San Francesco Saverio
Sacerdote gesuita
Festa: 3 dicembre — Memoria
Nascita-morte: Xavier, Navarra, Spagna, 1506 - Isola di Shangchuan (Sancian), Cina, 2/3 dicembre 1552
Nascita - morte:
Xavier, Navarra, Spagna, 1506 - Isola di Shangchuan (Sancian), Cina, 2/3 dicembre 1552
Festa:
3 dicembre — Memoria
Patronato:
Giappone, India, Pakistan, Missioni, Missionari, Marinai.
Etimologia:
Francesco = libero, dall'antico tedesco
Emblema:
Abito gesuitico, crocifisso, predicazione e battesimo di popolazioni asiatiche.
Categoria: I santi che iniziano con la lettera F
Calendario: I santi del 3 dicembre
Martirologio Romano
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Sacerdote navarrese della Compagnia di Gesù, fu uno dei primi compagni di Ignazio di Loyola e una figura decisiva nell'espansione missionaria cattolica del XVI secolo. Formatosi all'Università di Parigi, partecipò al nucleo originario dei gesuiti e nel 1541 partì da Lisbona per l'Asia sotto il patronato della monarchia portoghese. Operò a Goa e lungo le coste dell'India meridionale, attraversò Malacca e le Molucche, quindi nel 1549 raggiunse il Giappone, dove avviò una missione destinata a svilupparsi dopo la sua partenza. Le sue lettere testimoniano insieme energia apostolica, attenzione all'istruzione religiosa e difficoltà di comunicazione fra culture differenti; rivelano inoltre i condizionamenti dell'espansione coloniale europea. Morì nel 1552 sull'isola di Shangchuan, davanti alla costa cinese, senza riuscire a entrare nella Cina continentale. Beatificato nel 1619 e canonizzato nel 1622, è venerato il 3 dicembre ed è patrono delle missioni cattoliche insieme a santa Teresa di Lisieux. La sua memoria storica richiede di distinguere i fatti attestati dall'epistolario dalle amplificazioni miracolistiche della successiva agiografia.
Biografia
A cura di Giampietro Cattini
Francisco de Jaso y Azpilicueta nacque il 7 aprile 1506 nel castello di Xavier, nel regno di Navarra, allora attraversato da forti tensioni dinastiche. Suo padre Juan de Jaso svolse funzioni di rilievo nell'amministrazione regia; la madre María de Azpilcueta apparteneva anch'essa alla nobiltà locale. La conquista della Navarra meridionale da parte della Castiglia nel 1512 modificò profondamente l'equilibrio politico nel quale la famiglia si era affermata. La storia della sua infanzia non va ridotta a una vocazione missionaria già compiuta: il giovane Francesco apparteneva a un ambiente aristocratico nel quale istruzione, carriera ecclesiastica e prospettive di promozione sociale erano strettamente connesse.
Nel 1525 raggiunse Parigi e studiò al collegio di Sainte-Barbe, uno degli ambienti universitari più vivaci dell'epoca. Qui condivise la vita di studio con Pierre Favre, futuro Pietro Favre, e conobbe Ignazio di Loyola, più anziano e segnato da un itinerario spirituale diverso. Nel 1530 conseguì il grado di maestro delle arti e coltivò inizialmente prospettive accademiche. La sua adesione al progetto ignaziano maturò progressivamente, attraverso la familiarità personale, gli esercizi spirituali e la revisione delle proprie ambizioni. La documentazione non permette di trasformare tale processo in una conversione istantanea o in un episodio unico e risolutivo.
I voti di Montmartre e la nascita della Compagnia
Il 15 agosto 1534, nella zona di Montmartre a Parigi, Francesco partecipò con Ignazio, Favre e altri compagni all'impegno comune di povertà, castità e disponibilità a recarsi in Terra Santa oppure, se il progetto non fosse stato praticabile, a mettersi a disposizione del pontefice. Il gruppo non costituiva ancora un ordine religioso formalmente approvato. La scelta era quella di legare una fraternità di persone istruite a un apostolato mobile, disposto a rispondere alle esigenze della Chiesa senza radicarsi necessariamente in un solo territorio.
Nel novembre 1536 lasciò Parigi con i compagni e raggiunse Venezia. L'attesa di un possibile viaggio in Palestina fu accompagnata da attività di assistenza negli ospedali e da predicazione. Ricevette l'ordinazione sacerdotale il 24 giugno 1537. Le condizioni politiche e marittime resero impraticabile la partenza verso la Terra Santa; il gruppo si orientò allora verso Roma. Nel 1539 Francesco partecipò alle deliberazioni che portarono alla strutturazione della Compagnia di Gesù, approvata ufficialmente da Paolo III con la bolla Regimini militantis Ecclesiae del 27 settembre 1540. Non assistette da Roma a una lunga fase di consolidamento dell'istituto: la richiesta di missionari avanzata dal re Giovanni III del Portogallo lo destinò presto a un compito lontanissimo dall'Europa.
Il viaggio verso l'India e l'arrivo a Goa
La scelta di Francesco per la missione asiatica maturò nell'ambito delle relazioni fra Ignazio, la Santa Sede e la corona portoghese. Il sistema del padroado attribuiva al sovrano importanti responsabilità e prerogative nell'organizzazione ecclesiastica dei territori controllati dal Portogallo. L'invio del missionario non può dunque essere separato dalle rotte commerciali, dai porti fortificati e dalla presenza militare europea nell'Oceano Indiano. Francesco raggiunse Lisbona nel 1540, vi esercitò il ministero sacerdotale e si preparò alla navigazione.
Salpò il 7 aprile 1541, giorno del suo trentacinquesimo compleanno, e dopo un viaggio segnato da soste e malattie arrivò a Goa il 6 maggio 1542. La città era il principale centro politico e commerciale del dominio portoghese in Asia e ospitava popolazioni differenti per lingua, provenienza e appartenenza religiosa. Il missionario incontrò una realtà assai più complessa dell'immagine europea delle 'Indie': comunità cristiane preesistenti, convertiti recenti, mercanti, funzionari, soldati e popolazioni sottoposte a rapporti di potere diseguali.
