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Emilia Vergani Madre di famiglia

Festa: Testimoni

1949 - 2000


Ho avuto tante occasioni per incrociare la strada di Emilia: come madre di tre miei alunni in primo luogo, come fondatrice di In-Presa – un’opera di carità e insieme una scuola assolutamente originale – e semplicemente come persona con cui scambiare quattro chiacchiere nelle circostanze più diverse della vita. Non posso dire di aver vissuto con lei un’amicizia personale, ho però lavorato per cinque anni a In-Presa, dove tutto parla di Emilia, un’opera che ci impone di fare i conti con l’impronta che ha lasciato su questo luogo che ha fondato e poi guidato per tanti anni. 
Provo a descrivere la traccia che Emilia ha lasciato in me, consapevole del bene ricevuto da chi mi ha chiesto di farlo e del fatto che le parole che nascono dalla vita hanno il dono incomparabile di rendere stabile e viva la memoria della presenza di Cristo nella mia storia, una presenza fatta di persone che gli appartengono.
Mi limiterò a raccontare della sua presenza a In-Presa, della forma che ha saputo dare a un’opera di carità che è anche una scuola e di una scuola che è in primo luogo un’opera di carità.
Sul suo Diario si leggono queste parole, capaci di imporre immediatamente l’evidenza di un cammino comune: «Non potremo mai essere sufficientemente grati a Dio per averci fatto incontrare il Movimento». Io lo ho incontrato nel settembre del 1962, avevo 14 anni, e già al secondo incontro cui ho partecipato mi sono accorto che quel gruppetto di persone con cui mi ero trovato inaspettatamente coinvolto era una realtà talmente adeguata alle mie esigenze di ragazzino che stava scoprendo la vita, e che era impetuosamente voglioso di scoprirla, che mi conveniva restarci legato a quattro mandate. Quanto più quei ragazzi che avevo incontrato mi diventavano familiari, tanto più andavo scoprendo una compagnia molto più grande, che chiamavano Gioventù Studentesca, guidata da un prete di nome don Giussani, che consentiva a quei venti amici di essere quello che erano. Con la fragilità di un ragazzino, ma anche con l’intuizione che l’adulto che sarei diventato si giocava a quell’età, cresceva in me una riconoscenza incontenibile: non sarebbe bastata una vita per colmare il bene ricevuto.
Con il senno di poi, la mia era una riconoscenza che è sempre corsa su un crinale sdrucciolevole: da una parte, mi chiedeva di convertirmi, di accettare la proposta di vivere ogni circostanza della vita, perché emergesse pubblicamente Cristo presente fra noi; dall’altra il mio temperamento pragmatico-brianzolo mi spingeva a calcolare la quantità del contributo che ero disposto a dare, impegnato a garantire almeno un bilancio in pareggio con il bene ricevuto. La persona di Emilia, presente ancora oggi nella vita di In-Presa, faceva giustizia di ogni crinale e di ogni scivolosità: l’unica riconoscenza adeguata alla sua presenza, sempre più viva quanto più ci si allontana dal giorno della sua morte, era la decisione libera e quotidiana di convertirmi, restando fedele al cammino chiaramente tracciato da chi guidava il Movimento.
Provo perciò a descrivere i capisaldi di questo cammino di conversione che la presenza di Emilia mi ha dettato e continua oggi a dettarmi.

Sul suo Diario si leggono queste parole: «Non potremo mai essere sufficientemente grati a Dio per averci fatto incontrare il Movimento»

