Commemorazione di tutti i fedeli defunti
Festa: 2 novembre
Festa:
2 novembre
Emblema:
Scene di preghiera, cimiteri, croci, lumi e immagini della risurrezione.
Categoria: I santi che iniziano con la lettera C
Calendario: I santi del 2 novembre
Martirologio Romano
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La Commemorazione è dedicata alla preghiera per coloro che sono morti nella fede cristiana. Non riguarda la biografia di un santo, ma una memoria liturgica collettiva, fondata sulla comunione dei santi, sulla speranza della risurrezione e sulla pratica dei suffragi. La preghiera per i morti è attestata nella tradizione cristiana antica, mentre la collocazione stabile della commemorazione il giorno successivo a Tutti i Santi si affermò nel Medioevo, soprattutto attraverso l'iniziativa dell'abate Odilone di Cluny e la diffusione delle consuetudini monastiche. La celebrazione unisce la memoria delle persone scomparse alla professione di fede nella vittoria pasquale di Cristo sulla morte. Nella liturgia romana occupano un posto centrale l'Eucaristia, la proclamazione delle Scritture e l'intercessione per i defunti. La ricorrenza ha inoltre influenzato profondamente la cultura europea, le pratiche di sepoltura, la visita ai cimiteri, l'arte funeraria e le forme comunitarie del ricordo, senza identificarsi semplicemente con una giornata civile dedicata alla memoria dei morti.
Biografia
A cura di Giampietro Cattini
Le radici bibliche della preghiera per i morti
La commemorazione cristiana dei defunti si comprende a partire dalla fede biblica nella fedeltà di Dio oltre la morte. Nell'Antico Testamento la riflessione sulla sorte dei morti conosce uno sviluppo graduale. Alcuni testi più antichi descrivono lo Sheol come dimora dei defunti, mentre altri testimoniano la crescente attesa di una vita che Dio possa restituire. Il libro di Daniele, al capitolo 12, annuncia il risveglio di molti che dormono nella polvere; il secondo libro dei Maccabei, al capitolo 12, racconta l'offerta di un sacrificio per i soldati caduti. Quest'ultimo passo è fondamentale nella tradizione cattolica della preghiera di suffragio, pur non appartenendo al canone biblico di tutte le confessioni cristiane.
Nel Nuovo Testamento la fede nella risurrezione di Gesù cambia il significato della morte per i credenti. Paolo, nella prima lettera ai Tessalonicesi, invita a non vivere il lutto come chi non ha speranza; nella prima lettera ai Corinzi colloca la risurrezione dei morti nel quadro della vittoria di Cristo. Il Vangelo di Giovanni presenta Gesù come risurrezione e vita nel dialogo con Marta, sorella di Lazzaro. Questi testi non istituiscono direttamente la data del 2 novembre: costituiscono piuttosto il fondamento teologico della memoria liturgica maturata nei secoli.
Le comunità cristiane dei primi secoli
I cristiani dell'età antica conservarono il ricordo dei propri morti attraverso la sepoltura, le iscrizioni, le riunioni familiari e la preghiera. La cura dei corpi non era una novità assoluta nel mondo mediterraneo, ma ricevette una lettura specifica alla luce della risurrezione. Le epigrafi funerarie cristiane invocano spesso la pace per il defunto e ne custodiscono il nome, la parentela e talvolta la condizione ecclesiale. Non tutte le formule funerarie equivalgono a una dottrina già pienamente sviluppata del purgatorio; documentano però un rapporto persistente tra la comunità dei viventi e quella dei morti.
Tertulliano, tra II e III secolo, menziona le offerte compiute in occasione dell'anniversario dei defunti. Nel IV secolo Cirillo di Gerusalemme descrive la memoria dei morti durante la preghiera eucaristica. Agostino racconta nelle Confessioni il desiderio della madre Monica di essere ricordata all'altare del Signore, e nelle sue opere distingue il valore della preghiera ecclesiale dalle pratiche puramente esteriori. Queste testimonianze appartengono a contesti diversi, ma concordano nel mostrare che il suffragio non nacque con Cluny. Il monastero borgognone contribuì invece a fissare una data comune e a darle una straordinaria capacità di diffusione.
Dal ricordo familiare alla memoria comunitaria
Nel corso dell'alto Medioevo la preghiera per i morti assunse forme sempre più organizzate. Comunità monastiche e chiese conservarono elenchi di nomi da ricordare durante la liturgia. I libri memoriali e i necrologi erano strumenti concreti della comunione spirituale: registravano monaci, benefattori, confratelli e persone legate da vincoli di preghiera. Le confraternite di preghiera tra monasteri ampliarono il raggio del ricordo, superando il limite della famiglia e della singola comunità.
Il calendario delle commemorazioni non era uniforme. Si pregava nei giorni anniversari, in date stabilite dalle consuetudini locali e in celebrazioni collettive destinate ai confratelli defunti. Anche i giorni terzo, settimo e trentesimo dopo la morte ebbero un ruolo variabile secondo epoche e regioni. L'esistenza di questa pluralità è importante: il 2 novembre non sostituì improvvisamente un vuoto, ma divenne il punto di convergenza di pratiche già diffuse. L'intensificazione dei legami di suffragio accompagnò lo sviluppo della liturgia monastica e il consolidamento delle reti ecclesiastiche dell'Europa medievale.