A Goa si dedicò all'insegnamento del catechismo, alla predicazione, alla cura dei malati e all'assistenza dei detenuti. Le sue lettere esprimono giudizi severi sulla condotta di molti cristiani portoghesi, specialmente quando l'interesse economico e gli abusi contraddicevano l'insegnamento religioso. La sua critica morale, tuttavia, non significava un rifiuto del quadro politico del padroado: egli continuò a ricorrere all'autorità regia e ai suoi rappresentanti per sostenere l'attività missionaria. Questa tensione è essenziale per comprendere la sua posizione storica.
La costa della Pescheria e le comunità parava
Dall'autunno del 1542 Francesco operò fra le comunità di pescatori parava della costa sudorientale dell'India, nell'area dell'odierno Tamil Nadu. Molti parava avevano già ricevuto il battesimo prima del suo arrivo, in seguito a processi di alleanza e protezione collegati alla presenza portoghese. Non si trattò quindi della prima evangelizzazione di una popolazione totalmente ignara del cristianesimo, come talvolta suggerisce una narrazione semplificata. Il problema che Francesco affrontò fu soprattutto la mancanza di una formazione continuativa e di personale religioso capace di accompagnare comunità disperse in numerosi villaggi.
Percorse la costa, insegnò preghiere e formule di dottrina, promosse il battesimo dei bambini e cercò collaboratori locali. La traduzione di testi catechistici in tamil e l'intervento di assistenti originari della regione furono indispensabili: Francesco non disponeva di una padronanza linguistica sufficiente per sostenere da solo tutta la predicazione. Le sue lettere raccontano la fatica delle visite e la quantità di richieste sacramentali, ma i numeri riportati nella corrispondenza non possono essere assunti automaticamente come statistiche complete o indipendentemente controllate.
Il metodo privilegiava l'apprendimento di formule essenziali, la ripetizione comunitaria e la preparazione di catechisti. La rapidità dell'istruzione poneva interrogativi sulla profondità dell'adesione religiosa e sulle condizioni sociali nelle quali essa avveniva. Francesco riconobbe ripetutamente l'insufficienza dei missionari e sollecitò l'invio di sacerdoti e collaboratori. Il suo lavoro dipese da reti locali, interpreti e cristiani indiani, la cui iniziativa fu spesso meno valorizzata nelle biografie europee successive.
Tra Travancore, Ceylon e le rotte del Sud-est asiatico
Negli anni seguenti la sua attività si estese lungo la costa indiana e nei territori collegati alle rotte portoghesi. La tradizione biografica attribuisce a questo periodo battesimi di massa e successi straordinari; l'epistolario attesta un intenso movimento missionario, ma impone cautela nell'interpretazione delle cifre e delle circostanze. Le conversioni potevano intrecciarsi a rivalità locali, richieste di protezione, contatti mercantili e relazioni con i poteri regionali. Una storia esclusivamente religiosa non sarebbe sufficiente a spiegare tali dinamiche.
Francesco cercò di coordinare uomini e risorse, pur essendo frequentemente in viaggio. Il collegamento con Goa rimase decisivo per l'istruzione dei nuovi missionari e la gestione delle comunità. Le comunicazioni erano lente e irregolari; una lettera poteva impiegare mesi per arrivare a destinazione, e decisioni prese in Europa giungevano quando le circostanze erano già mutate. Questa distanza favorì un'autonomia pratica considerevole, accompagnata dalla necessità di riferire continuamente a Ignazio e ai confratelli.
Nel 1545 raggiunse Malacca, importante porto della penisola malese e crocevia di commerci, lingue e religioni. L'area metteva in relazione l'India con le isole indonesiane, la Cina e il Giappone. L'incontro con comunità cristiane e non cristiane mostrò quanto le missioni asiatiche fossero inserite in reti di mobilità già antiche, che non erano state create dagli europei. Le possibilità di viaggio dipendevano in larga misura dalle imbarcazioni e dalle competenze nautiche degli abitanti della regione.
Le Molucche e le isole del Moro
Tra il 1546 e il 1547 Francesco visitò territori delle Molucche e altre isole dell'arcipelago orientale, comprese zone considerate pericolose dai navigatori e dai mercanti. L'esperienza lo mise a contatto con piccole comunità cristiane, con situazioni politiche instabili e con una geografia molto diversa da quella dell'India. La documentazione conservata descrive la difficoltà di assicurare una presenza sacerdotale regolare e la necessità di adattare il lavoro alle condizioni delle singole isole.
Le biografie agiografiche hanno talvolta trasformato questi viaggi in una successione di prodigi e pericoli superati miracolosamente. È storicamente attestata la disponibilità di Francesco ad affrontare spostamenti difficili; non ogni episodio meraviglioso, invece, dispone di una testimonianza contemporanea verificabile. Nelle sue lettere la missione appare anche come un lavoro quotidiano di istruzione, correzione dei comportamenti e organizzazione di comunità che rischiavano di rimanere isolate.
La conoscenza del territorio restava mediata da guide, piloti e interlocutori locali. L'opera di Francesco non fu un'avventura individuale autosufficiente: senza naviganti asiatici, traduttori e collaboratori cristiani non avrebbe potuto raggiungere molti dei luoghi descritti. In questa fase emerse con maggiore chiarezza la sua convinzione che l'espansione della missione richiedesse non soltanto entusiasmo personale, ma una rete stabile di uomini formati e un continuo scambio di informazioni.
L'incontro con Anjirō e la decisione di raggiungere il Giappone
Nel 1547, a Malacca, Francesco conobbe un giapponese chiamato nelle fonti Anjirō, Anger o Yajirō, poi battezzato con il nome di Paolo. La sua vicenda personale è raccontata in versioni non del tutto uniformi; alcune fonti lo presentano come un uomo fuggito dal Giappone dopo un fatto di sangue. Più importante, sul piano storico, fu il ruolo di mediatore culturale: le sue informazioni e quelle dei mercanti alimentarono l'interesse del gesuita per una società che egli non conosceva direttamente.
Francesco interpretò le notizie ricevute come indicazione di una nuova possibilità apostolica. In Giappone, secondo quanto gli veniva riferito, esistevano ambienti colti, discussioni religiose articolate e un forte prestigio attribuito all'apprendimento. La preparazione della spedizione richiese tempo, sostegni economici e persone capaci di tradurre. Anjirō fu coinvolto in questo processo e divenne una figura essenziale per il primo contatto con gli abitanti dell'arcipelago.
