San Nicola di Mira (di Bari)
Vescovo
Festa: 6 dicembre — Memoria
Nascita-morte: Pàtara, Asia Minore (attuale Turchia), ca. 250 - Mira, Asia Minore, ca. 326
Nascita - morte:
Pàtara, Asia Minore (attuale Turchia), ca. 250 - Mira, Asia Minore, ca. 326
Festa:
6 dicembre — Memoria
Patronato:
Bambini, Ragazzi e ragazze, Scolari, Farmacisti, Mercanti, Naviganti, Pescatori, Marinai.
Etimologia:
Dal greco Nikolaos, composto da nike, vittoria, e laos, popolo.
Emblema:
Abiti episcopali, libro, tre sfere d’oro.
Categoria: I santi che iniziano con la lettera N
Calendario: I santi del 6 dicembre
Martirologio Romano
Ascolta
Vescovo di Mira in Licia, nell'odierna Turchia, è una delle figure più venerate del cristianesimo orientale e occidentale. Collocato tradizionalmente fra il III e il IV secolo, è ricordato come pastore attento ai poveri, difensore degli innocenti e protettore di chi affronta il mare. Le testimonianze sulla sua esistenza e sulla sua attività sono tuttavia assai più tarde degli avvenimenti narrati: la ricostruzione storica deve quindi distinguere il nucleo antico del culto dai racconti agiografici, progressivamente arricchiti di miracoli e prodigi. La sua memoria liturgica ricorre il 6 dicembre; non è però dimostrabile che questa sia la data esatta della morte. Nel 1087 marinai baresi trasferirono da Mira a Bari le reliquie a lui attribuite, dando impulso a uno dei maggiori santuari medievali del Mediterraneo. La sua immagine episcopale, diffusa nelle icone bizantine e nell'arte latina, è divenuta simbolo di generosità e protezione. La fama di Nicola ha inoltre contribuito, attraverso molte trasformazioni culturali, alla formazione della figura moderna di Santa Claus.
Biografia
A cura di Giampietro Cattini
Un vescovo della Licia tra storia e memoria
Mira, nella provincia romana della Licia, era un centro importante dell'Asia Minore meridionale, legato alle rotte marittime del Mediterraneo orientale. La tradizione colloca qui l'episcopato di Nicola nell'età di Costantino. Non possediamo però un archivio episcopale contemporaneo, lettere sicuramente autentiche del santo o una biografia scritta da un suo discepolo. L'immagine di un vescovo vissuto nella prima metà del IV secolo è largamente accolta dalla tradizione ecclesiastica, ma le singole date e i dettagli personali non hanno la stessa certezza della successiva storia del culto.
Il nome Nicola compare in numerose forme, fra cui Nikolaos, Nicolaus e Nicolò. La designazione 'di Bari' non indica la sua sede episcopale: deriva dalla città che dal 1087 custodisce gran parte delle reliquie tradizionalmente attribuitegli. La sua sede era Mira, non Bari. Questa distinzione è essenziale per comprendere come un vescovo dell'Asia Minore sia divenuto il patrono di una città italiana molti secoli dopo la propria morte.
Patara, la famiglia e gli anni giovanili
Le biografie tradizionali fanno nascere Nicola a Patara, altro centro della Licia, e lo descrivono come figlio di genitori cristiani benestanti. Raccontano che avrebbe ricevuto un'educazione religiosa precoce, manifestando fin dall'infanzia una singolare disciplina e una particolare disposizione alla carità. La forma compiuta di questi episodi emerge però da testi agiografici redatti secoli dopo l'epoca attribuita al santo. Non sono noti documenti contemporanei che permettano di stabilire con sicurezza l'anno di nascita, i nomi dei genitori o la consistenza del patrimonio familiare.
Il racconto delle tre giovani prive di dote, aiutato da Nicola mediante donazioni notturne e segrete, appartiene a questo patrimonio narrativo. Il padre, ridotto in miseria, non avrebbe potuto assicurare alle figlie un matrimonio socialmente riconosciuto; il santo sarebbe intervenuto senza cercare riconoscimento pubblico. L'episodio non può essere trattato come una cronaca verificata, ma rivela con particolare chiarezza quale modello di santità la tradizione intese attribuirgli: una carità concreta, discreta, capace di difendere la dignità di persone esposte alla povertà e allo sfruttamento.
Nella successiva iconografia occidentale i tre doni diventano spesso tre sfere d'oro, talvolta scambiate per mele. La trasformazione di un gesto narrato in un attributo visivo dimostra come le storie del santo abbiano modellato la sua riconoscibilità per fedeli di lingue e culture differenti.
L’elezione a vescovo e il governo della comunità
Secondo la Vita attribuita a Michele Archimandrita, composta molti secoli dopo, Nicola fu scelto per la sede di Mira in circostanze provvidenziali. Il racconto dell'elezione contiene elementi tipici della letteratura agiografica, che presenta l'accesso all'episcopato come riconoscimento divino delle virtù personali. Non si dispone di un verbale dell'elezione né di una data accertata per la consacrazione.
Nell'età in cui la tradizione colloca il suo ministero, le comunità cristiane della Licia attraversavano una fase di profondo cambiamento. Alle persecuzioni promosse all'inizio del IV secolo seguì il riconoscimento della libertà di culto sotto Costantino e Licinio. I vescovi acquisirono progressivamente maggiore visibilità pubblica e svolsero anche funzioni di mediazione nelle controversie locali. Questo quadro storico rende comprensibile la figura di Nicola come intercessore per i deboli, ma non dimostra automaticamente che egli abbia preso parte a ciascun episodio tramandato.
Le tradizioni successive lo presentano come pastore capace di difendere la comunità in momenti di penuria e di intervenire contro decisioni ingiuste delle autorità. La rilevanza di questi racconti non consiste soltanto nella loro dimensione prodigiosa: vi emerge una concezione dell'episcopato come responsabilità verso l'intera città, compresi poveri, prigionieri e persone senza protezioni.
Persecuzioni e concilio di Nicea
Alcune vite narrano che Nicola subì la prigionia durante le persecuzioni imperiali e venne poi liberato dopo il mutamento della politica religiosa. Mancano tuttavia attestazioni contemporanee sufficienti a verificare l'arresto, la durata della detenzione o le condizioni della liberazione. La collocazione cronologica è possibile nel contesto dell'inizio del IV secolo, ma non deve essere trasformata in certezza biografica.
La tradizione ecclesiastica collega inoltre Nicola al primo concilio di Nicea del 325, convocato da Costantino per affrontare, fra altre questioni, la controversia ariana. Il suo nome compare in alcune liste conciliari trasmesse tardivamente, mentre non è attestato in modo uniforme nelle testimonianze più antiche. La partecipazione è dunque discussa. Ancora meno fondato storicamente è il popolare episodio dello schiaffo ad Ario: esso appartiene a uno sviluppo narrativo posteriore e non costituisce una notizia ricavabile dagli atti contemporanei del concilio.
La fortuna di questa storia dipende anche dal ruolo assunto da Nicola nella devozione ortodossa come difensore della retta fede. Il suo ritratto teologico, elaborato dalla liturgia e dalle immagini, non coincide necessariamente con un resoconto preciso delle sue parole o azioni durante le dispute del IV secolo.
La difesa dei condannati e i racconti dei generali
Uno dei nuclei più antichi della tradizione nicolaiana è il racconto noto come Praxis de stratelatis, relativo a tre ufficiali militari e all'intervento del vescovo contro una condanna ingiusta. La sua datazione è stata discussa: parte della storiografia lo colloca in epoca successiva agli eventi, mentre altri studiosi vi riconoscono materiali più antichi. In ogni caso il testo non equivale a un verbale giudiziario contemporaneo.
Nel racconto Nicola impedisce l'esecuzione di innocenti a Mira e, in una vicenda collegata, soccorre tre comandanti accusati presso la corte imperiale. La narrazione attribuisce al santo una capacità di agire anche a distanza, mediante apparizioni in sogno alle autorità. Le scene soprannaturali appartengono al linguaggio agiografico; il motivo della protezione degli innocenti esprime invece un elemento centrale e persistente della sua fisionomia cultuale.
