valigia che qualcuno aveva visto trasportare nell'abitazione, si concluse con l'arresto dei due sacerdoti. Furono condotti prima al comitato locale e poi fuori dalla città, lungo la strada di Manlleu. Verso le 3.45 del mattino del 17 agosto 1936 furono uccisi presso il sentiero di Can Isern, nel territorio di Vic, nelle vicinanze della masseria di Manofre. I loro corpi furono lasciati sul luogo dell'esecuzione. Alcune persone si avvicinarono durante la mattinata e, secondo le testimonianze raccolte, li coprirono con un sacco prima che fossero trasportati al cimitero. La morte dei due sacerdoti si inserisce nella più ampia persecuzione religiosa che colpì numerosi membri del clero e delle congregazioni religiose nella Spagna del 1936. La documentazione ecclesiastica relativa alla causa li considera martiri uccisi in odium fidei, cioè per odio alla fede, criterio sul quale si fondò il successivo riconoscimento canonico del martirio.
La causa di beatificazione Aramendia e Puigdessens furono inseriti nella causa dei 109 martiri clarettiani spagnoli, appartenenti alle comunità di Barcellona, Castro Urdiales, Cervera, Lleida, Sabadell, Valencia, Vic e Sallent e uccisi tra il 1936 e il 1937. Il gruppo fu presentato alla Santa Sede attraverso una causa unitaria, guidata da tre figure rappresentative delle diverse forme di vita clarettiana: il sacerdote Matteo Casals Mas, lo studente Teófilo Casajús Alduán e il fratello Fernando Saperas Aluja. Il 21 dicembre 2016 papa Francesco autorizzò la promulgazione del decreto con il quale i 109 furono riconosciuti martiri. La beatificazione ebbe luogo il 21 ottobre 2017 nella Basilica della Sagrada Familia di Barcellona. Il rito fu presieduto dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, in rappresentanza di papa Francesco. Fu la prima beatificazione celebrata nella Sagrada Familia dopo la sua consacrazione e una delle più importanti celebrazioni martiriali riguardanti una singola congregazione religiosa. Il giorno successivo papa Francesco ricordò all'Angelus i nuovi beati, indicando il loro esempio nel contesto della testimonianza cristiana davanti alle persecuzioni.
Autore: Giampietro Cattini
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