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† 815/820
Successe nell'episcopato a Nicola verso la fine del sec. VIII e rifulse
non solo per dottrina ma anche per benignità e misericordia. Nell'815
partecipò alla conferenza indetta dall'imperatore iconoclasta Leone
Armeno (813-20) a proposito del culto delle immagini, durante la quale
manifestò la sua fede, dichiarando con energia l'imperatore incompetente
a giudicare di simile materia: "Se la questione è ecclesiastica, si
tratti in chiesa, secondo l'uso, e non nel palazzo imperiale". Per
questa sua fermezza fu mandato in esilio, dove morì in un anno
imprecisato. E' ricordato nei menologi, menei e sinassari greci l'8
agosto e l'8 gennaio come martire o confessore. Alla prima data è
commemorato anche nel Martirologio Romano.
Etimologia: Emiliano = cortese o emulo, dal latino
Emblema: Bastone pastorale, Palma
Martirologio Romano: A Cizico in Ellesponto, nell’odierna Turchia, sant’Emiliano, vescovo, che molto patì da parte dell’imperatore Leone per il culto delle sacre immagini e morì, infine, in esilio.
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Sant'Emiliano (Emilianus, Aemilianus, Amilianos) visse in uno dei periodi più travagliati della storia religiosa bizantina. Tra l'VIII e il IX secolo l'Impero romano d'Oriente fu attraversato dalla controversia iconoclasta, una lunga disputa riguardante il significato e la legittimità della venerazione delle immagini di Cristo, della Vergine Maria e dei santi. La prima fase della crisi era stata aperta dall'imperatore Leone III Isaurico nel 726 e aveva portato a dure tensioni tra il potere imperiale e numerosi esponenti della gerarchia ecclesiastica. Dopo il Concilio di Nicea del 787, convocato dall'imperatrice Irene e dal patriarca Tarasio di Costantinopoli, il culto delle immagini era stato nuovamente riconosciuto conforme alla tradizione cristiana. Tuttavia, all'inizio del IX secolo la questione tornò ad aprirsi. L'imperatore Leone V l'Armeno, salito al potere nell'813, riprese una politica favorevole all'iconoclastia, ritenendo che l'uso delle immagini sacre fosse contrario alla purezza della fede cristiana. Numerosi vescovi furono quindi chiamati a sostenere la nuova linea imperiale o a subirne le conseguenze. In questo clima di forte conflitto tra autorità religiosa e potere politico si colloca la testimonianza di Emiliano, il quale rappresenta uno dei numerosi pastori orientali che difesero la tradizione della Chiesa anche a costo della perdita della propria sede e della propria libertà.
Il vescovo di Cizico Le notizie sulla vita personale di Emiliano sono molto limitate. Le fonti agiografiche non tramandano informazioni certe sulla sua nascita, sulla famiglia di origine o sulla sua formazione prima dell'episcopato. È però documentato che egli fu vescovo di Cizico, antica città dell'Ellesponto, regione strategicamente importante dell'Asia Minore. Secondo la tradizione ecclesiastica orientale, Emiliano succedette al vescovo Nicola e resse la diocesi per un lungo periodo, indicato generalmente tra il 787 e l'815. La sede di Cizico aveva una lunga storia cristiana e apparteneva alle principali circoscrizioni ecclesiastiche dell'Asia Minore. Il suo vescovo partecipava quindi alla vita ecclesiale dell'impero e alle grandi questioni dottrinali del tempo. Le fonti lo descrivono come un pastore dotato di dottrina, equilibrio e carità. Più che attraverso opere scritte, la sua memoria è giunta fino a noi attraverso la testimonianza della sua fermezza nel difendere quella che considerava la corretta tradizione della Chiesa.