Odilone di Cluny e la svolta medievale
Odilone fu abate di Cluny tra la fine del X secolo e la metà dell'XI. Sotto il suo governo, la rete dei monasteri legati all'abbazia borgognona estese la propria influenza religiosa e culturale. La tradizione più divulgata colloca nel 998 la decisione di celebrare ogni anno, il 2 novembre, la memoria di tutti i fedeli defunti nei monasteri cluniacensi. La ricerca storica ha tuttavia discusso la precisione di questa data: uno studio di Umberto Longo situa l'istituzione intorno al 1030, distinguendo la cronologia tradizionale dal processo di elaborazione e trasmissione delle Vitae dell'abate.
L'iniziativa attribuita a Odilone prevedeva una celebrazione comunitaria collegata a Ognissanti, con salmi, elemosine e soprattutto la Messa. Il riferimento a tutti i fedeli defunti ampliava idealmente l'orizzonte oltre i monaci e i benefattori del singolo monastero. La scelta del giorno successivo alla festa dei santi rendeva visibile un rapporto teologico: la Chiesa celebra quanti sono già nella gloria e intercede per coloro che attendono la pienezza della comunione con Dio.
Le biografie medievali di Odilone narrano anche un episodio nel quale un eremita avrebbe riferito che le preghiere cluniacensi sottraevano anime alle sofferenze ultraterrene. È un racconto agiografico che esprime l'efficacia attribuita al suffragio, non una testimonianza controllabile di eventi soprannaturali. La sua diffusione rivela come l'istituzione liturgica sia stata interpretata e sostenuta da immagini narrative comprensibili ai fedeli del tempo.
La diffusione nella Chiesa latina
Dalla rete cluniacense la commemorazione si diffuse in altri monasteri e nelle chiese diocesane. Il processo fu graduale, con differenze locali sia nella data sia nelle modalità celebrative. Testimonianze relative a Liegi e Besançon documentano un'accoglienza precoce; a Milano, nel XII secolo, la commemorazione fu associata anche al 15 ottobre prima di essere ricondotta al 2 novembre nell'età di Carlo Borromeo. Non è quindi corretto immaginare che un singolo decreto dell'abate abbia reso immediatamente universale la ricorrenza.
Tra basso Medioevo ed età moderna, il 2 novembre divenne un elemento stabile del calendario liturgico occidentale. Le comunità celebrarono Messe di suffragio, recitarono l'ufficio dei defunti e svilupparono pratiche di carità collegate alla memoria dei morti. La crescente attenzione per il destino individuale dopo la morte favorì anche confraternite, fondazioni pie e disposizioni testamentarie che chiedevano preghiere per i defunti. Tali pratiche ebbero espressioni differenti e furono talvolta segnate da abusi economici, oggetto di critiche e di interventi riformatori.
La dottrina cattolica e la comunione dei santi
La dottrina cattolica collega la commemorazione al mistero della comunione dei santi, che comprende i fedeli ancora in cammino, coloro che sono nella gloria e quanti, morti nell'amicizia di Dio, necessitano di purificazione. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, ai numeri 1030-1032, descrive il purgatorio come purificazione finale degli eletti, distinta dalla condizione dei dannati, e raccomanda per i defunti il sacrificio eucaristico, le preghiere, le elemosine e le opere di penitenza. La celebrazione del 2 novembre non formula un giudizio sulla sorte di persone determinate: affida i morti alla misericordia divina.
Il concilio di Firenze e il concilio di Trento ebbero un ruolo decisivo nella formulazione dottrinale cattolica della purificazione dopo la morte. La commemorazione, tuttavia, non coincide con un trattato sul purgatorio. La sua liturgia comprende il dolore per la separazione, la responsabilità morale della vita e soprattutto l'attesa della risurrezione. In questa prospettiva il suffragio non è una tecnica per misurare o acquistare il tempo dell'aldilà, ma un atto di intercessione inserito nella fede della Chiesa.
La riforma liturgica e le tre Messe
Un passaggio significativo avvenne nel 1915, quando Benedetto XV estese ai sacerdoti della Chiesa latina la facoltà di celebrare tre Messe nel giorno della commemorazione, secondo le norme previste. La concessione generalizzava una prassi già conosciuta in alcune aree, soprattutto nei territori iberici. La disciplina stabiliva destinazioni particolari per le celebrazioni e limitava la percezione delle offerte, proprio per evitare che la moltiplicazione delle Messe si trasformasse in un vantaggio economico personale.
Il Messale romano attuale conserva tre formulari per il 2 novembre. Le letture e le orazioni mettono in relazione la fragilità umana con la promessa evangelica della vita eterna. La celebrazione può avere luogo nelle chiese e, secondo le consuetudini e le norme locali, nei cimiteri. La memoria dei defunti è una commemorazione liturgica, non la festa canonica di un santo e neppure una celebrazione di canonizzazione collettiva. Il suo carattere proprio è l'intercessione, distinta dalla lode rivolta a Dio per la santità riconosciuta nella solennità del giorno precedente.
