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Pasqua di Risurrezione del Signore

Festa: 31 marzo (celebrazione mobile) - Solennità

La Pasqua è il culmine della Settimana Santa, è la più grande solennità per il mondo cristiano, e prosegue poi con l’Ottava di Pasqua e con il Tempo liturgico di Pasqua che dura 50 giorni, inglobando la festività dell’Ascensione, fino all’altra solennità della Pentecoste.
La Risurrezione è la dimostrazione massima della divinità di Gesù, non uno dei numerosi miracoli fatti nel corso della sua vita pubblica, a beneficio di tante persone che credettero in Lui; questa volta è Gesù stesso, in prima persona che indica il valore della sofferenza, comune a tutti gli uomini, che trasfigurata dalla speranza, conduce alla Vita Eterna, per i meriti della Morte e Resurrezione di Cristo.

 

Martirologio Romano: In questo giorno, che il Signore ha fatto, solennità delle solennità e nostra Pasqua: Risurrezione del nostro Salvatore Gesù Cristo secondo la carne.

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Per il cristianesimo, la Pasqua è la solennità delle solennità. La festa delle feste per il mondo cristiano. La festa più grande per il cristiano. La Pasqua è il giorno della gioia, del sollievo, del gaudio che sopraggiunge, dopo una fase di dolore e di mestizia. È la dimostrazione reale della divinità di Cristo. È una forza, una energia d’amore immessa, come lievito nella vita dell’uomo o come energia incredibile, che si espande a livelli concentrici fino all’infinito cristico, alimentando e sorreggendo la speranza che anche l’uomo risorgerà, perché le membra seguono la sorte del capo, dal momento che hanno la stessa natura umana (Eb 2, 11). La Pasqua è la festa solenne per eccellenza; è l’alleluia speciale dell’uomo; è il grido di gioia dell’umanità intera. Il motivo: è il “giorno di Cristo Signore”, Creatore Redentore e Glorificatore di tutto ciò che esiste ed è salvabile; è il giorno della Gloria di Cristo, vero Dio e vero Uomo. È contemporaneamente la Pasqua del Signore e anche “nostra Pasqua” presente e futura. Mistero dei misteri!

SIGNIFICATO DEL TERMINE
Il termine greco pascha è la traslazione dell’aramaico phaskha, che corrisponde all’ebraico pesakh. Incerti sia l’etimologia sia il significato.
Nel mondo giudaico, la parola pesakh viene usata con diversi significati. Indica: la festa di pasqua (Es 12,11), che si celebrava tra il 14 e 15 Nisan (Ez 12, 11); l’agnello che veniva immolato in occasione della festa (Es 12, 5. 21); la settimana pasqua-azzimi, dalla sera del 14 Nisan al 21 Nisan, con l’annessa festa ottavaria dei Mazzot, ossia degli azzimi, unificati nel periodo dell’esilio (Lv 23 6-8). L’origine della festa di pasqua è legata alla vita nomade, in corrispondenza del cambio annuale del pascolo, come protezione contro i demoni. In seguito, è stata messa in relazione con l’evento dell’esodo dall’Egitto (Es 12, 21-23); registrando nel tempo diverse modifiche, specialmente quella della riforma di Giosia (621 a.C.), che, da festa delle singole famiglie, venne limitata a Gerusalemme e legata al culto del tempio (Dt 16, 1-6); assumendo, infine, il carattere di pellegrinaggio, come le altre feste (pentecoste e dei tabernacoli).
All’epoca del NT, era la festa più importante dell’anno ebraico. Richiamava a Gerusalemme moltissimi pellegrini di tutto il mondo giudaico (Lc 2, 41; Gv 11, 55). Il banchetto pasquale veniva consumato nelle case private a gruppetti di almeno 10 persone, e cominciava la sera dopo il tramonto del 15 Nisan. La rituale preparazione dell’uccisione degli agnelli avveniva il pomeriggio del 14 Nisan, nel cortile del tempio, ed eseguita dai rappresentanti dei singoli gruppi partecipanti; ai sacerdoti spettava solo aspergere col sangue degli agnelli l’altare dei sacrifici. La festa commemorava la liberazione dalla schiavitù d’Egitto ed esprimeva la gioia per la libertà conquistata, nella prospettiva della redenzione futura da parte del Messia.
Tutti e quattro i vangeli sono d’accordo nel collocare gli ultimi episodi di Gesù - l’ultima cena, l’arresto, l’interrogatorio e la condanna – si sono svolti nel periodo della pasqua (Mc 14; Mt 26-27; Lc 22-23; Gv 18-19). Alcune divergenze: per i sinottici, l’ultima cena fu un banchetto pasquale, di conseguenza, Gesù sarebbe stato preso processato e condannato nella notte di pasqua e crocifisso il giorno seguente; per Giovanni, invece, gli avvenimenti della passione sono avvenuti il giorno prima, in modo da far coincidere la morte di Gesù con l’uccisione degli agnelli pasquali nel pomeriggio del 14 Nisan. Difficile, la soluzione.

VALORE DELLA PASQUA
Per comprendere il valore della pasqua non basta conoscere la storia, ma bisogna entrare nella liturgia che celebra il mistero pasquale. Certo, il mistero pasquale è il cuore del cristianesimo, il nucleo dell’annuncio apostolico, la sintesi del mistero globale di Cristo e di tutta la storia sacra.
Concetto non solo espresso esplicitamente nella Costituzione Liturgica del Vaticano II, ma costituisce addirittura l’intera ossatura del documento riformatore. Difatti, il primo principio generale della natura della Liturgia recita: “Dio ‘vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla conoscenza della verità’ (1Tim 2, 4) [per questo], ‘nella pienezza del tempo, mandò il Figlio suo, il Verbo Incarnato’ (Gal 4, 4), [come] ‘Mediatore con gli uomini’ (1Tim 2, 5), perché la sua umanità fosse strumento di salvezza […]. Quest’opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio […] è stata compiuta da Cristo Signore, specialmente per mezzo del mistero pasquale della sua passione, della sua risurrezione dai morti e della sua gloriosa ascensione” (SC n. 5).
E parafrasando l’art. 10 della stessa Costituzione Sacrosanctum Concilium, si evince che la Liturgia attualizza il mistero pasquale e costituisce il culmen e la fons dell’intera opera di glorificazione di Dio e di redenzione degli uomini, come già scriveva il Cantore dell’Immacolata circa l’Eucaristia chiamandola fundamentum et forma, ossia il fondamento da cui promana tutta la vita della Chiesa e anche la perfezione verso cui tende la stessa vita ecclesiale. “Particolarmente dall’Eucaristia deriva all’uomo, come da sorgente, la grazia, e si realizza la massima efficacia della santificazione degli uomini e della glorificazione di Dio in Cristo” (SC n. 10).
Poiché la Costituzione Liturgica pone al centro di tutta la sua impostazione il mistero pasquale, sembra utile per la sua comprensione distinguere non solo i tre aspetti principali e più importanti - fatto mistero e centralità - ma anche il rito, che ne attualizza gli effetti di grazia.