La scelta giapponese segnò un mutamento di prospettiva. Francesco non immaginava più soltanto di rafforzare comunità già raggiunte dalla presenza portoghese, ma di avviare il cristianesimo in un paese con proprie istituzioni e tradizioni intellettuali. Le informazioni iniziali erano però parziali; molte delle difficoltà che avrebbe incontrato derivarono proprio dalla distanza fra le aspettative maturate a Malacca e la complessità del contesto giapponese.
Kagoshima e i primi cristiani giapponesi
Il 15 agosto 1549 Francesco arrivò a Kagoshima, nell'isola di Kyushu, accompagnato da altri membri della missione e da collaboratori giapponesi. La data è attestata dalla sua corrispondenza. Il paese attraversava il periodo Sengoku, segnato da conflitti fra poteri regionali e dall'assenza di un'autorità politica capace di controllare uniformemente l'intero arcipelago. Non esisteva un unico interlocutore sovrano al quale chiedere l'autorizzazione per tutta la missione.
A Kagoshima la rete familiare e sociale di Anjirō facilitò i primi contatti. Francesco cercò di spiegare la dottrina cristiana attraverso traduzioni che ponevano problemi terminologici rilevanti. I primi missionari usarono talora vocaboli religiosi giapponesi che potevano suggerire equivalenze inesatte fra concetti cristiani e buddhisti. La successiva revisione del linguaggio dimostra che la trasmissione del messaggio non era una semplice operazione di sostituzione di parole, ma richiedeva comprensione delle categorie culturali locali.
Le lettere di Francesco esprimono ammirazione per la capacità di discutere e per l'attenzione degli interlocutori giapponesi, pur contenendo giudizi polemici sulle pratiche religiose che incontrava. Il dialogo con monaci e laici mise alla prova la sua preparazione e quella degli interpreti. Il sostegno dei signori locali era importante, ma poteva mutare rapidamente per ragioni politiche o commerciali. La prima comunità cristiana rimase perciò esposta a condizioni instabili.
Hirado, Yamaguchi e il tentativo di raggiungere Kyoto
Lasciata Kagoshima, Francesco proseguì verso altri centri del Giappone occidentale. A Hirado incontrò un ambiente portuale aperto ai commerci; a Yamaguchi entrò in rapporto con un potere regionale capace di concedere spazio all'attività religiosa. Cercò anche di raggiungere Kyoto, sede della corte imperiale, nella speranza di ottenere un riconoscimento autorevole. Il viaggio gli mostrò però che il prestigio simbolico dell'imperatore non corrispondeva allora a un controllo effettivo sulle diverse province.
Il fallimento di una strategia fondata sull'accesso al vertice politico contribuì a modificare il suo comportamento. Francesco comprese che i rapporti con i signori territoriali e la presentazione pubblica del cristianesimo come insegnamento degno di discussione erano più importanti di quanto avesse previsto. A Yamaguchi la missione poté beneficiare di una maggiore apertura; furono avviate dispute e attività di istruzione, con il contributo indispensabile degli interpreti.
Il missionario riconobbe progressivamente il valore sociale attribuito in Giappone alla cultura, ai libri e alla dignità della rappresentanza. Le sue osservazioni, pur condizionate dal fine evangelizzatore, costituirono una delle prime descrizioni europee relativamente ampie di alcuni ambienti giapponesi. Esse non vanno però lette come un ritratto neutrale dell'intera società: Francesco conobbe soltanto una parte del paese, durante un soggiorno breve, e attraverso relazioni selezionate.
La partenza dal Giappone e il progetto cinese
Nel 1551 Francesco lasciò il Giappone, affidando la prosecuzione del lavoro ad altri missionari e ai cristiani locali. La sua permanenza era durata poco più di due anni. L'importanza storica dell'iniziativa non consiste quindi in una conversione generale del paese, che non avvenne, ma nell'apertura di una presenza cristiana capace di svilupparsi grazie all'azione successiva di gesuiti giapponesi ed europei. I risultati immediati furono limitati rispetto alla vasta influenza che la memoria della missione avrebbe assunto nei secoli seguenti.
Durante l'esperienza giapponese Francesco aveva maturato la convinzione che la Cina possedesse un ruolo centrale nel prestigio culturale dell'Asia orientale. Riteneva che un riconoscimento del cristianesimo in Cina avrebbe potuto influenzare anche il Giappone. Questa interpretazione derivava dalle informazioni raccolte sui rapporti fra cultura cinese e tradizioni religiose giapponesi; non era però fondata su una conoscenza diretta della corte cinese o delle istituzioni imperiali.
Tornato verso Goa, si occupò ancora di responsabilità organizzative all'interno della Compagnia. La missione asiatica non era più un unico campo affidato a un solo sacerdote, ma una rete crescente che richiedeva distribuzione di incarichi, comunicazioni, formazione e disciplina. Francesco continuò a immaginare nuove frontiere, mentre gli altri gesuiti avrebbero dovuto consolidare le comunità già avviate.
L'ultimo viaggio e la morte a Shangchuan
Nel 1552 Francesco tentò di raggiungere la Cina continentale. Le restrizioni imposte dalle autorità Ming agli ingressi stranieri e l'assenza di un canale diplomatico sicuro rendevano l'impresa difficile. Cercò inizialmente una via attraverso una missione ufficiale portoghese, ma il progetto non si realizzò secondo le sue aspettative. Raggiunse infine l'isola di Shangchuan, detta nelle fonti europee Sancian o Sanchoão, al largo della costa del Guangdong.
Da lì sperava di trovare un'imbarcazione che lo portasse clandestinamente sulla terraferma. Rimase in attesa, in condizioni precarie, mentre la stagione diventava sfavorevole. Le ultime lettere, datate novembre 1552, attestano la persistenza del progetto e la sua consapevolezza degli ostacoli. La malattia lo colpì prima che potesse attraversare il tratto di mare che lo separava dal continente. Morì all'inizio di dicembre, comunemente il 3 dicembre 1552; alcune ricostruzioni antiche indicano il 2 dicembre, divergenza collegata alla trasmissione delle testimonianze sulle ultime ore.
Il suo corpo fu inizialmente sepolto sull'isola. In seguito venne trasferito a Malacca e poi a Goa, dove divenne oggetto di venerazione. Le narrazioni sulla conservazione straordinaria del cadavere appartengono alla storia del culto e delle testimonianze relative alle ricognizioni, e non equivalgono a una prova storica di intervento miracoloso. Francesco morì senza avere realizzato l'ingresso in Cina, ma il progetto contribuì a orientare l'attenzione missionaria dei gesuiti verso l'impero Ming, nel quale altri religiosi sarebbero entrati alcuni decenni più tardi.
