Non si trova una foto che non racconti la gioia profonda di don Francesco Andreoli, salesiano di quasi 37 anni, morto tragicamente in un incidente lungo la Superstrada Pedemontana Veneta all’altezza di Malo (VI) ieri mattina, 25 giugno, mentre accompagnava i ragazzi del Grest per una giornata di svago a Gardaland. Con lui viaggiava anche un giovane animatore, Alberto Fioretto, sedicenne promessa della Novatletica Città di Schio. Alberto viene ricordato per il sorriso e la grande passione: un mix creato da una gioia grande, fatta anche di impegno e determinazione per raggiungere obiettivi precisi. Mai un allenamento perso da quella che l’associazione sportiva di cui era parte definisce “un’anima libera”. Studiava all'istituto Chilesotti di Thiene, era animatore del Grest già da qualche anno e atleta della Novatletica Città di Schio per il mezzofondo. Lascia i genitori e una sorella. Lo avevano salutato ieri mattina, vedendolo partire felice per la gita dell’oratorio, e non l’hanno più visto rientrare. A Schio, città vicentina dalla lunga tradizione laniera ed artigiana, don Francesco era arrivato circa 8 anni fa. Con il suo carisma è diventato subito un riferimento per giovani e ragazzi, ma anche per le famiglie, la comunità civile e religiosa. Sui post che in queste ore lo raccontano, oltre al suo sorriso autentico, rimbalza la sua presenza: c’era sempre, scrivono in tanti. Capace di fare rete, sia nelle realtà ecclesiali che extraecclesiali, era sempre in movimento, fisicamente e nel cuore, perché pieno di un Amore autentico incontrato fin da bambino grazie ai salesiani e alle Figlie di Maria Ausiliatrice. Si è lasciato interrogare da questo Amore e ha capito, un po’ per volta, che lo chiamava a una donazione totale per la Chiesa nella famiglia dei salesiani. Energico, generoso, con lo scherzo e la battuta facili, pronto a raccontare la gioia profonda che lo abitava, don Francesco ha voluto testimoniare sempre la sua scelta per il Signore. Un cammino, il suo, che ha attraversato momenti di dubbio e di ripensamento, ma che si è radicato sempre più nel Signore Gesù incontrato anche nei suoi ragazzi. Un giovane uomo autentico, caratterizzato da un carisma specialissimo, che unificava parole e gesti con una presenza discreta e sicura, che ora fa percepire un grande vuoto. Una presenza che l’ha portato a creare l’esperienza “Unità Pastorale Giovani”: da un paio di anni Salesiani, animatori dei gruppi giovanili e capi scout dei gruppi delle parrocchie della città di Schio condividono alcuni momenti di preghiera e formazione costruiti insieme. Esperienza in cui lui credeva molto e di cui andava fiero. Sempre per i suoi ragazzi. Lo scorso 12 aprile, proprio nell’oratorio di Schio, insieme al Servizio diocesano di Pastorale Giovanile e all’associazione Noi Vicenza aveva organizzato una giornata di formazione per tutti gli educatori dei Grest che in queste settimane sono impegnati con i bambini più piccoli. “Try to see” – Prova e vedrai - era lo slogan. Quasi a dire guarda oltre ciò che vedi. Un po’ come faceva don Francesco che vedeva e immaginava sempre qualcosa oltre, con coraggio ed entusiasmo grandi capaci di trascinare tutti. Un leader buono, che ha a cuore ogni persona incontrata, perché la guarda, la ascolta e la ama. Esattamente come il Maestro che il giovane salesiano aveva deciso di seguire per sempre. Solo domenica scorsa, 24 giugno, proprio per i suoi ragazzi del Grest, don Francesco era riuscito a far arrivare il campione di calcio Gigi Buffon a Schio, perché potesse incontrare bambini e ragazzi. Nella gioia. La stessa gioia che è il filo conduttore di tutta la vita di questo religioso. Per gioia ha scommesso una vita sul Vangelo. Per gioia e nella gioia ha speso i suoi giorni, crescendo insieme ai ragazzi che tanto ha amato. Per gioia, solo per gioia e amore. Tanto che in queste ore, si sentono risuonare parole d’incredulità e una delle frasi di don Bosco che don Francesco ripeteva più frequentemente, quasi in una consegna: «Voglio vedervi felici nel tempo e nell’eternità». Autore: Naike Monique Borgo Fonte: Avvenire
Testimonianza che Don Francesco rilasciò all'Ufficio Nazionale Pastorale Vocazioni della CEI Credo che il pensare alla vocazione salesiana, al diventare salesiano e al diventare sacerdote, sia nato in maniera molto semplice, con il tempo, a partire dall’impegno di animatore in parrocchia. Ho avuto la fortuna di crescere in una parrocchia dove c’erano, come sacerdoti, i Salesiani e, con loro, anche le suore salesiane, le Figlie di Maria Ausiliatrice. Io ho iniziato a frequentare la parrocchia facendo catechismo e facendo il chierichetto, anche se le esperienze più belle poi le ho vissute da animatore: prima come animatore durante l’estate, al Grest, e poi con i gruppi dell’oratorio, gli Amici di Domenico Savio, che erano anche un po’ il catechismo che noi facevamo in parrocchia. Credo che due siano state le esperienze che, più di tutte, hanno iniziato a farmi pensare. Prima di tutto, il rendermi conto di quanto Dio avesse a cuore la mia vita. Questo è avvenuto ricevendo, un po’ alla volta, la responsabilità