FATTO PASQUALE
Il fatto pasquale indica l’evento storico e irripetibile della morte e risurrezione di Cristo. In questo modo, secondo anche l’interpretazione della Costituzione Liturgica, la Pasqua non è altro che la festa della morte e risurrezione, mentre l’ascensione chiude il ciclo festivo della glorificazione di Cristo. Liturgicamente, invece, i due avvenimenti della festa vengono celebrati distintamente. Molto importante, perciò, è considerare morte e risurrezione sempre insieme come due aspetti inseparabili della medesima realtà, perché la forza dell’evento storico è meno nella materialità di ciascuna che nel loro intimo legame. Il fatto pasquale, infatti, è il passaggio dalla morte alla vita per Cristo, e dalla morte fisica alla vita dello spirito per i cristiani. I due eventi, pur visti uno alla luce dell’altro, tuttavia quello della risurrezione ha il primato su quello della morte. Questa, la Pasqua di Cristo! E la gloria di Dio!

MISTERO PASQUALE
Nella Pasqua bisogna considerare oltre al “fatto”, anche il mistero pasquale, ossia l’effetto salvifico della storia della salvezza, che Cristo, liberamente morendo e risorgendo, compie a vantaggio degli uomini, suoi simili, creati a sua immagine. Mistero che Paolo utilizza la quadruplice aggettivazione di “larghezza lunghezza altezza e profondità” (Ef 3, 18), per esprimere la globalità del mistero “dell’amore di Cristo” (Ef 3, 19). Del mistero pasquale, la Chiesa, che è la continuazione storica del Cristo, facilita la comprensione della Pasqua descrivendola con tre definizioni: come liberazione, come Agnello pasquale e come glorificazione del Cristo.
 
Come liberazione
È facile il parallelo tra la Pasqua di liberazione del Cristo Messia con quella profetizzata da Mosè nell’Esodo: come Jahvé liberò Israele dalla schiavitù d’Egitto, così Cristo libera il genere umano dalla schiavitù spirituale del peccato e dalla morte. La liberazione esodiaca è di natura politico-sociale, perché libera un popolo senza diritti da un altro popolo che l’opprimeva; quella cristica, invece, spirituale universale esistenziale e definitiva, perché infrange per sempre le catene del potere di Satana, primo nemico di Cristo, che ha rifiutato nella preistoria il disegno d’amore di Dio. La liberazione cruenta di Cristo instaura con l’uomo un nuovo patto, che, fondato sul suo sangue, lo riporta all’originale stato di vita, di luce e di gloria. E, così, in questo modo, il nuovo popolo è “acquistato a lode della gloria di Dio” (Ef 1, 14) col sangue versato da Cristo o dell’“Agnello… senza macchia… e predestinato prima della fondazione del mondo” (1Pt 1, 19-20).

Come Agnello pasquale
Anche per l’immagine dell’“agnello”, l’esemplarità della Pasqua ebraica è d’obbligo: mangiare la pasqua equivale a mangiare l’agnello pasquale. Specialmente in Giovanni, Cristo pendeva dalla croce come un Agnello immolato per i peccati dell’uomo: “Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo” (Gv 1, 29). Anche Paolo, in modo abbastanza plastico, esprime il concetto della vita divina come un’immensa luce che inonda il mondo: “Cristo ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l'immortalità” (2Tm 1, 10)

Cristo glorificato e glorificatore
L’affermazione della glorificazione di Cristo viene descritta da Paolo nel famoso testo ai Filippesi: “Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, […] spogliò sé stesso, [e] apparso in forma umana, umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Ef 2, 5-11).
Nella seconda parte, l’inno presenta Gesù come l'uomo che ha realizzato il progetto originario di Dio e con la sua obbedienza si è fatto solidale con l’intera umanità; e per questo il Padre lo ha esaltato al di là della morte e lo ha costituito Signore del mondo, realizzando il suo piano di salvezza, per tutti, nella storia, cioè comunicare la vita divina all’uomo. Pensiero che trova, sempre in Paolo, conferma che la risurrezione di Cristo è causa di salvezza per l’uomo: “Se confesserai con la bocca che Gesù è il Signore e crederai con il cuore che Dio l’ha risuscitato dai morti, sarai salvo” (Rm 10, 9).
Questo significato della glorificazione di Cristo, espresso da Paolo e da altri testi, viene magistralmente sintetizzato nell’Istruzione all’applicazione dell’ultima riforma liturgica, che orienta il rinnovamento meno sulle riforme esteriori che sul mistero pasquale. Difatti, nel preambolo alla stessa Istruzione Inter Oecumenici, è precisato che la riforma dev’essere “incentrata sulla liturgia, che tenda a far vivere il mistero pasquale, nel quale il Figlio di Dio, incarnato e reso obbediente fino alla morte di croce, è talmente esaltato nella risurrezione e nell’ascensione, da poter comunicare la sua vita divina al mondo. Attraverso questa vita coloro che sono morti al peccato e conformati a Cristo ‘non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per essi’“ (Inter Oecumenici, 26 settembre 1964, n. 6, che cita 2Cor 5, 15).
Ecco l’intento della Liturgia: esprimere nella vita il mistero pasquale. La Pasqua, allora, dev’essere vissuta come una riconoscente celebrazione dell’unica opera salvifica di Cristo, il quale dev’essere esaltare con spirito di fede e di amore, con la partecipazione attiva alla festa che sintetizza tutta la storia della salvezza. Dalla Pasqua di Cristo alla Pasqua personale: “Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! E quando Cristo, vostra vita, si manifesterà, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria (Col 3, 1-4).