L'eredità missionaria e il riconoscimento ecclesiastico
Dopo la morte, le lettere di Francesco circolarono negli ambienti gesuitici europei e contribuirono a costruire un'immagine nuova del missionario itinerante. Erano testi di comunicazione, governo e incoraggiamento, non cronache redatte per uno storico moderno. Il loro valore è eccezionale per ricostruire spostamenti, decisioni, aspirazioni e difficoltà, ma le affermazioni sulle conversioni e sulle popolazioni incontrate richiedono confronto con il contesto e con altre testimonianze.
La fama di santità si diffuse rapidamente. Paolo V lo beatificò il 25 ottobre 1619 e Gregorio XV lo canonizzò il 12 marzo 1622, nella stessa celebrazione in cui furono proclamati santi anche Ignazio di Loyola, Teresa di Gesù, Filippo Neri e Isidoro l'Agricoltore. La sua figura divenne un riferimento della spiritualità gesuitica e della mobilitazione missionaria cattolica. Le rappresentazioni artistiche lo mostrarono spesso con crocifisso, abito della Compagnia e scene di predicazione o battesimo.
Nel 1927 Pio XI lo proclamò patrono di tutte le missioni cattoliche insieme a Teresa di Lisieux. L'accostamento fra il missionario che attraversò l'Asia e la carmelitana che non lasciò il monastero sottolineava due differenti modelli di partecipazione all'evangelizzazione. La memoria liturgica di Francesco è fissata al 3 dicembre. La sua vicenda continua a essere studiata anche alla luce dei rapporti fra cristianesimo, imperialismo portoghese, culture asiatiche e agency delle comunità locali, senza che questa complessità cancelli il rilievo della sua iniziativa personale.
Biografia
A cura di Dom Antoine Marie osb
«Saverio, che giova all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la sua anima?» (Mt 16,26). Questo avvertimento di Nostro Signore è rivolto a François-Xavier (Francesco Saverio) da Ignazio di Loyola che lo commenta così: «Pensaci bene, il mondo è un padrone che promette e che non mantiene la parola. E anche se mantenesse le sue promesse nei tuoi confronti, non potrà mai appagare il tuo cuore. Ma supponiamo che lo appagasse, quanto tempo durerà la tua felicità? In ogni caso, potrà forse durare più della tua vita? E alla morte, che cosa porterai con te nell'eternità? Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la sua anima?» Poco per volta, questa massima entra nel cuore di Francesco Saverio e vi si imprime profondamente. Così ha inizio un percorso che farà di lui uno dei più grandi santi della storia della Chiesa.
Più che una passione
Francesco nasce il 7 aprile 1506 nel castello di Javier nella Navarra, nel nord ovest della Spagna. Nel 1512, suo padre viene condannato alla perdita dei suoi beni per aver combattuto a fianco del re di Navarra in una guerra contro la corona di Castiglia; morirà di dispiacere nel 1515. L'anno seguente, la fortezza di Xavier viene smantellata e le terre della famiglia confiscate. Quando Francesco Saverio raggiunge la maggiore età, la sua famiglia è rovinata. In questa congiuntura, la carriera delle armi non lo attira. Lasciando sua madre e i suoi fratelli nel settembre 1525 per non rivederli più in questo mondo, egli si reca all'Università di Parigi, dove alloggia presso il collegio Santa Barbara insieme a compagni dediti, per la maggior parte, a una vita poco edificante. Tuttavia, fra di essi si trovano due uomini di una pietà eccezionale, Pietro Fabro e Ignazio di Loyola. Quest'ultimo, originario del Paese Basco confinante con la Navarra, medita da qualche tempo la fondazione di un'opera santa per il bene della Chiesa; avendo constatato le qualità d'anima di Pietro e di Saverio, cerca di far loro condividere la sua ambizione spirituale. Ignazio conduce quindi Pietro Fabro a fare gli Esercizi Spirituali per trenta giorni; alla conclusione di questo ritiro, quest'ultimo è interamente conquistato alla buona causa. Per Francesco Saverio, è più difficile. È vero che, grazie ai consigli di Ignazio e di Pietro, egli si è già allontanato da relazioni sospette e ha respinto le dottrine malsane messe in circolazione a Parigi dai seguaci di Calvino. Ma il suo cuore, fiero e aperto all'attrazione di un'ambizione mondana, non prova che disgusto per la vita oscura di rinuncia esaltata da Ignazio. Quest'ultimo, fine conoscitore di anime, s'immedesima dapprima nel modo di sentire di Francesco che, diventato professore di filosofia, ambisce a una bella carriera e a un vasto uditorio. Ignazio gli trova tanti discepoli che Francesco riconosce in lui un vero amico con il quale può confidarsi. Ignazio approfitta di questa amicizia per ricordargli la vanità della grandezza e dei vantaggi di questo mondo, e la loro inutilità per la vita eterna. Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la sua anima? Francesco, toccato dalla grazia di Dio, partecipa a sua volta agli Esercizi Spirituali, nel corso dei quali chiede «la conoscenza intima del Signore che per me si è fatto uomo, per amarlo con maggiore ardore e seguirlo con più fedeltà» (Es. Sp. 104). Ormai, non avrà che una passione: amare e far amare Gesù Cristo.
Ben presto, al piccolo gruppo si aggiungono altri quattro studenti. Ignazio propone allora ai suoi sei compagni di donarsi più completamente a Dio e di unirsi tra loro con il legame dei voti di religione. Il 15 agosto 1534, nella cappella di Santa Maria di Montmartre, Pietro Fabro, allora l'unico prete del gruppo, celebra la Santa Messa nel corso della quale tutti pronunciano i voti perpetui di povertà e di castità con la promessa di recarsi in Terra Santa o di rimettersi alla volontà del Sovrano Pontefice. In attesa di conoscere la santa volontà di Dio, si riuniscono spesso per pregare e incoraggiarsi vicendevolmente alla pratica delle virtù.
