«In mezzo ai bombardamenti con ogni sorta di armi, le armi in nostro possesso rimangono la fede, il desiderio di pace e la speranza nella risurrezione dopo l’attuale passione». Padre Pierre Al-Rahi, parroco di san Giorgio a Qlayaa, nel Sud del Libano, non poteva immaginare che quelle parole pronunciate ai microfoni dell’emittente cristiana Télé Lumière potessero essere le sue ultime in pubblico. Un’ora più tardi, è tornato con alcuni giovani parrocchiani per soccorrere due abitanti rimasti feriti da un colpo sparato da un carro armato israeliano Merkava, quando è stato raggiunto da un secondo tiro insieme ad altre due persone. Per lui non c’era più niente da fare. Padre Pierre, 50 anni, se n’è andato oggi lasciando una forte testimonianza alle novecento famiglie di Qlayaa – la “piccola fortezza, come indica il suo nome – e alle altre comunità cristiane disseminate in una decina di località lungo tutta la frontiera con Israele. Quattro giorni fa, insieme con i pastori cattolici e ortodossi della zona (oltre a Qlayaa, anche Jdaidet Marjeyoun, Bourj el-Muluk e Deir Mimas), lo si vedeva in un video rivolgere un appello alla popolazione per sollecitarla a non abbandonare la propria terra nonostante l’ordine di evacuazione israeliano. Rivolgeva anche un accorato appello agli abitanti delle località musulmane vicine per chiedere loro di non cercare rifugio nei villaggi cristiani. «Onde evitare di mettere a rischio delle vite altrui», diceva alludendo alla preoccupazione di vedere infiltrarsi elementi irregolari armati. Al carmelitano Michel Abboud, ex presidente di Caritas Libano, che gli chiedeva dagli studi della stessa emittente delle ragioni di fondo che lo spingevano a spronare i suoi fedeli a rimanere in una zona tutto sommato pericolosa e su quale aiuto potesse contare, il sacerdote non aveva dubbi. «Contiamo sull’aiuto del Signore e del nostro santo patrono Giorgio», ha detto prima di aggiungere scherzando, «che, come sai, è un bravo cavaliere». «Questa terra – ha poi precisato – significa molto per noi. Qui, i nostri antenati hanno versato, generazione dopo generazione, sangue e sudore per poterla conservare». Il prete “corregge” poi il carmelitano che lo intervistava. «No, non sono stato io a incoraggiare i fedeli, ma loro a incoraggiare me. L’esperienza della guerra dei 66 giorni nell’autunno del 2024 (tra Israele e Hezbollah, ndr) ci ha insegnato che la decisione di resistere era appropriata al cento per cento». È un momento di dolore per tutte le località cristiane che si trovano lungo la cosiddetta Linea Blu che funge da confine tra Libano e Israele, monitorata – almeno in teoria – dai caschi blu dell’Unifil. Oltre alle quattro località sopra citate della provincia di Marjeyoun, si tratta anche di Alma el-Shaab, in provincia di Tiro, dove un altro cristiano era rimasto ucciso domenica mentre stava nel giardino di casa sua, preso di mira da un drone israeliano. Sami Ghafari, questo il suo nome, aveva 70 anni ed era uno dei 96 abitanti di questa località che si erano rifiutati di ottemperare all’ordine di evacuazione. Nella provincia di Bint Jbeil, nel settore centrale, resistono all’esodo forzato gli abitanti di Rmeish, Ain Ebel, Debel e Qaouzah. È in quest’ultima località che due soldati ghanesi dell’Unifil sono rimasti gravemente feriti lo scorso venerdì in seguito a un attacco israeliano contro la loro base. Se a questi allarmanti episodi si aggiunge che le postazioni dell’esercito libanese hanno ricevuto l’ordine di ridispiegarsi più a nord, non si può non sospettare un piano preciso. Tre giorni fa, i sindaci di queste località hanno sottoposto al nunzio apostolico in Libano, l’arcivescovo Paolo Borgia, una richiesta di protezione simile a quella assicurata dalla Santa Sede nel corso di precedenti cicli di violenza. «I cristiani stanno piangendo per la tragedia e al contempo hanno molta paura», ha dichiarato ieri a Vatican News padre Toufic Bou Merhi, francescano della Custodia di Terra Santa e parroco dei latini a Tiro. «Finora la gente non ha voluto lasciare le proprie case, invece in questa situazione tutto si è capovolto. Lasciare casa vuol dire andare a vivere per strada o cercare di affittare un’altra abitazione, ma la gente non ce la fa, anche per la situazione economica che già viveva il Paese». La voce di Youssef giunge con intermittenti disturbi da Rmeish, situato a meno di due chilometri dal confine. «La morte di padre Pierre ha sparso un clima di paura, dice, ma siamo decisi a rimanere nonostante tutto». Un altro timore è quello di dove affrontare una penuria di cibo e di carburante a causa dell’interruzione delle vie di rifornimento oltre il fiume Litani. Il comune qui ha procurato 20 tonnellate di farina per assicurare la sopravvivenza delle 1.350 famiglie rimaste, alle quali se ne sono aggiunte altre 350 dai villaggi circostanti, e persino alcune siriane. «Vogliamo badare alle nostre case, ai nostri campi di tabacco, ai nostri ulivi o a quel che ne rimane». Nella guerra del 2024, infatti, cinquemila ulivi sono andati distrutti dal fuoco fatto divampare dagli israeliani per fare letteralmente terra bruciata. Papa Leone XIV ha espresso «profondo dolore» per tutte le vittime dei bombardamenti di questi giorni in Medio Oriente, per i tanti innocenti, tra cui molti bambini, e per chi prestava loro soccorso, come padre Pierre El-Rahi, sacerdote maronita ucciso questo pomeriggio a Qlayaa. Il Santo Padre segue con preoccupazione quanto avviene e prega perché cessi al più presto ogni ostilità. «Purtroppo anche la Chiesa è vittima di questa situazione. Non siamo esenti, non siamo immuni dalle sofferenze della popolazione». Così il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, ha commentato l’uccisione di padre Al-Rahi a margine di un evento interreligioso. Questa nuova crisi rischia di svuotare dei cristiani il Medio Oriente? «Non lo temiamo da oggi – ha risposto Parolin –. È un discorso che continuamente la Santa Sede ripete. Il grosso rischio è che la Terra Santa e il Medio Oriente rimanga vuoto dalla presenza dei cristiani. Cosa che non avrebbe senso perché i cristiani sono parte integrante di quella realtà. Il fatto della guerra, della destabilizzazione, dei conflitti, dell’odio che aumenta, non favorisce la presenza dei cristiani. È motivo per insistere continuamente perché si trovino vie pacifiche di soluzione».
Autore: Camille Eid
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