San Giovanni Damasceno (Yuḥannā ibn Manṣūr)
Sacerdote e dottore della Chiesa
Festa: 4 dicembre (27 marzo) — Memoria Facoltativa
Nascita-morte: Damasco, Siria, circa 675-680 - San Saba, presso Gerusalemme, 749-750
Nascita - morte:
Damasco, Siria, circa 675-680 - San Saba, presso Gerusalemme, 749-750
Festa:
4 dicembre (27 marzo) — Memoria Facoltativa
Patronato:
Pittori
Etimologia:
Giovanni = il Signore è benefico, dono del Signore, dall'ebraico
Emblema:
Abito monastico, rotolo o libro.
Categoria: I santi che iniziano con la lettera G
Calendario: I santi del 4 dicembre
Martirologio Romano
Ascolta
Noto in arabo come Yuḥannā ibn Manṣūr e nella tradizione cristiana come Giovanni di Damasco, fu monaco, sacerdote, teologo e autore di inni dell'VIII secolo. Nato in una famiglia cristiana eminente della Siria governata dagli Omayyadi, visse nel passaggio fra l'eredità greco-siriaca dell'impero bizantino e la nuova società islamica. La tradizione lo collega all'amministrazione califfale, mentre la sua attività intellettuale matura soprattutto nell'ambiente monastico palestinese di San Saba. Le sue opere, in particolare la Fonte della conoscenza e i trattati sulle immagini, esercitarono un'influenza duratura sulla teologia orientale e sulla riflessione cristiana occidentale. Difese la venerazione delle icone distinguendola dall'adorazione dovuta soltanto a Dio e collegandola alla realtà dell'Incarnazione. La ricostruzione della sua vita resta condizionata dalla distanza cronologica delle principali narrazioni agiografiche e da discussioni sulle date. Venerato nelle Chiese d'Oriente e d'Occidente, è commemorato il 4 dicembre; Leone XIII lo proclamò dottore della Chiesa nel 1890.
Biografia
A cura di Giampietro Cattini
Una famiglia cristiana nella Damasco omayyade
Giovanni nacque probabilmente a Damasco nella seconda metà del VII secolo, in una famiglia cristiana appartenente all'élite amministrativa locale. La data tradizionale del 675, come quella del 680, è una ricostruzione approssimativa, non il risultato di un atto di nascita conservato. Il nome arabo Yuḥannā ibn Manṣūr richiama il padre o la famiglia di Manṣūr; nella trasmissione delle genealogie compare anche il nome Sarjūn, corrispondente a Sergio. La forma Yuḥannā ibn Sarjūn presente in alcune ricostruzioni non deve cancellare la varietà delle attestazioni onomastiche. L'appellativo Damasceno deriva dalla città di origine e non designa un ordine religioso.
La Siria era passata sotto dominio arabo-musulmano nel VII secolo. Damasco divenne capitale del califfato omayyade nel 661, ma conservò comunità cristiane, tradizioni culturali elleniche e siriache e personale amministrativo formato prima della conquista. La famiglia di Giovanni rappresenta bene questa continuità: funzionari cristiani potevano ancora collaborare con un potere politico musulmano, in un quadro che mutava progressivamente con l'arabizzazione degli uffici e delle pratiche di governo.
Le notizie sui familiari richiedono cautela. Le biografie tradizionali descrivono il padre come un importante responsabile delle finanze e ricordano un antenato legato all'amministrazione della città. La ricerca storica considera plausibile il ruolo pubblico della famiglia, mentre i dettagli sulla successione degli incarichi, sulla loro precisa natura e sulla durata del servizio personale di Giovanni non sono documentati in modo uniforme. Parlare di ministro delle finanze nel senso moderno rischia di proiettare sull'VIII secolo categorie istituzionali posteriori.
Formazione fra cultura greca e mondo arabo
La competenza teologica delle opere dimostra una formazione approfondita nella Bibbia, nella tradizione patristica e negli strumenti della filosofia greca. Giovanni conosceva le discussioni cristologiche maturate nei secoli precedenti e sapeva organizzarle con notevole precisione terminologica. La sua produzione conservata è prevalentemente in greco, lingua della teologia e di numerose comunità cristiane del Levante, benché il contesto damasceno rendesse naturale il contatto con l'arabo.