Centralità del mistero pasquale
Terzo aspetto della Pasqua, messo in luce dalla riforma liturgica, è la centralità mistero pasquale. Difatti, il mistero pasquale, oltre a esprimere la sintesi dell’intera storia sacra, passato presente e futuro, ma è il centro attorno al quale si fonda, si costruisce e si attualizza tutto il disegno divino, rivelato specialmente da Paolo (Ef 1, 3ss). Il Cantore dell’Immacolata avrebbe detto fundamentum et forma, oppure con la riforma liturgica culmen et fons.
L’idea centrale è una sola: Cristo. In lui si contempla, a cerchi concentrici, ogni ramificazione storica dell’essere, dal più piccolo e insignificante al più grande in dignità e importanza, dal mondo fisico al mondo celeste, dall’ordine naturale all’ordine soprannaturale, a tutto ciò che ha avuto inizio.
In questo significato di centralità, la Pasqua o mistero pasquale si espande dal centro-Cristo all’universo-mondo attraverso la fase antropologica. Così, dalla Pasqua di Cristo, che è unica e irrepetibile, il suo effetto di grazia o mistero pasquale si estende nella storia con la Pasqua della Chiesa, come si accennerà sotto, fino alla Pasqua escatologica ed eterna, che si compirà alla venuta del Signore. Veramente allora la Pasqua di Cristo è sempre contemporanea, secondo la bella interpretazione della lettera agli Ebrei: “Cristo, ieri oggi e sempre” (Eb 13, 8).
Questa, l’origine della teoria del cristocentrismo assoluto universale cosmico ontologico, proposta dal “rappresentante più qualificato della scuola francescana” (Paolo VI, Alma parens, 14 luglio 1966, n. 9).

RITO PASQUALE
Tra le caratteristiche principali della Pasqua, oltre al fatto e al mistero, è da mettere in luce soprattutto il rito pasquale, che ricorda il fatto come memoriale e attualizza il mistero come grazia. Di norma, il “rito” è un segno, mentre il “fatto” è la cosa significata. Giova ricordare: l’evento storico, in quanto personale, non si può ripetere; l’evento di grazia o di salvezza, invece, in quanto effetto del mistero unito a Cristo, che è sempre presente, si può rinnovare e attualizzare. Il “rito”, infatti, è il segno che mette in contatto con il “mistero”, sempre operante in virtù dell’eterno presente di Cristo, che è il punctum temporis: il presente continuato!
Dall’insieme della liturgia cristiana, che è un complesso di segni che significano e realizzano il mistero pasquale della Chiesa, c’è un “rito” per eccellenza, che scandisce l’intero ciclo della Liturgia, sia quello annuale che settimanale e quotidiano. Questo rito pasquale è l’Eucaristia, che, come memoriale della Pasqua del Signore, attualizza la grazia di salvezza compiuta nella morte e risurrezione di Cristo.

Il nuovo rito pasquale
Dopo l’ingresso in Gerusalemme, Gesù, sapendo che era l’ultima Pasqua che celebrava con i suoi e, che, durante la quale, doveva instaurare la nuova Pasqua agisce come si era autodefinito, “signore del sabato” (Mt 12, 8) e, quindi, anche come signore della Pasqua. Sapendo, pertanto, che il giorno di venerdì non poteva celebrare la Pasqua, la anticipa al giovedì, con l’ultima cena.
Che clima doveva regnare nel gruppo! Solo Gesù sa. Tutti gli altri non sanno! Stanno davanti a Gesù, ma non con Gesù, perché non sanno! Gesù è veramente solo! E resta solo per tutto la celebrazione della nuova Pasqua: dal Getsemani (Mc 14, 32-52; Mt 26, 36-56; Lc 22, 39-54) al Golgota (Mc 15, 20-23; Mt 27, 31-34 Lc 23, 26-33; Gv 19, 17-18). E, infine, ancora solo parla col Padre, quando, nel vuoto assoluto dell’ambiente, eleva la famosa “preghiera sacerdotale” (Gv 17, 1-23).
In questo ambiente e con questi riferimenti, si comprende veramente come Gesù stia con i discepoli nell’ultima cena o nella prima nuova Pasqua. È tutto solo e incompreso, nel momento più solenne della storia: l’istituzione del nuovo rito della Pasqua, il mysterium fidei, il mistero della fede cristiana che si proietta per tutti i secoli venturi, fino al giorno in cui “la celebrerà nuova (con voi) nel regno de Padre” (Mc 14, 25).
Prima di continuare storicamente la sua missione verso la Croce, Gesù pronuncia le parole più potenti della storia, come a significare che veramente egli è Signore di “ogni potere in cielo e in terra” (Mt 28, 18): “Fate questo in memoria di me!” (Lc 22, 19; 1Cor 11, 25). Ogni volta, perciò, che il sacerdote celebra il nuovo rito della Pasqua del Signore, l’Eucaristia, si attualizza, come memoriale, l’evento della passione morte e risurrezione di Cristo.
Ecco il nuovo rito! Ecco la nuova Pasqua! Ecco l’Eucaristia: l’eterna realtà della passione morte e risurrezione di Cristo! Ecco l’Eucaristia: vero cibo e vera bevanda che fonda e sostiene la fede dell’uomo, per nutrirlo spiritualmente. Difatti, egli stesso dice: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, e io lo risusciterò nell’ultimo giorno…” (Gv 6, 54-56)
Tutto questo è mistero di fede! Come il gesto onnipotente e amorevole della creazione! Intorno al quale mistero, la teologia si sforza di comprenderlo, ma sembra che ogni sia vano. E, forse, è un bene sia così, altrimenti non sarebbe più mistero. Per questo, la riforma liturgica, con Paolo VI, ha inserito nel cuore della consacrazione il “grido” di gioia e stupore insieme: Mysterium fidei! Mistero della fede!
Come “mistero”, l’Eucaristia ricorda all’uomo che Cristo è a un tempo Uomo e Dio. La sua decisione non è soltanto umana e temporale, ma anche eterna e divina; non è dipendente solo dal tempo che passa, ma appartiene all’eternità che non passa. La Pasqua del Signore, allora, è contemporaneamente realtà temporale ed eterna realtà. Mistero che viene “rivelato” da Cristo stesso, di fronte al quale l’uomo può solo credere o non credere, non c’è altra alternativa. Sembra l’applicazione del loghion (o detto) di Gesù: “Chi non è con me, è contro di me” (Mt 12, 30; Lc 11, 23).
E come nella creazione, Cristo è completamente solo, così anche nell’istituzione dell’Eucaristia è ugualmente solo, pur stando insieme al suo gruppetto di discepoli. È solo, perché lui sa e gli altri non sanno quello che sta facendo. L’istituzione dell’Eucaristia non è soltanto un momento di sacra celebrazione pasquale, ma è per sempre, fino al compimento del regno di Dio, nel quale la festeggerà di nuovo con i suoi nella nuova bellezza della creazione.
In questo mondo, pertanto, il mistero della Pasqua del Signore, espresso efficacemente nell’Eucaristia, attraverso il rito pasquale, sarà rivelato pienamente solo alla fine dei tempi, quando tutto sarà compiuto. Ora bisogna tenerla unicamente per fede e intuirla semplicemente con la speranza, in attesa della nuova magnificenza della creazione di “cieli nuovi e terra nuova” (Ap 22, 1).