I cimiteri, la memoria e le opere di misericordia
La visita alle tombe, particolarmente radicata in Italia, è uno dei segni pubblici più riconoscibili del 2 novembre. La deposizione di fiori e l'accensione di lumi hanno significati culturali e familiari molteplici; nel contesto cristiano possono accompagnare la preghiera, ma non sostituiscono la celebrazione liturgica. La memoria dei defunti comprende anche persone senza sepoltura identificabile, vittime di guerre e calamità, poveri e dimenticati. L'universalità della commemorazione impedisce di ridurla al solo culto degli antenati o alla custodia delle tombe di famiglia.
Le opere di misericordia si collegano storicamente al suffragio. Nella disciplina monastica attribuita a Odilone, la distribuzione di pane e vino ai poveri accompagna la preghiera per i defunti. Il legame tra carità verso i vivi e memoria dei morti rappresenta uno dei tratti più caratteristici della celebrazione. La Chiesa ricorda inoltre la dignità del corpo umano e la necessità di trattare le spoglie con rispetto, senza confondere il rispetto dovuto ai morti con una venerazione di reliquie riservata a figure particolari.
La commemorazione nelle diverse tradizioni cristiane
Le Chiese cristiane non seguono tutte il medesimo calendario per la memoria dei morti. Nelle tradizioni bizantine sono importanti diversi sabati dedicati ai defunti, tra cui quello precedente la domenica di Carnevale e quello che precede la Pentecoste. Nella tradizione armena esistono commemorazioni dei morti collegate alle grandi feste liturgiche. La diversità delle date conferma che la preghiera per i defunti è più antica della specifica organizzazione occidentale del 2 novembre.
La Riforma protestante introdusse differenze profonde nella comprensione dei suffragi e del purgatorio. Molte comunità riformate respinsero la dottrina cattolica del purgatorio e le Messe di suffragio, pur mantenendo forme di memoria e di consolazione per le famiglie. Le Chiese anglicane e luterane presentano usi variabili. Un'esposizione storica della commemorazione deve dunque distinguere l'ampia esperienza cristiana del ricordo dei morti dalla specifica disciplina e teologia della Chiesa cattolica latina.
Arte, musica e immaginario della morte
La liturgia dei defunti ha alimentato una vasta tradizione musicale, letteraria e figurativa. L'antica sequenza Dies irae, legata per secoli alla Messa da requiem, accentuava il tema del giudizio; la riforma liturgica contemporanea ha dato maggiore risalto all'insieme delle immagini bibliche della Pasqua e della risurrezione. La musica da requiem, dalle composizioni polifoniche alle grandi opere concertistiche, mostra come il ricordo dei morti abbia superato il solo ambito rituale, entrando nella storia culturale europea.
Nelle arti figurative compaiono il giudizio universale, la risurrezione dei corpi, la deposizione di Cristo, le anime in preghiera e le opere di misericordia. Non esiste però un attributo iconografico unico della commemorazione paragonabile a quello di un santo. Le rappresentazioni del purgatorio, frequenti in alcuni periodi, rispecchiano linguaggi simbolici e orientamenti spirituali storicamente situati; non possono essere assunte come descrizioni fotografiche dell'aldilà. La memoria dei morti si esprime anche nell'architettura cimiteriale, nelle iscrizioni e nella cura dei luoghi di sepoltura.
Il significato della celebrazione oggi
Il 2 novembre rimane un appuntamento in cui la dimensione personale del lutto incontra una preghiera comunitaria. La liturgia nomina la morte senza cancellarne la sofferenza e annuncia la speranza cristiana senza negare il dolore della separazione. Essa mantiene inoltre un'importante funzione di memoria storica: ricorda la continuità delle generazioni, il valore delle vite anonime e la responsabilità dei viventi nei confronti di chi li ha preceduti.
La commemorazione non si esaurisce in una ricorrenza di costume e non deve essere confusa con la solennità di Tutti i Santi. Il 1° novembre la Chiesa celebra la moltitudine dei santi nella gloria; il 2 novembre prega per tutti i fedeli defunti. La vicinanza delle due date rende visibile l'unità della Chiesa secondo la fede cattolica, mentre la differenza dei testi e delle intenzioni liturgiche ne conserva il significato specifico.
Biografia
A cura di P. Giovanni Lauriola ofm
L’origine storica della festa
La commemorazione liturgica dei fedeli defunti appare già nel secolo IX, in continuità con l’uso monastico del secolo VII di consacrare un giorno completo alla preghiera per tutti i defunti. Amalario Fortunato di Metz (770-850c), vescovo di Treveri (809), poneva già la memoria di tutti i defunti successivamente a quelli dei Santi che erano già in cielo. La festività, però, venne celebrata per la prima volta nel cristianesimo nel 998, per disposizione di Odilone di Mercoeur, abate di Cluny, che ordinò a tutti i monaci del suo Ordine cluniacense di fissare il 2 novembre come giorno solenne per la “Commemorazione dei defunti”.