Una Vita posteriore racconta che il giovane fu educato insieme a Cosma da un monaco sapiente, anch'egli chiamato Cosma, proveniente dall'Italia e riscattato dalla schiavitù. Il racconto, ricco di particolari edificanti, non è una testimonianza contemporanea. Esprime la convinzione della tradizione che l'autore avesse ricevuto una preparazione eccezionale, ma non consente di stabilire con certezza l'identità del maestro, il programma degli studi o la cronologia della formazione.
Il rapporto con Cosma, poi associato alla sede episcopale di Maiuma, appartiene alla memoria del monachesimo palestinese. La vicinanza fra i due autori è rilevante anche per la trasmissione degli inni: numerosi testi circolarono con attribuzioni non sempre stabili, rendendo necessario distinguere le composizioni effettivamente assegnabili a Giovanni da quelle appartenenti alla stessa scuola liturgica.
Dalla vita pubblica al monastero di San Saba
Secondo la tradizione, Giovanni esercitò un incarico presso la corte califfale, seguendo l'esempio della propria famiglia. L'affermazione è ripetuta anche in sintesi ecclesiastiche moderne, ma le fonti non permettono di ricostruire un curriculum amministrativo preciso. La cronologia del suo abbandono della vita pubblica rimane controversa. Alcune ricostruzioni collocano l'ingresso nel monastero di San Saba intorno al 700; altre preferiscono una data successiva e lasciano aperta la possibilità che la fase pubblica sia stata più breve o meno importante di quanto narrato dalle Vite.
San Saba, o Mar Saba, si trova nel deserto della Giudea, a sud-est di Gerusalemme. La comunità apparteneva a una tradizione monastica antica, caratterizzata da disciplina ascetica, liturgia e studio. Il passaggio dalla capitale siriana a questo ambiente rappresentò un mutamento radicale di orizzonte: Giovanni non agì più come membro di una famiglia di funzionari, ma come autore cristiano inserito nella vita di una comunità religiosa.
Le narrazioni monastiche insistono sulla sua obbedienza e sull'umiltà. Episodi nei quali un anziano gli proibisce di scrivere, o lo sottopone a prove umilianti, appartengono soprattutto al genere agiografico e non possono essere trattati come resoconti verificati. Essi attestano tuttavia il modo in cui i monaci successivi vollero conciliare l'enorme fama intellettuale del Damasceno con l'ideale della rinuncia personale.
La tradizione ecclesiastica lo riconosce sacerdote. Non possediamo una data sicura della sua ordinazione, né è possibile ricostruire in dettaglio i suoi incarichi pastorali. Le omelie mostrano però una voce formata per l'insegnamento della fede e per la celebrazione delle principali feste cristiane.
La controversia sulle immagini sacre
La fama di Giovanni è legata soprattutto alla difesa delle immagini sacre contro l'iconoclastia. Nel mondo bizantino dell'VIII secolo, la liceità delle raffigurazioni religiose divenne una questione che coinvolgeva teologia, liturgia e autorità imperiale. L'imperatore Leone III, sul trono dal 717 al 741, fu associato alla prima fase della politica iconoclasta, ma la sequenza esatta dei provvedimenti e la loro portata iniziale sono discusse dagli storici.
Giovanni compose tre discorsi contro quanti attaccavano le immagini. La loro datazione puntuale è difficile; essi appartengono al contesto delle controversie della prima metà dell'VIII secolo. La sua posizione aveva una caratteristica politica importante: vivendo sotto il califfato, non dipendeva direttamente dall'imperatore bizantino. Non significa però che scrivesse in assenza di rischi o che la sua libertà fosse illimitata, perché anche le comunità cristiane dei territori islamici erano soggette a condizioni politiche mutevoli.
Il nucleo dell'argomentazione è cristologico. Se Dio è invisibile e inconoscibile nella sua essenza, il Figlio si è reso visibile assumendo una vera natura umana. La rappresentazione di Cristo non pretende dunque di dipingere l'essenza divina: raffigura la persona del Verbo incarnato secondo la sua manifestazione storica. Negare ogni possibilità di rappresentarlo poteva compromettere, secondo Giovanni, il riconoscimento della realtà dell'Incarnazione.
Egli distingue inoltre l'adorazione, dovuta esclusivamente a Dio, dalla venerazione rivolta alle persone e ai misteri rappresentati. Il rispetto tributato a un'immagine non si arresta al legno o ai pigmenti, ma si riferisce al prototipo. Questa distinzione divenne centrale nella successiva difesa conciliare delle icone. Giovanni impiega esempi biblici e richiami alla tradizione ecclesiale per mostrare che il divieto degli idoli non coincide con la proibizione assoluta di ogni figura sacra.