Diritto al cuore
Il 25 gennaio 1537, i primi membri della Compagnia di Gesù si ritrovano a Venezia, ma, poiché la situazione politica rende impossibile il pellegrinaggio in Terra Santa, decidono di andare a Roma per chiedere la benedizione del Papa Paolo III. Quest'ultimo li accoglie con benevolenza e concede loro l'autorizzazione a farsi ordinare preti; questa cerimonia ha luogo il 24 giugno 1537. Poi, il gruppetto si dissemina in diverse città d'Italia. Padre Francesco viene destinato a Bologna dove si dedica all'istruzione della gene del popolo, dei malati e dei prigionieri. Non conoscendo bene l'italiano, parla poco, ma con una tale convinzione che le sue parole vanno direttamente al cuore degli ascoltatori. Alla fine del 1538, il re del Portogallo, Giovanni III, chiede a Ignazio di concedergli dei religiosi per l'evangelizzazione delle Indie. Questi, d'accordo con il Papa, mette a sua disposizione due religiosi, tra cui Francesco Saverio. Quest'ultimo viene messo al corrente solo la vigilia della partenza, il 15 marzo 1540. Come unico bagaglio, porta con sé l'abito di cui è vestito, il suo crocifisso, un breviario e un altro libro.
Dopo un viaggio di tre mesi, Padre Francesco arriva a Lisbona in compagnia di Simone Rodriguez; entrambi vengono ricevuti da Giovanni III, uomo veramente pio e preoccupato della salvezza delle anime. Attendendo di partire per le Indie, essi si dedicano al ministero delle anime nella capitale del Portogallo. La loro dedizione apostolica suscita a Lisbona una tale ammirazione che viene chiesto al re di trattenerli nel paese. Ignazio decide che Rodriguez resterà a Lisbona; quanto a Padre Francesco, partirà per le Indie. La sua partenza, in compagnia di tre giovani confratelli, ha luogo il 7 aprile 1541.
A quell'epoca, il viaggio dal Portogallo alle Indie passando per il capo di Buona Speranza è un'avventura da cui nessuno alla partenza si può vantare di uscire vivo. Se la nave non fa naufragio, le epidemie, il freddo, la fame e la sete provvedono spesso a decimare i passeggeri. Il 1° gennaio 1542, Padre Francesco scrive ai suoi fratelli di Roma: «Ho avuto il mal di mare per due mesi; e tutti hanno molto sofferto per quaranta giorni sulle coste della Guinea« Tale è la natura delle pene e delle fatiche che, per il mondo intero, non avrei osato affrontarle un solo giorno. Noi troviamo un conforto e una speranza sempre crescenti nella misericordia di Dio, nella convinzione che manchiamo del talento necessario per predicare la fede di Gesù Cristo in terra pagana». Il 6 maggio 1542, essi raggiungono Goa, sulla costa occidentale dell'India.
Primo modo di pregare
Avendo ricevuto dal Papa i pieni poteri spirituali sui sudditi dell'impero coloniale del Portogallo, Francesco Saverio arriva in India munito del titolo di «Nunzio apostolico». Egli trova a Goa una cristianità confrontata agli esempi poco edificanti di certi europei. Grazie al suo zelo, già prima della fine dell'anno, Goa appare molto cambiata; un buon numero di anime vi camminano già nella via della perfezione: Padre Francesco le sostiene esercitandole a meditare, secondo il metodo che sant'Ignazio chiama il «primo modo di pregare» (Es. Sp. 238-248). Questo modo di meditare consiste nell'esaminarsi sui dieci comandamenti di Dio, i sette peccati capitali, le tre facoltà dell'anima (memoria, intelligenza, volontà), e i cinque sensi del corpo. Vi si chiede a Dio la grazia di sapere in che cosa si siano osservati o trasgrediti i suoi comandamenti, e l'aiuto necessario per correggersi in avvenire. Il vescovo di Goa desidera che Padre Francesco prosegua a operare il gran bene che ha fatto nella città, ma quest'ultimo, spinto dallo Spirito di Dio, aspira a conquiste più vaste. Come gli apostoli, brucia del desiderio di affrontare i pericoli, le sofferenze, le persecuzioni, per conquistare il maggior numero possibile di anime a Gesù Cristo. Il governatore di Goa, che conosce il suo zelo, si fa partecipe del suo modo di vedere e gli segnala i ventimila uomini della tribù dei Paravers, battezzati precipitosamente otto anni prima sulla costa della Pescheria, e che, da allora, sono ritornati alla loro ignoranza e alle loro superstizioni.
Padre Francesco scrive in una lettera a sant'Ignazio: «Parto contento: sopportare le fatiche di una lunga navigazione, prendere su di sé i peccati altrui, quando se ne ha già abbastanza dei propri, soggiornare in mezzo ai pagani, subire l'ardore di un sole bruciante, e tutto questo per Dio; ecco sicuramente delle grandi consolazioni e un motivo di gioie celesti. Perché alla fin fine la vita beata, per gli amici della croce di Gesù Cristo, è, mi sembra, una vita disseminata di simili croci« Quale felicità pari a quella di vivere morendo ogni giorno, spezzando le nostre volontà per cercare e trovare non quello che ci dà un vantaggio, ma quello che va a vantaggio di Gesù Cristo?» I cristiani che egli trova sulla costa della Pescheria ignorano tutto della loro religione. Padre Francesco inizia quindi dai rudimenti della fede: il segno della croce accompagnato dall'invocazione delle tre Persone in Dio; il Credo, i dieci comandamenti, il Pater, l'Ave, la Salve Regina, il Confiteor.
Questa preoccupazione di trasmettere i rudimenti della fede è quella della Chiesa. In effetti, nella nostra epoca segnata da una sovrabbondanza di informazione e dalla specializzazione degli studi superiori, si constata che non vengono trasmesse le verità più semplici, quelle che conducono alla salvezza eterna. Per questa ragione il Santo Padre Benedetto XVI ha promulgato il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica che, «per la sua brevità, chiarezza e integrità, si rivolge a ogni persona, che, vivendo in un mondo dispersivo e dai molteplici messaggi, desidera conoscere la Via della Vita, la Verità, affidata da Dio alla Chiesa del Suo Figlio» (Motu proprio che approva il Compendio, 28 giugno 2005).