La presenza di funzionari, soldati e magistrati riflette un ambiente in cui l'autorità episcopale viene presentata come contrappeso morale al potere civile. Da questo racconto deriva parte della lunga associazione di Nicola con i prigionieri, gli accusati ingiustamente e coloro che chiedono protezione contro l'abuso di potere. Non è possibile ricostruire con sicurezza i nomi e le vicende reali di tutti i protagonisti sulla sola base delle redazioni pervenute.
Il grano, la fame e la responsabilità pubblica
Fra i racconti più diffusi vi è quello di una carestia durante la quale Nicola avrebbe persuaso marinai diretti altrove a lasciare parte del carico di frumento agli abitanti di Mira. La tradizione aggiunge che il quantitativo consegnato sarebbe stato miracolosamente reintegrato. L'episodio, tramandato nella letteratura agiografica, non è documentabile come fatto economico puntuale, ma conserva un riferimento realistico all'importanza dei traffici di cereali e degli approvvigionamenti marittimi nelle città del Mediterraneo tardoantico.
La figura del vescovo emerge qui come mediatore fra necessità locali, interessi commerciali e autorità imperiali. Non si tratta di un ruolo estraneo al mondo tardoantico, nel quale i capi delle comunità cristiane potevano assumere responsabilità assistenziali sempre più rilevanti. Nel caso di Nicola, tuttavia, il racconto specifico rimane tradizionale.
Il tema della distribuzione del grano si unisce a quello delle doti donate alle giovani: entrambi collocano la carità in situazioni sociali concrete, senza ridurla a generica benevolenza. È anche per questa ragione che Nicola venne ricordato come protettore di persone esposte a rischi materiali immediati, non soltanto come autore di prodigi.
Il mare, i viaggiatori e la protezione dei naviganti
La geografia della Licia, affacciata sulle rotte fra Anatolia, Egitto e Levante, favorì la formazione di tradizioni legate alla navigazione. Le vite narrano un viaggio di Nicola verso la Terra Santa, una tempesta placata mediante la preghiera e il soccorso prestato a marinai in pericolo. Non esistono prove contemporanee che consentano di verificare l'itinerario del viaggio o le circostanze del prodigio.
Il santo assunse comunque un posto eccezionale nella devozione marinara bizantina e mediterranea. La sua protezione veniva invocata prima delle partenze e durante le traversate; chiese e immagini a lui dedicate si diffusero nei porti e lungo le vie del commercio. Il legame con il mare non è quindi soltanto un tema letterario: è un fenomeno storico della ricezione del suo culto, ampiamente riconoscibile anche nelle testimonianze artistiche.
La traslazione del 1087 rafforzò ulteriormente questa dimensione. La città che accolse le reliquie era un porto importante dell'Adriatico, e il racconto del loro trasferimento fu esso stesso un'impresa marittima. Nel corso dei secoli, rappresentazioni di navi, tempeste e salvataggi contribuirono a fissare l'immagine di Nicola come intercessore dei naviganti.
La morte e le prime attestazioni del culto
La morte di Nicola viene tradizionalmente collocata a Mira, spesso il 6 dicembre del 343. L'anno 343 non è però accertato da una testimonianza contemporanea; anche il giorno della festa non può essere automaticamente identificato con il giorno storico della morte. La cronologia generale che lo situa nel IV secolo rimane più prudente delle datazioni puntuali proposte dalle biografie devozionali.
Il culto di Nicola si sviluppò nell'Oriente cristiano e acquistò progressivamente una diffusione straordinaria. Le testimonianze liturgiche e agiografiche dei secoli successivi mostrano un santo riconosciuto come vescovo e taumaturgo, celebrato in greco e poi in numerose altre lingue. La crescita del culto è meglio documentabile dei particolari della sua vita: questa asimmetria è uno dei tratti più importanti del dossier nicolaiano.
La tradizione colloca la sua sepoltura a Mira, luogo divenuto meta di venerazione. La memoria della tomba e delle reliquie svolse un ruolo decisivo nella continuità del culto locale. In seguito, l'interesse per il santuario si estese ben oltre la Licia, accompagnando le relazioni fra comunità cristiane, pellegrini e mercanti.
La Vita di Michele Archimandrita e la formazione del racconto
Una tappa decisiva nella trasmissione della memoria è la Vita greca composta da Michele Archimandrita, generalmente collocata fra l'VIII e l'inizio del IX secolo, benché siano state proposte datazioni più specifiche. L'autore raccolse tradizioni già circolanti e le ordinò in un profilo organico. La distanza temporale dagli eventi attribuiti a Nicola impone di distinguere la testimonianza sull'antichità delle tradizioni dalla prova storica dei singoli episodi.
Le riscritture bizantine e latine ampliarono ulteriormente il materiale. Encomi, raccolte di miracoli e compilazioni medievali fecero circolare episodi in forme diverse, talvolta con mutamenti di nomi, luoghi e motivi narrativi. Questa produzione non è priva di valore: permette di ricostruire il modo in cui comunità successive intesero la santità episcopale e riconobbero nel vescovo un protettore universale. Non può però essere letta come una serie continua di testimonianze indipendenti sul IV secolo.
In alcune redazioni si aggiunsero racconti che riguardavano originariamente un altro Nicola, monaco e poi vescovo di Pinara, vissuto nel VI secolo. La separazione fra le due figure è fondamentale: una narrazione tarda può conservare tradizioni preziose, ma la loro attribuzione al vescovo di Mira deve essere esaminata caso per caso.
Dal mondo bizantino all’Occidente latino
La venerazione di Nicola si radicò profondamente nel mondo greco e, attraverso la cultura bizantina, nelle regioni slave. La sua immagine compare fra quelle dei santi vescovi più familiari alla spiritualità orientale; la liturgia ne celebra l'intercessione e la sollecitudine pastorale. In Occidente il culto conobbe un'espansione progressiva, particolarmente visibile fra alto e pieno Medioevo.
L'Italia meridionale, con le sue relazioni politiche, religiose e commerciali con Bisanzio, rappresentò un ambiente favorevole alla ricezione della devozione nicolaiana. La presenza di comunità greche e latine contribuì a renderlo un santo condiviso, pur entro tradizioni liturgiche differenti. La diffusione occidentale non cominciò quindi improvvisamente nel 1087, ma la traslazione barese ne modificò profondamente la geografia e la portata.
Chiese, monasteri e confraternite intitolati a Nicola testimoniano una venerazione capace di attraversare confini linguistici e politici. La sua popolarità presso marinai, mercanti, bambini e persone vulnerabili si sviluppò in forme locali distinte, senza cancellare il nucleo comune del santo vescovo protettore.
La traslazione a Bari nel 1087
Nel 1087 un gruppo di marinai e mercanti baresi raggiunse Mira e prelevò dalla tomba le reliquie attribuite a Nicola, portandole a Bari. L'arrivo è commemorato il 9 maggio. L'evento è assai meglio documentato delle vicende del IV secolo, grazie a racconti redatti in prossimità dei fatti, fra i quali quelli di Niceforo e Giovanni Arcidiacono. Le narrazioni presentano punti di vista e interessi differenti, ma concordano sul carattere decisivo del trasferimento.
La traslazione avvenne in un periodo di trasformazione per Bari, passata dal dominio bizantino a quello normanno nel 1071. Il possesso delle reliquie offrì alla città un nuovo centro di prestigio religioso, economico e politico. L'episodio è stato spesso descritto in termini di salvataggio delle spoglie, ma il prelievo fu compiuto senza il consenso della comunità custode di Mira; la dimensione controversa dell'operazione appartiene alla sua storia.
La costruzione della basilica barese cominciò nello stesso 1087. Il santuario divenne rapidamente un luogo di pellegrinaggio e un punto d'incontro fra fedeli di tradizioni differenti. Il nuovo titolo popolare 'di Bari' si impose in larga parte dell'Occidente, pur restando Nicola storicamente il vescovo di Mira.