La Pasqua della Chiesa
Nell’attesa della Pasqua escatologica, come fine dell’intero mistero pasquale, c’è storicamente la Pasqua della Chiesa, come continuazione della presenza della Pasqua di Cristo, perché Cristo con l’Eucaristia si rende presente alla Chiesa e si offre a essa, nella morte in cui è glorificato. È questa presenza eucaristica che realizza la comunione al Cristo e con Cristo. Ora, la Chiesa in quanto continuazione del mistero di Cristo, assicura e prolunga il mistero pasquale nella storia mediante l’Eucaristia. Per questo, la Costituzione Liturgica afferma che “nell’Eucaristia si fa presente la vittoria e il trionfo della morte di Cristo” (SC n. 6).
L’Eucaristia, come culmen et fons di tutta la vita liturgica, prolunga il mistero pasquale nella Chiesa sia a livello quotidiano che settimanale e annuale. Così, si possono considerare, tre tipi di celebrazione pasquale: la giornaliera, la domenicale e l’annuale.

La Pasqua quotidiana
Al di là dello sviluppo storico, è importante segnalare che il comando di Gesù nell’ultima sua Pasqua - “Fate questo in memoria di me” (Lc 19, 22) – viene quotidianamente applicato con la celebrazione quotidiana della Pasqua o Eucaristia.  Tutto la celebrazione avviene in persona Christi, che rende presente nelle specie eucaristiche la stessa Persona del Cristo, in tutto il suo complesso mistero non solo attraverso il sacrificio della Croce coronato di gloria nei cieli, ma anche con riferimento alla sua preistoria di predestinazione divina nel compiere la volontà di Dio ad extra. In questo senso, la celebrazione dell’Eucaristia è un memoriale del mistero dell’Incarnazione, “le cui origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti” (Mi 5, 1), cioè da sempre, e continua nella storia del nuovo popolo di Dio fino alla consumazione dello stesso tempo per rientrare nell’eternità sempre presente.
Con la celebrazione dell’Eucaristia, (Pasqua quotidiana), la Chiesa ripresenta al Padre il sacrificio della Croce e la gloriosa Risurrezione di Cristo. Questo memoriale pasquale si è arricchito di una struttura, entro cui trovano spazio un complesso di riti che hanno storicizzato e personalizzato sia i gesti che le parole essenziali di Cristo. E poiché la celebrazione è in nome di Cristo che è l’eterno presente, essa ha una triplice dimensione: commemorativa attuale ed escatologica. L’Eucaristia è una celebrazione commemorativa, perché ricorda tutta la storia sacra dell’antico popolo di Dio; attuale, perché il passato rivive come memoriale nel presente del nuovo popolo di Dio; escatologica, perché è anticipazione del più grande avvenimento del futuro, la venuta del Signore nella sua gloria.
Nel suo insieme, la celebrazione dell’Eucaristia abbraccia in unità tutti questi aspetti. La molteplicità dei riti può essere paragonata a un insieme di tasselli di un grande mosaico che riproduce il mistero di Cristo nella sua reale globalità. Per questo l’Eucaristia è il mistero più grande della Chiesa, perché in essa si concentra tutta la storia della salvezza, secondo il disegno divino. In breve, l’Eucaristia quotidiana è la Pasqua del Signore, ma è anche il centro e il cuore della Pasqua domenicale e annuale.

La Pasqua domenicale
Storicamente, la domenica cristiana si afferma anche in rapporto al sabato ebraico. La stretta continuità tra le due Alleanze non viene misconosciuta dalla Chiesa. Alcuni Padri affermano che lo stesso Cristo ha trasferito la festa del sabato al giorno della domenica; altri dicono che tra il sabato e la domenica non c’è alcuna continuità: la cessazione del lavoro al sabato non aveva valore religioso, come, invece, si esigeva nella commemorazione della resurrezione del Signore.
La denominazione fondamentale della domenica come “giorno del Signore” è antico e ha avuto sempre il riferimento al mistero di Cristo Signore, evocando in sé stessa i tre aspetti principali: memoriale della resurrezione che si celebra nella fede; attesa del ritorno del Signore che si vive nella speranza; e presenza attuale del Signore nell’Assemblea che si partecipa nella carità.
La prescrizione del riposo domenicale non appartiene direttamente alla liturgia, ma piuttosto alla legislazione conciliare della Chiesa. Il riposo andava dal tramonto del sabato al tramonto della domenica. Con la possibilità di celebrare la Messa nelle ore vespertine, permessa da Pio XII nella Costituzione Christus Dominus (6 gennaio 1953), si introduce una profonda innovazione nella legislazione relativa alla domenica.
Il concilio Vaticano II ha messo in evidenza molto chiaramente la celebrazione pasquale della domenica. La Costituzione Liturgica, per esempio, lo afferma in più punti: “Ogni settimana, nel giorno a cui (la Chiesa) ha dato il nome di ‘domenica’, fa memoria della Risurrezione del Signore…E seguendo la tradizione apostolica…la Chiesa celebra il mistero pasquale ogni otto giorni, [ossia il] ‘giorno del Signore’ o ‘domenica… Per questo la domenica è la festa primordiale che deve essere proposta e inculcata… come giorno di gioia e di riposa dal lavoro… perché… è il fondamento e il nucleo di tutto l’anno liturgico” (SC nn. 102.106).

La Pasqua annuale
Nella riforma liturgia conciliare, viene ribadito il concetto che la festa annuale della Pasqua non solo è il vertice, ma anche il centro dell’anno liturgico, intorno al quale ruota la celebrazione ciclica dei misteri di Cristo, della Vergine Maria e dei Santi. L’anno liturgico, inteso come il ciclo pasquale, si può dividere in due periodi: l’uno di preparazione, che comincia con l’Avvento: l’altro di prolungamento, che si chiude con l’ottava di Pentecoste. Le suddivisioni interne non intaccano l’unità dell’intero ciclo che è sempre e comunque finalizzato alla solennità della Pasqua.
Il principio che regola la data “mobile” della Pasqua cristiana, secondo la tradizione ebraica, fu stabilito dal Concilio di Nicea (325): la Pasqua cade la domenica successiva alla prima luna piena di primavera (all'epoca dei primi computi l’equinozio cadeva il 21 marzo, che pertanto divenne la data di riferimento). Di conseguenza, la Pasqua cade sempre tra il 22 marzo e il 25 aprile.
L’attuale liturgia della Pasqua annuale deriva sia dalle prime riforme dovute a Pio XII, con i decreti Dominicae Resurrectionis, (9 febbraio 1951), e Maxima redemptionis nostrae mysteria, (16 novembre 1955), con i quali ha fatto rivivere alla Chiesa la solenne veglia della Notte Pasquale Pasquale e i suggestivi Riti della Settimana Santa, che costituiscono il primo passo dell'adattamento del Messale Romano alla mentalità contemporanea; e sia dall’attuazione della riforma conciliare applicata da Paolo VI, con la Lettera Apostolica Mysterii Paschalis (14 febbraio 1969) e con la Costituzione Apostolica Missale Romanum (3 aprile 1969).