Un altro aspetto riguarda la materia. Il cristianesimo proclama che Dio ha assunto carne e che la salvezza coinvolge il mondo creato. Perciò oggetti materiali possono servire da segni e strumenti della memoria religiosa senza diventare divinità. Il ragionamento si colloca in un quadro sacramentale più ampio, nel quale acqua, olio e altri elementi materiali sono associati alla vita della Chiesa.
Le sue opere non posero fine immediatamente alla controversia. Dopo la morte dell'autore, il concilio iconoclasta di Hieria del 754 condannò i difensori delle immagini e colpì anche la sua memoria. Il secondo concilio di Nicea del 787, riconosciuto come settimo concilio ecumenico dalla Chiesa cattolica e dalle Chiese ortodosse, ripristinò il riconoscimento della venerazione delle immagini e valorizzò la linea argomentativa di Giovanni. La restaurazione definitiva delle icone a Costantinopoli sarebbe giunta soltanto nell'843.
La Fonte della conoscenza e il metodo teologico
Il progetto intellettuale più influente del Damasceno è la Fonte della conoscenza, tradizionalmente articolata in tre parti. I Capitoli filosofici, spesso chiamati Dialettica, forniscono definizioni e strumenti concettuali. Il trattato Sulle eresie presenta una rassegna di dottrine considerate estranee alla fede ortodossa. L'Esposizione esatta della fede ortodossa ordina in forma sistematica gli insegnamenti cristiani fondamentali.
L'opera non va intesa come una sintesi originale in ogni sua proposizione. Giovanni raccoglie, seleziona e dispone materiali provenienti da autori precedenti, soprattutto dai Padri greci. La sua originalità risiede anche nella capacità di costruire un quadro coerente, adatto allo studio e alla trasmissione della dottrina. Per questa ragione la Fonte della conoscenza diventò un punto di riferimento della formazione teologica bizantina.
Nella trattazione della Trinità, l'autore distingue natura e persona, insistendo sull'unità divina e sulla realtà delle tre ipostasi. In cristologia difende l'unità personale di Cristo e la completezza delle sue nature divina e umana, raccogliendo l'eredità dei concili precedenti. Le riflessioni sulla volontà e sull'azione di Cristo si collocano nel solco delle dispute contro il monotelismo e della teologia di Massimo il Confessore.
Giovanni dedica spazio anche alla creazione, agli angeli, alla libertà umana, alla provvidenza, alla risurrezione e ai sacramenti. La sua esposizione della fede non separa nettamente speculazione e vita liturgica: la precisione delle definizioni serve a custodire ciò che la Chiesa proclama nella preghiera. Il testo, pur profondamente segnato dal contesto orientale, raggiunse l'Occidente latino attraverso traduzioni e contribuì alla successiva cultura scolastica.
La sezione Sulle eresie include una trattazione dell'Islam nel quadro delle categorie polemiche cristiane dell'epoca. Non è una descrizione neutrale della religione musulmana: testimonia il modo in cui un autore cristiano vissuto sotto il dominio islamico interpretava la nuova tradizione religiosa. È una fonte importante per la storia degli incontri e dei conflitti intellettuali, ma le sue classificazioni non devono essere assunte come giudizi storici moderni.
Omelie, Maria e vita liturgica
Fra i testi attribuiti con sicurezza o con diverso grado di probabilità al Damasceno occupano un posto notevole le omelie. Quelle dedicate alla Madre di Dio, in particolare alla Dormizione, ebbero una lunga fortuna nella tradizione orientale e contribuirono anche alla storia della riflessione occidentale sull'Assunzione. Il loro linguaggio è quello della predicazione e della celebrazione: utilizza immagini bibliche, tipologie e motivi poetici che non intendono offrire una cronaca indipendente degli ultimi giorni di Maria.
L'attenzione mariana di Giovanni deriva dalla cristologia. Maria è chiamata Madre di Dio perché il figlio da lei nato è realmente il Verbo incarnato; il titolo protegge l'unità della persona di Cristo. Il valore delle omelie consiste quindi non soltanto nell'intensità della devozione, ma nel legame fra dottrina, culto e interpretazione delle Scritture.