«Se non mancassero gli operai»
Di fronte a questa ricca messe di anime, e al pensiero del bene immenso che si potrebbe fare con la collaborazione di numerosi operai, Francesco Saverio si volge verso l'Europa dove tanti uomini intelligenti consumano le loro forze in occupazioni prive di una grande utilità. «Molte volte, egli scrive, mi viene l'idea di andare alle università d'Europa e là, gridando a gran voce come un uomo che abbia perduto il senno, dire a uomini più ricchi di scienza che non del desiderio di farla fruttificare, quante anime, per la loro negligenza, sono defraudate della gloria celeste e vanno all'inferno! Se, pur studiando le lettere, essi si studiassero anche di meditare sul conto che Dio gliene chiederà, molti di loro, toccati da questi pensieri, ricorrerebbero a dei mezzi, a degli esercizi spirituali fatti per dar loro la vera conoscenza e l'intima percezione della volontà divina; si uniformerebbero ad essa più che non alle loro proprie inclinazioni, e direbbero: «Eccomi, Signore: che cosa vuoi che io faccia? Mandami dove vuoi, e se è necessario, anche alle Indie«» Sono stato sul punto di scrivere all'università di Parigi che milioni e milioni di pagani si farebbero cristiani, se non mancassero gli operai«»
Curarsi dell'anima
Il 7 aprile 2006, il Cardinale Antonio María Rouco Varela, arcivescovo di Madrid, in occasione di una Messa che celebrava il quinto centenario della nascita di san Francesco Saverio, ha spiegato così questa passione del santo: «Francesco Saverio si curava dell'anima: della sua anima e di quella di tutte le persone, l'anima di ogni essere umano. Si curava dell'«anima», perché gli stava a cuore la vita: la vita nella sua pienezza, la vita nella sua felicità, la vita eterna« Si curava della salvezza dell'uomo e per questo la sua vita consistette nel consumarsi affinché ogni creatura che egli incontrava potesse conoscere e far sua la verità secondo la quale Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna (Gv 3,16). Precisamente in virtù dell'amore che nutriva per l'uomo, egli desiderava che il maggior numero possibile di popoli e di persone giungessero alla fede cristiana; è così che si spiega la sua ricerca instancabile delle anime fin nei luoghi più remoti dove non era ancora giunta la Buona Novella di Gesù».
Tale è la moltitudine di coloro che Francesco Saverio conduce tutti i giorni alla fede, che spesso gli accade di avere le braccia stanche a forza di battezzare. Oberato di attività impegnative, non si trova da solo che durante le notti, che gli dedica in gran parte ai suoi esercizi religiosi e allo studio della lingua del paese. Ma Dio non abbandona mai i suoi servitori: Egli inonda l'anima del missionario di consolazioni celesti; gli concede largamente il dono dei miracoli. Alla fine dell'ottobre 1543, Padre Francesco decide di ritornare a Goa per cercarvi rinforzi. Là apprende – con tre anni di ritardo – che Paolo III ha approvato la Compagnia di Gesù e che Ignazio è stato eletto Generale. Fa dunque la sua professione solenne, utilizzando la formula di cui si sono serviti i suoi Fratelli di Roma.
Tuttavia il Padre sa che altre contrade attendono la Buona Novella. È perplesso: deve spingersi verso queste terre lontane, in cui il nome di Cristo è sconosciuto a tanti uomini? Si reca presso la tomba dell'apostolo san Tommaso per chiedere a Dio di illuminarlo. Vi resta quattro mesi (aprile-agosto 1545), rendendo servizio al parroco del luogo, che dirà di lui: «Conduceva in tutto la vita degli apostoli». «Nella santa casa di san Tommaso, scrive il missionario ai Padri di Goa, mi sono dedicato a pregare senza interruzione perché Dio nostro Signore mi conceda di sentire nella mia anima la sua santissima volontà, con la ferma risoluzione di compierla« Ho sentito con grande consolazione interiore che era la volontà di Dio che io andassi in quei luoghi di Malacca, dove recentemente alcuni sono stati fatti cristiani».
Dopo qualche mese trascorso nella penisola malese di Malacca, dove non teme di andare a cercare i pescatori a domicilio, nelle case da gioco e di piacere, per ricondurli sulla retta via, egli inizia, il 1° gennaio 1546, una crociera di più di 2000 km, nel corso della quale evangelizza diverse isole, in particolare l'isola del Moro, dove rischia la sua vita in mezzo a popolazioni cannibale. In una lettera ai suoi confratelli d'Europa che si preoccupano di questa avventura, risponde: «È necessario che le anime dell'isola del Moro siano istruite e che qualcuno le battezzi per la loro salvezza. Io dal canto mio ho l'obbligo di perdere la vita del corpo per garantire al mio prossimo la vita dell'anima. Andrò quindi all'isola del Moro, per soccorrervi spiritualmente i cristiani, e affronterò qualsiasi pericolo, affidandomi a Dio nostro Signore e riponendo in Lui tutta la mia speranza. Voglio, nella misura delle mie piccole e misere forze, fare in me la prova di questa parola di Gesù Cristo, nostro Redentore e Signore: Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà (Mt 16,25).
La salvezza integrale
Lo zelo di san Francesco Saverio, che si è prodigato senza riserve per annunciare il Vangelo a migliaia di anime, costituisce una lezione e un esempio per la nostra generazione; esso ci ricorda l'urgenza e la necessità della missione, in conformità con l'insegnamento di Giovanni Paolo II: «La tentazione oggi è di ridurre il cristianesimo a una sapienza meramente umana, quasi scienza del buon vivere. In un mondo fortemente secolarizzato è avvenuta una «graduale secolarizzazione della salvezza», per cui ci si batte, sì, per l'uomo, ma per un uomo dimezzato, ridotto alla sola dimensione orizzontale. Noi invece, sappiamo che Gesù è venuto a portare la salvezza integrale, che investe tutto l'uomo e tutti gli uomini, aprendoli ai mirabili orizzonti della filiazione divina. Perché la missione? Perché a noi, come a san Paolo, è stata concessa la grazia di annunziare ai pagani le imperscrutabili ricchezze di Cristo. (Ef 3,8) La novità di vita in lui è la «buona novella» per l'uomo di tutti i tempi: a essa tutti gli uomini sono chiamati e destinati« La Chiesa e, in essa, ogni cristiano non può nascondere né conservare per sé questa novità e ricchezza, ricevuta dalla bontà divina per esser comunicata a tutti gli uomini» (Enciclica Redemptoris Missio, 7 dicembre 1990, n. 11).