Veglia Pasquale
Per antichissima tradizione questa è “la notte di veglia in onore dei Signore” (Es 12, 42), giustamente definita “la veglia madre di tutte le veglie” (Agostino, Discorso 219). In questa notte il Signore “è passato” per salvare e liberare il suo popolo oppresso dalla schiavitù; in questa notte Cristo “è passato” alla vita vincendo la grande nemica dell’uomo, la morte; questa notte è la celebrazione-memoriale del “passaggio” dell’uomo in Dio attraverso il battesimo, la confermazione e l’eucaristia. Vegliare è un atteggiamento permanente della Chiesa, che, pur consapevole della presenza viva del suo Signore, ne attende la venuta definitiva, quando la Pasqua si compirà nelle nozze eterne con lo Sposo e nel convito della vita (Ap 19, 7-9).


La liturgia non è coreografia, né vuoto ricordo, ma presenza viva, nei segni, dell’evento cardine della salvezza: la morte-risurrezione del Signore. Si può dire che per la Chiesa che celebra è sempre Pasqua, ma la ricorrenza annuale ha un’intensità ineguagliabile, perché, come solenne memoriale (ebraico zikkaron), attualizza talmente l’evento da renderlo quasi presente, nel senso che partecipa ai partecipanti al rito i frutti della grazia pasquale. La successione dei simboli, di cui è intessuta la Veglia, esprime bene il senso della risurrezione di Cristo per la vita dell’uomo e del mondo.
Le parti principali dell’Azione liturgica, velocemente.

Liturgia della luce
Attraverso il simbolo della Luce, che è il Cristo risorto, il mondo della tenebra viene attraversato e illuminato gradualmente fino al suo massimo splendore, con l’accensione di tutte le luci della chiesa. In Cristo, si illumina il destino dell’uomo e la sua identità di imago Christi. Il cammino della storia si apre alla speranza di nuovi cieli e nuove terre.
I catecumeni e i battezzati, che la tradizione chiama “illuminati”, per la loro adesione vitale a Cristo-Luce, sanno che la loro esistenza è radicalmente cambiata, perché, con “Cristo primogenito di coloro che risuscitano dai morti” (Col 1, 18), passano “dalle tenebre alla luce ammirabile di Dio” (1Pt 2, 9), dischiudendosi davanti a loro un orizzonte di vita e libertà. Per tutti questi motivi, si innalza il “canto nuovo” (il preconio, il gloria, l’alleluia) come ricordo delle meraviglie operate dal Signore nella storia e come rendimento di grazie per una vita di Luce cristica.


Liturgia della parola

Le 7 letture dell’Antico Testamento sono un compendio della storia della salvezza. Già la quaresima aveva sottolineato che il battesimo è inserimento in questa grande “storia” attuata da Dio fin dalla creazione. Nella consapevolezza che la Pasqua di Cristo tutto adempie e ricapitola, la Chiesa medita ciò che Dio ha operato nella storia. Quella serie di eventi e di promesse vanno riletti come realtà che sempre si attuano nell’“oggi” della celebrazione; sono dono e mèta da perseguire continuamente.

Liturgia battesimale
Il popolo chiamato da Dio a libertà deve passare attraverso un’acqua che distrugge e rigenera. Come Israele nel Mar Rosso, anche Gesù è passato attraverso il mare della morte e ne è uscito vittorioso. Nelle acque del battesimo è inghiottito il mondo del peccato e riemerge la creazione nuova. L’acqua, fecondata dallo Spirito, genera il nuovo popolo di Dio: un popolo di santi, un popolo profetico sacerdotale e regale. Con i nuovi battezzati, la Chiesa fa memoria del suo passaggio pasquale, e rinnova nelle “promesse battesimali” la propria fedeltà al dono ricevuto e agli impegni assunti in un continuo processo di rinnovamento, di conversione e di rinascita.
 
Liturgia eucaristica
È il vertice di tutto il cammino quaresimale e della celebrazione vigiliare. Il popolo, rigenerato nel battesimo per la potenza dello Spirito, è ammesso al convito pasquale che corona la nuova condizione di libertà e riconciliazione. Partecipando al corpo e al sangue del Signore, la Chiesa offre sé stessa in sacrificio spirituale per essere sempre più inserita nella Pasqua di Cristo. Egli rimane per sempre con i battezzati nei segni, perché essi imparino a passare ogni giorno da morte a vita nella carità.
Dentro la struttura e i simboli della celebrazione è possibile leggere il paradigma dell’esistenza cristiana nata dalla Pasqua: Luce, Parola, Acqua, Convito sono le realtà costitutive e i punti di riferimento essenziali della vita nuova. Uscito dal mondo tenebroso del peccato, il cristiano è chiamato a essere portatore di luce; a perseverare nell’ascolto di Cristo morto e risorto, Parola definitiva della storia; a vivere sotto la guida dello Spirito la vocazione battesimale; ad annunciare e a testimoniare nel dono di sé quel mistero di cui l’Eucaristia celebra il memoriale.

La Pasqua del credente
Come cantano i testi dei Prefazi pasquali, la Pasqua di Cristo è anche la Pasqua del cristiano: “Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato” (I prefazio); “Nella morte di Cristo, la nostra morte è stata vinta e nella sua risurrezione tutti siamo risorti” (II prefazio). La comunità cristiana si sente inserita, e, “testimone” del Passaggio di Cristo dalla morte alla vita, rinasce e si rallegra per “la nuova vita che nasce da questi sacramenti pasquali” (preghiera sulle offerte della Veglia): con il Battesimo s’immerge con Cristo nella sua Pasqua, con la Cresima riceve lo stesso Spirito della vita, e nell'Eucaristia condivide il Corpo e il Sangue di Cristo, come memoriale della sua morte e risurrezione. I testi, le letture, le preghiere, i canti: tutto punta a questa gioiosa esperienza della Chiesa unita al suo Signore, esperienza centrata nei sacramenti pasquali.
Questa, la chiave di lettura per una spiritualità cristiana adulta e matura, che deve incentrarsi, più sulla comunione con il Risorto dai morti che nella contemplazione dei dolori di Gesù. Risorgendo, Cristo ha vinto la morte. Questo è veramente il giorno che ha fatto il Signore; il fondamento della fede; l'esperienza decisiva che la Chiesa, come Sposa unita al suo Sposo, ricorda e vive ogni anno, rinnovando la sua comunione con Lui, nella Parola e nei Sacramenti di questa santa Notte di Pasqua.