Il suo nome è legato anche alla poesia liturgica bizantina e allo sviluppo dei canoni, composizioni articolate in odi destinate all'ufficiatura. Le attribuzioni degli inni sono complesse: alcuni testi sono tramandati sotto il suo nome, altri sono collegati a Cosma di Maiuma o a redazioni successive. La figura del Damasceno divenne così un punto di riferimento della memoria musicale e poetica orientale anche oltre ciò che può essere dimostrato per ciascuna singola composizione.
Nelle omelie sulle feste del Signore e dei santi emerge un autore capace di unire spiegazione dottrinale, esegesi e solennità retorica. Non si deve tuttavia trasformare l'esistenza di questi testi in prova di una serie di viaggi o predicazioni precisamente databili: le circostanze materiali della loro pronuncia restano spesso ignote.
Ultimi anni, morte e memoria
La tradizione colloca gli ultimi anni di Giovanni nella comunità di San Saba. La data di morte comunemente proposta è intorno al 749 o al 750; una cronologia assolutamente certa non è ricavabile dalle testimonianze conservate. È invece sicuro che egli morì prima delle decisioni iconoclaste di Hieria del 754, che lo colpirono postumamente.
La memoria della sua sepoltura è legata al monastero palestinese. Le notizie sulle reliquie e sulle loro eventuali traslazioni richiedono una distinzione fra tradizioni locali e verifiche documentarie: non è possibile presentare come accertata una catena completa di spostamenti dei resti. La venerazione monastica precedette di molti secoli il riconoscimento occidentale del suo titolo di dottore.
La sua biografia fu arricchita nel tempo da racconti di guarigioni e interventi della Vergine. Celebre è la storia della mano destra amputata per un'accusa di tradimento e miracolosamente restituita dopo una preghiera davanti a un'icona. Il racconto è importante nella storia del culto e dell'iconografia, ma non è confermato da fonti contemporanee indipendenti. Anche la connessione con l'icona della Madre di Dio detta delle Tre Mani appartiene a questa tradizione.
La Chiesa latina ne celebra la memoria il 4 dicembre, data condivisa da tradizioni orientali. Il 27 marzo appartiene a precedenti collocazioni del calendario romano e non costituisce la memoria attuale ordinaria. Nel 1890 Leone XIII lo proclamò dottore della Chiesa universale, riconoscendo formalmente nell'Occidente cattolico un'autorità dottrinale da tempo centrale per la cristianità orientale. Il suo profilo resta quello di un autore di frontiera: radicato nella cultura greca, vissuto in società islamica e capace di influenzare le controversie dell'impero bizantino senza appartenere al suo territorio politico.
Biografia
A cura di Benedetto XVI
Catechesi di Benedetto XVI all’udienza generale di mercoledì 6 maggio 2009
Cari fratelli e sorelle,
vorrei parlare oggi di Giovanni Damasceno, un personaggio di prima grandezza nella storia della teologia bizantina, un grande dottore nella storia della Chiesa universale. Egli è soprattutto un testimone oculare del trapasso dalla cultura cristiana greca e siriaca, condivisa dalla parte orientale dell’Impero bizantino, alla cultura dell’Islàm, che si fa spazio con le sue conquiste militari nel territorio riconosciuto abitualmente come Medio o Vicino Oriente. Giovanni, nato in una ricca famiglia cristiana, giovane ancora assunse la carica – rivestita forse già dal padre - di responsabile economico del califfato. Ben presto, però, insoddisfatto della vita di corte, maturò la scelta monastica, entrando nel monastero di san Saba, vicino a Gerusalemme. Si era intorno all’anno 700. Non allontanandosi mai dal monastero, si dedicò con tutte le sue forze all’ascesi e all’attività letteraria, non disdegnando una certa attività pastorale, di cui danno testimonianza soprattutto le sue numerose Omelie. La sua memoria liturgica è celebrata il 4 Dicembre. Papa Leone XIII lo proclamò Dottore della Chiesa universale nel 1890.
Di lui si ricordano in Oriente soprattutto i tre Discorsi contro coloro che calunniano le sante immagini, che furono condannati, dopo la sua morte, dal Concilio iconoclasta di Hieria (754). Questi discorsi, però, furono anche il motivo fondamentale della sua riabilitazione e canonizzazione da parte dei Padri ortodossi convocati nel II Concilio di Nicea (787), settimo ecumenico. In questi testi è possibile rintracciare i primi importanti tentativi teologici di legittimazione della venerazione delle immagini sacre, collegando queste al mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio nel seno della Vergine Maria.
