Alfonsina nacque ad Acquaviva Platani (Caltanissetta) il 29 settembre 1919, quarta figlia dei coniugi di provata fede Giovanni Buttaci e Giovanna Tagliarini, e fu battezzata il 9 ottobre successivo dal pio sacerdote mons. Cosimo Lanza, morto in fama di santità. Sin da piccola mostrò una spiccata intelligenza e, fra le carezze e le coccole di tutti i familiari, crebbe nella tranquillità, ma, al contrario di quanto potrebbe sembrare, maturò uno spirito umile e generoso. Seguendo l’esempio della mamma, imparò subito ad amare Gesù e la Madonna e, sin da piccola, partecipava alla santa Messa con attenzione, recitava con gran devozione le preghiere quotidiane e aveva una particolare venerazione per Gesù Sacramentato, andando spesso in chiesa a salutarlo e pensando spesso a Lui anche quando era a casa o in giro. Anche la nonna era per lei esempio di santità e andava volentieri a trovarla per imparare da lei le preghiere della tradizione siciliana. All’età di cinque anni iniziò il catechismo e fu così attenta e solerte che il parroco decise di ammetterla alla Prima Comunione benché fosse quasi due anni sotto l’età solita. Persino la famiglia rimase stupita da questa decisione, ma il parroco si disse convinto che la bambina era pronta, assai più di altre più grandi, a ricevere Gesù nella Comunione. Il 21 giugno 1925 poté, così, coronare il suo sogno di ricevere Gesù Sacramentato, in una celebrazione che visse senza distrazioni o pensieri profani, tutta rivolta al suo caro Amore. All’età di sei anni iniziò a frequentare la scuola elementare del paese, dove si dimostrò un’alunna diligente e attenta ai bisogni delle compagne. Se, infatti, notava che qualcuna era svogliata o in difficoltà si premurava subito di farsi vicina a lei, di stringere amicizia e di aiutarla a comprendere l’importanza dell’impegno nello studio per se stessi e per il bene di tutta la società. Nel frattempo iniziò a frequentare più assiduamente la parrocchia, non solo nelle celebrazioni, ma anche negli incontri organizzati dall’Apostolato della Preghiera, a cui appartenevano anche le sorelle. In quell’anno accadde un fatto che colpì molto Alfonsina: un frate francescano, venuto a predicare la devozione ai Luoghi Santi, insegnò ai bambini una preghiera siciliana, nella quale si chiedeva al Signore di donarci la forza di resistere alle tentazioni, perché, come dice san Domenico Savio, meglio la morte che peccare. Pochi mesi dopo un’amichetta di Alfonsina morì e la piccola, pur addolorata per la perdita, maturò l’idea che il Signore aveva accolto quella preghiera e l’aveva portata in Cielo prima che potesse commettere peccati. Si impegnò, quindi, con ancor maggiore forza, a combattere contro le tentazioni e i peccati. L’umiltà che aveva, unita alla generosità, fecero di lei una bambina responsabile e sempre incline alla condivisione. Se le regalavano dei dolci non li teneva per sé, ma li divideva con le sorelle e con le amiche, se le davano dei soldi li riponeva subito nel salvadanaio per poterli poi utilizzare in qualcosa di realmente utile. Era ordinata nelle sue cose e ordinata anche nel suo spirito, seguiva infatti una regola di vita, che la aiutava a progredire, giorno dopo giorno, nel cammino di santità. Il 19 maggio 1929 ricevette la Cresima dal venerabile mons. Giovanni Jacono. Nonostante fosse particolarmente talentuosa sia a scuola che in ogni altra attività, non si inorgogliva mai né si insuperbiva, anzi cercava di mettere i suoi talenti a disposizioni di tutti, per farli fruttificare, come il Signore ci raccomanda nel Vangelo. Come scrisse in un suo quaderno: “Il tempo è dono del Signore. Mi è stato dato perché in esso mi santifichi. E’ un tesoro prezioso“. Queste parole furono la motivazione della sua breve esistenza, e la spinsero a cercare sempre di progredire nella santità, fino a raggiungerne la vetta. Oltre al grande amore per Gesù Sacramentato, Alfonsina coltivava anche una filiale devozione per la Madonna, e attendeva sempre con trepidazione il mese di maggio, durante il quale si svolgevano grandi e partecipate celebrazioni in onore della Vergine Santissima: “Maggio è il più bel mese – scriveva -, aspettato da tutta la natura: persone, animali e piante. Appunto perché è il più bello, la Chiesa l’ha dedicato alla Vergine Maria, la creatura più eccelsa“. Nutriva costantemente il suo spirito con la lettura di libri edificanti, fra i quali l’Imitazione di Cristo, con la Comunione quotidiana, con la meditazione e la preghiera, con la partecipazione attiva all’Azione Cattolica, nella quale è eletta vice-delegata delle Beniamine, compito che svolge con grande affetto e cura nei confronti delle piccole partcipanti. Partecipava anche a varie iniziativa di respiro più ampio come la