LA PASQUA ESCATOLOGICA
Come ultimo riferimento pasquale, è necessario accennare anche alla Pasqua escatologica, perché “siamo sati salvati nella speranza” (Tm 8, 24) e attendiamo il compimento di tutte le promesse nel definitivo banchetto pasquale “nel regno di Dio” (Mc 14, 25). Nel banchetto escatologico, non si celebrerà più l’Eucaristia, perché sarà presente tutto il contenuto del rito pasquale: scompariranno i segni, cesseranno i sacramenti e apparirà nella gloriosa bellezza la realtà dell’“Agnello come immolato” (Ap 5, 6), cioè senza senza veli e senza alcuna mediazione. 
Nella grandiosa celebrazione liturgica finale, il Cristo pasquale è inondato dallo splendore del suo trionfo: è la luce perfetta, che viene presentato attraverso visioni immagini e titoli diversi. È come rivestito di “potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore gloria e benedizione…lode onore gloria e potenza nei secoli dei secoli” (Ap 5, 12-13), e, assiso troneggiante e trionfante alla destra di Dio, riceve dagli eletti adorazione e rendimento di grazie.
Nella liturgia della Pasqua escatologica, Cristo viene presentato da Pietro come presente dagli abissi dell’eternità: “come di agnello senza difetti e senza macchia fu predestinato già prima della fondazione del mondo” (1Pt 1, 19-20); mentre Giovanni, come centro dell’Assemblea degli eletti, che su “un mare di cristallo misto a fuoco… stavano in piedi sul mare di cristallo… e cantavano il canto di Mosè… e il canto dell'Agnello” (Ap 15, 2-4).
Con la Pasqua escatologia, ha compimento il piano divino di salvezza, che in Cristo ha il centro e il cuore, il regista e il protagonista, il fondamento e la perfezione.
La Pasqua è un mistero di difficile comprensione.
Un fatto sublime e stupendo!
Un evento straordinario e mirabile!
Di fronte al quale si resta soltanto affascinati e sbalorditi, sorpresi e incantati. Unico atteggiamento: restare in silenzio estatico e contemplativo!
È da accettare e credere con semplicità e purezza di cuore.
La Pasqua è Cristo: unico Mediatore, unico Redentore e unico Glorificatore!

Autore: P. Giovanni Lauriola ofm

 


 

Se il Natale è la festività che raccoglie la famiglia, riunisce i parenti lontani, che più fa sentire il calore di una casa, degli affetti familiari, condividendoli con chi è solo, nello struggente ricordo del Dio Bambino; la Pasqua invece è la festa della gioia, dell’esplosione della natura che rifiorisce in Primavera, ma soprattutto del sollievo, del gaudio che si prova, come dopo il passare di un dolore e di una mestizia che creava angoscia, perché per noi cristiani questa è la Pasqua, la dimostrazione reale che la Resurrezione di Gesù non era una vana promessa, di un uomo creduto un esaltato dai contemporanei o un Maestro (Rabbi) da un certo numero di persone, fra i quali i disorientati discepoli.
La Risurrezione è la dimostrazione massima della divinità di Gesù, non uno dei numerosi miracoli fatti nel corso della sua vita pubblica, a beneficio di tante persone che credettero in Lui; questa volta è Gesù stesso, in prima persona che indica il valore della sofferenza, comune a tutti gli uomini, che trasfigurata dalla speranza, conduce alla Vita Eterna, per i meriti della Morte e Resurrezione di Cristo.
La Pasqua è una forza, una energia d’amore immessa nel Creato, che viene posta come lievito nella vita degli uomini ed è una energia incredibile, perché alimenta e sorregge la nostra speranza di risorgere anche noi, perché le membra devono seguire la sorte del capo; ci dà la certezza della Redenzione, perché Cristo morendo ci ha liberati dai peccati, ma risorgendo ci ha restituito quei preziosi beni che avevamo perduto con la colpa.