Giovanni Damasceno fu inoltre tra i primi a distinguere, nel culto pubblico e privato dei cristiani, fra adorazione (latreia) e venerazione (proskynesis): la prima si può rivolgere soltanto a Dio, sommamente spirituale, la seconda invece può utilizzare un’immagine per rivolgersi a colui che viene rappresentato nell’immagine stessa. Ovviamente, il Santo non può in nessun caso essere identificato con la materia di cui l’icona è composta. Questa distinzione si rivelò subito molto importante per rispondere in modo cristiano a coloro che pretendevano come universale e perenne l’osservanza del divieto severo dell’Antico Testamento sull’utilizzazione cultuale delle immagini. Questa era la grande discussione anche nel mondo islamico, che accetta questa tradizione ebraica della esclusione totale di immagini nel culto. Invece i cristiani, in questo contesto, hanno discusso del problema e trovato la giustificazione per la venerazione delle immagini. Scrive il Damasceno: "In altri tempi Dio non era mai stato rappresentato in immagine, essendo incorporeo e senza volto. Ma poiché ora Dio è stato visto nella carne ed è vissuto tra gli uomini, io rappresento ciò che è visibile in Dio. Io non venero la materia, ma il creatore della materia, che si è fatto materia per me e si è degnato abitare nella materia e operare la mia salvezza attraverso la materia. Io non cesserò perciò di venerare la materia attraverso la quale mi è giunta la salvezza. Ma non la venero assolutamente come Dio! Come potrebbe essere Dio ciò che ha ricevuto l’esistenza a partire dal non essere?…Ma io venero e rispetto anche tutto il resto della materia che mi ha procurato la salvezza, in quanto piena di energie e di grazie sante. Non è forse materia il legno della croce tre volte beata?... E l’inchiostro e il libro santissimo dei Vangeli non sono materia? L’altare salvifico che ci dispensa il pane di vita non è materia?... E, prima di ogni altra cosa, non sono materia la carne e il sangue del mio Signore? O devi sopprimere il carattere sacro di tutto questo, o devi concedere alla tradizione della Chiesa la venerazione delle immagini di Dio e quella degli amici di Dio che sono santificati dal nome che portano, e che per questa ragione sono abitati dalla grazia dello Spirito Santo. Non offendere dunque la materia: essa non è spregevole, perché niente di ciò che Dio ha fatto è spregevole" (Contra imaginum calumniatores, I, 16, ed. Kotter, pp. 89-90). Vediamo che, a causa dell’incarnazione, la materia appare come divinizzata, è vista come abitazione di Dio. Si tratta di una nuova visione del mondo e delle realtà materiali. Dio si è fatto carne e la carne è diventata realmente abitazione di Dio, la cui gloria rifulge nel volto umano di Cristo. Pertanto, le sollecitazioni del Dottore orientale sono ancora oggi di estrema attualità, considerata la grandissima dignità che la materia ha ricevuto nell’Incarnazione, potendo divenire, nella fede, segno e sacramento efficace dell’incontro dell’uomo con Dio. Giovanni Damasceno resta, quindi, un testimone privilegiato del culto delle icone, che giungerà ad essere uno degli aspetti più distintivi della teologia e della spiritualità orientale fino ad oggi. E’ tuttavia una forma di culto che appartiene semplicemente alla fede cristiana, alla fede in quel Dio che si è fatto carne e si è reso visibile. L’insegnamento di san Giovanni Damasceno si inserisce così nella tradizione della Chiesa universale, la cui dottrina sacramentale prevede che elementi materiali presi dalla natura possano diventare tramite di grazia in virtù dell’invocazione (epiclesis) dello Spirito Santo, accompagnata dalla confessione della vera fede.