La convocazione davanti all'imperatore Leone V Dopo l'ascesa al trono di Leone V l'Armeno nell'anno 813, la politica religiosa dell'Impero bizantino subì un nuovo cambiamento. L'imperatore, convinto che le sconfitte militari subite dai predecessori fossero state causate dall'abbandono dell'antica disciplina religiosa e dalla diffusione del culto delle immagini, favorì il ritorno dell'iconoclastia. Per sostenere la propria posizione, Leone V convocò presso la corte imperiale numerosi vescovi, cercando di ottenere il loro consenso alla condanna delle immagini sacre. Tra questi vi era anche Emiliano, vescovo di Cizico. Secondo la tradizione agiografica conservata dalle fonti bizantine, durante l'incontro con l'imperatore il vescovo espresse con chiarezza la propria posizione, rifiutando che il potere civile intervenisse nelle questioni proprie della Chiesa. La risposta attribuita a Emiliano è diventata il nucleo della sua memoria spirituale: 'Se si tratta di una questione ecclesiastica, deve essere discussa nella Chiesa e non nel palazzo imperiale'. Questa frase, tramandata dalle narrazioni agiografiche, probabilmente non può essere verificata come citazione letterale, ma riassume efficacemente l'atteggiamento attribuito al vescovo: la difesa dell'autonomia della Chiesa nelle questioni di fede e disciplina. La posizione di Emiliano non era isolata. Numerosi vescovi, monaci e teologi dell'Oriente cristiano rifiutarono di aderire alla politica iconoclasta imperiale, sostenendo che la venerazione delle immagini non fosse idolatria, ma una forma legittima di testimonianza dell'incarnazione di Cristo.
La difesa delle immagini sacre La controversia sulle immagini non riguardava semplicemente elementi artistici o pratiche devozionali, ma toccava questioni fondamentali della teologia cristiana. I difensori delle icone sostenevano che, poiché il Figlio di Dio aveva assunto una vera natura umana in Gesù Cristo, era possibile rappresentare visibilmente il volto del Salvatore. Negare ogni rappresentazione avrebbe potuto essere interpretato come una negazione della realtà dell'incarnazione. Il Concilio di Nicea II del 787 aveva stabilito la distinzione tra adorazione, riservata unicamente a Dio, e venerazione delle immagini, considerate un aiuto alla memoria e alla contemplazione dei misteri della fede. Emiliano, come altri vescovi suoi contemporanei, si collocava nella linea dei sostenitori delle decisioni conciliari. La sua opposizione all'imperatore non nasceva quindi da un semplice contrasto politico, ma dalla convinzione che fosse in gioco la fedeltà alla tradizione ecclesiale ricevuta. La sua testimonianza assume particolare rilievo perché proveniva da un vescovo di una sede importante e non soltanto da un monaco o da un teologo. Egli rappresentava quella parte dell'episcopato bizantino che vedeva nell'ingerenza imperiale un pericolo per la libertà della Chiesa.
La deposizione e l'esilio A causa del suo rifiuto di aderire alla politica iconoclasta di Leone V, Emiliano fu privato della sede episcopale e mandato in esilio. Le fonti non conservano dettagli precisi sulle circostanze della sua condanna né sul luogo esatto della deportazione. Come avvenne per molti confessori della fede dell'epoca, l'esilio rappresentò una forma di punizione politica e religiosa: il vescovo veniva allontanato dalla propria comunità per impedire che continuasse a esercitare influenza. La tradizione ecclesiastica lo presenta come un uomo che accettò la sofferenza con pazienza e fedeltà, senza cercare compromessi con il potere imperiale. La sua figura appartiene quindi alla categoria dei 'confessori', cioè quei cristiani che non furono necessariamente uccisi per la fede, ma subirono persecuzioni, privazioni o condanne a causa della loro testimonianza religiosa. Il termine 'martire' talvolta associato alla sua memoria deve essere interpretato nel senso ampio della tradizione cristiana orientale, che considera martirio anche la sofferenza accettata per la difesa della verità della fede. Le fonti liturgiche occidentali preferiscono invece ricordarlo soprattutto come vescovo confessore.
Gli ultimi anni e la morte Dopo l'espulsione dalla diocesi, Emiliano trascorse gli ultimi anni della vita lontano dalla sua comunità. La data precisa della morte non è conosciuta con certezza, ma viene generalmente collocata dopo l'815, durante il periodo della persecuzione iconoclasta promossa da Leone V. Non sono giunte informazioni attendibili sulle circostanze concrete della sua morte. Le fonti agiografiche insistono soprattutto sul significato spirituale della sua vicenda: un pastore rimasto fedele alla propria missione anche quando questa fedeltà comportò la perdita della dignità episcopale, della patria ecclesiale e della libertà personale. La sua morte avvenne probabilmente in esilio, lontano dalla città di Cizico che aveva governato come vescovo. La memoria della Chiesa, tuttavia, conservò il suo nome insieme a quello di altri difensori delle immagini sacre che contribuirono alla definitiva restaurazione del culto delle icone.