Racconto evangelico
Esaminiamo adesso la cronologia degli avvenimenti che seguirono alla morte e sepoltura di Gesù. La sepoltura fu una operazione provvisoria, in quando essendo ormai un’ora serale e si approssimava con il tramonto il Sabato ebraico, in cui è noto era proibita qualsiasi attività, il corpo di Gesù fu avvolto in un lenzuolo candido e deposto nel sepolcro nuovo scavato nella roccia, appartenente a Giuseppe d’Arimatea, membro del Sinedrio, ma ormai seguace delle idee del giovane “Rabbi” della Galilea.
Le operazioni necessarie per questo tipo di sepoltura, che non era l’inumazione nel terreno, e cioè il cospargere il corpo con profumi ed unguenti conservativi e l’avvolgimento dello stesso corpo con fasce o bende (ne abbiamo l’esempio nel racconto di Lazzaro risuscitato dallo stesso Gesù); queste operazioni, dicevamo, furono rimandate a dopo il Sabato dalle pie donne, le quali dopo aver preparato gli aromi e visto dove era stato deposto il corpo di Gesù, alla fine si allontanarono.
Dopo la Parasceve (vigilia del Sabato) quindi appena dopo sepolto Gesù, i sacerdoti ed i Farisei si recarono da Pilato dicendogli che si erano ricordati “che quell’impostore quando era ancora in vita, disse: Dopo tre giorni risorgerò. Ordina dunque che sia vigilato il sepolcro fino al terzo giorno, perché non vengano i discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: È risorto dai morti. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!”.
E Pilato, secondo il solo Vangelo di Matteo, autorizzò il sigillo del sepolcro e dispose alcune guardie per controllarlo.
Trascorso il Sabato, in cui tutti osservarono il riposo, Maria di Magdala, Maria di Cleofa e Salome, completarono la preparazione dei profumi e si recarono al sepolcro di buon’ora per completare le unzioni del corpo e la fasciatura; lungo la strada dicevano tra loro, chi poteva aiutarle a spostare la pesante pietra circolare, che chiudeva la bassa apertura del sepolcro, che era composto da due ambienti scavati nella roccia, consistenti in un piccolo atrio e nella cella sepolcrale; quest’ultima contenente una specie di rialzo in pietra, su cui veniva deposto il cadavere.
Quando arrivarono, secondo i Vangeli, vi fu un terremoto, un angelo sfolgorante scese dal cielo, si accostò al sepolcro fece rotolare la pietra e si pose a sedere su di essa; le guardie prese da grande spavento caddero svenute. Ma l’Angelo si rivolse alle donne sgomente, dicendo loro: “Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”.
Proseguendo con il racconto del Vangelo di Matteo, le donne si allontanarono di corsa per dare l’annunzio ai discepoli. Piace ricordare che anche l’annunzio della nascita di Gesù avvenne tramite un Angelo a dei semplici pastori, così anche la Sua Risurrezione viene annunciata da un Angelo a delle umili donne, che secondo l’antico Diritto ebraico, erano inabilitate a testimoniare, quindi con questo evento che le vede messaggere e testimoni, viene anche ad inserirsi un evento storico nella socialità ebraica.
Lungo la strada lo stesso Gesù apparve loro, che prese dalla gioia si prostrarono ad adorarlo e il Risorto disse loro: “Non temete, andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno”.
Proseguendo nella lettura del Vangelo di Matteo (che è l’unico ad indicare l’esistenza di un drappello di guardie), mentre le donne proseguirono veloci alla ricerca degli apostoli per avvisarli, alcuni dei soldati di guardia, rinvenuti dallo spavento provato, si recarono in città a riferire ai sommi sacerdoti l’accaduto.
Questi allora, riunitasi con gli anziani, decisero di dare una cospicua somma di denaro ai soldati, affinché dichiarassero che erano venuti i discepoli di Gesù di notte, mentre dormivano e ne avevano rubato il corpo, promettendo di intervenire in loro favore presso il governatore, se avessero avuto delle punizioni per questo.
Questa diceria, propagata dai soldati, si è diffusa fra i Giudei fino ad oggi. Se colpa si potrebbe attribuire alle autorità religiose ebraiche dell’epoca, questa riguarda l’ostinazione nello sbagliare anche di fronte all’evidenza, pur di non ammettere l’errore commesso; “quel timore che venga rubato il corpo, quelle guardie al sepolcro, quel sigillo apposto per loro richiesta, sono la testimonianza della loro follia ed ostinazione” (s. Ilario); in realtà tutto ciò servì soltanto a rendere più certa ed incontestabile la Resurrezione.
Quando le donne raggiunsero gli apostoli e riferirono l’accaduto, essi corsero verso il sepolcro, ma Pietro e Giovanni corsero avanti, al sepolcro arrivò per primo Giovanni più giovane e veloce, ma sulla soglia si fermò dopo aver visto il lenzuolo (Sindone) a terra, Pietro sopraggiunto, entrò per primo e constatò che il lenzuolo era per terra, mentre il sudario, usato per poggiarlo sul capo dei defunti, era ripiegato in un angolo, poi entrò anche Giovanni e ambedue capirono e credettero a quanto lo stesso Gesù, aveva detto in precedenza riguardo la sua Risurrezione.
A questo punto, con gli apostoli che se ne ritornano tutti meravigliati e gioiosi verso la loro dimora, riempiti di certezza e nuova forza, termina il racconto evangelico del giorno di Pasqua; Gesù comparirà altre volte alla Maddalena, agli Apostoli, ai discepoli di Emmaus, a sua madre, finché non si avrà la sua Ascensione al cielo; gli Evangelisti raccontano in modo diverso questi avvenimenti connessi con la Resurrezione, ma in sostanza simili nell’insegnamento.

Liturgia e Veglia Pasquale
Adesso è utile descrivere l’aspetto liturgico della Pasqua, che è bene ricordare è il culmine della Settimana Santa, è festa di grande solennità per il mondo cristiano, prosegue con l’Ottava di Pasqua e con il Tempo liturgico di Pasqua che dura 50 giorni, inglobando la festività dell’Ascensione, fino all’altra solennità della Pentecoste.
Dopo il silenzio, penitenza e meditazione del Sabato Santo, la liturgia prevede la grande Veglia pasquale, che è la celebrazione più importante dell’anno liturgico e quella che più esprime la gioia della fede in Gesù Cristo risorto e Salvatore dell’uomo.
La notte nella quale il Signore passa dalla morte alla vita, segna il punto più alto della storia religiosa dell’umanità; fin dai primi secoli, i cristiani l’hanno celebrata con la più grande solennità. Sant’Agostino la chiama “la madre di tutte le veglie sante, durante la quale il mondo intero è rimasto sveglio”.
Nel corso di questa notte, la Chiesa celebrava e celebra la Resurrezione di Cristo, battezzando nuovi cristiani e domandando a coloro che già lo sono, di rinnovare tutti insieme gl’impegni del loro Battesimo.
La Veglia pasquale è una celebrazione complessa ed unitaria, che si svolge in momenti successivi: 1) Liturgia della Luce; 2) Liturgia della Parola; 3) Liturgia Battesimale; 4) Liturgia Eucaristica.
Il rito si svolge nella notte, simbolo della vita, che senza Cristo, è immersa nelle tenebre dell’ignoranza e dell’errore, del peccato e della morte.