La basilica, la liturgia e la lunga eredità
La basilica di San Nicola a Bari assunse un ruolo eminente nel panorama religioso medievale. La collocazione delle reliquie nella cripta e le celebrazioni della traslazione consolidarono il legame fra il santo e la città. Il culto barese si intrecciò con la presenza normanna, con i pellegrinaggi e con gli scambi mediterranei, senza esaurire la venerazione orientale, che continuò a riconoscere in Nicola uno dei propri grandi santi.
Il 6 dicembre rimase la memoria principale, mentre il 9 maggio acquistò particolare rilievo a Bari per l'arrivo delle reliquie. La coesistenza delle due ricorrenze esprime due dimensioni diverse: la commemorazione del santo vescovo e quella di un evento medievale documentato, che trasformò la storia del suo culto.
Le immagini di Nicola, vestito da vescovo, si diffusero su icone, affreschi, tavole, sculture e oggetti di devozione. Le tradizioni dei doni ai bambini si svilupparono soprattutto nell'Europa centro-settentrionale e, attraverso processi culturali complessi, contribuirono alla figura di Santa Claus. Quest'ultima non è una semplice riproduzione della biografia antica, ma una trasformazione moderna di motivi religiosi e folklorici medievali.
Biografia
A cura di Padre Gerardo Cioffari O.P.
San Nicola è uno dei santi più venerati ed amati al mondo. Egli è certamente una delle figure più grandi nel campo dell’agiografia. Tra il X e il XIII secolo non è facile trovare santi che possano reggere il confronto con lui quanto a universalità e vivacità di culto.
Ogni popolo lo ha fatto proprio, vedendolo sotto una luce diversa, pur conservandogli le caratteristiche fondamentali, prima fra tutte quella di difensore dei deboli e di coloro che subiscono ingiustizie. Egli è anche il protettore delle fanciulle che si avviano al matrimonio e dei marinai, mentre l’ancor più celebre suo patrocinio sui bambini è noto soprattutto in Occidente.
La Patria di San Nicola
San Nicola nacque intorno al 260 d.C. a Patara, importante città della Licia, la penisola dell’Asia Minore (attuale Turchia) quasi dirimpetto all’isola di Rodi. Oggi tutta la regione rientra nella vasta provincia di Antalya, la quale comprende, oltre la Licia, anche l’antica Pisidia e Panfilia.
Nell’antichità i due porti principali erano proprio quelli delle città di San Nicola: Patara, dove nacque, e Myra, di cui fu vescovo.
Prima dell’VIII secolo nessun testo parla del luogo di nascita di Nicola. Tutti fanno riferimento al suo episcopato nella sede di Myra, che appare così come la città di San Nicola. Il primo a parlarne è Michele Archimandrita verso il 710 d. C., indicando in Patara la città natale del futuro grande vescovo. Il modo semplice e sicuro con cui riporta la notizia induce a credere che la tradizione orale al riguardo fosse molto solida.
Di Patara parla anche il patriarca Metodio nel testo dedicato a Teodoro e ne parla il Metafraste. La notizia pertanto può essere accolta con elevato grado di probabilità.
L'infanzia
Di S. Nicola di Bari, si sa ben poco della sua infanzia. Le fonti più antiche non ne fanno parola. Il primo a parlarne è nell’VIII secolo un monaco greco (Michele Archimandrita), il quale, spinto anche dall’intento edificante, scrive che Nicola sin dal grembo materno era destinato a santificarsi. Sin dall’infanzia dunque avrebbe cercato di mettere in pratica le norme che la Chiesa suggerisce a chi si avvia alla vita religiosa.
Nicola nacque nell’Asia Minore, quando questa terra, prima di essere occupata dai Turchi, era di cultura e lingua greca. La grande venerazione che nutrono i russi verso di lui ha indotto alcuni in errore, affermando che sarebbe nato in Russia. Non è mancato chi lo facesse nascere nell’Africa, a motivo del fatto che a Bari si venerano alcune immagini col volto del Santo piuttosto scuro (“S. Nicola nero”). In realtà, Nicola nacque intorno all’anno 260 dopo Cristo a Patara, importante città marittima della Licia, penisola della costa meridionale dell’Asia Minore (oggi Turchia). Nel porto di questa città aveva fatto scalo anche S. Paolo in uno dei suoi viaggi.
Il fatto che l’Asia Minore fosse di lingua e cultura greca, sia pure all’interno dell’Impero Romano, fa sì che Nicola possa essere considerato “greco”. Il suo nome, Nikòlaos, significa popolo vittorioso, e, come si vedrà, il popolo avrà uno spazio notevole nella sua vita.
Da alcuni episodi (dote alle fanciulle, elezione episcopale) si potrebbe dedurre che i genitori, di cui non si conoscono i nomi, fossero benestanti, se non proprio aristocratici. In alcune Vite essi vengono chiamati Epifanio e Nonna (talvolta Teofane e Giovanna), ma questi, come vari altri episodi, si riferiscono ad un monaco Nicola vissuto (480-556) due secoli dopo nella stessa regione. Questo secondo Nicola, nato a Farroa, divenne superiore del monastero di Sion e poi vescovo di Pinara (onde è designato anche come Sionita o di Pinara).
Amante del digiuno e della penitenza, quando era ancora in fasce, Nicola era già osservante delle regole relative al digiuno settimanale, che la Chiesa aveva fissato al mercoledì ed al venerdì. Il suddetto monaco greco narra che il bimbo succhiava normalmente il latte dal seno materno, ma che il mercoledì ed il venerdì, proprio per osservare il digiuno, lo faceva soltanto una volta nella giornata.
Man mano che il bimbo cresceva, dava segni di attaccamento alle virtù, specialmente alla virtù della carità. Egli rifuggiva dai giochi frivoli dei bambini e dei ragazzi, per vivere più rigorosamente i consigli evangelici. Molto sensibile era anche nella virtù della castità, per cui, laddove non era necessario, evitava di trascorrere il tempo con bambine e fanciulle.
La dote alle fanciulle
Carità e castità sono le due virtù che fanno da sfondo ad uno egli episodi più celebri della sua vita. Anzi, a questo episodio si sono ispirati gli artisti, specialmente occidentali, per individuare il simbolo che caratterizza il nostro Santo. Quando si vede, infatti, una statua o un quadro raffigurante un santo vescovo dell’antichità è facile sbagliare sul chi sia quel santo (Biagio, Basilio, Gregorio, Ambrogio, Agostino, e così via). Ed effettivamente anche in libri di alta qualità artistica si riscontrano spesso di questi errori. Il devoto di S. Nicola ha però un segno infallibile per capire se si tratta di S. Nicola o di uno fra questi altri santi. Un vescovo che ha in mano o ai suoi piedi tre palle d’oro è sicuramente S. Nicola, e non può essere in alcun modo un altro Santo. Le tre palle d’oro sono infatti una deformazione artistica dei sacchetti pieni di monete d’oro, che sono al centro di questa storia.
L’episodio si svolge a Mira, città marittima ad un centinaio di chilometri da Patara, ove probabilmente Nicola con i suoi genitori si era trasferito. Secondo alcune versioni i suoi genitori erano morti ed egli era divenuto un giovane pieno di speranze e di mezzi. Secondo altre, i genitori erano ancora vivi e vegeti e Nicola dipendeva ancora da loro. Quale che sia la verità, alle sue orecchie giunse voce che una famiglia stava attraversando un brutto momento. Un signore, caduto in grave miseria, disperando di poter offrire alle figlie un decoroso matrimonio, aveva loro insinuato l’idea di prostituirsi allo scopo di raccogliere il denaro sufficiente al matrimonio.
Alla notizia di un tale proposito, Nicola decise di intervenire, e di farlo secondo il consiglio evangelico: non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra. In altre parole, voleva fare un’opera di carità, senza che la gente lo notasse e lo ammirasse. La sua virtù doveva essere nota solo a Dio, e non agli uomini, in quanto se fosse emersa e avesse avuto gli onori degli uomini, avrebbe perduto il merito della sua azione. Decise perciò di agire di notte. Avvolte delle monete d’oro in un panno, uscì di casa e raggiunse la dimora delle infelici fanciulle. Avvicinatosi alla finestra, passò la mano attraverso l’inferriata e lasciò cadere il sacchetto all’interno. Il rumore prese di sorpresa il padre delle fanciulle, che raccolse il denaro e con esso organizzò il matrimonio della figlia maggiore.