Il culto e la memoria liturgica Il culto di Sant'Emiliano si sviluppò soprattutto nelle Chiese di tradizione bizantina. La sua memoria liturgica è celebrata l'8 agosto. Il Martirologio Romano lo ricorda in questa data come vescovo di Cizico che, durante la persecuzione iconoclasta, fu mandato in esilio per avere difeso la venerazione delle sacre immagini. La sua celebrazione liturgica lo inserisce nel gruppo dei santi confessori dell'epoca iconoclasta, insieme ad altri vescovi e monaci che pagarono con sofferenze personali la difesa delle decisioni del Concilio di Nicea II. La Chiesa ortodossa lo venera come 'santo confessore' e la sua memoria è legata alla lunga storia della difesa della tradizione iconografica cristiana.
Rapporti con altri protagonisti della crisi iconoclasta La vicenda di Sant'Emiliano di Cizico si colloca nella rete di testimonianze offerte da numerosi esponenti della Chiesa bizantina che, tra l'VIII e il IX secolo, si opposero alla politica iconoclasta imperiale. Tra i contemporanei che condivisero una posizione analoga vi furono il patriarca di Costantinopoli Niceforo I di Costantinopoli e il monaco Teodoro Studita, figure di primo piano nella difesa delle decisioni del Concilio di Nicea II. Niceforo, eletto patriarca nel 806, cercò inizialmente una soluzione pacifica al conflitto con l'imperatore Leone V, ma fu poi deposto ed esiliato nell'815 per il suo rifiuto della politica iconoclasta. Teodoro Studita, abate del monastero di Studios a Costantinopoli, fu invece uno dei più energici sostenitori della venerazione delle immagini e subì ripetuti esili. Emiliano appartiene dunque a una più ampia schiera di pastori e monaci che considerarono la difesa delle icone non una questione secondaria, ma una conseguenza diretta della fede nell'incarnazione di Cristo. A differenza di altri protagonisti della controversia, la sua memoria non è legata a trattati teologici o a un'attività letteraria conosciuta. La sua eredità è soprattutto quella di un testimone episcopale: un vescovo che fece della propria posizione ecclesiale una pubblica professione di fedeltà alla tradizione della Chiesa.
La controversia iconoclasta: un approfondimento storico Per comprendere pienamente la figura di Emiliano è necessario considerare la complessità della questione iconoclasta. Il termine 'iconoclastia' deriva dal greco e significa letteralmente 'distruzione delle immagini'. Con esso si indica il movimento religioso e politico che, in determinati periodi dell'Impero bizantino, contestò l'uso delle immagini sacre nei luoghi di culto. Le motivazioni degli iconoclasti erano diverse. Alcuni temevano che la venerazione delle immagini potesse trasformarsi in idolatria, altri erano influenzati da una concezione più spirituale della fede cristiana, mentre altri ancora vedevano nella crescente importanza del culto delle icone un elemento di disordine religioso e sociale. I difensori delle immagini, invece, sostenevano che l'icona non fosse un oggetto adorato in sé, ma un mezzo attraverso il quale il credente poteva rivolgere la propria venerazione al prototipo rappresentato. La distinzione tra immagine e realtà raffigurata divenne uno degli argomenti fondamentali della teologia iconodula. Il secondo Concilio di Nicea del 787 definì questa posizione come conforme alla tradizione cristiana, ma la decisione non pose immediatamente fine al conflitto. La restaurazione iconoclasta promossa da Leone V riaprì la controversia, che terminò definitivamente soltanto nell'843 con la cosiddetta 'festa dell'Ortodossia', quando l'imperatrice Teodora ristabilì ufficialmente la venerazione delle immagini. In questo lungo processo storico, la testimonianza di figure come Emiliano contribuì alla conservazione della tradizione che sarebbe poi divenuta patrimonio stabile delle Chiese orientali.
Autore: Giampietro Cattini
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