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San Giuseppe Zhang Dapeng Catechista e martire

Festa: 12 marzo

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Duyun, Cina, 1754 circa - Guiyang, Cina, 12 marzo 1815

Nato in una famiglia pagana nella Cina del 1754, intraprese un percorso di profonda ricerca religiosa, passando dal Buddismo al Taoismo. All'età di circa quarant'anni, si trasferì a Kouy-yang dove si convertì al Cristianesimo, affrontando l'opposizione dei familiari e le persecuzioni. Divenuto catechista e uomo di grande fede, si dedicò con zelo all'evangelizzazione, convertendo molti e prendendosi cura dei poveri e dei malati. Nel 1814 fu arrestato e condannato a morte per la sua fede incrollabile. Il 12 marzo 1815, con gioia e serenità, salì al martirio, lasciando un esempio indelebile di coraggio e dedizione a Dio. Beatificato nel 1909, fu canonizzato da Papa Giovanni Paolo II nel 2000, insieme ad altri 119 martiri cinesi.

Martirologio Romano: Nella città di Guiyang nella provincia del Guangxi in Cina, san Giuseppe Zhang Dapeng, martire, che, ricevuta la luce della fede, non appena battezzato aprì la sua casa ai missionari e ai catechisti e aiutò in ogni modo i poveri, i malati e i fanciulli; condotto al supplizio della croce, versava lacrime di gioia per essere stato fatto degno di morire per Cristo.


Giuseppe Zhang Dapeng nacque da una famiglia pagana primo di tre figli a Tou-yun-fou, nella provincia cinese dello Kouy-tcheou, verso l’anno 1754. Giuseppe fu un uomo profondamente religioso: inizialmente buddista, passò poi al taoismo. Per ragioni a noi ignote, all’età di circa quarant’anni lasciò Tou-yun-fou per trasferirsi a Kouy-yang, capoluogo della provincia. Qui si mise in società con Ouang, mercante di seta il cui figlio maggiore era momenataneamente a Pechino per sostenere alcuni esami. Ouang il giovane, una volta diplomatosi e ricevuto il battesimo con il nome di Saverio, fece ritorno a casa, si adoperò per la conversione di parenti ed amici, riuscendo a convincere al grande passo anche Giuseppe.
Dopo la conversione non mancarono però i problemi, primo fra tutti quello del suo secondo matrimonio, contratto dopo che la prima moglie non gli aveva dato alcun erede. Nonostante avesse già un figlio dalla seconda consorte, Giuseppe preferì concederle una dote e darla in sposa ad un altro cristiano. I suoi familiari, temendo per le loro ricchezze, si dimostrarono assai poco comprensivi, ma egli non abbandonò comunque la sua fede. Lo zio di Saverio, nel frattempo, reso furioso dalla conversione del nipote, lo denunciò a costo di scatenare violente persecuzioni. Giuseppe sfuggì alla palizia, ma Ouang dovette corromperla per proteggere suo figlio e sospese le celebrazioni liturgiche nei suoi locali.
Giuseppe decise allora di interrompere la collaborazione con lui e di mettersi in proprio come cambiavalute. Accettato come catecumeno nel 1798, con l’aiuto di altri cristiani acquistò una nuova casa ove potersi riunire ed alloggiare un missionario. Nel 1800 fu battezzato e due anni dopo ricevette per la prima volta l’Eucaristia. Il medesimo anno suo fratello denunciò i cristiani causando l’arresto di molti di loro, ma egli riuscì a fuggire. Tornato in città, Giuseppe iniziò un’intensa attività apostolica, convertendo parecchie persone Inoltre si prendeva cura dei poveri e dei malati, assisteva coloro che erano in fin di vita e dava sepoltura ai morti.
I fedeli, colpiti dalla sua attività, non tardarono a richiedere la sua nomina a capo della scuola e catechista, avvenuta nel 1808. Tre anni dopo, con l’avvento di un altro periodo di persecuzioni, Giuseppe fuggì a Hin-y-fou, mentre suo figlio Antonio fu arrestato e condannato all’esilio per non aver voluto rivelare il nascondiglio del padre. Per sfuggire ai controlli della polizia, Giuseppe andò verso nord, calorosamente accolto dai cattolici locali, ma invitato dal vescovo a fare ritorno a casa per prendersi cura dei fedeli. Egli obbedì, proseguendo dunque la sua opera di evangelizzazione seppur fra grandi pericoli.
Dal 1814 iniziarono però i suoi problemi più seri: suo cognato rivelò ove era nascosto e dunque fu arrestato. Rifiutò di rinnegare la sua fede in Cristo e non volle assolutamente essere liberato in cambio del riscatto dai parenti. Secondo i decreti imperiale anticattolici promulgati pochi anni prima, Giuseppe venne dunque condannato a morte. La notizia ufficiale, decisa dal vicerè nel novemnre 1814 e dall’imperatore nel gennaio successivo, giunse solo nel marzo 1815 all’interessato, che rifiutò il consueto banchetto d’addio con i parenti e si ritirò in preghiera per prepararsi alla morte.
Il 12 marzo giunse l’ora del suo martirio: un battaglione di soldati lo condusse al luogo dell’esecuzione. Giuseppe si stagliava tra loro, alto, distinto, con barba e capelli bianchi, piangente per la gioia. Fu legato ad una croce ed un cappio gli strinse il collo. Ai suoi parenti che lo imploravano di abiurare, rispose esponendo il suo testametno spirituale: “Non piangete, sto andando in Paradiso”.
Questo intrepido testimone della fede fu beatificato nel 1909 ed infine canonizzato da Papa Giovanni Paolo II il 1° ottobre 2000, insieme ad altri 119 martiri in terra cinese.


Autore:
Fabio Arduino

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Aggiunto/modificato il 2007-03-11

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