Vedendo che il padre aveva utilizzato bene il denaro da lui elargito, Nicola volle ripetere il gesto. Si può ben immaginare la gioia che riempì il cuore del padre delle fanciulle. Preso dalla curiosità aveva cercato invano, uscendo dalla casa, di individuare il benefattore. Con le monete d’oro, trovate nel sacchetto che Nicola aveva gettato attraverso la finestra, poté fare realizzare il sogno della seconda figlia di contrarre un felice matrimonio.
Intuendo la possibilità di un terzo gesto di carità, nei giorni successivi il padre cercò di dormire con un occhio solo. Non voleva che colui che aveva salvato il suo onore restasse per lui un perfetto sconosciuto. Una notte, mentre ancora si sforzava di rimanere sveglio, ecco il rumore del terzo sacchetto che, cadendo a terra, faceva il classico rumore tintinnante delle monete. Nonostante che il giovane si allontanasse rapidamente, il padre si precipitò fuori riuscendo ad individuarne la sagoma. Avendolo rincorso, lo raggiunse e lo riconobbe come uno dei suoi vicini. Nicola però gli fece promettere di non rivelare la cosa a nessuno. Il padre promise, ma a giudicare dagli avvenimenti successivi, con ogni probabilità non mantenne la promessa. E la fama di Nicola come uomo di grande carità si diffuse ancor più nella città di Mira.
Nicola è eletto vescovo
Intorno all’anno 300 dopo Cristo, anche se il cristianesimo non era stato legalizzato nell’Impero e non esistevano templi cristiani, le comunità che si richiamavano all’insegnamento evangelico erano già notevolmente organizzate. I cristiani si riunivano nelle case di aristocratici che avevano abbracciato la nuova fede, e quelle case venivano chiamate domus ecclesiae, casa della comunità. Per chiesa infatti si intendeva la comunità cristiana. E questa comunità partecipava attivamente all’elezione dei vescovi, cioè di quegli anziani addetti alla cura e all’incremento della comunità nella fede e nelle opere. Questi divenivano capi della comunità e la rappresentavano nei concili, cioè in quelle assemblee che avevano il compito di analizzare e risolvere i problemi, e quindi di varare norme che riuscissero utili ai cristiani di una o più province.
Solitamente erano eletti dei presbiteri (sacerdoti), laici che abbandonavano lo stato laicale per consacrarsi al bene della comunità. L’imposizione delle mani da parte dei vescovi dava loro la facoltà di celebrare l’eucarestia, e questo li distingueva dai laici. Non mancano però casi, e Nicola è uno di questi, in cui l’eletto non è un presbitero, ma un laico. Il che non significa che passava direttamente al grado episcopale, ma che in pochi giorni gli venivano conferiti i vari ordini sacri, fino al presbiterato che apriva appunto la via all’episcopato.
In questo contesto ebbe luogo l’elezione di Nicola, che lo scrittore sacro descrive in una cornice che ha del miracoloso. Essendo morto il vescovo di Mira, i vescovi dei dintorni si erano riuniti in una domus ecclesiae per individuare il nuovo vescovo da dare alla città. Quella stessa notte uno di loro ebbe in sogno una rivelazione: avrebbero dovuto eleggere un giovane che per primo all’alba sarebbe entrato in chiesa. Il suo nome era Nicola. Ascoltando questa visione i vescovi compresero che l’eletto era destinato a grandi cose e, durante la notte, continuarono a pregare. All’alba la porta si aprì ed entrò Nicola. Il vescovo che aveva avuto la visione gli si avvicinò e chiestogli come si chiamasse, lo spinse al centro dell’assemblea e lo presentò agli astanti. Tutti furono concordi nell’eleggerlo e nel consacrarlo seduta stante vescovo di Mira.
L’episodio forse avvenne diversamente, anche perché, come si è detto, all’elezione dei vescovi partecipava sempre il popolo. Ma l’agiografo, vissuto in un’epoca in cui i vescovi avevano un potere più autonomo rispetto al laicato, narrando così l’episodio intendeva esprimere due concetti: Nicola fu fatto vescovo da laico e la sua elezione era il risultato non di accordi umani, ma soltanto della volontà di Dio.
La persecuzione di Diocleziano
Nel 303 d.C. l’imperatore Diocleziano mise fine alla sua politica di tolleranza verso i cristiani e scatenò una violenta persecuzione. Questa durò un decennio, anche se i momenti di crudeltà si alternarono con momenti di pausa. Nel 313 gli imperatori Costantino e Licinio a Milano si accordarono sulle sfere di competenza, prendendosi il primo l’occidente, il secondo l’oriente. Essi emanarono anche l’editto che dava libertà di culto ai cristiani. Sei anni dopo (319), in contrasto con la politica costantiniana filocristiana, Licinio riaprì la persecuzione contro i cristiani.
Nelle fonti nicolaiane antiche (anteriori al IX secolo) non si trova alcun riferimento alla persecuzione. Considerando però che il vescovo di Patara Metodio affrontò coraggiosamente la morte, sembra probabile che anche il nostro Santo abbia dovuto patire il carcere ed altre sofferenze, non ultima quella di vedere il suo gregge subire tanti patimenti.
Alcuni scrittori, come il Metafraste verso il 980 d.C., specificavano che Nicola aveva sofferto la persecuzione di Diocleziano, finendo in carcere. Qui, invece di abbattersi, il santo vescovo avrebbe sostenuto ed incoraggiato i fedeli a resistere nella fede e a non incensare gli dèi. Il che avrebbe spinto il preside della provincia a mandarlo in esilio. Autori successivi hanno voluto posticipare la persecuzione patita da Nicola, individuandola in quella di Licinio, piuttosto che in quella di Diocleziano. Ciò per ovviare al fatto che durante la persecuzione Nicola era già vescovo e, secondo loro, sarebbe stato consacrato vescovo fra il 308 ed il 314.
Lo storico bizantino Niceforo Callisto, per rendere più viva l’impressione di un Nicola vicino al martirio e con i segni delle torture ancora nelle carni, scriveva: Al concilio di Nicea molti splendevano di doni apostolici. Non pochi, per essersi mantenuti costanti nel confessare la fede, portavano ancora nelle carni le cicatrici e i segni, e specialmente fra i vescovi, Nicola vescovo dei Miresi, Pafnuzio e altri.
Il Concilio di Nicea
L’imperatore Costantino, con la sua politica a favore dei cristiani, il 23 giugno dell’anno 318 emanava un editto col quale concedeva a coloro che erano stati condannati dalle normali magistrature di presentare appello al vescovo. Ma, mentre la Chiesa con simili provvedimenti si rafforzava nella società pagana, ecco che un’opinione intorno alla natura di Gesù Cristo come Figlio di Dio (se uguale o inferiore a quella del Padre) suscitò una polemica tale da spaccare l’impero in due partiti contrapposti. A scatenare lo scisma fu il prete alessandrino Ario (256-336), coetaneo di S. Nicola. Per risolvere la questione e riportare la pace l’imperatore convocò la grande assemblea (concilio) a Nicea nel 325.
Data l’ubicazione in Asia Minore ben pochi furono i vescovi occidentali che vi presero parte, mentre quelli orientali furono quasi tutti presenti. Qualcuno ha voluto mettere in dubbio la partecipazione di Nicola a questo primo ed importantissimo concilio ecumenico. Ma se è vero che il suo nome (come quello di S. Pafnuzio) non compare in diverse liste, è anche vero che compare in quella redatta da Teodoro il Lettore verso il 515 d.C., ritenuta autentica dal massimo studioso di liste dei padri conciliari (Edward Schwartz).
Una delle preghiere più note della liturgia orientale si rivolge a Nicola con queste parole: O beato vescovo Nicola, tu che con le tue opere ti sei mostrato al tuo gregge come regola di fede (kanòna pìsteos) e modello di mitezza e temperanza, tu che con la tua umiltà hai raggiunto una gloria sublime e col tuo amore per la povertà le ricchezze celesti, intercedi presso Cristo Dio per farci ottenere la salvezza dell’anima.
