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San Damaso I Papa

Festa: 11 dicembre - Memoria Facoltativa

Roma, 305/306 - Roma, 11 dicembre 384

Quella del IV secolo era una Chiesa impegnata in un enorme sforzo di definizione della propria identità, sia per quanto riguarda il contenuto autentico del Credo che nella determinazione del suo ruolo pubblico sociale. Dopo la pace costantiniana, infatti, la fede cristiana non era più una realtà da nascondere e il culto poteva avvenire alla luce del sole. In questo contesto si inserisce l'opera di papa Damaso I, eletto nel 366 dopo un duro scontro tra fazioni opposte. Il nuovo Pontefice era di origini spagnole, ma nato a Roma, e si dedicò a consolidare il primato della sede petrina, oltre che a ridurre la portata delle eresie. La sua opera più preziosa fu la conservazione delle catacombe e la promozione della memoria dei martiri romani.

Patronato: Archeologi

Martirologio Romano: San Damaso I, papa, che, nelle difficoltà dei suoi tempi, convocò molti sinodi per difendere la fede nicena contro gli scismi e le eresie, incaricò san Girolamo di tradurre in latino i libri sacri e onorò i sepolcri dei martiri adornandoli di versi.

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Papa e santo 
Nonostante il «Liber pontificalis» lo dica «Damasus, natione Spanus, ex patre Antonio», è più corretto considerare Roma come patria di Damaso. Per una serie di elementi se ne può circoscrivere la nascita intorno al 305-306. La data della morte è certa: l’11 dicembre 384. Papa Damaso è stato proclamato santo e l’11 dicembre è il giorno in cui se ne celebra la memoria liturgica. 

«Epigrammata Damasiana» 

Una caratteristica originale di questo Pontefice consiste nella sua composizione di epigrammi: ne possediamo sessanta, pervenuti nell’originale epigrafico e/o attraverso copie altomedievali del VII secolo, conservate in sillogi dei secoli VIII-XII. Gli esemplari integri o parzialmente integri sono quelli del Vaticano, dei papi e dei martiri sepolti in S. Callisto, di Cornelio, di Eutichio, di Gennaro, di Felicissimo e Agapito, di Agnese, di Proietta.

Lo scisma ursiniano 
Alla morte del predecessore Liberio, iniziò una vera e propria lotta per la successione, «attraverso momenti di grave tensione e di scontri cruenti». Il 24 settembre 366 un gruppo di sacerdoti, i tre diaconi Ursino, Amanzio e Lupo e una parte della comunità rimasta fedele a Liberio si riuniscono nella basilica di papa Giulio in Trastevere (S. Maria in Trastevere): viene ordinato vescovo di Roma il diacono Ursino. Damaso con i propri sostenitori si raduna nella chiesa di S. Lorenzo in Lucina e qui il 1° ottobre 366 – data di inizio del pontificato – si procede alla nomina di Damaso a vescovo di Roma. In più riprese, come racconta precisamente Carlo Carletti, l’atteggiamento di Damaso durante lo scisma ursiniano non fu privo del ricorso alla violenza. La sua è stata definita una «pastorale energica» (Ch. Pietri), ma si trattò in realtà di una pastorale molto più che energica e in più di una occasione non si esitò a usare la violenza. La storiografia filodamasiana ha cercato di omettere o ridimensionare queste violenze, cercando di sottolineare la legittimità anche formale della successione a Liberio; così in Girolamo, Ambrogio, Rufino, Socrate e Sozomeno.

Roma, l’Occidente e l’Oriente 
«Damaso non fu certo un teologo, né si cimentò direttamente nelle problematiche dottrinali che pure si dibattevano ai suoi tempi: era d’altra parte tutto teso al consolidamento del primato di Roma, e probabilmente impreparato, oltreché per natura alieno a comprendere e ad affrontare – soprattutto in relazione alle delicate questioni delle Chiese di Oriente – quegli aspetti dialettici del dibattito teologico che andassero al di là della semplicistica dicotomia tra niceni e antiniceni. Tuttavia durante il suo pontificato la Sede romana accentua notevolmente la sua funzione nel mediare e dirimere (ma non sempre con successo) molteplici questioni dottrinali e disciplinari che si dibattevano sia in Occidente sia in Oriente», scrive Carletti. A tal proposito è opportuno ricordare il concilio svoltosi a Roma tra la fine del 377 e l’inizio del 378, che può essere considerato «la prima assise conciliare romana che si occupa intenzionalmente di questioni dottrinali e disciplinari relative all’Oriente cristiano». 

Un concordato ante litteram 
Nel 378 un altro concilio chiede all’imperatore di recepire e rendere operante la giurisdizione del pontefice romano sugli altri vescovi d’Italia e d’Occidente: il rescritto imperiale Ordinariorum accoglie, almeno in parte, le istanze avanzate nella sinodale e, con il riconoscimento della giurisdizione episcopale romana, può essere considerato una tappa significativa nel processo dei rapporti istituzionali tra papato e potere politico, una sorta di concordato ante litteram (P. Batiffol).