LITURGIA DELLA LUCE – Benedizione del nuovo fuoco
La cerimonia si svolge all’esterno della chiesa, tutta oscurata; il celebrante benedice il fuoco nuovo in un braciere, simbolo dello Spirito Santo e della virtù teologale della Carità, infusa in noi nel Battesimo.
Benedizione del cero pasquale
Segue la benedizione del cero pasquale, grande cero che rimarrà acceso durante le cerimonie liturgiche, per tutto il Tempo Pasquale e che verrà spento il giorno di Pentecoste, dopo la lettura del Vangelo; la sua origine sembra risalire al IV secolo.
Il cero viene ornato da cinque grossi grani d’incenso, disposti a forma di croce e dalle lettere dell’alfabeto greco Alfa e Omega, che sono rispettivamente la prima e l’ultima, che alludono a Cristo, principio e fine di tutta la realtà.
Per la benedizione il sacerdote usa questa formula: “Il Cristo ieri e oggi / Principio e fine / Alfa e Omega. A lui appartengono il tempo ed i secoli. A lui la gloria e il potere / per tutti i secoli in eterno. Per mezzo delle sue sante piaghe gloriose, ci protegga e ci custodisca il Cristo Signore”.
Poi il celebrante attinge dal fuoco benedetto, la fiamma per accendere il cero pasquale, mentre pronunzia. “La luce del Cristo che risorge glorioso, disperda le tenebre del cuore e dello spirito”. Il cero rappresenta anche la virtù teologale della Fede, che illumina il cammino di santificazione del cristiano.
Processione d’ingresso
Guidati dalla fiamma del cero pasquale, la processione avanza nella chiesa oscurata, mentre il sacerdote canta per tre volte con tonalità crescenti, le parole: “Lumen Christi” o “Cristo luce del mondo” a cui i fedeli rispondono “Deo gratias” o “Rendiamo grazie a Dio”; ad ogni sosta si accendono progressivamente le candele dei ministri e poi quelle di tutta la chiesa.
Man mano la luce vince le tenebre in un suggestivo simbolismo; la processione è simbolo della virtù teologale della Speranza, del cammino del popolo di Dio nella via della santificazione.
L’annuncio pasquale
Davanti a tutta l’Assemblea cristiana, che tiene la candela accesa in mano, il celebrante o il diacono canta l’Exultet o annuncio pasquale, in cui invita la Chiesa ad innalzare un inno di ringraziamento e di lode al Signore misericordioso, che ha redento l’umanità dal peccato.
Sono note due versioni dell’Exultet, la romana e l’ambrosiana, la cui attribuzione è dubbia, forse fra i probabili autori è compreso anche s. Ambrogio; anche se se ne ha prova fin dal IV secolo a Roma, nella liturgia fu introdotto più tardi, fra il VI e VIII secolo. Al termine, spente le candele e sedutasi, l’assemblea ascolta il canto del ‘Preconio’ da parte del diacono.

LITURGIA DELLA PAROLA
Vengono letti sette brani del Vecchio Testamento, narranti la creazione del mondo, il sacrificio di Abramo, l’esodo dall’Egitto, il passaggio del Mar Rosso e alcune profezie dei profeti biblici; il filo conduttore che unisce queste letture è la notte, sia dell’atmosfera sia del cuore, ma Dio vegliava e dall’oscurità si accese improvvisamente la luce.
Poi viene intonato il canto del ‘Gloria’, con il suono delle campane, l’illuminazione completa della chiesa, il suono dell’organo, tutto simboleggiante l’avvenuta Resurrezione di Cristo e del significato e beneficio che ne è scaturito per gli uomini. Segue il canto dell’Alleluia, che per tutto il periodo della Quaresima era stato omesso nella liturgia, in segno di mestizia per la Passione di Gesù. Infine c’è la lettura del brano evangelico secondo Luca (24, 1-12) che narra la scoperta da parte delle donne e poi degli Apostoli dell’avvenuta Resurrezione.

LITURGIA BATTESIMALE
Viene posto a vista dei fedeli un catino con l’acqua che sarà utilizzata per i futuri Battesimi, compresi quelli, se ve ne sono, di questa santa notte. L’acqua viene benedetta dal celebrante (essa è simbolo del dono della Grazia e della Vita nuova, comunicata da Cristo) dopo la recita delle Litanie dei Santi; la benedizione effettuata con l’immersione del cero pasquale, una o tre volte, è accompagnata da bellissime preghiere del celebrante, che per motivi di spazio non riportiamo, essendo un po’ lunghe.
Seguono le promesse battesimali rinnovate dall’Assemblea, dopo se vi sono dei battezzandi si procede con il Battesimo di essi e al termine tutti i presenti, a ricordo del proprio battesimo, vengono aspersi con l’acqua benedetta. Terminato questo rito, il sacerdote e il lettore recitano la preghiera dei fedeli, omettendo in questa occasione la recita del Credo.

LITURGIA EUCARISTICA
A questo punto la liturgia diventa quella solita della celebrazione della Messa, con Prefazio, preghiere, antifone proprie della festività di Pasqua e si conclude con la solenne benedizione del celebrante.
Durante il giorno della Domenica di Pasqua le celebrazioni delle Messe sono come al solito, ma caratterizzate di solennità.

Storia della Festa – Tradizioni
La datazione della Pasqua, nel mondo cristiano fu motivo di gravi controversie fra le Chiese d’Oriente e d’Occidente, la prima era composta da ebrei convertiti e la celebrava subito dopo la Pasqua ebraica e cioè nella sera della luna piena, il 14 Nisan, primo mese dell’anno ebraico; quindi sempre in giorni diversi della settimana.
Mentre i cristiani convertiti dal paganesimo, la celebravano nel primo giorno della settimana, cioè la Domenica (il Sabato ebraico), questo criterio fu adottato dalla Chiesa d’Occidente. La controversia durò parecchio, coinvolgendo sante ed autorevoli figure di vescovi di ambo le parti, come Policarpo, Ireneo e papi come Aniceto e Vittore I; solo con il Concilio di Nicea del 325, si ottenne che fosse celebrata nello stesso giorno in tutta la cristianità e cioè adottando il rito Occidentale, fissandola nella domenica che seguiva il plenilunio di primavera.
Tralasciamo tutte le successive controversie su questo problema; oggi la celebrazione cade tra il 22 marzo e il 25 aprile denominandola così Pasqua bassa o alta, secondo il periodo in cui capita. Essendo una festa mobile, determina la data di altre celebrazioni ad essa collegate, come la Quaresima, la Settimana Santa, l’Ascensione, la Pentecoste.
La Chiesa contempla per i cattolici l’obbligo del Precetto Pasquale, cioè confessarsi e ricevere l’Eucaristia almeno una volta nel periodo pasquale. Legata alla celebrazione della Pasqua, vi sono alcune tradizioni come ‘l’uovo di Pasqua’; l’uovo è da sempre il simbolo della vita; per i cristiani l’uovo di Pasqua è simbolo del sepolcro, vuoto all’interno, ma che contiene in sé la più grande sorpresa: la Resurrezione, simbolicamente nell’uovo di cioccolato che si regala, si trova perciò una sorpresa.
Nel pranzo pasquale viene aspersa la tavola imbandita, intingendo nell’acqua benedetta un rametto di ulivo, distribuito nella Domenica delle Palme.
Il Papa da antichissima data impartisce la solenne benedizione “Urbe et Orbe”, cioè a Roma ed al Mondo. Fra le tantissime manifestazioni civili e folcloristiche, che si effettuano nel mondo in questo giorno di festa, citiamo per concludere, solo lo ‘scoppio del carro’ a Firenze, con tutto il contorno di corteo in costumi d’epoca.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto/modificato il 2018-03-03

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