Questa antica preghiera viene solitamente collegata proprio al ruolo svolto da Nicola al concilio di Nicea. Alla carenza di documentazione sulle sue azioni a Nicea suppliscono alcune leggende, la più nota delle quali (attribuita in verità anche a S. Spiridione) è quella del mattone. Dato che a provocare lo scisma era stato Ario, che non ammetteva l’uguaglianza di natura fra il Dio creatore e Gesù Cristo, il problema consisteva nel dimostrare come fosse possibile la fede in un solo Dio se anche Cristo era Dio. Considerando poi che la formula battesimale inseriva anche lo Spirito Santo, Nicola si preoccupò di dimostrare la possibilità della coesistenza di tre enti in uno solo. Preso un mattone, ricordò agli astanti la sua triplice composizione di terra, acqua e fuoco. Il che stava a significare che la divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo non intaccava la verità fondamentale che Dio è uno. Mentre illustrava questa verità, ecco che una fiammella si levò dalle sue mani, alcune gocce caddero a terra e nelle sue mani restò soltanto terra secca.
Ancor più nota a livello popolare è la leggenda dello schiaffo ad Ario, legata all’usanza dei pittori di raffigurare agli angoli in alto il Cristo e la Vergine in atto di dare l’uno il vangelo l’altra la stola. Secondo questa leggenda Nicola, acceso di santo zelo, udendo le bestemmie di Ario che si ostinava a negare la divinità di Cristo, levò la destra e gli diede uno schiaffo. Essendo stata riferita la cosa a Costantino, l’imperatore ne ordinò la carcerazione, mentre i vescovi lo privavano dei paramenti episcopali. I carcerieri dal canto loro lo insultavano e beffeggiavano in vari modi. Uno di loro giunse anche a bruciargli la barba. Durante la notte Nicola ebbe la visita di Cristo e della Madonna che gli diedero il vangelo (segno del magistero episcopale) e la stola o omophorion (segno del ministero sacramentale). Quando andò per celebrare la messa, indotto da spirito di umiltà, Nicola evitò di indossare i paramenti vescovili, ma alle prime sue parole ecco scendere dal cielo la vergine con la stola e degli angeli con la mitra. Ed appena terminata la celebrazione ecco rispuntargli folta la barba che la notte precedente i carcerieri gli avevano bruciata.
Queste però sono tutte leggende posteriori, poiché, a parte la sua presenza in quel concilio (sull’autorità di Teodoro il Lettore ed alcune liste del VII-VIII secolo), non si sa nulla di ciò che fece Nicola a quel concilio. Certo è che fu dalla parte di Atanasio e dell’ortodossia, altrimenti la liturgia non l’avrebbe chiamato regola di fede.
L'eretico Teognide
Il silenzio degli antichi scrittori sul ruolo di Nicola a quel concilio si spiega forse col fatto che Nicola ebbe un atteggiamento diverso da quello del capo del partito cattolico ortodosso, Atanasio di Alessandria. Pur avendo un carattere altrettanto energico, Nicola era più sensibile alla ricomposizione dell’armonia nella Chiesa. Non si fermava come Atanasio alla difesa ad oltranza delle fede, ma tentava anche tutte le vie per riportare gli erranti (eretici) nel grembo della Chiesa. Un atteggiamento che dovette apparire ad Atanasio come troppo incline al compromesso, e di conseguenza non degno di essere ricordato fra i difensori della fede. Questa “damnatio memoriae” da parte di Atanasio (che pure menziona molti vescovi) si spiega anche col fatto che quasi certamente Nicola militava politicamente nel “partito” opposto. Mentre infatti Atanasio parla di Ablavio, prefetto di Costantino, come “amato da Dio”, l’antico biografo di Nicola lo definisce “perverso e malvagio” (come ritiene anche il grande storico Eusebio di Cesarea e tutti gli storici pagani). Né la cosa deve sorprendere più di tanto. Anche oggi infatti persone degnissime militano politicamente su versanti opposti.
Che in S. Nicola si incontrassero il grande amore per la retta fede col grande amore dell’armonia nella Chiesa, è testimone S. Andrea di Creta, il quale scrive: Come raccontano, passando in rassegna i tralci della vera vite, incontrasti quel Teognide di santa memoria, allora vescovo della Chiesa dei Marcianisti. La disputa procedette in forma scritta fino a che non lo convertisti e riportasti all’ortodossia. Ma poiché fra voi due era forse intervenuta una sia pur minima asprezza, con la tua voce sublime citasti quel detto dell’Apostolo dicendo: “Vieni, riconciliamoci, o fratello, prima che il sole tramonti sulla nostra ira”.
Nonostante il riferimento ai Marcianisti (talvolta è scritto Marcioniti), il vescovo Teognide è quasi certamente il vescovo di Nicea al tempo del Concilio di cui si è parlato. Simpatizzante dell’eretico Ario, Teognide si lasciò tuttavia convincere e alla fine firmò gli atti del concilio. Quasi certamente Nicola si era messo in contatto con lui già in precedenza e dovette avere un certo ruolo nel farlo decidere a firmare gli atti. In realtà Teognide successivamente non mutò atteggiamento verso Atanasio, che continuò ad avversare decisamente. Dopo un esilio di tre anni in Gallia, al ritorno continuò a criticare il termine “consustanziale” col quale Atanasio e la Chiesa definivano il rapporto fra Padre e Figlio. Nel 336 contribuì a fare esiliare S. Atanasio.
Come si può vedere, l’antichità cristiana non fa eccezione. Anche all’interno di sostenitori della retta fede si formarono “partiti” diversi. Il che comportò persino giudizi contrapposti sul piano della spiritualità. E’ il caso di Teognide, da S. Andrea di Creta ritenuto di “santa memoria”, da altri pur sempre un eretico. Ed è il caso di Teodoreto (storico della Chiesa), dalla chiesa greca considerato un eresiarca, dalla russa un “beato” (blažennyj). Ed è pure il caso del patriarca Anastasio (729-752), dalla chiesa latina ritenuto un iconoclasta, da quella greca “di santa memoria” perché pentito, dopo essere stato salvato proprio da S. Nicola dall’annegamento.
Il tempio di Diana
Costantino aveva lasciato libertà di culto ai pagani, tuttavia è chiaro che almeno a partire dal 318, coi poteri giurisdizionali ai vescovi, i cristiani ebbero uno spazio privilegiato all’interno dell’impero. Non pochi vescovi, e sembra che Nicola sia stato fra di essi, si impegnarono per quanto possibile a cancellare dalle loro città i segni della religione pagana fino ad abbattere alcuni templi. La tradizione ci fa vedere Nicola impegnato in tal senso. Andrea di Creta nel suo celebre Encomio di S. Nicola, rivolgendosi al nostro Santo esclama: Hai dissodato, infatti, i campi spirituali di tutta la provincia della Licia, estirpando le spine dell’incredulità. Con i tuoi insegnamenti hai abbattuto altari di idoli e luoghi di culto di dèmoni abominevoli e al loro posto hai eretto chiese a Cristo. Pur rimanendo molto vicino al testo di Andrea, Michele Archimandrita, “concretizzava” l’opera di Nicola facendo riferimento non alle armi della parola e dell’insegnamento, ma a vere e proprie spranghe di ferro per abbattere il tempio di Diana, che si ergeva imponente. Era questo il maggiore di tutti i templi sia per altezza che per varietà di decorazioni, oltre che per presenza di demoni.
Che Michele Archimandrita si fosse documentato su fonti miresi dirette è dimostrato proprio da queste sue parole. Se non avesse fatto ricorso a tali documenti difficilmente avrebbe potuto sapere di questo ruolo preminente del tempio di Diana. Dopo recenti scavi archeologici è risultato infatti che nel 141 questo tempio era stato restaurato ed ampliato dal mecenate licio Opramoas di Rodiapoli. Una conferma, questa, che quanto dice il monaco Michele riflette i racconti che si narravano a Mira nell’VIII secolo.