Dal biografo del santo Odilone, san Pier Damiani, si conosce il decreto circa la data del 2 novembre come giorno per la Commemorazione di tutti i defunti dopo la festa di Tutti i Santi, del 1 novembre: “Venerabilis Pater Odilo per omnia Monasteria sua constituit generale decretum, ut sicut prima die Novembris iusta universalis Ecclesiae regulam omnium Sanctorum solemnis agitur, ita sequenti die in Psalmis, eleemosynis e paecipue Missarum solemnis, omnium in Christo quiescentium memoria celebratur” (in Jean Croiset, Esercizi di pietà per tutti i giorni dell’anno, Venezia 1773, 35-36). Il venerabile Padre Odilone emanò, nel 998, per tutti i suoi monasteri cluniacensi un decreto generale, affinché, come il primo di novembre secondo la chiesa universale si celebra la festa di tutti i Santi, così nel giorno seguente si celebri la solenne Messa per tutti i defunti in Cristo con salmi elemosine e canti.
A partire, poi, dal XIII secolo, con il nome di “Anniversarium Omnium Animarum”, la festa era ormai riconosciuta da tutta la Chiesa Occidentale, apparendo per la prima volta in veste ufficiale nell’Ordo Romanus XIV, composto dal cardinale diacono Napoleone Orsini (1260-1342) e dal cardinale Giacomo Caetani Stefaneschi (1270-1343), poco prima del trasferimento della sede pontificia in Avignone (1309-1377), dove venne ampliato nel 1311, per ordine del papa Clemente V (1305-1314).
Antropologia cristiana
Nel grande mistero dell’esistenza terrena, solo l’uomo gode della libertà ed è responsabile delle sue azioni, perché solo lui è ritenuto artefice del suo destino, che si proietta in una vita trascendente. Ora, non tutte le concezioni antropologiche, che la storia registra, riconoscono l’esistenza di un Dio che, oltre a essere Creatore, sia, nello stesso tempo, anche Giudice. Di conseguenza, l’esistenza di vita ultraterrena, dopo la morte, non da tutte le antropologie viene considerata, perché concepiscono la vita perfetta ed esauriente in sé stessa, cioè “dalla culla alla tomba”, oppure ammettono la sua ciclicità con una nuova reincarnazione.
Nell’antropologia cristiana, invece, si afferma l’esistenza di un Dio Buono, che ha creato tutto ciò che esiste e lo mantiene in essere con la sua Provvidenza. All’uomo, fatto a immagine e somiglianza di Cristo, affida il compito non solo di governare il mondo creato per la sua conservazione, e gli concede anche il diritto di usarlo per il suo bene personale e per il bene di tutti gli uomini. E di questo delicato compito “amministrativo” è responsabile e dovrà rendere conto al suo Creatore, che, dopo la morte, sarà anche il suo giusto Giudice. Così, al termine della vita terrena, ogni creatura razionale libera e responsabile riceverà dal suo Signore una valutazione del suo operato per ratificare la dovuta ricompensa circa le opere compiute sia in bene che in male, per entrare o nella beatitudine eterna o nell’eterno tormento.
Di questo speciale rendiconto, la teologia cristiana ne distingue due: uno particolare e uno universale. Il primo viene emesso, dopo la morte, per ciascun individuo; l’altro, alla fine del tempo e riguarda tutti gli uomini. Non bisogna pensare al giudizio di Dio come una procedura giudiziale, ma come la normale attività con cui egli realizza il suo disegno generale, che si sviluppa in chiave di relazione personale: Dio invita e l’uomo risponde. Dal tipo di risposta, se di accettazione libera o di libero rifiuto, anche le conseguenze saranno diverse. Il giudizio di Dio assegna a ciascuno la giusta ricompensa: per quelli che muoiono in Cristo, sarà una perfetta ratifica del proprio operato svolto nel corso della vita; per quelli che muoiono lontano da Cristo, invece, una giusta riprovazione che li condannerà a restare soli con sé stessi nelle tenebre misteriose dell’al di là.
Alcune considerazioni teologiche
Al di là dell’occasione storica e dell’accenno antropologico generale, è importante riflettere sul valore profondamente teologico che sottende la Commemorazione di tutti i defunti, perché richiama all’attenzione tutto il mistero dell’esistenza umana dalle sue origini alla sua fine, coinvolgendo direttamente sia la causa efficiente o creativa sia la causa finale o del giudizio ultimo. Per questo veloce riferimento dottrinale, che coinvolge la fede, la cosa migliore è ascoltare il pensiero ufficiale della Chiesa, espresso chiaramente e sinteticamente in alcuni documenti conciliari del Vaticano II, con il dovuto confronto al dato rivelato.
- Comunione dei santi
Al capitolo VII della costituzione dogmatica Lumen Gentium si parla di tre stadi ecclesiali del Corpo Mistico: “Fino a che, dunque, il Signore non verrà nella sua gloria, alcuni dei suoi discepoli saranno pellegrini sulla terra, altri passati da questa vita, stanno purificandosi, e altri godono della gloria contemplando chiaramente Dio uno e trino, Quale Egli è; tutti però, sebbene in grado e modo diverso, comunichiamo alla stessa carità di Dio e del prossimo e cantiamo al nostro Dio lo stesso inno di gloria” (LG 49).