Il Giappone« e la Cina
Nel dicembre 1547, Padre Francesco fa la conoscenza di un nobile Giapponese di nome Anjiro. Questi erra da cinque anni alla ricerca di un maestro spirituale che possa restituire la pace alla sua anima. «Scoprimmo Padre Francesco, racconterà Anjiro, nella chiesa della Madonna della Montagna, dove celebrava un matrimonio. Venni conquistato completamente dal suo carisma e gli feci un lungo racconto della mia vita. Egli mi abbracciò e apparve così felice di vedermi che era evidente che Dio stesso aveva combinato il nostro incontro». Nel corso delle sue conversazioni, il Padre s'informa sul Giappone. Apprendendo che «il re, la nobiltà e tutte le persone di alto rango si sarebbero fatti cristiani, perché i Giapponesi sono interamente guidati dalla legge della ragione», questo gli basta; partirà per il Giappone.
Tuttavia, consapevole dei suoi doveri di Nunzio apostolico, riprende contatto con le Indie e ritorna a Goa, che lascerà il 15 aprile 1549 per il Giappone. Il 15 agosto seguente, approda a Kagoshima dove trascorre più di un anno a iniziarsi alla lingua e ai costumi giapponesi. Verso la fine del 1550, parte per la residenza del più potente principe del Giappone, poi per la capitale. Là, lo attende una grande delusione: il re, che di fatto non è che un fantoccio, non lo riceve neppure. Padre Francesco ottiene tuttavia dal principe il permesso di predicare la fede cristiana, e ha la gioia di accogliere qualche centinaio di conversioni. Ma presto scoppia una rivoluzione, e il missionario deve partire. Non avendo notizie delle Indie da due anni, decide di ritornare a Malacca, dove arriva alla fine del 1551. È là che riceve una lettera da sant'Ignazio scritta più di due anni prima, che lo nominava «Provinciale dell'Est», cioè di tutte le missioni della Compagnia di Gesù dal capo Comorin, a sud dell'India, fino al Giappone.
Il 17 aprile 1552, il missionario s'imbarca nuovamente, questa volta a destinazione della Cina. Questo viaggio, l'ultimo della sua vita, servirà agli ultimi spogliamenti e lo assimilerà al Cristo sofferente. All'inizio del settembre 1552, raggiunge l'isola di Sancian, a dieci chilometri dalla costa della Cina. I pochi portoghesi che vi fanno allora scalo lo accolgono con gioia, gli costruiscono una capanna di legno e una cappellina di rami. Padre Francesco inizia subito a occuparsi dei bambini e dei malati, a predicare, catechizzare, confessare. Nel frattempo, egli cerca di prendere contatto con qualche «passatore» cinese che possa condurlo clandestinamente a Canton. In effetti, l'accesso alla costa della Cina è severamente vietato; chiunque si avventuri a sfidare questo divieto è destinato, se viene catturato, alla tortura e alla morte. Almeno a due riprese, il missionario trova un uomo che acconsente a condurvelo in cambio di una grossa somma di denaro: ogni volta, riscosso il denaro, il «passatore» si dilegua.
Il 21 novembre, Padre Francesco celebra la sua ultima Messa. Scendendo dall'altare, si sente venir meno. Cerca di riprendere il mare, ma il rollio della nave gli risulta insopportabile. Ricondotto a Sancian, trascorre gli ultimi giorni della sua vita in uno stato di mezza incoscienza. Privo di rimedi, e certo della sua prossima morte, alza gli occhi al Cielo e conversa con Nostro Signore o la Madonna: «Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me – O Vergine, Madre di Dio, ricordati di me». È pronunciando il nome di Gesù che esala il suo ultimo respiro, all'alba del 2 dicembre 1552. Ha solo quarantasei anni. Il suo corpo viene riportato a Goa dove è tuttora venerato dai fedeli. Francesco Saverio, canonizzato contemporaneamente a sant'Ignazio di Loyola il 12 marzo 1622, è il patrono celeste delle missioni cattoliche.
Quando si considera la vita di questo gigante della santità, si è colpiti dalla quantità di fatiche e di sofferenze che ha potuto sopportare. Il suo segreto si trova in un amore senza limiti per Gesù. Negli Esercizi Spirituali, sant'Ignazio gli ha insegnato ad ascoltare la chiamata di Cristo: «È mia volontà conquistare tutto il mondo, sottomettere tutti i miei nemici, e così entrare nella gloria del Padre mio. Chi vuole venire con me lavori con me; mi segua nelle fatiche, per seguirmi anche nella gloria». (Es. Sp. 95). Docile, Francesco Saverio si è mostrato «pronto e diligente nel compiere la santissima volontà di Gesù» (ibid. 91); a sua volta, si è dedicato senza riserve a tutte le opere per estendere il regno di Dio sulla terra. Che egli ci ottenga la grazia di essere come lui pieni di zelo per la salvezza eterna del prossimo.
Biografia
A cura di Mariella Lentini
Noto come l’apostolo delle Indie, ritenuto il più grande missionario del Cristianesimo, il gesuita Francesco Saverio nasce nel 1506 in un castello, a Javier, nella Navarra, da una ricca famiglia di nobili spagnoli. Il padre è un giurista e i fratelli sono soldati. Invece Francesco sogna un’altra strada. Studioso e colto si laurea all’Università di Parigi. Un incontro diventa decisivo per la sua vita. Conosce Ignazio di Loyola (proclamato santo anche lui) con il quale fonda l’Ordine dei Gesuiti (la Compagnia di Gesù).
Francesco diventa sacerdote nel 1537 e nel 1540 parte missionario in India per parlare del Vangelo alle popolazioni che non lo conoscono. Il lungo viaggio dura tredici mesi. I coloni portoghesi conducevano una vita disordinata e immorale, alla ricerca smodata di ricchezza. Il santo si sacrifica soffrendo la fame e la malattia per dedicarsi agli ammalati, confortare i carcerati, difendere gli schiavi, istruire i bambini, tanto da meritarsi il titolo di “Grande Padre”. Francesco cerca di riunire i bambini e li chiama suonando un campanello. Impartisce loro il catechismo e insegna canti spirituali. Fonda chiese e scuole, sa essere all’occorrenza maestro, giudice e medico. Soprattutto ha un talento fuori dal comune come predicatore e grazie a lui numerosissime sono le conversioni. Il gesuita è infaticabile e battezza migliaia di persone. Tantissimi sono i miracoli attribuiti alle sue preghiere.