E’ probabile che la verità sia quella di Andrea di Creta, che ci mostra un Nicola che abbatte il paganesimo con le armi della parola. Tuttavia, a giudicare dal carattere energico del vescovo di Mira (dimostrato in altre occasioni), non è impossibile che sia avvenuto secondo il racconto dell’Archimandrita. Ciò che li accomuna, ed era una credenza molto diffusa a livello popolare, è il particolare dei demoni che abitavano in questi templi pagani, per cui quando questi venivano demoliti, i demoni venivano a trovarsi senza un tetto ed erano costretti a cercarsi altre dimore.
Carestia e grano
Il santo vescovo era impegnato però non soltanto nella diffusione della verità evangelica, ma anche nell’andare incontro alle necessità dei poveri e dei bisognosi. La parola della fede era seguita dalla messa in pratica della carità.
Al tempo del suo episcopato mirese scoppiò una grave carestia, che mise in ginocchio la popolazione. Pare che Nicola prendesse varie iniziative per sovvenire ai bisogni del suo gregge, e l’eco di queste attraversò i secoli, rimanendo nella memoria dei Miresi. Una leggenda lo vede apparire in sogno a dei mercanti della Sicilia, suggerendo loro un viaggio sino alla sua città per vendere il grano, ed aggiungendo che lasciava loro una caparra. Quando i mercanti si resero conto di aver avuto la stessa visione e trovarono effettivamente la caparra, subito fecero vela per Mira e rifornirono la popolazione di grano.
Ancor più noto è l’episodio delle navi che da Alessandria d’Egitto fecero sosta nel porto di Mira. Nicola accorse e, salito su una delle navi, chiese al capitano di sbarcare una certa quantità di grano. Quello rispose che era impossibile, essendo quel grano destinato all’imperatore ed era stato misurato nel peso. Se fosse stato notato l’ammanco avrebbe potuto passare i guai suoi. Nicola gli rispose che si sarebbe addossato la responsabilità, e alla fine riuscì a convincerlo. Il frumento fu scaricato e la popolazione trovò grande sollievo, non solo perché si procurò il pane necessario, ma anche perché arò i terreni e seminò il grano che restava e poté raccoglierlo anche negli anni successivi. Quanto alle navi “alessandrine”, queste giunsero a Costantinopoli e, come il capitano aveva temuto, il tutto dovette passare per il controllo del peso. Quale non fu la sua gioia e meraviglia quando vide che il peso non era affatto diminuito, ma era risultato lo stesso della partenza delle navi da Alessandria.
Questo miracolo è all’origine non solo di tanti quadri che lo raffigurano, ma anche di tante tradizioni popolari legate al pane di S. Nicola. A Bari, anche per facilitarne il trasporto nei paesi d’origine, ai pellegrini che giungono nel mese di maggio vengono date “serte” di taralli, tenuti insieme da una funicella.
Nicola salva tre innocenti
Tutti gli episodi sinora narrati hanno subìto l’incuria del tempo. Essi venivano narrati dai miresi e da nonni a nipoti giunsero fino all’VIII-IX secolo. Il lungo travaglio orale fece loro perdere i connotati della “storia” per apparire piuttosto come “tradizione” o come “leggenda”. I nomi dei protagonisti delle vicende si perdettero quasi del tutto. E’ vero che in tante Vite di S. Nicola si trovano i nomi dei genitori, dello zio archimandrita, del suo predecessore sulla cattedra di Mira, del nocchiero che l’avrebbe condotto in pellegrinaggio in Egitto e in Terra Santa, e così via. Ma si tratta di nomi che nulla hanno a che fare col nostro Nicola. Bisogna rassegnarsi alla realtà che, ad eccezione del concilio di Nicea e del vescovo Teognide, nessun nome compare nella vita del nostro Santo prima della storia dei tre innocenti salvati dalla decapitazione.
Questa storia, insieme a quella successiva dei generali bizantini (Praxis de stratelatis), è il pezzo forte di tutta la vicenda nicolaiana. Nell’antichità, per esprimere il concetto che questa narrazione era la più importante di tutte quelle che riguardavano S. Nicola, spesso non veniva indicata come Praxis de stratelatis (racconto intorno ai generali) ma semplicemente come Praxis tou agiou Nikolaou (storia di S. Nicola), quasi che tutti gli altri racconti non rivestissero alcuna importanza a paragone con questo.
In occasione della sosta di alcune navi militari nel porto di Mira, nel vicino mercato di Placoma scoppiarono dei tafferugli, in parte provocati proprio dalla soldataglia che sfogava così la tensione di una vita di asperità. In quei disordini le forze dell’ordine catturarono tre cittadini miresi, i quali dopo un processo sommario furono condannati a morte. Nicola si trovava in quel momento a colloquio con i generali dell’esercito Nepoziano, Urso ed Erpilio, i quali gli stavano dicendo della loro imminente missione militare contro i Taifali, una tribù gotica che stava suscitando una rivolta in Frigia. Invitati da S. Nicola, i generali riuscirono a fare riportare l’ordine. Ma ecco che alcuni cittadini accorsero dal vescovo, riferendogli che il preside Eustazio aveva condannato a morte quei tre innocenti.
Seguito dai generali, Nicola prese il cammino per Mira. Giunto al luogo detto Leone, incontrò alcuni che gli dissero che i condannati erano nel luogo detto Dioscuri. Nicola procedette così fino alla chiesa dei santi martiri Crescente e Dioscoride. Qui apprese che i condannati erano già stati portati a Berra, il luogo ove solitamente venivano messi a morte i condannati. Ben sapendo che solo lui, in quanto vescovo, avrebbe potuto fermare il carnefice, accelerò il passo e vi giunse, aprendosi la strada fra la folla che faceva da spettatrice. Il carnefice era già pronto, e i condannati stavano già col collo sui ceppi, quando Nicola si avvicinò e tolse la spada al carnefice.
Avendo liberato gli innocenti dalla decapitazione, Nicola si recò al palazzo del preside Eustazio, entrandovi senza farsi annunciare. Giunto dinanzi al preside l’apostrofò accusandolo di ingiustizie, violenze e corruzione. Quando minacciò di riferire la cosa all’imperatore, Eustazio rispose che era stato indotto in errore da due notabili di Mira, Simonide ed Eudossio. Ma Nicola, senza contestare il particolare, gli rinfacciò nuovamente la corruzione e, giocando sulle parole, gli disse che non Simonide ed Eudossio, ma Crisaffio (oro) e Argiro (argento) l’avevano corrotto. Avendo così ristabilita la verità e la giustizia, Nicola non infierì ma perdonò al preside pentito.
I generali liberati dalla prigione
Edificati dal comportamento del santo vescovo, tre generali ripresero il mare e raggiunsero la Frigia, ove riuscirono a sottomettere le forze ribelli all’impero. Un po’ per il successo dell’impresa un po’ perché Nepoziano era parente dell’imperatore, il loro ritorno a Costantinopoli avvenne in un’atmosfera di vero e proprio trionfo. Tuttavia la gloria e gli onori durarono poco, perché queste sono spesso accompagnate da gelosie ed invidie.
Gli agiografi parlano di malevoli suggerimenti del diavolo, certo è che ben presto si formò un partito avverso a Nepoziano e compagni. I componenti di questo partito riuscirono a coinvolgere il potente prefetto Ablavio, il quale convinse l’imperatore che i tre generali stavano complottando per rovesciarlo dal trono. Convinto o meno dell’attendibilità della notizia, Costantino preferì non correre rischi, e li fece mettere in prigione. Dopo alcuni mesi i seguaci di Nepoziano si stavano organizzando su come liberare i generali. Per cui i loro avversari, col denaro promesso a suo tempo, tornarono da Ablavio e lo convinsero a suggerire all’imperatore un provvedimento più drastico. Infatti, Costantino diede ordine di sopprimerli quella notte stessa.
Appresa la notizia, il carceriere Ilarione corse ad avvertire i generali, che furono presi da grande angoscia. Sentendosi prossimo alla morte, Nepoziano si sovvenne dell’intervento in extremis del vescovo Nicola a favore dei tre innocenti. Allora levò al Signore questa preghiera: Signore, Dio del tuo servo Nicola, abbi compassione di noi, grazie alla tua misericordia e all’intercessione del tuo servo Nicola. Come, per i suoi meriti, hai avuto compassione dei tre uomini condannati ingiustamente salvandoli da sicura morte, così ora rida’ la vita anche a noi, mosso a misericordia dall’intercessione di questo santo vescovo.