In collegamento con queste idee di fondo Giovanni Damasceno pone anche la venerazione delle reliquie dei santi, sulla base della convinzione che i santi cristiani, essendo stati resi partecipi della resurrezione di Cristo, non possono essere considerati semplicemente dei ‘morti’. Enumerando, per esempio, coloro le cui reliquie o immagini sono degne di venerazione, Giovanni precisa nel suo terzo discorso in difesa delle immagini: "Anzitutto (veneriamo) coloro fra i quali Dio si è riposato, egli solo santo che si riposa fra i santi (cfr Is 57,15), come la santa Madre di Dio e tutti i santi. Questi sono coloro che, per quanto è possibile, si sono resi simili a Dio con la loro volontà e per l’inabitazione e l’aiuto di Dio, sono detti realmente dèi (cfr Sal 82,6), non per natura, ma per contingenza, così come il ferro arroventato è detto fuoco, non per natura ma per contingenza e per partecipazione del fuoco. Dice infatti: Sarete santi, perché io sono santo (Lv 19,2)" (III, 33, col. 1352 A). Dopo una serie di riferimenti di questo tipo, il Damasceno poteva perciò serenamente dedurre: "Dio, che è buono e superiore ad ogni bontà, non si accontentò della contemplazione di se stesso, ma volle che vi fossero esseri da lui beneficati che potessero divenire partecipi della sua bontà: perciò creò dal nulla tutte le cose, visibili e invisibili, compreso l’uomo, realtà visibile e invisibile. E lo creò pensando e realizzandolo come un essere capace di pensiero (ennoema ergon) arricchito dalla parola (logo[i] sympleroumenon) e orientato verso lo spirito (pneumati teleioumenon)" (II, 2, PG 94, col. 865A). E per chiarire ulteriormente il pensiero, aggiunge: "Bisogna lasciarsi riempire di stupore (thaumazein) da tutte le opere della provvidenza (tes pronoias erga), tutte lodarle e tutte accettarle, superando la tentazione di individuare in esse aspetti che a molti sembrano ingiusti o iniqui (adika), e ammettendo invece che il progetto di Dio (pronoia) va al di là della capacità conoscitiva e comprensiva (agnoston kai akatalepton) dell’uomo, mentre al contrario soltanto Lui conosce i nostri pensieri, le nostre azioni, e perfino il nostro futuro" (II, 29, PG 94, col. 964C). Già Platone, del resto, diceva che tutta la filosofia comincia con lo stupore: anche la nostra fede comincia con lo stupore della creazione, della bellezza di Dio che si fa visibile.
L’ottimismo della contemplazione naturale (physikè theoria), di questo vedere nella creazione visibile il buono, il bello, il vero, questo ottimismo cristiano non è un ottimismo ingenuo: tiene conto della ferita inferta alla natura umana da una libertà di scelta voluta da Dio e utilizzata impropriamente dall’uomo, con tutte le conseguenze di disarmonia diffusa che ne sono derivate. Da qui l’esigenza, percepita chiaramente dal teologo di Damasco, che la natura nella quale si riflette la bontà e la bellezza di Dio, ferite dall anostra colpa, "fosse rinforzata e rinnovata" dalla discesa del Figlio di Dio nella carne, dopo che in molti modi e in diverse occasioni Dio stesso aveva cercato di dimostrare che aveva creato l’uomo perché fosse non solo nell’"essere", ma nel "bene-essere" (cfr La fede ortodossa, II, 1, PG 94, col. 981°). Con trasporto appassionato Giovanni spiega: "Era necessario che la natura fosse rinforzata e rinnovata e, fosse indicata e insegnata concretamente la strada della virtù (didachthenai aretes hodòn), che allontana dalla corruzione e conduce alla vita eterna… Apparve così all’orizzonte della storia il grande mare dell’amore di Dio per l’uomo (philanthropias pelagos)…" E’ una bella espressione. Vediamo, da una parte, la bellezza della creazione e, dall’altra, la distruzione fatta dalla colpa umana. Ma vediamo nel Figlio di Dio, che discende per rinnovare la natura, il mare dell’amore di Dio per l’uomo. Continua Giovanni Damasceno: "Egli stesso, il Creatore e il Signore, lottò per la sua creatura trasmettendole con l’esempio il suo insegnamento… E così il Figlio di Dio, pur sussistendo nella forma di Dio, abbassò i cieli e discese… presso i suoi servi… compiendo la cosa più nuova di tutte, l’unica cosa davvero nuova sotto il sole, attraverso cui si manifestò di fatto l’infinita potenza di Dio" (III, 1. PG 94, coll. 981C-984B).
Possiamo immaginare il conforto e la gioia che diffondevano nel cuore dei fedeli queste parole ricche di immagini tanto affascinanti. Le ascoltiamo anche noi, oggi, condividendo gli stessi sentimenti dei cristiani di allora: Dio vuole riposare in noi, vuole rinnovare la natura anche tramite la nostra conversione, vuol farci partecipi della sua divinità. Che il Signore ci aiuti a fare di queste parole sostanza della nostra vita.