Giornata per le Vocazioni, la raccolta di offerte per il Seminario, le Opere Missionarie e via dicendo. Dimostrando grande maturità non rispose subito all’invito ma prese tempo per decidere, studiando bene le Regole e la spiritualità, che sarebbe stata chiamata ad osservare, perché, come diceva, “non voglio essere francescana solo di nome“. Il 21 marzo 1935, insieme alla madre, entrò nel Terz’Ordine, nella Congregazione Santa Margherita, assumendo il nome di suor Cherubina, iniziando così l’anno di noviziato, fatto di studio, riflessione e preghiera. Fu un anno importante e la decisione di coronarlo con la professione non fu presa alla leggera da Alfonsina, che, con grande umiltà, non si riteneva degna di tale passo e, solo dopo le rassicurazione del suo direttore spirituale, che la trovò pronta e matura, accettò di fare la professione il 25 marzo 1936. Alfonsina aveva un carattere molto gioviale, le piaceva intrattenere amici e parenti con scherzi e battute, giocava volentieri, cantava e danzava, ma, nonostante ciò, aveva sempre un portamento umile e semplice e non esibiva mai la sua bellezza, che pure non passava inosservata nel paese, tanto che si disse che lo scultore chiamato a restaurare la Madonna patrona del paese si fosse ispirato a lei per aggiustare i difetti della statua originale. E, come sappiamo, un cuore pieno d’amore per il Signore non può che risplendere di carità: Alfonsina non perdeva occasione per esercitare questa grande virtù. In casa aiutava sempre la madre e le sorelle, scegliendo spesso i lavori più pesanti; in parrocchia e nelle colonia si dedicava con tutto il cuore ai bambini, occupandosi di quelli più bisognosi, e lo faceva con così tanto amore, che non di rado il suo tenero cuore veniva trafitto dalla costatazione delle tante sofferenze che affliggono il mondo. E dinanzi a tali sofferenze ella usava l’unica vera medicina: l’amore, facendosi amica, sorella, madre di chi bisognava di un sorriso o di una carezza. Proprio esercitando la carità si mise al capezzale di una cuginetta, affetta da tifo, per curarla in quella terribile malattia, che condusse la piccola alla morte in breve tempo. Anche Alfonsina si ammalò e fu costretta a letto, accogliendo con lo spirito del Getsemani quella croce, che le veniva data. Alla mamma che la invitava a pregare la Madonna perché la guarisse rispose: “No, io prego perché si compia la volontà del Signore“. Dal suo letto continuò a dare a tutti l’esempio di una vita fatta di carità e di amore per il Signore. “Il Crocifisso – come testimoniò chi la vide in quei giorni – fu il suo conforto, il sollievo sul letto dei suoi dolori; bastava guardarla com’ella imprimesse i suoi baci al Cristo Crocifisso, per comprendere che la sua vita fu un continuo studio, amore e imitazione di Gesù dolorante“. Quando seppe che una sua amica, ammalata anch’essa di tifo, si era aggravata pregò subito il Signore e quella migliorò e guarì. Il 24 ottobre 1937 ricevette l’Unzione degli Infermi e il Viatico, poi, con le mani giunte si mise a parlare con il Signore come se lo vedesse, era la Giornata Missionaria e Alfonsina volle offrire i suoi dolori per la conversione dei popoli che non conoscono il Signore, per la conversione dei peccatori e per la pace universale. Ormai consapevole della fine vicina volle salutare tutte le sue amiche, le consorelle del Terz’Ordine, i familiari, per tutti ebbe una parola di consolazione e di affetto, a tutti lasciò l’impressione che moriva una santa. Il 27 ottobre, mentre suonava l’Avemaria della sera, il sac. Profita iniziò la recita dell’Angelus, quando intonò l’Ecce ancilla Domini Alfonsina non rispose, rimase in silenzio un attimo, poi invocò i nomi di Gesù e Maria e, chinato il capo, spirò. Come disse lo stesso sacerdote: “S’è spenta dolcemente come un roseo tramonto, tra le preci sommesse degli astanti, tra le lacrime di quanti l’amavano“. Ai funerali fu presente l’intero paese, tutto unito nel rendere omaggio alla giovane santa, che venne, poi, sepolta nel cimitero comunale. Come Teresa di Lisieux, a cui era molto devota, Alfonsina si è santificata nella piccola via della quotidianità di una ragazza della prima metà del ‘900, fra le faccende di casa, lo studio, la preghiera, la parrocchia, ma, soprattutto, nella carità, che operò sempre, in ogni situazione della sua vita. E, siccome, come ci dice san Paolo, la carità non muore, anche il suo nome rimane come segno vivo dell’immensità dell’Amore di Dio, che, in ogni luogo e in ogni tempo, fa fiorire la santità per adornare questa nostra terra.
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Fonte:
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giovanisanti.wordpress.com
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