«Christiani catholici» 
Successivamente la Sede romana damasiana raggiunge un altro importante obiettivo con il riconoscimento imperiale del proprio ruolo di depositaria e garante dell’unica fede cattolico-nicena ammessa dallo Stato. Nel celebre editto «Cunctos populos» promulgato da Teodosio a Tessalonica il 27 febbraio 380, l’imperatore ordina a tutti i popoli a lui sottoposti di abbracciare la fede cattolica, cioè quella che «il divino apostolo Pietro ha trasmesso ai Romani e che seguono il pontefice Damaso». Quelli che professano tale fede – aggiunge la costituzione imperiale – devono definirsi «christiani catholici», mentre tutti gli altri sono eretici e come tali dovranno temere non soltanto il castigo divino ma anche quello imperiale.

Il primato della Chiesa di Roma 
Durante il pontificato di Damaso, dopo che il predecessore Liberio aveva per la prima volta usato l’espressione «sedes apostolica» per definire la Chiesa di Roma, il tema del primato della Chiesa romana assume «un rilievo assoluto». Nella sinodale «Et hoc gloriae» del 378, oltre alla celebrazione della Sede apostolica, è presente la dichiarazione secondo cui se Damaso «è per le sue funzioni uguale agli altri vescovi, egli tuttavia ha su di essi una primazia in virtù della prerogativa della sede apostolica». Il fondamento teologico del primato è indicato nel passo di Matteo 16, 17-19: per Damaso, primato e autorità della Chiesa romana non si fondano su alcuna costituzione conciliare ma direttamente sulla parola del Signore, la vox Domini. 

Pietro e Paolo 
Per l’affermazione del primato della Chiesa di Roma, oltre al ricorso alla figura di san Pietro, riemerge la figura di san Paolo che viene riproposta come ulteriore argomento funzionale al consolidamento della Sede romana. Nel concilio del 382, subito dopo la menzione di Matteo 16, 17-19, si sottolineava come Paolo fosse stato martirizzato nello stesso giorno di Pietro, a Roma sotto Nerone. Damaso, «con la concretezza che aveva sempre contraddistinto la sua azione», diede forza e valore a un culto, quello della coppia Pietro-Paolo, che a Roma da oltre un secolo era profondamente radicato. Nel celeberrimo «Elogium Petri et Pauli» (cfr. «memoria Apostolorum in catacumbas» degli Epigrammata Damasiana), il Nostro proclama solennemente la cittadinanza romana di Pietro e Paolo in virtù del comune martirio subito a Roma.

Un nascente diritto ecclesiastico 
Il consolidamento del primato della Sede romana si sarebbe servito di «una curia pontificia centralizzata» e del ricorso, per la prima volta nella storia della Chiesa di Roma, alla decretale, espressione diretta dell’autorità pontificia ed elemento costitutivo di «un nascente diritto ecclesiastico». In tale contesto figurano Girolamo come «collaboratore di Damaso per le carte ecclesiastiche» e l’istituzione di una nuova figura professionale, il «defensor ecclesiae Romanae».

Il latino nella liturgia 
Negli ultimi anni del pontificato è possibile registrare «un evento di capitale importanza per la storia della Chiesa di Roma»: l’uso ufficiale della lingua latina nella prassi liturgica. La medesima attenzione alla prassi liturgica comporta l’avvio della revisione dei Vangeli e dei salmi per opera di Girolamo, per unificare, nelle intenzioni del Pontefice, la molteplicità di versioni latine della Sacra Scrittura.

La «pastorale martiriale» 
Oltre a «un piano organico di edilizia sacra», Damaso si dedicò alla riscoperta delle autentiche tombe dei martiri, all’acquisizione della storicità delle loro imprese, per valorizzare un «patrimonio di santità». Questa «pastorale martiriale» di Damaso si serve degli «elogia martyrum»: epigrammi che, oltre a esprimere la sincera fede del loro autore, rivelano il loro peculiare carattere di strumento di propaganda. Non a torto in queste composizioni si è voluta vedere una sorta di liturgia perenne.

Il proprio epitaffio 
Fin dai primi anni del suo pontificato, Damaso compone un autoepitaffio: «Colui che camminando calcò gli amari flutti del mare, / colui che ridà vita ai semi della terra destinati a morire, / colui che poté sciogliere dopo la morte i lacci letali della morte / e, trascorsi tre giorni, rendere vivo il fratello alla sorella Marta, / dalle ceneri - credo - farà risorgere Damaso».


Autore:
Eugenio Russomanno


Fonte:
Vatican Insider

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Aggiunto/modificato il 2017-11-23

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