Si afferma anche la realtà della Comunione dei Santi e della loro intercessione a favore di quanti sono ancora pellegrini sulla terra: “Tutti, infatti, quelli che sono di Cristo, avendo lo Spirito Santo, formano una sola Chiesa e sono tra loro uniti in Lui (Ef 4,16). L’unione quindi dei pellegrini sulla terra con i fratelli morti nella pace di Cristo, non è minimamente spezzata, anzi, secondo la perenne fede della Chiesa, è consolidata dalla comunicazione dei beni spirituali…offrendo i meriti acquistati sulla terra mediante cristo Gesù, unico mediatore tra Dio egli uomini” (LG 49).
E afferma, inoltre, la relazione della Chiesa pellegrinante con la Chiesa celeste: “La Chiesa dei pellegrini sulla terra, riconoscendo benissimo questa comunione con il Corpo Mistico di Gesù Cristo, fino dai primi tempi della religione cristiana, coltivò con grande pietà la memoria dei defunti, e, ‘poiché santo e salutare è il pensiero di pregare per i defunti perché siano assolti dai peccati’ (2Mac 12, 46), ha offerto per loro anche suffragi” (LG 51).
Fondamentale, per comprendere e vivere la Commemorazione dei defunti, è il mistero della Comunione di tutti i membri della Chiesa in Cristo, che non viene interrotta dalla morte, “anzi, secondo la fede, è consolidata dalla comunicazione dei beni spirituali”, come l’Apocalisse di Giovanni conferma con la la liturgia celeste, dove partecipano le anime dei beati, e con la stessa liturgia terrena che, soprattutto con il sacrificio eucaristico, si unisce al culto della Chiesa celeste insieme alla venerazione della gloriosa Vergine Maria, degli beati apostoli, dei martiri e di tutti i santi (specialmente i capitoli 4 e 5).
L’unione della liturgia celeste e terrena attorno all’Agnello che sta in piedi, come immolato (Ap 5, 6), cioè “Cristo Gesù, che è morto e risorto, e sta alla destra di Dio e intercede per noi” (Rm 8, 34; Eb 7, 25), è la condizione indispensabile per ogni forma di comunione, nella carità, tra i vari membri dei diversi gradi della Chiesa. Per cui, secondo la fede della Chiesa, i beati pregano per noi sulla terra e intercedono per la nostra debolezza, e ogni nostra invocazione a loro è un riconoscimento di Dio, per mezzo di Cristo Gesù, che è l’unico Mediatore e Redentore.
E per quanto riguarda le anime dei defunti, che dopo la morte hanno bisogno ancora di purificazione, la Chiesa da sempre “ha offerto per loro anche i suoi suffragi” (GS 41); e crede, che per questa purificazione “riceveranno un sollievo [...], mediante suffragi dei fedeli viventi, come il sacrificio della messa, le preghiere, le elemosine e le altre pratiche di pietà, che i fedeli sono soliti offrire per gli altri fedeli, secondo le disposizioni della Chiesa” (LG 50).
Anche i Princìpi e norme per l’uso del Messale romano spiegano abbastanza chiaramente il senso di questo “consorzio vitale” tra i membri della Chiesa, che raggiunge il culmine della perfezione nella celebrazione eucaristica, al momento delle intercessioni, che così si esprime: “l’eucaristia viene celebrata in comunione con tutta la Chiesa, sia celeste sia terrestre, e che l’offerta è fatta per essa e per tutti i suoi membri, vivi e defunti, i quali sono stati chiamati a partecipare alla redenzione e alla salvezza acquistata per mezzo del corpo e del sangue di Cristo” (n. 79).
- Significato della morte cristiana
La concezione antropologica cristiana offre un modo tutto suo di considerare il fatto ineluttabile della morte. La morte considerata in sé stessa non è qualcosa di desiderabile, né un avvenimento che si possa abbracciare con animo tranquillo, senza superare la naturale ripugnanza. Nella visione cristiana, la morte, pur essendo un fatto di diritto naturale, come ricorda Duns Scoto, è contro la volontà di Dio (Sap 1, 13-14; 2, 23-24) e, quindi una conseguenza del peccato: “il salario del peccato è la morte” (Rm 6, 23). La morte allora si può considerare come fatto morale, come ricorda Paolo, e come necessità naturale come afferma il Cantore dell’Immacolata.
Il cristiano può superare il timore della morte, appoggiandosi su altri motivi, come la fede e la speranza, che aprono un diverso orizzonte alla stessa morte. La morte accettata con fede e nella fede di “abitare presso il Signore” (2Cor 5, 8) realizza il desiderio di comunione con Cristo, e giunge anche a lodare il Signore per la morte, non in sé stessa, ma in quanto realizza la speranza di possedere il Signore. Tale sembra la concezione cantata da Francesco d’Assisi nel famoso Cantico delle creature. La morte allora diventa, per il credente, come la porta che conduce alla comunione con Cristo.
Questo sentimento positivo della morte è direttamente proporzionato alla “morte nel Signore”, che conduce alla beatitudine: “beati i morti nel Signore” (Ap 14, 13). In questo modo, la vita terrena è naturalmente ordinata alla comunione con Cristo, dopo la morte, che è un valore superiore alla vita terrena. Superiorità che giustifica il desiderio mistico della morte, che apre la via alla vita eterna. Questo modo di concepire la morte diventa una partecipazione al mistero pasquale di Cristo, di cui il battesimo, nel quale si muore misticamente al peccato, partecipa della risurrezione di Cristo (Rm 6, 3-7), e l’Eucaristia ne è la garanzia, il fondamento e anche la perfezione: fundamentum et forma, direbbe il Cantore dell’Immacolata.