Particolarmente avventuroso fu il viaggio in Giappone del 1548, accompagnato da un fuggiasco giapponese, Anjiro, che si converte per poter espiare un delitto commesso. Il sacerdote ha pochissimo cibo, cammina a piedi scalzi anche quando il freddo, in alcuni momenti, è davvero pungente, svolge le mansioni più umili per sopravvivere. Anche in questo Paese Francesco Saverio riuscirà a convertire fino a mille persone. Desidera portare la Parola di Dio pure in Cina, territorio a quel tempo interdetto agli stranieri, ma si ammala e non riesce nel suo intento. Il “Grande Padre” si spegne proprio mentre sta per sbarcare nel continente cinese, sull’isola di Sancian, nel 1552. San Francesco Saverio è patrono delle missioni cattoliche, dei turisti e dei marinai. Protegge i viaggi per mare. Viene invocato contro le tempeste marine e i temporali.
Approfondimenti
Le lettere come fonte storica
L'epistolario saveriano è una testimonianza di prima mano sul primo sviluppo della Compagnia in Asia. Contiene resoconti di viaggio, richieste di personale, valutazioni delle comunità e giudizi sulle religioni incontrate. Le lettere erano però destinate a superiori e confratelli e rispondevano anche a esigenze di governo e mobilitazione: il loro carattere contemporaneo non elimina selezioni, retorica e incomprensioni culturali. Le edizioni critiche dei Monumenta Xaveriana consentono di confrontare testi e varianti della trasmissione.
Missione, impero e protagonisti asiatici
L'attività di Francesco si svolse dentro le strutture marittime e politiche del Portogallo, ma dipese concretamente da mediatori indiani, malesi e giapponesi. Il padroado assicurava appoggi e risorse e poteva al tempo stesso associare l'annuncio religioso a pressioni politiche. Fra i parava, l'adesione al cristianesimo precedette in parte l'arrivo del santo; in Giappone Anjirō e altri interlocutori locali resero possibile la prima comunicazione. La storiografia contemporanea valorizza queste iniziative asiatiche e distingue la diffusione del cristianesimo dalle rappresentazioni celebrative dei missionari europei.
Il corpo a Goa e la costruzione del culto
Le traslazioni del corpo verso Goa e la venerazione nella basilica del Bom Jesus furono centrali nella memoria del santo. La reliquia del braccio destro, portata a Roma nel Seicento, stabilì un ulteriore legame simbolico con il centro della Compagnia. Le esposizioni pubbliche delle spoglie ebbero nel tempo anche un significato politico e identitario per la società di Goa, oltre che religioso. La storia materiale del culto va distinta dai racconti sull'incorruttibilità, la cui interpretazione dipende da testimonianze e verifiche di epoche differenti.
Curiosità
- La canonizzazione del 1622 riunì Francesco Saverio e Ignazio di Loyola, compagni all’origine della Compagnia di Gesù.
- La prima missione in Giappone dipese in modo decisivo dalla mediazione linguistica e sociale del giapponese Anjirō, battezzato Paolo.
- Il progetto di entrare in Cina rimase incompiuto: Francesco morì su un’isola dalla quale poteva raggiungere visivamente la costa continentale.
Cronologia
- 7 aprile 1506 - Nascita nel castello di Xavier, in Navarra.
- 1525 - Inizio degli studi a Parigi.
- 15 agosto 1534 - Impegno comune a Montmartre con Ignazio e altri compagni.
- 24 giugno 1537 - Ordinazione sacerdotale.
- 27 settembre 1540 - Approvazione pontificia della Compagnia di Gesù.
- 7 aprile 1541 - Partenza da Lisbona per l’Asia.
- 6 maggio 1542 - Arrivo a Goa.
- 1542-1544 - Missione fra i parava della costa indiana.
- 1545-1547 - Attività a Malacca e nelle Molucche.
- 15 agosto 1549 - Arrivo a Kagoshima, in Giappone.
- 1551 - Partenza dal Giappone.
- 3 dicembre 1552 - Morte sull’isola di Shangchuan; alcune testimonianze riportano il 2 dicembre.
- 25 ottobre 1619 - Beatificazione da parte di Paolo V.
- 12 marzo 1622 - Canonizzazione da parte di Gregorio XV.
- 1927 - Proclamazione a patrono delle missioni con santa Teresa di Lisieux.
Valutazione storico-critica
- L’identità, la formazione parigina, le principali tappe dei viaggi e l’attività missionaria sono ampiamente documentate dalle lettere e da testimonianze coeve.
- La data della morte è comunemente fissata al 3 dicembre 1552; la tradizione storiografica conserva anche l’indicazione del 2 dicembre.
- Le cifre delle conversioni riportate dalle fonti missionarie non equivalgono a conteggi indipendenti; in India alcune comunità erano state battezzate prima dell’arrivo di Francesco.
- I racconti di prodigi e di conservazione miracolosa del corpo richiedono distinzione fra attestazioni materiali, tradizione devozionale e interpretazione religiosa.
- Le valutazioni delle religioni asiatiche nelle lettere riflettono l’esperienza del missionario e i limiti delle mediazioni linguistiche.
- Beatificazione, canonizzazione e memoria liturgica sono attestate da fonti ecclesiastiche ufficiali.
Fonti e bibliografia essenziale
- Francesco Saverio, lettere, in Monumenta Xaveriana, Monumenta Historica Societatis Iesu, Madrid, 1899-1900.
- Dicastero delle Cause dei Santi, Francesco Saverio, profilo biografico e dati di beatificazione e canonizzazione.
- Hugues Didier, Francis Xavier: Figure of Exile and Holiness, International Journal for the Study of the Christian Church, 7, 2 (2007), pp. 134-156.
- M. Antoni J. Üçerler, The Jesuit Enterprise in Sixteenth- and Seventeenth-Century Japan, in The Cambridge Companion to the Jesuits, Cambridge University Press, 2008.
- Pamila Gupta, The Relic State: St Francis Xavier and the Politics of Ritual in Portuguese India, Manchester University Press, 2014.
- Henry Venn, The Missionary Life and Labours of Francis Xavier Taken from His Own Correspondence, 1862.
Patronati
- India
- Marinai
- Missionari e Missionarie Cattolici
- Pakistan
- Propagazione della Fede, Associazioni per la
- Tempeste Marine, contro le
- Temporali, contro i
- Turisti
- Uragani, contro gli