Il Signore esaudì la preghiera di Nepoziano, fatta propria dai compagni. Quella notte S. Nicola apparve in sogno all’imperatore minacciandolo: Costantino, alzati e libera i tre generali che tieni in prigione, poiché vi furono rinchiusi ingiustamente. Se non fai come ho detto, conferirò con Cristo, il re dei re, e susciterò una guerra e darò in pasto i tuoi resti a fiere ed avvoltoi. Spaventato, Costantino chiese chi fosse: Sono Nicola, vescovo peccatore, e risiedo a Mira, metropoli della Licia.
Nicola apparve minaccioso anche ad Ablavio, e quando l’imperatore lo mandò a chiamare, entrambi pensarono ad un’opera di magia. Mandarono a prendere i tre generali per chiedere spiegazioni. Il colloquio aveva preso il binario della “magia”, quando Costantino chiese a Nepoziano se conoscesse un tale di nome Nicola. Nepoziano si illuminò, accorgendosi che la sua preghiera era stata esaudita. E narrò tutto all’imperatore, che seduta stante ne ordinò la liberazione. Anzi, volle che andassero a Mira a ringraziare il santo vescovo ed a portargli da parte sua preziosi doni, fra cui un Vangelo tutto decorato d’oro e candelieri ugualmente d’oro. Altri autori aggiungono che giunti a Mira si tagliarono i capelli in segno di gratitudine e di devozione verso il Santo.
La riduzione delle tasse
E’ difficile dire quanto ci sia di vero e quanto sia stato il parto della fantasia di un popolo consapevole di aver avuto un “progenitore” ed un difensore. Per i Miresi Nicola era colui che aveva riportato la retta fede, la giustizia ed il benessere alla loro città. Non per nulla, secondo la testimonianza sia della Vita Nicolai Sionitae sia dell’Encomio di Andrea di Creta, essi istituirono la festa delle “rosalie del nostro progenitore S. Nicola”.
Fra le tante iniziative del Santo a favore della popolazione, intorno al VII secolo si narrava il suo intervento per fare ridurre le tasse per i Miresi (Praxis de tributo).
E’ nota a diversi storici la tendenza di Costantino a gravare le popolazioni dell’impero con tasse esorbitanti. Ed anche se i cristiani cercavano delle attenuanti, i pagani come Zosimo ricordavano che Costantino era costretto a una pesante politica tributaria a causa della sua eccessiva prodigalità. L’anonimo scrittore che compose l’Epitome de Caesaribus descriveva così la sua politica tributaria: Per dieci anni eccellente, nei dodici anni successivi predone, negli ultimi dieci fu chiamato pupillo per le eccessive prodigalità.
Quando anche la città di Mira si trovò a dover pagare tasse esorbitanti, i rappresentanti del popolo si rivolsero a Nicola affinché scrivesse all’imperatore. Nicola fece di più. Partì alla volta di Costantinopoli e chiese udienza. L’anonimo scrittore qui si lascia prendere la mano e, non tenendo conto che Nicola era vissuto al tempo di Costantino, immagina i vescovi della capitale che gli rendono omaggio riunendosi nel tempio della Madre di Dio alle Blacherne, chiedendogli la benedizione. A parte l’esagerazione di una simile accoglienza, quel tempio sarebbe stato costruito un secolo dopo la morte del Santo.
L’abbellimento agiografico si nota anche al momento dell’arrivo di Costantino. Prima che cominciasse il colloquio, l’imperatore gettò il suo mantello ed ecco che questo, incrociando un raggio di sole, rimase sospeso ad esso. Il prodigio rese timoroso e benevolo l’imperatore. Quando Nicola gli riferì come i Miresi fossero oppressi dalle tasse, chiedendogli di apportare una sensibile riduzione, l’imperatore chiamò il notaio ed archivista Teodosio, e secondo il desiderio di Nicola operò una netta riduzione a soli cento denari.
Nicola prese la carta su cui era registrata questa concessione e legatala ad una canna, la gettò in mare. Per volere di Dio la canna giunse nel porto di Mira e pervenne nelle mani dei funzionari del fisco, i quali furono molto sorpresi ma si adeguarono. Intanto però a Costantinopoli i consiglieri di Costantino fecero notare all’imperatore che forse la concessione era stata un tantino esagerata. Per cui l’imperatore chiamò nuovamente Nicola per correggere la somma della tassa che i Miresi dovevano pagare. Il Santo gli rispose che da tre giorni la carta era pervenuta a Mira. Essendo ciò impossibile, Costantino promise che se le cose stavano veramente così avrebbe confermato la precedente concessione. I nunzi, da lui inviati per verificare quel che era accaduto, tornarono e riferirono che Nicola aveva detto la verità. Mantenendo la promessa, l’imperatore confermò la concessione.
La morte del Santo
Considerando la tradizione secondo la quale era già anziano al tempo del concilio di Nicea, con ogni probabilità il nostro Santo morì in un anno molto prossimo al 335 dopo Cristo. Come della sua nascita, anche della sua morte non si sa alcunché. Gli episodi e i particolari che si leggono in alcune Vite non riguardano il nostro Nicola, ma un santo monaco vissuto due secoli dopo nella stessa regione.
Traslazione delle reliquie
Nel 1087 una spedizione navale partita dalla città di Bari si impadronì delle spoglie di San Nicola, che nel 1089 vennero definitivamente poste nella cripta della Basilica eretta in suo onore. L’idea di trafugare le sue spoglie venne ai baresi nel contesto di un programma di rilancio dopo che la città, a causa della conquista normanna, aveva perduto il ruolo di residenza del catepano e quindi di capitale dell’Italia bizantina. In quei tempi la presenza in città delle reliquie di un santo importante era non solo una benedizione spirituale, ma anche mèta di pellegrinaggi e quindi fonte di benessere economico.
Biografia
A cura di Mariella Lentini
Proclamato patrono della Grecia, Nicola nasce nel III secolo a Patara, in Licia (Turchia), in una ricca famiglia che lo educa ad essere generoso con i bisognosi. Nicola è di buon cuore e si sente portato verso la spiritualità. Prega e frequenta la chiesa. Aiuta i poveri donando loro il cibo ed è sua abitudine gettarlo nelle misere case dalla finestra, per non farsi scoprire. Diventa vescovo della Myra (Turchia) e, rimanendo molto umile, compie tanti miracoli: libera condannati a morte ingiustamente, moltiplica il grano per gli affamati, converte i cuori malvagi, guarisce e salva dai pericoli. La leggenda narra che il piccolo Nicola il mercoledì e il venerdì succhiasse il latte materno solo una volta al giorno e in piccole quantità, per rispettare i dettami del digiuno cristiano.
Una famiglia sul lastrico sta per vendere le proprie figlie ma, grazie all’intervento generoso di San Nicola, le tre ragazze sono salve. Il vescovo, di nascosto, getta nella loro povera casa tre borse d’oro, la dote occorrente alle fanciulle per potersi sposare. E tre palle d’oro sono, infatti, uno dei simboli con i quali il santo viene spesso raffigurato. Un gruppo di marinai, poi, miracolosamente si salva da una bufera, ancora per intercessione di Nicola. Nei Paesi del Nord Europa San Nicola viene comunemente chiamato Santa Claus, nome che deriva dal tedesco Nicolaus. Per i bambini di questi Paesi è tradizione che a Natale, giorno in cui si celebra la nascita di Gesù, Santa Claus porti loro giocattoli e dolci. Ecco le origini di Babbo Natale: il vescovo con la lunga barba che, in sella a un cavallo bianco, regala cibo ai poveri, si trasforma in un simpatico “nonno”, vestito di rosso, che guida una slitta trainata da renne. Infatti San Nicola è protettore dei bambini e della loro salute, dei ragazzi e delle ragazze.