Chi si aggira per i corridoi di In-Presa, che ci stia lavorando o semplicemente per un incontro occasionale, si trova continuamente davanti il volto e lo sguardo di Emilia; la sua foto, sempre uguale, è disposta lungo i corridoi, in posizioni piuttosto nascoste, che non si impongono immediatamente alla vista; il suo non è certo uno sguardo che “buca lo schermo”: i suoi sono occhi che ti prendono in seria considerazione e ti comunicano una solida certezza. Ogni volta che mi trovo a guardarla mi viene alla mente una frase tratta dal suo Diario e scritta da qualche parte nella sede di In-Presa: «Stai tranquillo, la tua ansia non mi manda in crisi; io sono salda qui, in un terreno più saldo di quello dove sei tu. Se ti attacchi, ti tiro dalla mia parte». Sono parole che Emilia diceva a un ragazzo in affido, di un’agitazione e di un’ansia pazzesche, ma sono parole che potrebbero essere dette a me: non sono ansioso e nemmeno agitato, però ho bisogno anch’io di un terreno saldo a cui restare attaccato e quello sguardo mi comunica la certezza che questo terreno esiste ed è accessibile anche a me.
Proprio all'ingresso della scuola si legge l’affermazione di Emilia che più mi provoca ogni volta che mi cade sotto gli occhi, cioè ogni volta che entro a In-Presa. «Quei ragazzi meritano di più. C’è da fargli provare di più della bellezza della vita». Questa frase mi fa nascere ogni volta due domande, che hanno la forza di un pugno nello stomaco. Perché mai questi ragazzi meriterebbero di più? Ed io che c’entro con quello che meritano? Poi mi affretto ai miei impegni quotidiani e le due domande svaniscono, sepolte dalle incombenze del lavoro. Quindi torno a casa e, in genere prima di addormentarmi, tornano a fare capolino e a provocarmi di nuovo. La prima cosa che sempre mi viene in mente è che questi ragazzi, secondo il metro di misura della “gente per bene” – quella che ai tempi della mia giovinezza chiamavamo “i borghesi” – non meritano proprio nulla; uno Stato civile dovrebbe essere in grado di impedirne l’ingresso in Italia o, se ci sono già, di rinchiuderli in “gabbie” dove non possano disturbare il tranquillo tran-tran della convivenza civile. La prima cosa che mi viene in mente, insomma, è che queste parole, che contengono tutto il programma operativo di In-Presa, sono radicalmente controcorrente: «Una cosa dell'altro mondo, in questo mondo». Poi mi trovo a pensare che io ho ricevuto moltissimo, lungo quasi ottant’anni di vita: tante persone, un popolo intero, il popolo dei Cristiani, che mi ha condotto a gustare le bellezze della vita, senza che io ne avessi alcun merito. Se a me sì, perché a loro no? E se altri, gratuitamente, si sono occupati di me, perché io non dovrei portare la responsabilità di questi ragazzi?
In-Presa è un’opera veramente tutta particolare: è un’opera di carità perché si rivolge a ragazzi mediamente borderline, poco e male inseriti nella vita sociale, privi di adulti che si occupino stabilmente di loro; ma è anche una scuola, articolata in decine di corsi diversi, modellati sulle differenti esigenze di ciascun ragazzo. Formalmente è una scuola professionale, cioè dove l’insegnamento ha l’obiettivo di avviare al lavoro (aiuto-cuoco, operatore della ristorazione, operatore elettrico, operatore meccanico e tanto altro), però vi si insegnano discipline scolastiche come Letteratura italiana, Storia, Storia dell’arte, che non hanno di per sé a che vedere con la professione del cuoco né del meccanico. È vero che in ogni scuola professionale si insegnano Italiano e Storia (non Arte), ma lo si fa “per finta”, senza che né i ragazzi né i loro insegnanti, credano che ne valga la pena. A In-Presa, invece, si insegnano molto seriamente e la differenza sta tutta nel fatto che «questi ragazzi meritano di più». Effettivamente questi ragazzi stanno frequentando una scuola di avvio al lavoro, ma in primo luogo stanno frequentando una scuola, che, per essere degna di tal nome, deve avere a cuore che i ragazzi scoprano l’inesauribile attrattiva della realtà, di tutta la realtà in cui si imbattono, e insieme ne tocchino con mano la capacità di essere segno di altro. 

Diceva la fondatrice di In-Presa: «Quei ragazzi meritano di più. C’è da fargli provare di più della bellezza della vita»

Questo «meritano di più» è realmente il fondamento di ogni percorso didattico a In-Presa, nonché il riferimento stabile delle riunioni collegiali e del dialogo quotidiano fra gli insegnanti. E questo genera un modello di scuola veramente originale. A tal proposito, senza volerne descrivere qui, analiticamente, i caratteri portanti, riporto una descrizione particolarmente efficace di In-Presa che si trova nel catalogo della mostra Emilia Vergani, saggia e ardente (Itaca, 2020) alla pagina 28:
«In-Presa è una cosa da diventare matti. Per anni i funzionari regionali, anche volonterosi, anche desiderosi di aiutare un tentativo che evidentemente ha un valore pubblico, non sanno da che parte girarsi. Sono abituati a erogare sussidi e servizi per categorie: per i disabili, per i malati di mente, per i tossicodipendenti, per le scuole per ragazzi svantaggiati, per la formazione professionale. Ma per un’opera che propone di fare scuola presso imprenditori e artigiani, per imprenditori e artigiani che diventano insegnanti e amici, per le ore di scuola ridotte al minimo indispensabile, i laboratori proposti a ragazzi che non riescono a stare sui banchi? In altre parole, per un’opera che parte dalla persona, dalla singola persona (amata e chiamata per nome) che fare? La Giunta della Lombardia, guidata da Roberto Formigoni, riconoscerà il valore di questa e altre iniziative simili sostenendole con un programma sperimentale. Perché la fede, quando è vissuta, entra e spacca le stanche certezze di un mondo che si difende con schemi e chiusure. Allarga l'orizzonte».
Oppure, come dice di In-Presa presentandone il cuore pulsante, Emilia in persona a San Marino, il 7-8 aprile del 2000, nella sua relazione a un convegno di studi sul “Disagio giovanile e diritti educativi nel contesto del nuovo obbligo formativo”:
«Quando abbiamo iniziato questa esperienza, la sfida era mettere in opera un metodo educativo che rendesse possibile il recupero di questi ragazzi, dove per educazione si intende che, per ognuno di loro – a qualsiasi punto di capacità affettiva e di rapporto con la realtà si trovi – sia reso possibile un passo avanti rispetto alla sua maturazione. Educare, secondo quello che abbiamo imparato, è rendere possibile alla persona che si ha davanti, di fare dei passi».
Di scuola ho molta esperienza, ci ho lavorato per più di quarant’anni, dal Liceo Classico alla Scuola Professionale, dall’Istituto Statale a diverse scuole paritarie; dovunque ho avuto la fortuna di imbattermi in persone da cui ho potuto imparare molto e posso dire, senza presunzione, che di scuola un po’ ci capisco. Sono del tutto convinto che il metodo didattico di In-Presa possa essere assunto a modello da qualunque scuola abbia veramente a cuore i ragazzi, anche quelli che, almeno all’apparenza, hanno già preso le misure del comportamento standard richiesto a uno studente e che non sentono l’istituzione scolastica così amica a sé, come capita alla maggioranza degli studenti di In-Presa. 

