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† Nagasaki, Giappone, 12 luglio 1626
Nel Giappone del XVII secolo, mentre lo shogunato Tokugawa scatena una persecuzione sistematica contro il cristianesimo, la testimonianza di Pietro Arakiyori Chobioye e di sua moglie Susanna si impone come una delle più intense del martirologio giapponese. Sposi, laici, genitori, essi incarnano quella Chiesa domestica che nelle case di Shimabara custodisce la fede e il clero clandestino. Arrestati nell'inverno del 1625, sottoposti a torture di inaudita crudeltà - Susanna in particolare, esposta al gelo con la figlioletta legata alle gambe - affrontano il martirio a Nagasaki il 12 luglio 1626. La loro vicenda, tramandata dalle relazioni dei missionari gesuiti, fu formalmente riconosciuta da Pio IX nel 1867.
Etimologia: Pietro dal greco petra (roccia); Susanna dall'ebraico Shoshannah (giglio)
Martirologio Romano: A Nagasaki in Giappone, beati Mattia Araki e sette compagni, martiri, che subirono il martirio per Cristo. [I loro nomi sono: beati Pietro Arakiyori Chobioye e Susanna, coniugi; Giovanni Tanaka e Caterina, coniugi; Giovanni Nagai Naisen e Monica, coniugi, e il piccolo Ludovico, loro figlio.]
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Pietro e Susanna erano cristiani ferventi residenti a Shimabara, nella penisola meridionale di Kyushu, una delle roccaforti del cristianesimo giapponese. La regione, evangelizzata dai gesuiti a partire dagli anni Settanta del Cinquecento, contava una presenza cattolica significativa e profondamente radicata nelle famiglie. Dopo l'editto di espulsione dei missionari del 1614, la fede non era scomparsa: si era rifugiata nelle case, affidata a catechisti laici e a una rete di famiglie che si scambiavano sacramenti, preghiere e notizie. La casa di Pietro e Susanna era uno di questi nodi della Chiesa sotterranea. I coniugi vi ospitavano stabilmente il fratello coadiutore gesuita Gaspare Sadamatzu, religioso giapponese nato a Hasami nel 1565, entrato nella Compagnia di Gesù nel 1582 e compagno del padre Francesco Paceco nella missione clandestina. L'ospitalità ai religiosi era, nel Giappone delle persecuzioni, un atto di coraggio che esponeva l'intera famiglia al rischio dell'arresto e della condanna capitale.
L'arresto del dicembre 1625 La rete clandestina di Shimabara fu individuata dalle autorità nel dicembre del 1625. Il 18 dicembre una scorta di circa trecento soldati fece irruzione nelle case dei fratelli Mancio e Mattia Araki, parenti di Pietro. Subito dopo, i militari si diressero verso l'abitazione di Pietro e Susanna, quasi contigua. Qui scoprirono la presenza del religioso gesuita Gaspare Sadamatzu e procedettero all'arresto dell'intera famiglia. Pietro, Susanna e i loro congiunti furono condotti nella prigione di Shimabara, dove già confluivano numerosi altri cristiani catturati nella retata. Tra i prigionieri figuravano anche altre famiglie - i Tanaka, i Nagai - destinate a condividere il medesimo destino. Il governatore della città, Tanga Mondo, avviò una campagna di pressioni e torture mirate a ottenere apostasie esemplari, nella convinzione che piegare la resistenza delle donne avrebbe trascinato alla defezione anche i rispettivi mariti.
Il calvario di Susanna Susanna fu scelta come primo bersaglio di questa strategia. Fatta uscire dalla prigione, fu sottoposta a un interrogatorio serrato, alternando lusinghe e minacce. Di fronte alla sua ferma rifiuto di rinnegare la fede, il governatore dispose torture via via più crudeli. Fu dapprima spogliata e condotta per le strade della città a ludibrio della folla, con un capestro al collo. Poi fu appesa per i capelli a un albero e lasciata esposta per otto ore al freddo pungente dell'inverno giapponese. Il supplizio più atroce fu riservato al suo cuore di madre: i carnefici le legarono alle gambe la figlioletta di appena tre anni, anch'essa spogliata e intirizzita dal gelo. Le cronache agiografiche riportano che Susanna, pur nello strazio, pronunciò parole di incrollabile fermezza: «Se invece di una sola vita ne avessi mille da perdere, tutte le perderei prima di commettere la viltà dell'apostasia». Il giorno successivo il governatore raddoppiò i supplizi: le fece versare acqua gelata sulla carne e la sottopose alla tortura dell'acqua, costringendola a ingoiare grandi quantità di liquido per poi comprimerle lo stomaco fino a farla rigettare. Ogni tentativo risultò vano. Susanna fu infine rinchiusa in una rimessa, immobilizzata con un collare di ferro al collo assicurato con una fune al muro. In queste condizioni rimase per oltre sei mesi, fino all'ordine di trasferimento a Nagasaki. Al momento della partenza, le guardie le strapparono definitivamente dalle braccia la bambina.
Il martirio di Nagasaki Giunti a Nagasaki insieme al resto dei prigionieri, i due sposi affrontarono l'atto finale. Il 12 luglio 1626, sulla collina dei martiri, Pietro fu legato a un palo e bruciato vivo. Susanna, dopo aver superato mesi di torture, fu decapitata insieme ad altre donne del gruppo. Con loro morirono in quel giorno, nel medesimo gruppo degli otto martiri di Mattia Araki, anche Giovanni Tanaka e sua moglie Caterina, Giovanni Nagai Naisen con sua moglie Monica e il piccolo Ludovico, loro figlio. Il fratello coadiutore Gaspare Sadamatzu, che Pietro e Susanna avevano ospitato, subì il martirio lo stesso giorno.
Culto e beatificazione La causa dei martiri giapponesi fu riaperta nel XIX secolo, quando la chiusura del Giappone si era conclusa e fu possibile raccogliere in Europa e in Oriente le antiche relazioni missionarie. Pio IX, il 7 luglio 1867, beatificò formalmente Pietro e Susanna Araki insieme a un ampio gruppo di martiri gesuiti e laici giapponesi uccisi tra il 1603 e il 1639. Essi rientrano nel novero più ampio dei 205 Martiri del Giappone, ulteriormente onorati nel 2008 con la beatificazione di un gruppo di 188 martiri celebrata a Nagasaki dal cardinale José Saraiva Martins, prefetto emerito della Congregazione delle Cause dei Santi.
Curiosità - Nel gruppo degli otto martiri di Mattia Araki, di cui Pietro e Susanna fanno parte, compaiono altre due coppie di sposi oltre alla loro: segno che la fede cristiana a Shimabara si viveva primariamente in famiglia. - Il piccolo Ludovico, figlio dei coniugi Nagai Naisen e Monica, era un bambino al momento del martirio: la sua presenza nel gruppo ricorda come l'intera famiglia, inclusa l'infanzia, fosse coinvolta nella persecuzione. - Il fratello coadiutore Gaspare Sadamatzu, ospitato dai due coniugi, era giapponese ed era entrato nella Compagnia di Gesù nel 1582: la sua figura testimonia l'esistenza di un clero autoctono giapponese già ben formato nei primi decenni della missione.
Autore: Enrico Quiri
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