dei ragazzi, del gruppo, delle attività, e sentendo che si fidavano di me. La seconda esperienza è stata riconoscere che c’erano persone dedicate a me, che si sono interessate a quello che stavo vivendo. Penso in particolare a una suora, che è diventata un po’ la persona con cui abbiamo iniziato a confrontarci e a vedere quali potevano essere le scelte importanti. Con lei è nata una confidenza molto importante. Credo che queste due esperienze abbiano fatto la differenza: da una parte, la responsabilità sui ragazzi, il farsi carico delle loro difficoltà e l’iniziare davvero a prendere sul serio il loro cammino di vita e di fede; dall’altra, l’avere qualcuno che si è preoccupato e si è preso cura di me. Da lì credo siano nate le prime domande: che cosa c’entra Dio con la mia vita? E ho riconosciuto che, a partire da quelle fatiche che i ragazzi vivevano, tante volte io non avevo risposte, ma potevo mettere realmente nelle mani di Dio quelle che erano le fatiche dei miei ragazzi. Da lì è rinata la mia fede: quello che mi avevano detto di Dio era proprio vero, e Dio si prendeva cura di me. Da lì poi ho iniziato a dire: perché io non posso fare questo per tutta la vita? Vedendo questa suora, dicevo: se mi devo pensare da grande, voglio essere felice così. Da lì l’idea di diventare animatore per sempre si è trasformata in: potrei iniziare a pensare di diventare salesiano. E da lì il cammino si è approfondito ed è diventato: posso davvero dare la mia vita nelle mani di Dio per farmi carico della felicità dei ragazzi a cui mi manderà? Credo che il momento in cui ho sperimentato la felicità più grande sia stato anche il momento in cui ho sperimentato la fatica più grande. L’anno in cui ho scelto di fare la professione perpetua è stato l’anno in cui, più di tutti, pensavo in realtà di lasciare la Congregazione, perché non mi sentivo al mio posto. Dovevo scegliere se fare la professione perpetua oppure no, e quell’anno tutto mi sembrava dire che ero fuori posto: per il modo che avevo di fare, perché mi sembrava di non riuscire a stare dentro quelle che potevano essere le richieste che mi venivano fatte. Confrontandomi con la guida spirituale, quello che ha fatto la differenza è stato dire: io non ho mai barato nella vita fino ad adesso; la felicità e l’entusiasmo che ho sperimentato erano sinceri. Questa certezza mi ha portato a riconoscere che ero nel posto giusto e che tante paure erano forse il frutto di alcune incomprensioni. Da quel momento la felicità più grande è stata riconoscere una serenità grande nel cuore, riconoscere che la fatica non diceva che non ero al posto giusto, ma che dovevo camminare per crescere. Da quel momento ho detto: sì, essere salesiano è la mia vita, è il mio posto giusto, è il modo migliore che ho per amare. Con questa serenità è arrivata anche la certezza che la fatica non parla di un essere distante dalla vocazione, ma di un cammino da fare, di passi da compiere per convertirsi e amare sempre un po’ di più il Signore e la missione in cui sono stato messo. Mi sembra che i preti, in questo momento, stiano lavorando tanto, anche con tante preoccupazioni, perché è bello riconoscere che la gente continua a fidarsi dei sacerdoti. Credo che soprattutto nei sacerdoti giovani ci siano un entusiasmo, una voglia di far cambiare le cose, una voglia di parlare di Dio molto forti. Mi sembra ci sia anche un desiderio di comunione e una voglia di lavorare insieme, come sacerdoti, come Chiesa, come popolo di Dio, che sono molto grandi. Penso che le sfide che abbiamo davanti siano grandi e ogni tanto generino anche un po’ di paura, perché credo che, come suggerisce Papa Francesco, siamo proprio in un’era di cambiamenti. Questo vale molto anche per la Chiesa. Ma la sfida di consegnare questo Signore Gesù, che ha affascinato la nostra vita, la sento molto presente davvero nei sacerdoti, nei sacerdoti giovani e nei confratelli con cui condividiamo la missione e il sacerdozio. Penso che la prima richiesta dei ragazzi sia la presenza. Quello che li manda in tilt è la paura di non essere all’altezza delle aspettative degli altri, di non saper corrispondere magari ai desideri degli adulti, la necessità di fare sempre bene, di non permettersi il lusso di poter sbagliare. Credo che la prima richiesta che ci fanno i giovani sia il coraggio di stare con loro a prescindere da quello che fanno, volergli bene così come sono e, in questo, accompagnarli a raccogliere la profondità che sentono nel cuore. Presenza, ascolto e profondità credo siano un po’ le tre parole che oggi i ragazzi ci consegnano. I ragazzi hanno voglia di essere felici e hanno voglia di vedere un futuro bello, grande. Se vogliamo, si aspettano anche qualcosa di eroico dalla loro vita: poter fare qualcosa di davvero eroico per gli altri, qualcosa che li riempia di entusiasmo e di gioia. E mi sembra che la missione che stiamo portando avanti li accompagni davvero in questo.
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Fonte:
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www.donboscoland.it
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