È patrono anche di porti di mare, marinai, barcaioli, pescatori, panettieri, produttori e commercianti di olio, prestatori di denaro, banchi di pegno e bisognosi. Viene invocato contro i pericoli del mare, i furti e i ladri, le carestie, gli errori giudiziari e per avere un matrimonio felice. Festeggiato il 6 dicembre, giorno in cui muore intorno al 343 a Myra, nel 1087 le sue reliquie vengono portate a Bari (Puglia), di cui San Nicola diventa il patrono. In questa città, che si affaccia sul Mare Adriatico, sorge una grande basilica che custodisce i resti di San Nicola, meta di pellegrinaggio per tanti fedeli.
Approfondimenti
La distinzione fra Nicola di Mira e Nicola di Sion
La storiografia agiografica distingue il vescovo di Mira, tradizionalmente collocato nel IV secolo, da Nicola di Sion, monaco della Licia divenuto vescovo di Pinara e morto nel VI secolo. Alcune narrazioni della vita del secondo furono incorporate nella tradizione del primo. L'identificazione dei due personaggi altera cronologie, luoghi e circostanze; la distinzione permette di leggere le vite medievali senza attribuire automaticamente al vescovo di Mira episodi appartenenti a un altro santo.
Le reliquie e il significato della traslazione
Il trasferimento del 1087 è attestato da testimonianze medievali relativamente vicine ai fatti. La loro ricchezza documentaria riguarda l'operazione e il suo significato per Bari, non costituisce una prova autonoma dell'identità biologica dei resti. L'evento si inserì nella competizione fra città portuali e nella ridefinizione degli equilibri politici dopo la conquista normanna. La memoria liturgica del 9 maggio trasformò il viaggio delle reliquie in una celebrazione stabile; un antico inno bizantino per questa ricorrenza, conservato in un manoscritto di Grottaferrata, testimonia la complessità delle reazioni orientali.
La figura di Nicola nell’arte e nella cultura europea
L'iconografia orientale predilige il santo vescovo con libro e gesto di benedizione; quella occidentale sviluppò anche attributi narrativi, come le tre sfere d'oro. Il racconto della dote segreta favorì l'associazione con i doni ai bambini. Attraverso tradizioni locali, usanze del 6 dicembre e trasformazioni moderne, il nome olandese Sinterklaas contribuì alla denominazione Santa Claus. Questa genealogia culturale non autorizza a proiettare le caratteristiche moderne di Babbo Natale sulla figura storica del vescovo antico.
Curiosità
- Le tre sfere d’oro presenti in molte immagini derivano dal racconto delle doti donate segretamente a tre giovani.
- La festa barese del 9 maggio commemora un evento del 1087, distinto dalla memoria liturgica principale del 6 dicembre.
- Il nome Santa Claus deriva, attraverso la tradizione olandese di Sinterklaas, da quello di san Nicola.
Cronologia
- IV secolo - Epoca nella quale la tradizione colloca il ministero episcopale di Nicola a Mira.
- 325 - Concilio di Nicea, al quale la partecipazione di Nicola rimane discussa.
- tra VIII e IX secolo - Composizione della Vita greca attribuita a Michele Archimandrita.
- 9 maggio 1087 - Arrivo a Bari delle reliquie attribuite al santo.
- 1087 - Inizio della costruzione della basilica barese.
Valutazione storico-critica
- L’esistenza e l’episcopato di Nicola sono accolti dalla tradizione ecclesiastica, ma le testimonianze biografiche conservate sono tarde e non consentono una cronologia personale precisa.
- La nascita a Patara, la data di morte del 343 e molti episodi miracolosi appartengono alla tradizione agiografica e non risultano verificabili mediante documenti contemporanei.
- La presenza al concilio di Nicea è discussa; lo schiaffo ad Ario è un racconto posteriore.
- Alcuni episodi furono confusi con la vita di Nicola di Sion, vescovo di Pinara del VI secolo.
- La traslazione del 1087 è documentata da racconti medievali vicini ai fatti; l’identificazione originaria delle reliquie rimane di natura tradizionale.
- Il culto orientale e occidentale, la memoria del 6 dicembre e il santuario barese sono fenomeni storici ampiamente attestati.
Fonti e bibliografia essenziale
- Michele Archimandrita, Vita di san Nicola, tradizione greca, Bibliotheca Hagiographica Graeca 1348.
- Niceforo da Bari, Translatio Sancti Nicolai, racconto medievale della traslazione.
- Umberto Gnoli e Nicola Turchi, Nicola di Mira o di Bari, santo, Enciclopedia Italiana, 1934.
- Frederick Lauritzen, Niceforo da Bari, Dizionario Biografico degli Italiani, 2013.
- Dawn Marie Hayes, The Cult of St Nicholas of Myra in Norman Bari, c. 1071–c. 1111, The Journal of Ecclesiastical History, 67, 2016, pp. 492-512.
- Francesco Potenza, Un antico inno per la traslazione a Bari delle reliquie di S. Nicola, Nea Rhome, 14, 2018, pp. 185-273.
- Nicolò Galluzzi, La chiave per leggere la crisi. Il contesto di produzione del textus translationis di san Nicola a Bari, di Niceforo, in Storiografie italiane del XII secolo, Firenze University Press, 2024, pp. 131-150.
- Rosanna Bianco, Il santo, il mare, le caravelle. I viaggi di San Nicola da Myra a Bari, RiMe, 2017.
Patronati
- Alicante (Spagna)
- Arcidosso (GR)
- Argenta (FE)
- Ariano Irpino-Lacedonia (AV), Diocesi di
- Artigiani
- Avvocati
- Bambini
- Bardolino (VR)
- Bari
- Bari-Bitonto, Diocesi di
- Baschi (TR)
- Baunei (NU)
- Berlino (Germania)
- Bomporto (MO)
- Botti, fabbricanti di
- Calenzano (FI)
- Canolo (RC)
- Cardinale (CZ)
- Carestie, contro le
- Castellaneta (TA)
- Castellaneta (TA), Diocesi di
- Celico (CS)
- Centola (SA)
- Ces. Budejovice (Cecoslovacchia)
- Cimina (RC)
- Collescipoli (TR)
- Colobraro (MT)
- Corigliano (LE)
- Cusano Mutri (BN)
- Dipignano (CS)
- Donne Nubili
- Droghieri
- Farmacisti
- Fontanarosa (AV)
- Forchia (BN)
- Forino (AV)
- Fribourg (Svizzera)
- Furti, contro i
- Galway (Irlanda)
- Gardone Riviera (BS)
- Genazzano (RM)
- Gesualdo (AV)
- Grecia
- Greifswald (Germania)
- La Rioja (Argentina)
- Ladri, contro i
- Lago (CS)
- Lagonegro (PZ)
- Lauria (PZ)
- Lecco
- Lungro (CS)
- Lungro (CS), Diocesi di
- Maglie (LE)
- Mare, pericoli dei
- Marinai
- Melendugno (LE)
- Mentana (RM)
- Merano (BZ)
- Mileno (CZ)
- Mileto-Nicotera-Tropea (VV), Diocesi di
- Mira (VE)
- Montecastrilli (TR)
- Montelibretti (RM)
- Monteserchio (BN)
- Motta di Livenza (TV)
- Murano (VE)
- Muravera (CA)
- Naufragi, contro i
- Navigatori
- Nicosia (EN)
- Nicosia (EN), Diocesi di
- Olio, produttori e commercianti di
- Oppressi
- Paduli (BN)
- Pericolanti, donne
- Pietra Ligure (SV)
- Polla (SA)
- Poveri, protettori dei
- Prigionieri
- Profumieri
- Puglie
- Radda in Chianti (SI)
- Ragazze da Marito (che desiderano sposarsi)
- Ribera (AG)
- Roccastrada (GR)
- Russia
- Sacile (UD)
- Salemi (TP)
- San Marco Argentano-Scalea (CS), Diocesi di
- Santadi (CA)
- Sassari
- Scalea (CS)
- Scaricatori
- Scolari
- Sestri Levante (GE)
- Sint-Niklaas (Belgio)
- Solferino (MN)
- Soriano nel Cimino (VT)
- Stendal (Germania)
- Stralsund (Germania)
- Tortoreto (TE)
- Uberlingen (Germania)
- Valfurva (SO)
- Vetrai
- Viaggiatori
- Villafranca in Lunigiana (MS)
- Volturara Irpina (AV)
- Zittau (Germania)