Oltre alla “morte nel Signore”, c’è anche la possibilità della morte fuori del Signore, che conduce alla morte seconda come ricorda l’Apocalisse (20, 14) e anche il Cantico delle creature. In questa seconda accezione della morte, la forza del peccato, attraverso il quale la morte entrò nel mondo (Rm 5,12), manifesta, in grado sommo, la sua capacità di separare da Dio.
- L’uomo è per la risurrezione
Anche dal concilio Vaticano II si apprende che l’uomo è per la risurrezione. Afferma: “Unità di anima e di corpo, l’uomo sintetizza in sé, per la stessa sua condizione corporale, gli elementi del mondo materiale, così che questi attraverso di lui toccano il loro vertice e prendono voce per lodare in libertà il Creatore. [...] L’uomo, però, non sbaglia a riconoscersi superiore alle cose corporali e a considerarsi più che soltanto una particella della natura o un elemento anonimo della città umana. Difatti, nella sua interiorità, egli trascende l’universo: a questa profonda interiorità egli torna, quando si volge al cuore, là dove lo aspetta Dio, che scruta i cuori, là dove sotto lo sguardo di Dio decide del suo destino. Perciò riconoscendo di avere un’anima spirituale e immortale, non si lascia illudere da fallaci finzioni che fluiscono unicamente dalle condizioni fisiche e sociali, ma, invece, va a toccare in profondità la verità stessa delle cose” (GS 14).
L’autoconsapevolezza dell’uomo di essere superiore a tutte le altre creature terrene ha il fondamento nella sua capacità di possedere Dio (capax Dei) sia con la conoscenza e soprattutto con l’amore. Questa differenza fondamentale si manifesta anche nella tendenza innata alla felicità, la quale fa sì che l’uomo aborrisca e respinga l’idea di un suo totale annientamento con la morte, anelando a una vita ultraterrena comunque intesa, dal momento che la sua anima, immortale e spirituale, tende naturalmente verso la sua origine, cioè verso il suo Creatore.
Questo riferimento antropologico fondamentale rende possibile anche una escatologia. Difatti, la realtà dell’uomo, nell’antropologia cristiana, include una dualità di elementi (corpo e anima), che si possono separare temporaneamente con la morte, tanto che l’anima può sussistere separata, conservando sempre la sua intima e profonda tendenza a riunirsi al suo corpo. E questo perché lo stato di sopravvivenza dell’anima, dopo la morte, non è definitivo né ontologicamente ultimo, bensì intermedio transitorio e ordinato alla risurrezione.
Un cenno a questa interpretazione duale dell’uomo aperto alla risurrezione lo si trova nel logion evangelico: “non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno il potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna” (Mt 10,28). Esso, infatti, insegna che l’anima sopravviva dopo la morte terrena, finché nella risurrezione si unisca, di nuovo, al suo corpo.
Anche nel VT si trovano affermazioni che inducono a questa interpretazione. Si pensi, per esempio, al secondo libro dei Maccabei, al capitolo settimo presenta il martirio per la verità come l’occasione privilegiata, perché la fede possa illuminare sia il mistero delle origini o creazione e sia il mistero della fine o vita eterna (2Mac 7, 9-36); e al libro della Sapienza che parla di quelli che “agli occhi degli stolti parve che morissero; e la loro fine fu ritenuta una sciagura” (Sap 3, 2), mentre “le anime dei giusti sono nelle mani di Dio” (Sap 3, 1). In breve, questi cenni biblici aiutano a comprendere con chiarezza e sicurezza di fede che il Signore ha il potere di attuare la risurrezione degli uomini.
- La risurrezione di Cristo e quella dell’uomo
L’apostolo Paolo scriveva ai corinzi: “Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture” (1Cor 15,3-4). Ebbene Cristo non solo risuscitò di fatto, ma egli è “la risurrezione e la vita” (Gv 11,25) ed è anche la speranza della nostra risurrezione. Perciò i cristiani di oggi, come quelli dei tempi passati, nel Credo niceno-costantinopolitano, nella stessa formula “dell’immortale tradizione della santa Chiesa di Dio”, nella quale professano la fede in Gesù Cristo, che “risuscitò il terzo giorno secondo le Scritture”, aggiungono: “Aspettiamo la risurrezione dei morti”. In questa professione di fede riecheggiano le testimonianze del Nuovo Testamento: “Risusciteranno i morti in Cristo” (1Ts 4,16). “Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti” (1Cor 15,20). Questo modo di parlare implica che il fatto della risurrezione di Cristo non è un qualcosa di chiuso in sé stesso, ma si estenderà un giorno a quelli che sono di Cristo. Poiché la nostra risurrezione futura è “l’estensione della medesima risurrezione di Cristo agli uomini”, s’intende bene che la risurrezione del Signore è modello della nostra risurrezione. La risurrezione di Cristo è pure la causa della nostra risurrezione futura, “poiché, se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti” (1Cor 15,21).