Scrive ancora Emilia: «Ho capito cosa vuol dire offrire finalmente e, come sempre, è successo improvvisamente, mentre facevo il pangrattato»

Quattro anni fa mi sono seriamente ammalato e mi sono trovato costretto a vivere prevalentemente in carrozzina, con la possibilità di camminare solo ogni tanto, con grande fatica, con il deambulatore. Di fronte alla malattia il mio temperamento pragmatico-brianzolo di cui sopra, che mi spingeva a calcolare la quantità del contributo che ero disposto a dare alle opere del movimento, si è sciolto come neve al sole. Ormai esco pochissimo di casa e le mie risorse operative tendono sempre più a zero. Questo mi ha costretto a riformulare completamente il mio modo di pensare alla mia conversione personale a Cristo. Digrignando i denti e “sparando moccoli”, mi trovo costretto a riconoscere che questa malattia è stata un dono grande perché mi ha costretto a purificare la mia fede. Ho cominciato a chiedere a tutti che cosa significhi offrire le proprie sofferenze a Cristo e un’idea me la sono anche fatta, del tutto insufficiente però a sostenere un’esperienza reale.
Leggendo il Diario di Emilia, mi sono imbattuto in un’esperienza in atto di vita offerta a Cristo, che ha cominciato a consentirmi di intravedere una strada possibile. Per essere più preciso, devo dire che, mostrandomi una strada reale, ha iniziato a chiarirmi le idee sul significato di questa affermazione centrale in duemila anni di storia della Chiesa. Non mi metto a spiegare che cosa ho imparato, mi limito a riportare alcuni passaggi del Diario di Emilia che hanno iniziato a offrire una direzione convincente alla mia ricerca di una risposta. Sinteticamente, oggi, la prima cosa che mi viene in mente, pensando a come offrire a Cristo i miei dolori, è il pangrattato. Scrive Emilia: 

«La lotta tra Dio e il diavolo si svolge nella libertà dell’uomo: l’ho capito bene oggi. Quando patisci una non libertà, una schiavitù, un turbamento affettivo, quando non sei a posto, se offri a Cristo, ripartendo da Lui (che per me è un posto, un senso e un fatto preciso nel mondo), allora la tensione cade. È come se ci si ritrovasse a un livello più basso di lotta, è come se si stesse meglio. Offrire, quindi, per venire fuori umanamente dal malessere del male. Ho capito cosa vuol dire offrire finalmente e, come sempre, è successo improvvisamente, mentre facevo il pangrattato».

«Lasciarsi andare al ritrovarsi diversi, non ostinarsi a mettere a posto l’una, l’altra cosa o a ritrovare nel pensiero il filo delle cose. Il pensiero mi uccide. Ho bisogno di capire questo amore».

«Come è di minuto in minuto che si ama. L’esperienza è nell'istante ed è ciò che vince il totalitarismo del pensiero e la riduzione dell’affezione a immaginazione. Il pensiero totalizzante e l’immaginazione di come potrebbe essere uccidono l’esperienza».

«La pace vera è il riconoscere che Dio ti dà tantissimo e che devo ringraziare per quello che ho. Allora si ribalta tutto e sei libera dall’oppressione degli uomini».


Autore:
Franco Viganò


Fonte:
www.clonline.org

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Aggiunto/modificato il 2025-10-31

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