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Sant' Ezechiele Profeta

Festa: 23 luglio

Ezechiele viene considerato il profeta che fa da ponte tra due diverse epoche della storia d'Israele, quella pre-esilica e quella post-esilica; è situato tra Geremia e Daniele; la sua attività sociale e religiosa si svolge fra i deportati, in particolare a Tell-Abib o Colle delle spighe. Egli stesso descrive le sue vicissitudini: nel 597, quando aveva circa venticinque anni, venne deportato da Nabucodonosor in Babilonia insieme a diecimila persone fra le quali il re Ioakin, la corte, notabili, sacerdoti, artigiani. Dalla bocca di Ezechiele gli esuli, sistemati lungo il gran canale fra Babilonia e Nippur a coltivare i campi, ascoltavano i messaggi di Jahweh. Delle molteplici visioni di Ezechiele alcune sono state ripetutamente rappresentate in opere d'arte. Fra di loro è singolarmente significativa quella, grandiosa, del campo cosparso di ossa secche che al soffio di Dio riprendono vita rivestendosi di carne. Se per i giudei tale visione è simbolo della sicura restaurazione nazionale a gloria di Dio e a dimostrazione della sua potenza, per i cristiani è assurta a simbolo della resurrezione della carne. (Avvenire)

Etimologia: Ezechiele = Dio è la mia forza, dall'ebraico

Martirologio Romano: Commemorazione di sant’Ezechiele, profeta, che, figlio del sacerdote Buzì, al tempo dell’esilio nella terra dei Caldei fu onorato della visione della gloria del Signore e, posto come sentinella sulla casa di Israele, rimproverò l’infedeltà del popolo eletto, predicendo la distruzione ormai prossima della città santa di Gerusalemme e la deportazione del popolo; presente egli stesso in mezzo ai prigionieri, tenne viva la loro speranza, profetizzando che le loro ossa inaridite sarebbero risorte a nuova vita.


Secondo la cultura ebraica, con il termine “profeta” non si indica tanto qualcuno in grado di prevedere il futuro, quanto piuttosto una persona che abbia una cognizione profonda della volontà divina e della sua presenza nel mondo; una persona di morale e rettitudine cristalline. Non fa eccezione Ezechiele, uno dei quattro profeti definiti “maggiori” nell’Antico Testamento: il più duro nel linguaggio e il più efficace quanto a simbolismi.

Esule tra gli esuli
Ezechiele nasce intorno alla metà del 600 a.C. a Sarara, in Palestina, nella tribù di Levi: è, pertanto, un sacerdote. All’epoca a Roma regna ancora da Tarquinio Prisco, mentre a Babilonia, Nabucodonosor; non è un bel periodo per gli ebrei, costretti a sottostare alla tirannide dei figli di Assur. Nel 597 Ezechiele viene deportato in Babilonia assieme ad altri diecimila destinati al lavoro nei campi ed è a questo punto della sua vita che Dio gli si manifesta con visioni profetiche che lo accompagneranno fino alla morte. Ezechiele rivela queste visioni al suo popolo, lo conforta con le parole che gli vengono da Jahweh e perciò, ben presto, godrà di una certa autorevolezza tra la gente di Israele. Non manca di operare prodigi e miracoli e ogni suo gesto ha un obiettivo ben preciso: avendo profetizzato la caduta di Gerusalemme, esorta il popolo alla penitenza; in seguito lo consolerà con la promessa della liberazione e del ritorno all’amata patria. Muore da martire per mano di un capo del popolo che aveva rimproverato per la sua idolatria.

Un linguaggio duro ma efficace
Il libro di Ezechiele nella Bibbia si pone tra quelli dei profeti maggiori, dopo Geremia, e conta 48 capitoli in cui vengono narrate le profezie e le rivelazioni che Jahweh fa al profeta durante la cattività babilonese. Tra le visioni più potenti che vengono descritte, c’è quella al capitolo 37 in cui Dio mostra a Ezechiele uno sterminato campo disseminato di ossa rinsecchite che al Suo soffio riprendono vita rivestendosi di carne. Un’immagine certamente molto forte e altrettanto criptica per i contemporanei, che l’hanno interpretata come la profezia della restaurazione del potere d’Israele e la ricostruzione del Tempio nella gloria di Dio; per i cattolici, invece, simboleggia la Risurrezione di Cristo e dunque la costruzione del vero Regno, quello nei cieli. Storicamente Ezechiele si pone come un ponte tra due epoche della storia di Israele: quella prima e quella dopo l’esilio; dal punto di vista delle Scritture, infine, tra Geremia e Daniele. Il suo linguaggio è ardito, intriso di simbolismi, a tratti duro, ma dal potere evocativo potente e particolarmente efficace. La sua venerazione come Santo è stata introdotta molto presto nella Chiesa latina.

(Vatican News)

 


 

Nella chiesa latina il suo culto è stato introdotto presto, al 10 aprile già dal martirologio di Beda. Il Martirologio Romano conferma la data ricordando dettagli sulla morte e sulla sepoltura del profeta quale quello, ripreso da antica tradizione, che vuole Ezechiele ucciso in Babilonia da un capo del popolo di Israele, capo da lui ripreso per la sua idolatria.
Ezechiele viene considerato il profeta che fa da ponte tra due diverse epoche della storia d'Israele, quella pre-esilica e quella post-esilica; è situato tra Geremia e Daniele; la sua attività sociale e religiosa si svolge fra i deportati, in particolare a Tell-Abib o Colle delle spighe.
Egli stesso descrive le sue vicissitudini: nel 597, quando aveva circa venticinque anni, venne deportato da Nabucodonosor in Babilonia insieme a diecimila persone fra le quali il re Ioakin, la corte, notabili, sacerdoti, artigiani. Dalla bocca di Ezechiele gli esuli, sistemati lungo il gran canale fra Babilonia e Nippur a coltivare i campi, ascoltavano i messaggi di Iahweh.
Questi messaggi si traducono, attraverso profezie e visioni, in verità eterne raccordate alla storia concreta di quei tempi: la maestà e l'onnipotenza di Dio infinita e universale che si stende anche qui sui deportati; la potenza e la giustizia di Dio fino alla distruzione nel 586 di Gerusalemme e dello stesso Tempio; la profonda misericordia di Dio che impone il pentimento e la conversione.
Delle molteplici visioni di Ezechiele alcune sono state ripetutamente rappresentate in opere d'arte. Fra di loro è singolarmente significativa quella, grandiosa, del campo cosparso di ossa secche che al soffio di Dio riprendono vita rivestendosi di carne. Se per i Giudei tale visione è simbolo della sicura restaurazione nazionale a gloria di Dio e a dimostrazione della sua potenza, per i Cristiani è assurta a simbolo della resurrezione della carne nell'ultimo giudizio.


Autore:
Mario Benatti

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Aggiunto/modificato il 2001-06-02

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