- Comunione con Cristo dopo la morte
Dalla promessa fatta da Gesù crocifisso al buon ladrone si ricava l’esistenza di un certo stadio intermedio tra la morte e la risurrezione, insieme all’essere in comunione con lo stesso Cristo: “In verità ti dico: oggi sarai con me in paradiso” (Lc 23,43). Gesù vuole accogliere il “buon ladrone” in comunione con sé, immediatamente dopo la morte. Lo stesso Stefano, durante la lapidazione, manifesta la medesima speranza di entrare in comunione con Cristo: “Signore Gesù, accogli il mio spirito” (At 7,59), con il desiderio di essere accolto immediatamente da Gesù nella sua comunione.
L’esistenza di uno stato intermedio è presente anche in Paolo, specialmente quando scrive: “Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa debba scegliere. Sono messo alle strette, infatti, tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne” (Fil 1, 21-24).
Lo stato dopo la morte è desiderabile soltanto perché implica unione e comunione con Cristo. Paolo con grande gioia parla della speranza della parusia del Signore: “il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso” (Fil 3,21). Lo stato intermedio, perciò, viene concepito come transitorio, con la speranza sempre della risurrezione: “È necessario che questo essere corruttibile [cioè il corpo] si vesta d’incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta d’immortalità” (1Cor 15,53).
- Quando avverrà il giudizio?
È una domanda abbastanza frequente. E Gesù spesso ammonisce: “Vegliate, perché non sapete né il giorno né l’ora” (Mt 25,13); “Il Figlio dell’uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni” (Mt 16, 27).
Venuta gloriosa di Gesù e Giudizio universale saranno un solo e stesso avvenimento, ultima sequenza della storia, ultimo atto della vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, compimento della liberazione umana, della divinizzazione umana.
Il principio della retribuzione divina è presente abbastanza chiaramente in Paolo: “Il giusto giudizio di Dio, il quale renderà a ciascuno secondo le sue opere: la vita eterna a coloro che perseverando nelle opere di bene cercano gloria, onore e incorruttibilità; sdegno ed ira contro coloro che per ribellione resistono alla verità e obbediscono all’ingiustizia” (Rm 2, 6-8); “tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male” (2 Cor 5,10).
- Il giudice dei vivi e dei morti
Pietro proclama a Cesarea: “Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno... E ci ha ordinato di annunziare al popolo e d’attestare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio” (At 10, 39-42).
L’espressione “dei vivi e dei morti” richiama la teoria dei Sadducei, che, negando la risurrezione, divideva l’umanità in due categorie: al di qua della morte, i vivi, e al di là, i morti. Gesù, invece, replica: “Quanto alla risurrezione dei morti, non avete letto quello che vi è stato detto da Dio: Io sono il Dio d’Abramo, il Dio d’ Isacco e il Dio di Giacobbe? Ora, non è Dio dei morti, ma dei vivi” (Mt 22,32). Pertanto, Abramo, Isacco, Giacobbe e tutti i defunti nel Signore non sono dei morti, ma dei vivi; solo che la vita è diversa. In questo senso, Gesù nega che si possa fare distinzione fra morti e vivi: esistono solo dei vivi. La morte non produce dei morti, ma è solo un passaggio verso un’altra vita. Difatti, il termine “defunto” (da latino defunctus: colui che ha abbandonato le sue funzioni sulla terra) non è un morto in senso assoluto, ma uno che vive in un modo diverso da quello che ha lasciato o abbandonato sulla terra. E nella sua venuta gloriosa, Cristo non privilegerà nessuno, affinché nessuno ne risulti frustrato
Paolo, parlando della fine del mondo in cui ci saranno ancora dei “viventi”, scrive: “Ecco, io vi annunzio un mistero: non tutti certo moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba; suonerà, infatti, la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati... si compirà allora la parola della Scrittura: la morte è stata ingoiata per la vittoria... per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo” (1Cor 15, 51-57).
E sempre Paolo precisa: la risurrezione è per tutti. Il Risorto non dimenticherà nessuno dei suoi, sia esso morto che vivo, perché tutti parteciperanno al grande giorno e alla sua festa. Scrive: “Non vogliamo poi lasciarvi nell’ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza. Noi crediamo infatti che Gesù è morto e risuscitato; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui. Questo vi diciamo sulla parola del Signore: noi che viviamo e saremo ancora in vita per la venuta del Signore, non avremo alcun vantaggio su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine... discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, i vivi, i superstiti, saremo rapiti insieme con loro tra le nuvole, per andare incontro al Signore nell’aria, e così saremo sempre col Signore. Confortatevi dunque a vicenda con queste parole” (1Ts 4,13).
Alle consolanti parole di Paolo, si possono aggiungere anche quelle di Pietro per terminare questo veloce riferimento sulla Commemorazione di tutti i fedeli defunti con la testimonianza diretta dei due grandi Apostoli: “Una cosa però non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo. Il Signore non ritarda nell’adempiere la sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi... Quali non dovete essere voi, nella santità della condotta e nella pietà, attendendo e affrettando la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli si dissolveranno e gli elementi incendiati si fonderanno! E poi, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia. Perciò, carissimi, nell’attesa di questi eventi, cercate di essere senza macchia e irreprensibili davanti a Dio, in pace” (2Pt 3, 8-14).