Approfondimenti
Il significato storico della difesa delle icone
La posizione di Giovanni non fu una semplice difesa dell'arte religiosa. Mise in rapporto l'immagine con la possibilità di conoscere visibilmente il Cristo incarnato e con la differenza fra onore relativo e adorazione. L'argomento contribuì alla formulazione della dottrina recepita a Nicea nel 787, senza eliminare le tensioni politiche e disciplinari che continuarono a dividere l'impero. Il suo contributo va letto insieme agli altri testimoni iconoduli e non come unica origine della decisione conciliare.
La trasmissione delle opere e il rapporto con l'Occidente
La Fonte della conoscenza fu letta, compendiata e tradotta in epoche diverse. La sua organizzazione dei materiali patristici facilitò il dialogo fra la teologia greca e la cultura scolastica latina. Non tutte le opere circolanti sotto il nome del Damasceno sono autentiche: la tradizione manoscritta conserva attribuzioni spurie o discusse, fra cui testi narrativi che la ricerca moderna distingue dal nucleo sicuro della sua produzione.
La costruzione della biografia agiografica
Le Vite posteriori insistono sul maestro Cosma, sull'obbedienza monastica e sul miracolo della mano. Questi racconti esprimono ideali di santità e servono a spiegare simbolicamente la sua autorità di scrittore e difensore delle immagini. La loro rilevanza religiosa e artistica è reale, ma non equivale a prova storica degli episodi. Il confronto con le opere autentiche consente una conoscenza più solida delle idee che non delle vicende private.
Curiosità
- L'icona della Madre di Dio detta Tricherousa, 'delle Tre Mani', è associata dalla tradizione alla guarigione della mano del santo; la terza mano è un elemento votivo dell'immagine.
- Un manoscritto greco del IX secolo delle Sacra Parallela conserva un ritratto attribuito a Giovanni, importante testimonianza della sua fortuna iconografica.
- L'appellativo Chrysorrhoas, 'fiume d'oro', è legato alla fama della sua eloquenza nella tradizione successiva.
Cronologia
- Circa 675-680 - Nascita probabile a Damasco.
- Tra la fine del VII e l'inizio dell'VIII secolo - Tradizionale passaggio dalla vita amministrativa alla comunità di San Saba.
- Prima metà dell'VIII secolo - Composizione dei trattati sulle immagini e delle principali opere teologiche.
- Circa 749-750 - Morte presso San Saba, secondo la cronologia comunemente accolta.
- 754 - Condanna postuma nell'assemblea iconoclasta di Hieria.
- 787 - Il secondo concilio di Nicea afferma la legittimità della venerazione delle immagini.
- 1890 - Leone XIII lo proclama dottore della Chiesa.
Valutazione storico-critica
- L'identità dell'autore e l'autenticità del nucleo maggiore della sua produzione teologica sono solide; molti particolari della vita privata dipendono invece da narrazioni posteriori.
- Le date di nascita, ingresso nel monastero e morte sono approssimative; l'attività presso il califfato è plausibile, ma non ricostruibile nei dettagli.
- La leggenda della mano amputata e risanata non possiede conferma contemporanea indipendente.
- Le attribuzioni degli inni e di alcuni scritti devono essere distinte dalle opere generalmente riconosciute autentiche.
- Il culto antico e il riconoscimento del titolo di dottore della Chiesa nel 1890 sono distinti da una canonizzazione moderna con data e processo giudiziario.
Fonti e bibliografia essenziale
- Giovanni Damasceno, Discorsi contro coloro che calunniano le sante immagini.
- Giovanni Damasceno, Fonte della conoscenza, comprendente Dialettica, Sulle eresie ed Esposizione esatta della fede ortodossa.
- Benedetto XVI, Udienza generale: Giovanni Damasceno, 6 maggio 2009.
- John Longeway, 'John of Damascus (c.675-c.750)', Routledge Encyclopedia of Philosophy, 1998.
- Betsy Williams, 'John of Damascus (Yuhanna al-Dimashqi)', Metropolitan Museum of Art, 22 marzo 2012.
- Greek Orthodox Archdiocese of America, 'John the Righteous of Damascus', calendario dei santi, 4 dicembre.
Patronati
- Fanciulli Malati
- Pittori