In breve, come la cristianità primitiva, illuminata dalla fede degli Apostoli, interpretò il ritorno di Cristo come un avvenimento carico di speranza e di gioia, così anche i cristiani di oggi dovrebbero aspettare con profonda fede e gioiosa speranza il festoso giorno del “giudizio dei vivi e dei morti”.
Approfondimenti
La cronologia discussa dell'istituzione cluniacense
La data del 998 è ampiamente ripetuta nelle sintesi ecclesiastiche e divulgative, ma non va trattata come un punto unanimemente acquisito dalla ricerca. Lo studio di Umberto Longo sulle Vitae di Odilone colloca l'istituzione intorno al 1030 e interpreta la narrazione agiografica come parte della costruzione dell'identità cluniacense. La distinzione tra l'iniziativa storica dell'abate, la sua precisa datazione e la successiva diffusione ecclesiale è essenziale per comprendere una ricorrenza formatasi nel tempo.
Suffragi, indulgenze e disciplina ecclesiastica
La preghiera per i defunti e l'indulgenza non sono nozioni equivalenti. Secondo la dottrina cattolica, l'indulgenza riguarda la remissione della pena temporale per peccati già perdonati quanto alla colpa, alle condizioni stabilite dalla Chiesa; può essere applicata ai defunti a modo di suffragio. Le norme sulle indulgenze connesse alla visita dei cimiteri e alla preghiera nei primi giorni di novembre appartengono alla disciplina ecclesiastica e non costituiscono un elemento originario della commemorazione del X-XI secolo.
Il ricordo dei morti e la tutela della dignità umana
La celebrazione possiede una dimensione che supera la sfera privata. Pregare per tutti i fedeli defunti significa ricordare anche coloro che non hanno discendenti, memoria pubblica o sepoltura riconoscibile. L'universalità dell'intenzione liturgica distingue la commemorazione dalla semplice celebrazione delle genealogie familiari. Essa favorisce una lettura comunitaria del lutto e della solidarietà fra generazioni.
Curiosità
- Il 2 novembre non è una canonizzazione collettiva: la liturgia intercede per i defunti, mentre il 1° novembre celebra tutti i santi.
- Nel 1915 Benedetto XV estese la facoltà di celebrare tre Messe in questo giorno, secondo una disciplina particolare sulle intenzioni e sulle offerte.
- A Milano la commemorazione ebbe anche una data locale diversa, il 15 ottobre, prima dell'affermazione del 2 novembre.
- Il racconto dell'eremita e delle anime sofferenti associato a Odilone appartiene alla tradizione agiografica medievale, non a una cronaca verificabile di fatti soprannaturali.
Cronologia
- II-III secolo - Testimonianze cristiane della memoria liturgica e delle offerte per i defunti.
- IV-V secolo - Testimonianze di Cirillo di Gerusalemme e Agostino sulla preghiera per i morti.
- Alto Medioevo - Diffusione di commemorazioni comunitarie nei monasteri occidentali.
- Tra la fine del X secolo e la prima metà dell'XI - Odilone di Cluny promuove la commemorazione del 2 novembre; la data precisa è discussa.
- XI-XIV secolo - Progressiva diffusione della ricorrenza nelle chiese dell'Occidente latino.
- 1915 - Benedetto XV estende la facoltà delle tre Messe del 2 novembre.
- Seconda metà del XX secolo - La riforma del Messale romano mantiene tre formulari e valorizza i testi pasquali della commemorazione.
Valutazione storico-critica
- La preghiera cristiana per i defunti è attestata molti secoli prima dell'istituzione cluniacense della data del 2 novembre.
- La tradizionale data del 998 per la decisione di Odilone non è unanimemente accolta: la storiografia specialistica ha proposto una collocazione intorno al 1030.
- La diffusione nella Chiesa latina fu graduale e conobbe varianti locali; non risulta un'immediata istituzione universale in un solo anno.
- I racconti soprannaturali presenti nelle Vitae medievali appartengono alla tradizione agiografica e non costituiscono prove indipendenti delle vicende narrate.
- La commemorazione è una celebrazione liturgica, non una persona oggetto di beatificazione o canonizzazione; i criteri biografici individuali non sono applicabili.
- Le pratiche popolari della visita alle tombe e dei lumi devono essere distinte dalle prescrizioni liturgiche e dalle definizioni dottrinali.
Fonti e bibliografia essenziale
- Sacra Scrittura, 2 Maccabei 12; Daniele 12; Giovanni 11; 1 Corinzi 15; 1 Tessalonicesi 4.
- Agostino d'Ippona, Confessiones, libro IX.
- Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1030-1032.
- Umberto Longo, Riti e agiografia. L'istituzione della festa dei defunti nelle Vitae di Odilone di Cluny, 2000, pp. 163-200.
- Egidio Caspani, Defunti, Commemorazione dei, Enciclopedia Italiana, 1931.
- Catholic Encyclopedia, All Souls' Day.
